Il cibo nel cinema ha sempre avuto un ruolo rilevante, sia come elemento concreto legato alla cucina dei diversi gruppi sociali e alle caratteristiche del territorio, sia come potente simbolo di identità culturale. Quasi cento anni fa, nel 1925, il grande regista russo Sergej Ėjzenštejn inserì nel suo capolavoro La corazzata Potëmkin la celebre scena del rifiuto del rancio da parte dei marinai: il cibo avariato diventa qui un simbolo politico di straordinaria forza, motore della rivolta contro il potere.

Il neorealismo italiano privilegia, invece, gli aspetti materiali della vita delle classi emarginate. Nel film Ladri di biciclette (1948) di Vittorio De Sica il cibo quotidiano appare come segno di precarietà, in particolare nella scena del pranzo in trattoria del protagonista con il figlio, dove un pasto semplice diventa un momento carico di tensione emotiva e sociale. Negli anni Cinquanta, un esempio emblematico è Pane, amore e fantasia di Luigi Comencini, in cui la tavola e la cucina popolare fanno da cornice narrativa alla vita di paese. Nello stesso periodo, Un americano a Roma di Steno offre una delle scene più celebri del cinema italiano: Alberto Sordi, dopo aver dato al gatto il disgustoso cibo americano, si abbandona davanti a un piatto di pastasciutta pronunciando la celebre battuta “Macarone… m’hai provocato e io te distruggo”.

Dal romanzo settecentesco di Henry Fielding, l’esponente del “nuovo cinema ingleseTony Richardson trasse nel 1963 il film Tom Jones, raffinata satira della società inglese del tempo. Memorabile la scena del pasto tra Tom Jones e Mrs. Waters, in cui il cibo diventa strumento di seduzione: un gioco mimico e sensuale che trasforma la cena in un vero e proprio duello erotico. All’inizio degli anni Settanta, La mortadella di Mario Monicelli (1971) mostra come un alimento possa diventare simbolo culturale e politico: la mortadella che Sofia Loren tenta di portare negli Stati Uniti diventa il centro di uno scontro tra identità (mediterranea) e burocrazia (statunitense). L’assenza del cibo è invece al centro di Il fascino discreto della borghesia (1972) di Luis Buñuel, in cui una serie di pranzi continuamente rimandati smaschera l’ipocrisia della classe borghese. L’anno successivo, Marco Ferreri firma La grande abbuffata, dove il cibo diventa eccesso, piacere e autodistruzione, in un intreccio estremo tra gastronomia ed eros.

A metà degli anni Ottanta, nel 1985, Tampopo di Jūzō Itami propone una visione originale e ironica: un “western gastronomico” in cui la preparazione del ramen diventa un percorso quasi spirituale. Nel 1987 esce Il pranzo di Babette del danese Gabriel Axel, tratto da un racconto di Karen Blixen: un sontuoso banchetto si trasforma in un gesto di grazia e riconciliazione, capace di unire una comunità. Il decennio si chiude con Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante di Peter Greenaway, opera provocatoria e visionaria in cui il cibo diventa simbolo di potere, violenza e trasgressione estetica. (nella foto la celebre scena degli spaghetti da Miseria e nobiltà di Mario Mattoli del 1954 con Totò, dall’opera teatrale di Eduardo Scarpetta) (segue)