Il modello norvegese: prima i bambini, poi i campioni

Il modello norvegese: prima i bambini, poi i campioni

Come può un Paese di appena 5,6 milioni di abitanti come la Norvegia ottenere grandi risultati sportivi in discipline tanto diverse? Una parte della risposta sembra trovarsi non nella ricerca precoce del talento, ma in una scelta quasi opposta: permettere ai bambini di giocare, sperimentare e praticare sport senza trasformarli troppo presto in piccoli atleti professionisti.  L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera l’attività fisica un elemento fondamentale per la salute e il benessere della popolazione. Nei bambini e negli adolescenti contribuisce allo sviluppo motorio e cognitivo, alla salute delle ossa, alla forma fisica e al benessere mentale. L’OMS raccomanda tra i 5 e i 17 anni una media di almeno 60 minuti al giorno di attività fisica da moderata a intensa e comprende esplicitamente, tra le forme di attività fisica, il gioco, lo sport e la ricreazione attiva. Il problema è che nel mondo circa l’80% degli adolescenti non raggiunge i livelli di attività fisica raccomandati. Promuovere lo sport nell’infanzia, quindi, non significa soltanto cercare i campioni di domani: è innanzitutto una questione di salute pubblica.                                           

Da diversi anni la Norvegia attira l’attenzione per risultati sportivi apparentemente sproporzionati rispetto alle dimensioni del Paese. La popolazione norvegese supera di poco i 5,6 milioni di abitanti, eppure la Norvegia non è soltanto una superpotenza degli sport invernali. Negli ultimi anni atleti e squadre norvegesi hanno raggiunto livelli internazionali elevatissimi anche nel calcio, nell’atletica leggera, nella pallamano, nel canottaggio e nel beach volley, oltre naturalmente allo sci di fondo, al biathlon e alle altre discipline nordiche. Come si spiega questa capacità di produrre atleti di altissimo livello in un Paese relativamente piccolo, situato all’estremo nord dell’Europa? Non esiste naturalmente una sola risposta. Ma uno degli elementi più interessanti del modello norvegese riguarda proprio il modo in cui viene concepito lo sport dei bambini. La Norvegia possiede una regolamentazione dello sport infantile piuttosto particolare. Le prime disposizioni specifiche risalgono al 1987, mentre nel 2007 il Norges idrettsforbund – la grande organizzazione che riunisce lo sport norvegese – ha adottato formalmente i Children’s Rights in Sports, i Diritti dei bambini nello sport, successivamente aggiornati. Il principio di fondo è semplice: nello sport infantile devono venire prima di tutto i bisogni del bambino. Partecipazione, sicurezza, amicizia, divertimento, possibilità di sperimentare e senso di padronanza delle proprie capacità sono considerati elementi centrali dell’esperienza sportiva. Questo non significa che in Norvegia ai bambini sia vietato competere fino ai 12 anni. Le regole sono più articolate. Le competizioni locali sono consentite già dai 6 anni; quelle regionali dai 9. Fino ai 12 anni, tuttavia, i bambini non possono partecipare a campionati nazionali, europei, mondiali o equivalenti. È una differenza importante: la competizione non viene eliminata, ma viene introdotta progressivamente, cercando di evitare che il risultato diventi troppo presto il centro dell’esperienza sportiva. Dietro queste regole c’è una concezione precisa dello sviluppo dell’atleta. L’obiettivo dello sport infantile non dovrebbe essere identificare il prima possibile chi è destinato a diventare campione. Al contrario, si cerca di creare condizioni nelle quali molti bambini possano rimanere attivi a lungo, sperimentare, sviluppare capacità motorie diverse e trovare progressivamente la disciplina più adatta alle proprie caratteristiche e motivazioni. Un bambino che eccelle nello sport a 10 anni non è necessariamente il campione di domani. Invece di chiedersi «Quale di questi bambini è il più forte?», il sistema sportivo norvegese prova a chiedersi «Come possiamo fare in modo che questi bambini continuino a praticare sport e a migliorare?». I risultati sulla partecipazione sono impressionanti. Secondo il Norges idrettsforbund, circa 9 bambini norvegesi su 10 tra i 6 e i 12 anni partecipano a una o più attività sportive. Altre rilevazioni indicano che circa il 93% dei bambini e dei giovani norvegesi partecipa o ha partecipato allo sport organizzato nel corso della crescita. Naturalmente il modello non è privo di problemi. Anche in Norvegia esiste un forte abbandono sportivo durante l’adolescenza, soprattutto a partire dai 13 anni, e le stesse organizzazioni sportive norvegesi riconoscono l’esistenza di barriere economiche e sociali alla partecipazione. Ma è proprio l’ampiezza della base iniziale a rappresentare uno dei punti di forza del sistema.                                                             

C’è poi un elemento che supera i confini dello sport organizzato: il friluftsliv, termine norvegese traducibile approssimativamente come “vita all’aria aperta”. Non si tratta di una disciplina sportiva, ma di una tradizione culturale profondamente radicata: camminare nei boschi e sulle montagne, sciare, trascorrere tempo nella natura e vivere gli spazi aperti durante tutto l’anno. Il governo norvegese considera esplicitamente il friluftsliv una risorsa per la salute pubblica e la qualità della vita e individua bambini, giovani e persone poco attive tra i gruppi prioritari delle proprie politiche in questo campo. Sarebbe però troppo semplice attribuire i successi internazionali della Norvegia soltanto allo sport infantile.Quando gli atleti arrivano verso l’alto livello, il sistema norvegese diventa estremamente sofisticato, grazie anche alle notevoli risorse finanziarie di cui dispone. Stiamo parlando della nazione col PIL pro capite più alto al mondo (The Economist), dovuto soprattuto allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi del Mare del Nord e all’esportazione di petrolio e gas. Dal 1989 opera Olympiatoppen, la struttura che si occupa dello sviluppo dello sport d’élite. Il modello punta sulla collaborazione tra federazioni, allenatori, scienze dello sport e competenze provenienti da discipline diverse. La Norvegia, dunque, non rinuncia alla selezione né all’altissima prestazione. Semplicemente cerca di collocarle nel momento appropriato del percorso. Prima costruisce una base molto ampia. Poi permette ai giovani di svilupparsi. Infine concentra competenze e risorse su chi possiede capacità e motivazioni per arrivare in alto. In molti sistemi sportivi la piramide, invece, viene costruita selezionando molto presto: pochi bambini vengono identificati come promettenti e ricevono progressivamente maggiori opportunità, mentre gli altri finiscono ai margini, abbandonando.

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Biologo Nutrizionista

Laureato in Scienze biologiche (110/110 e lode) all’università La Sapienza di Roma, iscritto all’Ordine Nazionale dei Biologi (n. 050515), membro dell’Associazione Biologi Nutrizionisti Italiani (ABNI), di Slow Food.

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