Terza età posticipata
La Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) ha proposto qualche mese fa di aggiornare il concetto di anzianità. Secondo la Società: “Un 65enne di oggi ha la forma fisica e cognitiva di un 40-45enne di 30 anni fa e un 75enne quella di un individuo che aveva 55 anni nel 1980″. Pertanto, concludono i gerontologi, va portata a 75 anni l’età per definire una persona come anziana. Anche l’auto-percezione dell’età sta notevolmente cambiando. Da un’indagine presentata alla London School of Economics, 2/3 degli oltre 12.000 over 65 intervistati in diversi Paesi, hanno dichiarato di non sentirsi affatto anziani, e addirittura 4 su 10 pensano che la vecchiaia inizi veramente dopo gli 80 anni. La proposta della SIGG sembra coerente con ciò che demografi e gerontologi osservano da anni: non stiamo solo vivendo più a lungo – oltre 20 in più di longevità anni dagli inizi del ‘900 – ma il processo di invecchiamento è più lento e con migliori riserve fisiche e cognitive.
Da alcuni decenni esiste un corposo filone di ricerche internazionali che conferma lo spostamento in avanti della soglia alla quale si può definire “anziana” una persona. I demografi Warren Sanderson e Sergei Scherbov, ad esempio, hanno proposto il concetto di età prospettica (prospective age), una visione del percorso di vita nella quale non si misura la vecchiaia dagli anni vissuti, ma dall’aspettativa di vita residua e dalle capacità funzionali. In questo modo si diventerebbe anziani quando la speranza di vita residua scende sotto i 15 anni. In Italia e in molti Pesi europei questo significherebbe un ingresso nella “terza età” oltre i 70–75 anni, come proposto dalla SIGG. Altre ricerche internazionali indicano un guadagno di 10–15 anni di funzionalità rispetto alle generazioni precedenti. Analisi longitudinali su popolazioni europee del Max Planck Institute for Demographic Research mostrano che le persone di 70 anni hanno oggi forza muscolare, velocità del cammino, vista, udito e capacità cognitive paragonabili a quelle che avevano le persone di 60 anni degli anni ‘80 e ‘90. Si parla, quindi, di decade biologica persa o di persone biologicamente più giovani (biologically younger) . Anche il più grande studio europeo degli ultimi anni (EPIC) ha rilevato nella fascia d’età 60–75 anni di oggi pressione arteriosa media più bassa, migliore funzionalità respiratoria, minor prevalenza di disabilità rispetto alla stessa fascia di età di 30 anni fa. In Finlandia hanno messo a confronto la memoria, le capacità cognitive e di ragionamento dei 70enni di oggi e di quelli di 30 anni fa (Finnish Longitudinal Study of Aging) ottenendo risultati significativamente migliori nella fascia attuale. L’ultimo grande studio è quello della Stanford University nel quale si osserva uno spostamento in avanti di 7-12 anni dell’insorgenza delle principali malattie croniche, come diabete di tipo 2, patologie cardiovascolari e osteoartrosi.
In sintesi le ricerche convergono su alcuni punti chiave. Per prima cosa, l’invecchiamento cronologico non coincide più con l’invecchiamento biologico-funzionale. La vera anzianità, infatti, si manifesta oggi in media dopo i 75 anni. Avere 70 anni oggi, pertanto, spesso corrisponde ai 60 anni di 30–40 anni fa. L’età percepita dalle persone, infine, coincide con i dati biologici, segno che lo slittamento è reale e non solo statistico. Anche l’OMS propone di valutare l’invecchiamento per capacità intrinseche e non per età (Healthy Aging Framework), per cui la soglia cronologica diventa un indicatore sempre meno attendibile. (nella foto un gruppo di atleti over 60 dopo una partita di pallavolo)
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