Razzismo ieri e oggi: razzismi vecchi e nuovi e proto-razzismi sono stati una terribile pagina della storia umana, che hanno accompagnato tre secoli di schiavismo e sono culminati nell’ olocausto degli Ebrei del ‘900. Il pensiero razzista come fenomeno occidentale moderno ha costantemente messo in discussione l’unità del genere umano e ha preteso di concepire le varietà della specie umana come delle “sottospecie” distinte – chiamate razze – con origine differenziata in diverse parte della Terra (teoria del poligenismo,). Tutti gli studi antropologici confermano che il razzismo non è un fenomeno istintivo, ma una costruzione culturale. I bambini di tre anni – di qualsiasi cultura – già riconoscono differenza del colore della pelle, altezza ed età apparente, dato che apparteniamo ad una specie molto visiva. Notiamo subito il colore della pelle, ma non la usiamo per etichettare un gruppo di persone a meno che non ci dicano che quel gruppo di persone è “differente”. Nel 1986 io e mia moglie eravamo in Africa, in Benin, per un progetto di cooperazione: quando entravamo nei villaggi suscitavamo stupore e, forse, sbigottimento, per lo strano colore della nostra pelle. Iowò, iowò (uomo bianco) era il grido che ci accompagnava; se qualcuno avesse associato al dato visivo – il nostro pallore – un significato negativo – il giudizio culturale – quei bambini avrebbero iniziato a etichettarci in blocco come persone cattive e pericolose da cui guardarsi. Alla domanda sacrosanta sul perché sembriamo così diversi va risposto spiegando che la diversità è il risultato dell’adattamento ai diversi climi e ai diversi ambienti. Un congolese, un peruviano e un italiano sembrano diversissimi perché vivono lontani e si sono adattati ad ambienti diversissimi. Oggi sembriamo tutti molto diversi, ma in realtà siamo tutti africani – nel senso di origine – e i nostri antenati sono tutti parenti. Discendiamo tutti da uno stesso (piccolo) gruppo che nel giro di 20.000 anni ha colonizzato tutto il pianeta. Le differenze di colore della pelle sono dovute alla quantità di melanina. Uno dei tanti paradossi della posizione razzista è che discrimina le persone per un carattere biologico che ci ha salvato dall’estinzione: senza melanina, infatti, ci saremmo estinti da tempo per la sua protezione dai raggi UV. In Africa è stata selezionata la variante di un gene (il gene MC1R), che permette ai melanociti della pelle di produrre grandi quantità di melanina, per proteggere chi vive a latitudini con forte esposizione ai raggi solari dal ccancro alla pelle (melanoma). Il primo uomo moderno, l’Homo sapiens, era africano. Era africano e aveva la pelle scura. Uscendo dall’Africa si è decolorato, almeno tre volte in maniera indipendente: prima nei nostri cugini Neanderthal, poi nei Sapiens dell’Asia, infine nei Sapiens europei. Un altro paradosso dell’ideologia razzista viene dalla genomica comparata. Ora che disponiamo d’una buona quantità di genomi completamente sequenziati, la nostra visione dei rapporti tra i viventi è cambiata. La genomica comparata sta clamorosamente mettendo in evidenza non tanto la presenza di geni diversi tra i vari organismi quanto piuttosto una grande conservazione di intere famiglie genicheIl dato più sorprendente nei diversi genomi di cui conosciamo le sequenze sono le somiglianze geniche non le differenze. La differenza biologica tra due specie molto distanti – come un insetto ed un rettile – sembrano aver poco a che fare con la presenza di geni specifici dell’uno o dell’altro organismo, ma dipendono soprattutto dal modo in cui è regolata l’espressione (nel corso del tempo dello sviluppo e del tempo evolutivo) degli stessi geni presenti nei diversi organismi. In poche parole, la biologia sta dicendo – anche ai razzisti –  che tutti noi viventi ci assomigliamo e – come sosteneva Gregory Bateson – siamo tutti connessi reciprocamente.

P.S. nella prima classificazione di Linneo del 1735 erano previste 4 razze principali, associate a differenti temperamenti; 14 anni dopo, Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, sostenne che l’uomo primitivo era bianco; per il grande naturalista francese ogni mutamento di colore rappresentava una degenerazione del ceppo originale risalente ad Adamo ed Eva; i neri, pertanto, andavano considerati esseri inferiori, prossimi alla condizione animale. Appare buffo pensare che – rovesciando l’ipotesi di Buffon e utilizzando le attuali conoscenze scientifiche – le popolazioni nere sarebbero il modello iniziale perfetto, le popolazioni scandinave la degenerazione estrema, noi mediterranei una via di mezzo (nella foto immagine di copertina del sito Take Action Against Racism, Carleton University).