Quale era il Comune agricolo più esteso d’Europa fino al 1992? La risposta è sorprendente: Roma, una città che ha quasi la metà della sua superficie – il 48% – a vocazione rurale. Questa Roma potenzialmente contadina, però, è poco conosciuta e poco valorizzata, nonostante esempi notevoli di recupero dei terreni abbandonati. La Cooperativa Coraggio – Cooperativa Romana Agricoltura Giovani – è una di queste realtà. Dopo lunghi anni di impegno sociale sulle terre pubbliche messe a disposizione dal Comune di Roma e grazie al lavoro congiunto di associazioni e aspiranti contadini – molti con laurea – la cooperativa ha creato e messo a disposizione della cittadinanza uno spazio di incontro, formazione e accoglienza intorno al cibo coltivato in città, con l’ambizioso progetto di dar vita all’Università della Terra. Per le donne egli uomini della Cooperativa Coraggio l’azienda agricola è una “piazza verde”, dove fare una buona agricoltura per chi che vuole un cibo buono, pulito e disponibile per tutti. Giacomo Lepri è un antropologo contadino che ha preso le mosse da una cooperativa di Casal del Marmo presieduta da Paolo Ramundo, pioniere romano del recupero dei terreni incolti abbandonati. Insieme ad associazioni ambientaliste, antimafia e di quartiere e ad agricoltori che non disponevano di terreno agricolo, Giacomo e la cooperativa sono riusciti nel 2015 a farsi assegnare 22 ettari di terreni di Borghetto San Carlo, in una posizione al confine tra l’agro e la Via Cassia. Dopo l’assegnazione sono iniziate le operazioni di bonifica dell’incolto, rese difficili dai lunghi anni di abbandono e dalla presenza di conche e piccole valli. La cooperativa ha scelto tecniche agricole di tipo biologico e in aridocoltura, per ridurre al minimo lo spreco di acqua, con rotazioni pluriannuali. La scelta delle coltivazioni è significativa e spazia dalle varietà di cereali di qualità — come il farro monococco destinato ai forni di Gabriele Bonci — ai legumi, dagli orti a bassa irrigazione al frutteto della biodiversità’ con 50 varietà rare; nella tenuta sono presenti, inoltre, piante di ulivo, apiari e un pollaio con galline libere. La cooperativa accoglie in azienda cittadini che vogliono acquistare cassette di prodotti freschi dell’orto o alcune loro produzioni, come l’ottimo miele, le gustose conserve di pomodoro siccano e di altre verdure, come la crema di broccoli con limone. I cancelli sono aperti anche a chi vuole godere dell’area pic nic attrezzata all’ombra dei pini o per chi vuole partecipare a programmi di formazione agricola aperti a tutti. Il futuro della Cooperativa è un progetto ambizioso che prevede da un lato l’utilizzo dei casali della tenuta come ostello dedicato ai viaggiatori della Via Francigena, dall’altro l’apertura di un ristorante dove applicare le linee guida del Food Council del Comune di Roma, nel quale Lepri e la cooperativa Coraggio sono capofila al tavolo della produzione locale e delll’agroecologia. L’invito è quello di andare a conoscere di persona le persone e i prodotti di un gruppo di sognatori che hanno creato posti di lavoro, riqualificato un’area abbandonata e producono cibo di qualità e competenze a beneficio di tutti. Alla fine della visita al Borghetto ho chiesto a Giacomo una spiegazione del loro logo: “Nel logo abbiamo messo un asino che vola, perché nessuno pensava ci saremmo riusciti” – è stata la risposta. Abbiamo messo insieme l’ agricoltura e il cibo. per dialogare con la società e la politica, e questo fa la differenza”.
Il modello norvegese: prima i bambini, poi i campioni
Come può un Paese di appena 5,6 milioni di abitanti come la Norvegia ottenere grandi risultati sportivi in discipline tanto diverse? Una parte della risposta sembra trovarsi non nella ricerca precoce del talento, ma in una scelta quasi opposta: permettere ai bambini di giocare, sperimentare e praticare sport senza trasformarli troppo presto in piccoli atleti professionisti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera l’attività fisica un elemento fondamentale per la salute e il benessere della popolazione. Nei bambini e negli adolescenti contribuisce allo sviluppo motorio e cognitivo, alla salute delle ossa, alla forma fisica e al benessere mentale. L’OMS raccomanda tra i 5 e i 17 anni una media di almeno 60 minuti al giorno di attività fisica da moderata a intensa e comprende esplicitamente, tra le forme di attività fisica, il gioco, lo sport e la ricreazione attiva. Il problema è che nel mondo circa l’80% degli adolescenti non raggiunge i livelli di attività fisica raccomandati. Promuovere lo sport nell’infanzia, quindi, non significa soltanto cercare i campioni di domani: è innanzitutto una questione di salute pubblica. Da diversi anni la Norvegia attira l’attenzione per risultati sportivi apparentemente sproporzionati rispetto alle dimensioni del Paese. La popolazione norvegese supera di poco i 5,6 milioni di abitanti, eppure la Norvegia non è soltanto una superpotenza degli sport invernali. Negli ultimi anni atleti e squadre norvegesi hanno raggiunto livelli internazionali elevatissimi anche nel calcio, nell’atletica leggera, nella pallamano, nel canottaggio e nel beach volley, oltre naturalmente allo sci di fondo, al biathlon e alle altre discipline nordiche. Come si spiega questa capacità di produrre atleti di altissimo livello in un Paese relativamente piccolo, situato all’estremo nord dell’Europa? Non esiste naturalmente una sola risposta. Ma uno degli elementi più interessanti del modello norvegese riguarda proprio il modo in cui viene concepito lo sport dei bambini. La Norvegia possiede una regolamentazione dello sport infantile piuttosto particolare. Le prime disposizioni specifiche risalgono al 1987, mentre nel 2007 il Norges idrettsforbund – la grande organizzazione che riunisce lo sport norvegese – ha adottato formalmente i Children’s Rights in Sports, i Diritti dei bambini nello sport, successivamente aggiornati. Il principio di fondo è semplice: nello sport infantile devono venire prima di tutto i bisogni del bambino. Partecipazione, sicurezza, amicizia, divertimento, possibilità di sperimentare e senso di padronanza delle proprie capacità sono considerati elementi centrali dell’esperienza sportiva. Questo non significa che in Norvegia ai bambini sia vietato competere fino ai 12 anni. Le regole sono più articolate. Le competizioni locali sono consentite già dai 6 anni; quelle regionali dai 9. Fino ai 12 anni, tuttavia, i bambini non possono partecipare a campionati nazionali, europei, mondiali o equivalenti. È una differenza importante: la competizione non viene eliminata, ma viene introdotta progressivamente, cercando di evitare che il risultato diventi troppo presto il centro dell’esperienza sportiva. Dietro queste regole c’è una concezione precisa dello sviluppo dell’atleta. L’obiettivo dello sport infantile non dovrebbe essere identificare il prima possibile chi è destinato a diventare campione. Al contrario, si cerca di creare condizioni nelle quali molti bambini possano rimanere attivi a lungo, sperimentare, sviluppare capacità motorie diverse e trovare progressivamente la disciplina più adatta alle proprie caratteristiche e motivazioni. Un bambino che eccelle nello sport a 10 anni non è necessariamente il campione di domani. Invece di chiedersi «Quale di questi bambini è il più forte?», il sistema sportivo norvegese prova a chiedersi «Come possiamo fare in modo che questi bambini continuino a praticare sport e a migliorare?». I risultati sulla partecipazione sono impressionanti. Secondo il Norges idrettsforbund, circa 9 bambini norvegesi su 10 tra i 6 e i 12 anni partecipano a una o più attività sportive. Altre rilevazioni indicano che circa il 93% dei bambini e dei giovani norvegesi partecipa o ha partecipato allo sport organizzato nel corso della crescita. Naturalmente il modello non è privo di problemi. Anche in Norvegia esiste un forte abbandono sportivo durante l’adolescenza, soprattutto a partire dai 13 anni, e le stesse organizzazioni sportive norvegesi riconoscono l’esistenza di barriere economiche e sociali alla partecipazione. Ma è proprio l’ampiezza della base iniziale a rappresentare uno dei punti di forza del sistema. C’è poi un elemento che supera i confini dello sport organizzato: il friluftsliv, termine norvegese traducibile approssimativamente come “vita all’aria aperta”. Non si tratta di una disciplina sportiva, ma di una tradizione culturale profondamente radicata: camminare nei boschi e sulle montagne, sciare, trascorrere tempo nella natura e vivere gli spazi aperti durante tutto l’anno. Il governo norvegese considera esplicitamente il friluftsliv una risorsa per la salute pubblica e la qualità della vita e individua bambini, giovani e persone poco attive tra i gruppi prioritari delle proprie politiche in questo campo. Sarebbe però troppo semplice attribuire i successi internazionali della Norvegia soltanto allo sport infantile.Quando gli atleti arrivano verso l’alto livello, il sistema norvegese diventa estremamente sofisticato, grazie anche alle notevoli risorse finanziarie di cui dispone. Stiamo parlando della nazione col PIL pro capite più alto al mondo (The Economist), dovuto soprattuto allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi del Mare del Nord e all’esportazione di petrolio e gas. Dal 1989 opera Olympiatoppen, la struttura che si occupa dello sviluppo dello sport d’élite. Il modello punta sulla collaborazione tra federazioni, allenatori, scienze dello sport e competenze provenienti da discipline diverse. La Norvegia, dunque, non rinuncia alla selezione né all’altissima prestazione. Semplicemente cerca di collocarle nel momento appropriato del percorso. Prima costruisce una base molto ampia. Poi permette ai giovani di svilupparsi. Infine concentra competenze e risorse su chi possiede capacità e motivazioni per arrivare in alto. In molti sistemi sportivi la piramide, invece, viene costruita selezionando molto presto: pochi bambini vengono identificati come promettenti e ricevono progressivamente maggiori opportunità, mentre gli altri finiscono ai margini, abbandonando.
Pane e olio: la merenda “slow”che che batte tutte le altre
In un mondo in cui gli scaffali dei supermercati esplodono di merendine, snack colorati, barrette proteiche e panini confezionati, proporre pane e olio come merenda per bambini e adolescenti può sembrare una provocazione. Eppure, più ci si ferma a guardare da vicino questo abbinamento antico e semplicissimo, più diventa evidente la sua forza: è una merenda che nutre bene, che sazia, che costa poco e che protegge la salute a lungo termine. Il primo punto su cui vale la pena soffermarsi è l’indice glicemico. La maggior parte delle merendine industriali è ricca di zuccheri semplici, farine raffinate e grassi di scarsa qualità: elementi che fanno impennare la glicemia e poi la fanno precipitare, innescando il classico ciclo “picco–crollo–fame” che porta i ragazzi a mangiare ancora nel giro di poco. Pane e olio, al contrario, offrono energia a rilascio lento: il pane, meglio se integrale, fornisce carboidrati complessi; l’olio extravergine, ricco di grassi buoni, rallenta l’assorbimento degli zuccheri. Il risultato è una glicemia più stabile e una sensazione di energia costante, non una corsa sulle montagne russe. Una merendina industriale tipica può arrivare facilmente a un indice glicemico tra 70 e 85, per la presenza di farine molto raffinate e zuccheri aggiunti. Il pane comune si assesta tra 60 e 70, ma l’olio extravergine — grazie ai suoi grassi monoinsaturi — rallenta l’assorbimento dei carboidrati, abbassando la risposta glicemica complessiva del pasto. C’è poi il tema della sazietà, fondamentale per chi deve affrontare pomeriggi di studio, sport o semplicemente crescere. L’olio extravergine è un campione in questo: pochi cucchiai sono sufficienti per stimolare i segnali di pienezza e tenere la fame sotto controllo per ore. È un effetto che le merendine zuccherate non hanno, dato che puntano sul gusto immediato. Se poi si aggiunge una manciata di frutta secca — noci, mandorle, nocciole — la merenda acquista ancora più forza: proteine, fibre e grassi nobili che prolungano il senso di sazietà e arricchiscono la giornata di nutrienti preziosi. Una classica merendina confezionata, a parità di peso, contiene in media il doppio degli zuccheri (spesso 15–20 g per porzione) e 3 o 4 volte più sale. Pane e olio, invece, forniscono carboidrati complessi, grassi “buoni”, e — nel caso del pane integrale — una quantità di fibre che nessuna merendina può avvicinare. Infine, c’è un aspetto che spesso viene dimenticato ma che per molte famiglie fa la differenza: il costo. Pane, olio e frutta secca – o la variante estiva pane, olio e pomodoro – presi nella loro forma semplice e tradizionale, sono alimenti economici, accessibili e conservabili a lungo. Una merenda genuina, equilibrata e saziante può costare molto meno delle alternative confezionate che, oltre a essere più povere dal punto di vista nutrizionale, hanno un prezzo giustificato soprattutto dal marketing . Una porzione di pane e olio costa mediamente tra i 20 e i 35 centesimi, che arrivano a 50-60 con l’aggiunta della frutta secca, contro i 60-90 centesimi di una merendina di marca o i 1,50–2 euro di barrette proteiche che per adolescenti sani non hanno alcuna reale giustificazione nutrizionale. Spendere meno, in questo caso, significa nutrirsi meglio. Pane e olio, insomma, non sono un salto indietro nel tempo: sono una scelta moderna e intelligente. Una merenda “slow”, sostenibile, nutriente, e che può diventare anche un piccolo gesto educativo. Perché abituare le giovani generazioni a riconoscere il valore del cibo vero è un investimento sulla loro salute futura. E forse la vera provocazione è proprio questa: riscoprire ciò che funziona, invece di inseguire la novità di un mercato che non si cura della salute generale. A questo proposito, nei giorni scorsi, la città di San Francisco, in California, ha fatto causa a 10 tra i principali produttori di alimenti ultra processati, accusati di introdurre consapevolmente prodotti dannosi per la salute. Coca-Cola, PepsiCo, Nestlé, Kellogg, Mars e altri 5 colossi dell’industria alimentare sono stati messi sotto accusa per la vendita di prodotti che creano dipendenza, pur sapendo che un loro consumo regolare è associato a un aumento significativo del rischio di sviluppare obesità, diabete, malattie cardio-vascolari ed epatiche, morbo di Chron, depressione e tumori. Non sappiamo come andrà a finire, ma intanto è un bel segnale a tutto il mondo.
Olio d’oliva, molto più di un condimento
La moderna scienza della nutrizione nasce negli anni ’50 del Novecento proprio con la scoperta del ruolo cardio-protettivo dell’olio di oliva rispetto ai grassi saturi tipici delle diete nord-europee e nord-americane. Dal Seven Countries Study in poi, la ricerca ha evidenziato che gli effetti benefici sulla salute legati al modello alimentare delle popolazioni dell’area mediterranea sono dovuti, in larga misura, al consumo di olio di oliva (ricco di acidi grassi monoinsaturi, prevalentemente oleico), rispetto al burro (maggiormente utilizzato nel Nord Europa e negli USA), ricco di acidi grassi saturi. Nel corso degli anni, studi successivi condotti in molti Paesi dell’area mediterranea, soprattutto in Grecia, Spagna e Italia, hanno confermato l’associazione tra consumo di olio di oliva e prevenzione delle malattie croniche; alti consumi di olio d’oliva sono associati a riduzione del rischio cardiovascolare, migliore controllo glicemico, minore infiammazione di basso grado e, in alcuni studi, minore incidenza di diversi tumori. Che cosa contiene l’olio d’oliva? L’olio d’oliva contiene più di 400 microcomponenti, a seconda del tipo di oliva e del metodo di coltivazione e produzione. Un singolo cucchiaio da tavola (circa 10 ml) di olio d’oliva fornisce in media circa 90 kcal, quasi tutte legate alla miscela di 10 g di grassi (lipidi) con solo 1,6 g di grassi saturi (circa il 15%), ma ben 7,5 g di grassi monoinsaturi e 0,9 g di grassi polinsaturi. A questi si aggiungono 1,85 mg di vitamina E, 0,3 µg di vitamina A e piccole quantità di potassio e calcio, oltre a un ricco corredo di diversi antiossidanti. Nell’olio d’oliva i “piccoli” componenti fanno la differenza. La maggior parte dei vantaggi di salute è legata, infatti, ai componenti minori che rappresentano circa il 2% del peso: composti fenolici (idrossitirosolo, tirosolo, oleuropeina, oleocantale…), fitosteroli, tocoferoli e pigmenti come clorofille e carotenoidi. Queste molecole sono anche responsabili di altre caratteristiche dell’olio di oliva: la sua resistenza all’irrancidimento, gli attributi sensoriali – come l’amaro e il piccante – la sua fragranza unica. La presenza e la concentrazione di queste molecole dipendono da molti fattori: la varietà della cultivar e il clima della zona di coltivazione, il grado di maturazione del frutto, il metodi di raccolta e il tipo di processi di estrazione, i tempi di stoccaggio. Da sempre l’olio di oliva è considerato un nutraceutico, ossia un alimento con proprietà farmacologiche. Negli ultimi anni è stato definito “oro liquido epigenetico”, per la capacità di un suo polifenolo (l’idrossitirosolo) di influenzare l’espressione di geni coinvolti in infiammazione, invecchiamento e risposta allo stress ossidativo. Naturalmente, tutto funziona e protegge effettivamente come parte di una strategia di prevenzione che metta insieme dieta e stile di vita attivo. L’azione positiva dell’olio di oliva riguarda anche il controllo del peso. Rispetto ad altri oli, l’olio extravergine di oliva (EVO) è in grado di aumentare la concentrazione postprandiale di GLP-1 (Glucagon-Like Peptide-1), ormone intestinale che stimola la secrezione di insulina dopo i pasti, rallenta lo svuotamento gastrico e contribuisce al senso di sazietà. La produzione mondiale di olio d’oliva è fortemente concentrata nell’area mediterranea. Secondo le statistiche più recenti, la Spagna continua ad essere il primo produttore mondiale. L’Italia è il Paese con il maggior numero di oli d’oliva con denominazione di origine protetta (DOP) e indicazione geografica protetta (IGP) al mondo: oltre 40 denominazioni riconosciute a livello europeo, distribuite lungo tutto il Paese dalla Sicilia al Lago di Garda: dal Toscano IGP alla Terra di Bari DOP (Puglia), dal Val di Mazara DOP e Sicilia IGP al Riviera Ligure DOP, dall’Umbria DOP al Garda DOP Oli del Nord. Questa varietà rende l’olio italiano non un prodotto unico, ma una ricco ventaglio di prodotti con profili sensoriali e usi gastronomici differenti. Il Lazio ha una lunga tradizione olivicola, con diverse zone interne e costiere dove si coltivano ulivi. Secondo la guida della Slow Food, nella campagna più recente sono state selezionate circa 80 aziende laziali. A Cerveteri, comune in provincia di Roma, nell’area dell’“Etruria Meridionale” , il territorio presenta uliveti sia su terreno collinare che costiero, due condizioni favorevoli per una buona olivicoltura. Dal 2010 si tiene ad inizio dicembre la Festa dell’olio nuovo di Cerveteri, con esposizione e degustazione delle migliori produzioni locali e assegnazione del premio “miglior olio nuovo“. Molto prima che la ricerca scientifica ne dimostrasse i benefici per la salute, l’olio d’oliva era già il cardine della cucina mediterranea. Possiamo citare come esempio emblematico pane e olio, probabilmente la merenda più semplice (e geniale) della tradizione contadina: pane, olio extravergine, a volte un pizzico di sale o di origano. Dal punto di vista nutrizionale, combina carboidrati complessi e grassi monoinsaturi, polifenoli e vitamina E: un mix perfetto di energia pulita e molecole protettive. A questo punto resta solo da rispondere alla domanda: quanto olio d’oliva consumare? La maggior parte delle linee guida considera adeguato un consumo di 2–4 cucchiai al giorno. In sintesi, l’olio d’oliva – e in particolare l’olio extravergine – è molto più di un semplice condimento: è un alimento funzionale, profondamente radicato nella nostra storia e cardine di un modello di alimentazione altamente protettivo e benefico per l’ambiente, come tutta la dieta mediterranea.
Non solo pallavolo. Le molte vite di un gioco globale
Oggi la pallavolo femminile e maschile sono stabilmente sport olimpici, con regole condivise in tutto il mondo. Anche il beach volley – nato negli anni ’20 del 900 sulle spiagge della California – è nel programma olimpico da 30 anni, nella formula 2 contro 2, maschile e femminile. Accanto a loro sono nate, in varie parti del mondo, altre forme di gioco che presentano differenze nel modo di colpire la palla, nel numero dei giocatori e nelle dimensioni del campo, nell’altezza della rete e nelle rotazioni. La prima grande variante è la pallavolo a 9, che riprende l’antico sistema di gioco diffuso in buona parte dell’Asia prima dell’unificazione dei regolamenti internazionali. Si disputa su campi leggermente più grandi (10 x 20 metri), con 9 giocatori per parte, senza rotazione obbligatoria. Negli Stati Uniti è praticata soprattutto all’interno delle comunità sino-americane e ogni squadra deve avere almeno 6 giocatori cinesi al 100%. Il muro può coinvolgere 3 o 4 giocatori e l’invasione aerea non è consentita. La difficoltà nel mettere la palla a terra è molto alta, il gioco è rapido e spettacolare. Un’altra variante con forti caratteristiche culturali è l’ecuavolley, nato in Ecuador negli anni ’60 e diffuso oggi in tutti i Paesi con comunità ecuadoriane. Si gioca 3 contro 3, con palloni più pesanti e rete molto più alta della pallavolo tradizionale (2,85 m). Il gioco è dominato da difese altissime e da scambi più lunghi, poiché le schiacciate sono quasi impossibili. Il fistball è un caso a parte, dato che dal 1985 è disciplina ufficiale dei World Games, il secondo evento multi-sportivo del mondo dopo le Olimpiadi. Rispetto alla pallavolo, presenta alcune differenze notevoli: squadre di 5 giocatori, campi all’aperto di 50 × 20 metri e rete a 2,00 m (1,90 m per le donne). Nel gioco la palla può rimbalzare una volta nel terreno e va colpita con il pugno (in inglese “fist”) o con l’avambraccio. È una variante molto spettacolare, che combina strategia, velocità, resistenza e capacità di coprire un campo ampio. La federazione internazionale – fondata nel 1960 – conta 60 Paesi. Germania, Austria e Svizzera, insieme al Brasile, sono i Paesi leader. Accanto alle versioni agonistiche, la pallavolo ha prodotto anche numerose forme di gioco orientate dall’inclusione e alla partecipazione, dove il divertimento prevale sul risultato. Il park-volley è una di queste: si gioca all’aperto (ma anche al chiuso) con squadre di 4 giocatori e dimensioni del campo variabili (da 6 x 12 a 9 x 18 metri) e l’auto-arbitraggio. Il green volley si gioca all’aperto su campi 8 x 8 m, come il beach volley, spesso con regole semplificate e variabili: lo spirito è quello di un gioco libero, accessibile e inclusivo. Per le caratteristiche del campo – sabbia, spazi ridotti, sforzo continuo – il beach volley è uno sport durissimo, una sorta di “iron-man” degli sport di squadra. Una variante giocabile da tutti è il beach volley a 4, spesso con squadre miste, su campi 9 x 18 m e rete a 2,30 m: il ritmo è lo stesso del beach volley a 2, ma ci sono più possibilità di gioco e scambi più lunghi. Pur essendo rigorosamente separate per genere nelle competizioni ufficiali, nelle categorie giovanili ragazze e ragazzi giocano spesso insieme fino all’Under 14. In età adulta questa possibilità ritorna nel volley amatoriale misto, molto diffuso in tutta Italia. UISP, CSI e altre organizzazioni organizzano campionati con squadre miste e regole che limitano l’impatto fisico maschile. Una versione particolarmente significativa è il torneo misto dei Mondiali Antirazzisti, con 3 donne e 3 uomini sull’erba, senza arbitro, e un unico tempo di 30 minuti: un vero manifesto di sport sociale e di inclusione. L’ultimo arrivato, almeno per ora, è il Catch ’n Serve Ball, un gioco in cui la palla non viene colpita ma “catturata” e rilanciata. Nato in Israele attorno al 2005 con il movimento Mamanet – rivolto soprattutto alle madri – si ispira in parte al Newcomb Ball statunitense di fine Ottocento, gioco scolastico che prevedeva già la presa della palla. Anche il Catch’ serve Ball è pensato come sport inclusivo e comunitario, con meno tecnicismi e più attenzione alla partecipazione. Dalle sue origini come semplice passatempo da palestra alla fine dell’800, dalla pallavolo sono nati un’intera famiglia di giochi, ciascuno capace di adattarsi a culture, ambienti, esigenze sociali e modi diversi di intendere lo sport. Alcune varianti hanno assunto una dimensione internazionale, altre restano patrimoni identitari di comunità specifiche; alcune puntano alla prestazione, altre alla partecipazione. Tutte, però, testimoniano la straordinaria flessibilità di un’idea di gioco che, pur cambiando forme, mantiene intatti i suoi principi: collaborazione, rapidità, dialogo continuo tra giocatori e capacità di tenere la palla “viva”. È forse proprio questa vitalità – più ancora dei titoli olimpici e dei record – il lascito più duraturo della pallavolo nella storia dello sport mondiale (nella foto un murales dedicato alla pallavolista della nazionale Carlotta Cambi a Bergamo)
Prevenire il diabete di tipo 2: ciò che sappiamo davvero (e ciò che spesso ignoriamo)
Negli ultimi vent’anni la ricerca scientifica ha chiarito un punto fondamentale: lo stile di vita è il farmaco più potente che abbiamo per la prevenzione del diabete di tipo 2 (DM 2). Non si tratta di diete drastiche né di imprese atletiche: parliamo di piccoli cambiamenti, realistici e sostenibili, che incidono in modo sorprendente sul rischio di sviluppare la malattia. Il Diabetes Prevention Program (DPP), uno dei più grandi studi internazionali sulla prevenzione del DM 2 (oltre 4.000 persone seguite negli USA per più di dieci anni), ha dimostrato che perdite di peso moderate (5–7%) e aumento dell’attività fisica riducono il rischio di sviluppare il diabete del 34%, mentre la sola metformina – farmaco di prima scelta nel trattamento del DM 2 – riduce il rischio del 19%. Inoltre, nella fascia di popolazione più a rischio, gli over 60, la prevenzione basata sullo stile di vita porta a una riduzione del 50% del rischio di ammalarsi. In altre parole, muoversi di più e mangiare meglio funziona più dei farmaci nelle persone a rischio. Nella genesi delle moderne malattie croniche l’alimentazione conta, molto più di quanto immaginiamo. Una ricerca pubblicata su Nature Medicine, basata sui dati alimentari di 184 Paesi dal 1990 al 2018, ha stimato che il 70% dei nuovi casi di DM 2 nel mondo – circa 10 milioni sui 14 milioni totali di nuovi casi – è legato a un’alimentazione di scarsa qualità. E quali sono risultati i tre fattori più rilevanti?Al primo posto lo scarso consumo di cereali integrali, al secondo l’eccesso di cereali raffinati (riso, frumento), al terzo il consumo elevato di carni lavorate. Cibi troppo raffinati e industriali sono oggi abbondantemente presenti nelle nostre tavole e, soprattutto, in quelle di bambini e adolescenti. Nel Regno Unito, secondo i dati NHS, il 50-60% delle calorie consumate dai bambini proviene ormai da cibi ultraprocessati. Dati analoghi emergono anche dallo studio europeo EPIC, condotto su oltre 600.000 europei: per ogni aumento del 10% delle calorie da cibo ultraprocessato il rischio di ammalarsi di diabete tipo 2 aumenta del 17%. Secondo l’International Diabetes Federation, entro il 2030 l’Europa raggiungerà 66 milioni di persone con diabete, diventando il secondo continente più colpito dopo l’Asia. Che fare, allora? La diffusione del diabete, innanzitutto, non dipende solo da genetica ed età, ma è soprattutto un riflesso diretto dei cambiamenti alimentari e dello stile di vita degli ultimi decenni. Le più recenti linee guida internazionali (ADA, EASD, OMS) sono molto chiare: le persone con diabete dovrebbero seguire la stessa alimentazione raccomandata alla popolazione generale. Questo non significa “non servono regole”, ma che le diete eccessivamente prescrittive non funzionano a lungo termine. La vera arma è un’altra: educazione alimentare continua, genitori informati, scuole formate, ambienti di lavoro che facilitano scelte sane, a partire da un periodo cruciale per lo sviluppo metabolico: i primi 1000 giorni di vita. La situazione è talmente critica che, per la prima volta, l’Associazione medici diabetologi (AMD) – insieme all’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo e a Slow Food Italia – ha lanciato un appello all’industria alimentare, chiedendo un radicale cambio di rotta verso la produzione di cibi più salutari. “L’allarme, sia scientifico che sanitario, è chiaro: riguarda il benessere delle generazioni presenti e future. Con questo appello chiediamo all’industria alimentare di essere alleata della prevenzione, perché il cibo può e deve diventare un veicolo di salute”. (nella foto la locandina della Giornata Mondiale del Diabete 2025, che si celebra ogni 14 novembre)
Terza età posticipata
La Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) ha proposto qualche mese fa di aggiornare il concetto di anzianità. Secondo la Società: “Un 65enne di oggi ha la forma fisica e cognitiva di un 40-45enne di 30 anni fa e un 75enne quella di un individuo che aveva 55 anni nel 1980″. Pertanto, concludono i gerontologi, va portata a 75 anni l’età per definire una persona come anziana. Anche l’auto-percezione dell’età sta notevolmente cambiando. Da un’indagine presentata alla London School of Economics, 2/3 degli oltre 12.000 over 65 intervistati in diversi Paesi, hanno dichiarato di non sentirsi affatto anziani, e addirittura 4 su 10 pensano che la vecchiaia inizi veramente dopo gli 80 anni. La proposta della SIGG sembra coerente con ciò che demografi e gerontologi osservano da anni: non stiamo solo vivendo più a lungo – oltre 20 in più di longevità anni dagli inizi del ‘900 – ma il processo di invecchiamento è più lento e con migliori riserve fisiche e cognitive. Da alcuni decenni esiste un corposo filone di ricerche internazionali che conferma lo spostamento in avanti della soglia alla quale si può definire “anziana” una persona. I demografi Warren Sanderson e Sergei Scherbov, ad esempio, hanno proposto il concetto di età prospettica (prospective age), una visione del percorso di vita nella quale non si misura la vecchiaia dagli anni vissuti, ma dall’aspettativa di vita residua e dalle capacità funzionali. In questo modo si diventerebbe anziani quando la speranza di vita residua scende sotto i 15 anni. In Italia e in molti Pesi europei questo significherebbe un ingresso nella “terza età” oltre i 70–75 anni, come proposto dalla SIGG. Altre ricerche internazionali indicano un guadagno di 10–15 anni di funzionalità rispetto alle generazioni precedenti. Analisi longitudinali su popolazioni europee del Max Planck Institute for Demographic Research mostrano che le persone di 70 anni hanno oggi forza muscolare, velocità del cammino, vista, udito e capacità cognitive paragonabili a quelle che avevano le persone di 60 anni degli anni ‘80 e ‘90. Si parla, quindi, di decade biologica persa o di persone biologicamente più giovani (biologically younger) . Anche il più grande studio europeo degli ultimi anni (EPIC) ha rilevato nella fascia d’età 60–75 anni di oggi pressione arteriosa media più bassa, migliore funzionalità respiratoria, minor prevalenza di disabilità rispetto alla stessa fascia di età di 30 anni fa. In Finlandia hanno messo a confronto la memoria, le capacità cognitive e di ragionamento dei 70enni di oggi e di quelli di 30 anni fa (Finnish Longitudinal Study of Aging) ottenendo risultati significativamente migliori nella fascia attuale. L’ultimo grande studio è quello della Stanford University nel quale si osserva uno spostamento in avanti di 7-12 anni dell’insorgenza delle principali malattie croniche, come diabete di tipo 2, patologie cardiovascolari e osteoartrosi. In sintesi le ricerche convergono su alcuni punti chiave. Per prima cosa, l’invecchiamento cronologico non coincide più con l’invecchiamento biologico-funzionale. La vera anzianità, infatti, si manifesta oggi in media dopo i 75 anni. Avere 70 anni oggi, pertanto, spesso corrisponde ai 60 anni di 30–40 anni fa. L’età percepita dalle persone, infine, coincide con i dati biologici, segno che lo slittamento è reale e non solo statistico. Anche l’OMS propone di valutare l’invecchiamento per capacità intrinseche e non per età (Healthy Aging Framework), per cui la soglia cronologica diventa un indicatore sempre meno attendibile. (nella foto un gruppo di atleti over 60 dopo una partita di pallavolo)
L’era dell’incertezza secondo Sergio Ferraris
Sergio Ferraris è un giornalista scientifico e ambientale; da molti anni dirige la rivista QualEnergia, edita da Legambiente e Kyoto Club. L’incertezza sembra essere il comune denominatore sociale di buona parte dell’Occidente. Abbandonare la transizione ecologica potrebbe essere un errore fatale. Sembrano essere passate ere geologiche dalla primavera del 2019 che vide il primo “Global Climate Strike”, promosso da Fridays for Future ispirato da Greta Thunberg. Oggi, nel 2025, a dieci anni dall’Accordo di Parigi, il clima sul clima è cambiato. Donald Trump ha dato il via a un disimpegno dell’Occidente circa i cambiamenti climatici, attaccando la scienza del clima alle fondamenta. L’uscita dall’Accordo di Parigi, la dichiarazione di guerra alla scienza e ai dati, non solo del clima, i tagli drastici alle rinnovabili, compreso il blocco a iniziative già avviate e la spinta alle fossili, hanno dato il via all’abbandono, da parte di aziende, di fondi d’investimento e istituzioni internazionali, della decarbonizzazione accelerata che non solo sarebbe necessaria, ma è diventata un obbligo assoluto se si vuole avere un futuro, vista la tendenza al rosso di tutti gli indicatori climatici. Ma ciò riguarda, per fortuna, solo l’Occidente. L’Asia, infatti, sembra aver capito che ormai la lotta alla CO2 – e quindi al cambiamento climatico – è, nei fatti, il fattore chiave del nuovo sviluppo economico, con la Cina che sembra aver compreso con chiarezza quale sarà il mercato del prossimo futuro: quello del Green. L’Occidente, invece, è posseduto da una sclerosi concettuale che gli impedisce di capire i nuovi paradigmi al punto da rifiutarli. Europa Il Vecchio Continente, infatti, è stato il think tank intellettuale dove si sono create le basi culturali e metodologiche dei nuovi paradigmi dello sviluppo sostenibile e nonostante ciò appare bloccato, stretto nella tenaglia fatta dall’azione e dal pragmatismo asiatico e dalla retroguardia sistemica dell’alleato (forse ex) d’oltre Atlantico. Un blocco che, unito alle crisi belliche della Palestina e dell’Ucraina, ha paralizzato l’Europa, che oggi è un continente dominato dall’incertezza. Il piano energetico europeo è divenuto in pochi anni indefinito, sfocato. Nella tassonomia del vecchio continente oggi ci sono le rinnovabili, il gas – come fonte di transizione, ma non si sa per quanto – e il nucleare. Come queste fonti possano coesistere in un unico mercato appare difficile immaginarlo. L’incertezza regna sovrana, specialmente sul fronte politico. Circa il conflitto Israele-Palestina la politica europea è stata assente, a parte la Spagna, addirittura a livello lessicale. Una parola come “genocidio” riferita alla guerra di Gaza è stata a lungo bandita dal lessico politico, anche quando è arrivata una definizione da parte delle Nazioni Unite. L’Asia ha scelto con decisione l’auto elettrica, mentre gli Stati Uniti di Donald Trump spingono per l’endotermico alimentato dalle fossili. E l’Europa rimane in mezzo al guado con la politica che avrebbe scelto la data di estinzione del motore a scoppio – il 2035 – ma che oggi sta valutando il rinvio se non l’azzeramento di questa opzione. Il tutto senza un filo di pensiero industriale sull’argomento, cosa che sta portando alla rovina le imprese del settore. I settori europei in queste condizioni sono molti, ma soprattutto ciò che deve preoccupare è l’effetto che può avere tutto ciò sui giovani. Incertezza sul clima, sull’economia, sulla geopolitica, sulle risorse, sull’energia, sui conflitti – con la possibilità d’essere arruolati –, per non parlare dell’incertezza sul lavoro, sono tutti fattori d’instabilità che possono minare la psicologia dei più giovani, orientandone le scelte verso forze politiche caratterizzate in senso antidemocratico che però sembrano rappresentare una, fallace, fine dell’incertezza. Quindi: Stati Uniti con la retromarcia senza nemmeno guardare nello specchietto, Europa ferma in corsia d’emergenza a motore spento e Asia in corsa con il turbo innestato. E in tutto ciò l’obiettivo climatico di 1,5°C al 2100 è già di fatto mancato. Benvenuti nell’Aporocene, Epoca nella quale l’incertezza diventa una fase storica. (dall’articolo di Sergio Ferraris, L’era dell’Aporocene, pubblicato su www.nextville.it; nella foto una locandina della rivista Qualenergia)
Un anno storico per la pallavolo italiana
Il 2025 può essere definito senza esagerazioni l’anno perfetto per la pallavolo italiana. Mai, nella sua storia, il nostro Paese aveva saputo concentrare in soli dodici mesi una tale quantità di successi, sia con le nazionali sia con i club. Un dominio tecnico, tattico e culturale, riconosciuto da tutto il mondo del volley. Nel massimo torneo europeo riservato ai club – la Champions League – l’Italia ha completato un en plein difficilmente ripetibile. Nel femminile la Imoco Conegliano ha conquistato il trofeo per il secondo anno consecutivo, vincendo – come l’anno prima – una finale tutta italiana: nel 2024 aveva superato Milano, nel 2025 ha sconfitto Scandicci, con Milano nuovamente sul podio. Le squadre femminili italiane, inoltre, hanno trionfato anche nelle altre due coppe europee con Novara e Roma. Nel maschile, la Sir Sicoma Monini Perugia ha completato la sua rincorsa al titolo continentale battendo in Polonia il Warta Zawiercie per 3-2, al termine di una delle finali più emozionanti dell’ultimo decennio. Finita la stagione dei club, a metà luglio è arrivata la terza Volleyball Nations League femminile in quattro anni, con l’Italia imbattuta da dodici mesi. Ma il mese davvero memorabile è stato settembre, quando le nazionali italiane hanno compiuto un’impresa forse irripetibile: la doppia vittoria del titolo mondiale, maschile e femminile, evento che nella storia era riuscito solo alle nazionali dell’URSS molti decenni fa. All’inizio di settembre, nelle Filippine, la nazionale femminile allenata da Julio Velasco ha difeso il titolo olimpico di Parigi conquistando il secondo oro mondiale consecutivo. In finale le azzurre hanno superato al tie-break la Turchia di Daniele Santarelli e della straordinaria Vargas, dopo una durissima semifinale vinta in rimonta contro il Brasile nonostante gli infortuni a Orro e Fahr. Trent’anni dopo l’inizio dell’epopea della Generazione dei Fenomeni, anche il volley femminile italiano ha trovato una sua “età dell’oro”. La replica maschile è arrivata alla fine del mese in Thailandia. L’Italia di Fefè De Giorgi, campione del mondo in carica, ha superato in finale una sorprendente Bulgaria allenata da Blengini (3-1), ex ct dell’Italia. Ma la partita simbolo del torneo era stata la semifinale: un perentorio 3-0 alla Polonia di Grbić, favorita della vigilia e guidata in campo dal cubano-polacco Leon. Nelle premiazioni finali, Alessia Orro e Alessandro Michieletto sono stati scelti come migliori atleti delle due manifestazioni; ma, come sempre,in questo magnifico sport di squadra a vincere è stato il gruppo. In anni difficili per molti sport di squadra italiani, il doppio trionfo mondiale e i risultati dei club rappresentano un segnale fortissimo per tutto il movimento. Il calcio maschile vive da tempo una lunga fase di declino, quello femminile è in crescita ma ancora distante dalle nazioni leader; il basket maschile alterna exploit e cadute, mentre quello femminile ha ritrovato competitività con il bronzo europeo. La pallanuoto resta una disciplina di tradizione e prestigio – l’unica insieme al volley a esprimere nazionali competitive in entrambi i settori – ma negli ultimi anni ha incontrato rinnovate difficoltà. Per questo motivo i risultati della pallavolo rappresentano molto più della somma delle medaglie: sono uno stimolo e un modello per un movimento enorme, con oltre 350.000 tesserati FIPAV e circa tre milioni di praticanti, e un possibile motore di rilancio per l’intero sport italiano (nella foto un murales di Roma dedicato a Paola Egonu)
Vivere con un tumore al seno metastatico
“Vivere con un tumore al seno metastatico significa convivere ogni giorno con una realtà che molti faticano a comprendere. Non è semplice spiegare la nostra condizione a chi non la vive, perché la maggior parte delle persone preferisce pensare alla malattia come a qualcosa di temporaneo: si sta male, si guarisce, senza stadi intermedi. Senza spazio per la complessità. Qualcosa, lentamente, si sta muovendo per cambiare questa narrazione, ma la rappresentazione della malattia nei media e nella letteratura spesso non fa che rafforzare l’immaginario comune: il malato è una persona che soffre (preferibilmente in silenzio). Il malato sta a letto e abbandona la vita sociale fino alla completa guarigione. Il malato non si vede per strada, non va a fare la spesa, sta lì e basta. E soprattutto non si diverte. Io non mi riconosco affatto in questa descrizione, perché vivo in quell’area grigia della malattia che per molti è un tabù troppo grande da gestire. Io esco di casa, vado al cinema, lavoro, viaggio, ogni tanto mi annoio, ogni tanto mi demoralizzo, soprattutto cerco di godermi ogni momento in cui i farmaci non mi fanno sentire troppo stanca. Insomma esisto, come tutte e tutti. La mia vita è scandita dalle visite in ospedale, dai giorni di terapia, dai controlli medici, ma il resto del tempo è per me stessa e le persone che amo. Cercare di spiegare questa condizione agli altri è così estenuante che spesso è più facile arrendersi e conformarsi all’immagine che gli altri vogliono avere di noi, finendo quasi per crederla vera. Per troppo tempo non ho cercato aiuto, perché la solitudine della malattia sembra chiudere ogni porta alla speranza di ritrovare un equilibrio. Ma, per mia fortuna, quest’anno ho incontrato Metadinamiche. Non credo di esagerare se dico che questa esperienza mi ha cambiato profondamente: in cinque giorni di viaggio ho imparato più su me stessa di quanto avessi fatto in quasi sei anni di malattia. Ho scoperto che l’uso delle terapie integrate è fondamentale per migliorare la qualità della vita e la risposta del corpo alle cure farmacologiche. Che troppo spesso mi sono sentita abbandonata perché ero la prima a non credere di farcela, invece dentro di me c’è una riserva di energie sconfinata. Ma il dono più grande è stato il legame di empatia e comprensione nato durante il cammino con le altre ragazze e con una straordinaria squadra di operatori: una forza che è arrivata proprio quando mi sembrava di non avere più le risorse mentali per prendermi cura di me con la giusta dose di leggerezza e compassione. Questi corpi che abbiamo sono preziosi e meritano di essere amati, anche nei loro limiti e nelle loro imperfezioni. Con Metadinamiche questa consapevolezza ha assunto una nuova dimensione: non c’è cura di sé senza cura dell’altro, perché nessuno si salva da solo” Il 13 ottobre, nella Giornata Nazionale di Sensibilizzazione per il Tumore al Seno Metastatico, l’attenzione si accende sui bisogni e le storie delle oltre 52.000 donne che in Italia vivono ogni giorno con questa diagnosi. l percorso di cura spesso si articola in fasi diverse, scandite da trattamenti che possono avere un impatto variabile sulla vita quotidiana. È un cammino personalizzato, che si modella giorno dopo giorno sulle esigenze cliniche e sul vissuto di ogni donna. A raccontarlo è Fedra, una giovane donna di 41 anni che convive con questa condizione dal 2023. Il progetto Metadinamiche – PERcorsi di benESSERE, nato da un’idea di Claudia Maggiore su iniziativa del Centro Komen Italia per i Trattamenti integrati in oncologia della Fondazione Policlinico Gemelli, e reso possibile dalla sinergia tra la Komen Italia e l’associazione Onconauti è un esempio virtuoso di come associare alle cure oncologiche standard le migliori risorse integrate disponibili. Questa integrazione si rende necessaria a partire dall’ascolto delle voci delle “metadinamiche”, che chiedono ai curanti una sempre maggiore attenzione alle possibili conseguenze e tossicità che i trattamenti antitumorali comportano e un ruolo più attivo nel percorso di cura. Un approccio olistico e basato su evidenze che aiuti la paziente metastatica, attraverso il supporto psicologico, gli stili di vita e terapie non farmacologiche a contenere gli effetti collaterali, favorire l’aderenza terapeutica e migliorare la qualità di vita. Il nome del progetto richiama la necessità di passare da una condizione “meta-statica” a un nuovo atteggiamento “dinamico” attraverso un viaggio dal duplice valore terapeutico: il percorso fisico e quello interiore per recuperare il benessere psicofisico e raggiungere un nuovo equilibrio. Passo dopo passo, pazienti oncologiche e operatori sanitari esperti in trattamenti integrati hanno percorso il cammino fianco a fianco, come una metafora del percorso di cura condiviso. Dopo il cammino in Salento nell’ottobre 2023, raccontato nel docufilm Metadinamiche, e quello in Abruzzo nell’ottobre 2024 testimoniato dalla mostra fotografica esposta a Palazzo Bonaparte a Roma, Metadinamiche 3.0 torna a farsi racconto vivo di condivisione: pazienti e operatori abbandonano gli spazi clinici, si mettono in cammino con lo zaino in spalla e percorrono insieme 40 chilometri sul Cammino Kalabria Coast to Coast, dallo Ionio al Tirreno. Un nuovo percorso con partecipanti provenienti da ogni parte d’Italia — Alessia, Fedra, Paola, Angela, Francesca, Manuela e Monica — che, oltre ai benefici del trekking in ambiente naturale, hanno sperimentato quotidianamente terapie complementari come yoga, meditazione, agopuntura, Qi Gong e riflessologia, ricevendo anche consulenze personalizzate su stili di vita salutari. (da www.komen.it)