Troppo dolce, troppo grasso e troppo salato: questa la caratteristica di gran parte del cibo-spazzatura presente nei fast-food e negli scaffali dei supermercati. Nei centri di ricerca dell’industria alimentare si studia come provocare quello stato di appagamento che spinge ad un consumo compulsivo di un alimento: lo chiamano il “punto di beatitudine”, in inglese bliss point. I colossi alimentari e le catene di fast-food mettono nei loro prodotti il quantitativo esatto di zucchero, grassi, sale capace di generare nei centri del piacere del consumatore un bisogno incontrollabile a ripetere l’esperienza. Con meccanismi neurologici non molto diversi da quelli delle sigarette e della altre droghe scatta una forma di dipendenza che permette di vendere quantitativi enormi di patatine, merendine, snack salati, prodotti da forno e altro ancora. A questi tre eccessi nel nostro modo di mangiare (troppo dolce, troppo grasso, troppo salato) va necessariamente aggiunto il quarto eccesso: troppe proteine. La nostra alimentazione iperproteica prevede troppe proteine animali – rispetto a quelle vegetali- e troppa carne rossa e troppe carni conservate – rispetto ai modesti consumi di pesce di mare. Eppure nel più importante studio di popolazione degli ultimi anni (studio EPIC, 2005) il consumo di carne è fortemente associato al cancro del colon-retto: con due etti di carne al giorno – un consumo anomalo in Italia ma quasi normale in altri paesi o in certe fasce di popolazione – il rischio di tumore dell’intestino è doppio. Nei nostri pasti oltre al troppo c’è anche il troppo poco. Il pensiero corre alle porzioni di frutta e verdura. Quanti riescono a mangiarne effettivamente le 5 o 7 raccomandate? Eppure con questi prodotti vegetali si abbattono i rischi di moltissime malattie, si riduce il peso e lo si mantiene, si contrasta l’eccesso di cibi acidificanti (formaggi e carni in particolare) e di cibi con alto tenore di sodio (formaggi, salumi, prodotti da forno). In Europa gli esperti del Codice Europeo contro il Cancro (ECAC) hanno tradotto tutti questi “troppo” in un semplice elenco di comportamenti protettivi. La prima indicazione è quella di eliminare il tabacco e fare in modo che nessuno fumi intorno a noi, per l’estrema pericolosità del fumo passivo; la seconda riguarda il troppo alcol che molti bevono senza preoccupazioni: l’Ecac invita a ridurre al minimo il consumo di alcol; per la troppa sedentarietà c’è la raccomandazione a fare tutti i giorni 30’ di esercizio fisico, mantenendo un peso corporeo sano (né troppo magri né troppo grassi). Sull’alimentazione otto consigli per stare in salute e ridurre il rischio di cancro: 1) consumare cereali integrali (pane, pasta e riso); 2) consumare legumi (quotidianamente come fonte di proteine e di fibre); 3) consumare verdure e frutta; 4) limitare i cibi molto calorici (ricchi di zucchero e grassi); 5) limitare le carni rosse; 6) limitare i cibi ricchi di sale; 7) evitare le bevande zuccherate (aranciate, Coca Cola e simili);8) evitare le carni conservate. L’ultimo troppo dei nostri giorni riguarda quelle persone – il cui numero sembra in costante aumento – troppo preoccupate dalla ricerca di un’alimentazione sana; in analogia all’anoressia – che rifiuta il cibo in quanto tale – si è coniato il termine ortoressia, per indicare un disturbo alimentare (DCA) che rifiuta il cibo che presenti qualsiasi tipo di rischio chimico o biologico. Appare evidente che oggi è difficilissimo alimentarsi senza correre rischi, ma il rischio di un’impossibile alimentazione sana e genuina al 100{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} è quello di mangiare solo le 3, 4 cose da produzioni controllate. Che fare, allora? La risposta io personalmente l’ho trovata tanti anni fa nelle parole di Gregory Bateson, uno dei grandi della biologia e della scienza del ‘900. La sua visione del mondo mi sembra sempre più valida sia nel mio lavoro di nutrizionista sia nelle scelte – alimentari e non – che quotidianamente compio. La natura – diceva Bateson – non ama né troppo né troppo poco: la natura ama le quantità ottimali. (11-2016, nella foto una conferenza del prof. Berrino)
Dieta per la celiachia
La celiachia o malattia celiaca è una condizione conosciuta da molto tempo ma esplosa solo negli ultimi decenni. Nel passato era poco frequente, soprattutto per due motivi. Il primo fattore che la limitava era il lungo allattamento materno, grazie al quale i bambini iniziavano a mangiare i cereali con l’intestino ben sviluppato e maturo. L’altro fattore limitante erano le tante parassitosi intestinali che fornivano un bersaglio naturale al nostro sistema immunitario, riducendo fortemente le malattie autoimmunitarie, patologie in cui il nostro organismo produce difese contro propri componenti. Oggi la celiachia è molto frequente, con una percentuale di popolazione colpita di circa l’1%; secondo l’Associazione Italiana Celiachia (AIC) ai circa 200.000 pazienti celiaci già diagnosticati – 2/3 dei quali sono donne – andrebbero aggiunte altre 400.000 persone inconsapevoli della loro condizione, per un totale nel nostro Paese di 600.000 celiaci. La celiachia può essere definita un’intolleranza permanente al glutine, in particolare alle prolamine (che nel grano prendono il nome di gliadine), le principali componente proteiche del glutine; il glutine si forma durante l’impasto con acqua della farina di molti cereali di uso comune, come grano (compresa la varietà kamut), farro, orzo, segale e avena. Il problema che scatena la reazione immunitaria è il mancato assorbimento del glutine a livello intestinale; questo produce un complesso meccanismo che alla fine porta a un’infiammazione cronica dell’intestino con rarefazione o scomparsa dei villi intestinali. Il risultato finale è il malassorbimento di nutrienti e il conseguente rischio di malnutrizione. Le principali conseguenze del malassorbimento legato alla celiachia sono la diarrea e la presenza di sostanze grasse non digerite nelle feci (steatorrea); se la celiachia inizia presto sono possibili riduzioni di peso e ritardi nell’accrescimento. Una volta formulata la diagnosi di celiachia, l’unica terapia è un’alimentazione priva di glutine, l’unica che permette la scomparsa di tutti i sintomi. A partire dal 2005 in Italia una legge garantisce alle persone celiache il diritto di avere un pasto senza glutine (gluten free) in tutte le mense pubbliche. Attualmente la spesa complessiva in Italia per gli alimenti senza glutine è di circa 150 milioni di euro, 130 dei quali nel circuito farmaceutico e 20 nella grande distribuzione (con i soli marchi COOP ed Esselunga di Firenze che permettono di accedere gratuitamente ai prodotti gluten free). Mangiare senza glutine è possibile, ma non facile, soprattutto in Italia, per le nostre particolari tradizioni alimentari. In particolare gli adolescenti possono vivere una sensazione di diversità per il fatto di non poter mangiare pasta e pane, biscotti, pizza e quasi tutti gli alimenti confezionati, dalle merendine alle torte. In realtà, ormai esistono sul mercato delle varianti prive di glutine che portano la sigla degli alimenti senza glutine (la spiga sbarrata). La dieta senza glutine deve essere rigorosa, poiché bastano piccolissime quantità di glutine per far ripresentare i sintomi della malattia, e deve essere fatta per tutta la vita. L’AIC ha redatto un prontuario degli alimenti permessi (circa 1800) e di quelli da evitare: la guida viene aggiornata ogni anno. Sul sito dell’associazione www.celiachia.it si possono trovare anche gli indirizzi dei ristoranti e delle gelaterie gluten free. Al momento sono circa 1200 le strutture di ristorazione dove chi è celiaco può mangiare in sicurezza (nella foto Riposo al raccolto di Van Gogh, 1890) (2018)
Integratori e stili di vita
Integratori: servono davvero? Da che cosa dipende il loro spazio sempre maggiore negli scaffali delle farmacie? Sicuramente dal fatto che sono prodotti di successo; da diversi anni la diffusione e le vendite degli integratori sono in costante aumento. Uno statunitense su due ed un italiano su tre li acquista, pensando di riceverne beneficio. Ma è proprio così? In un immenso mercato da 30 miliardi di dollari e 90.000 prodotti – per parlare dei soli Stati Uniti – è importante fare chiarezza sui reali benefici ed eventuali rischi di queste “pillole della salute”. Iniziamo dagli integratori dimagranti, ossia contenenti principi attivi per perdere peso. In questo settore la ditta Pool Pharma, titolare dei vari prodotti Kilocal, fa la parte del leone con le sue martellanti camapagne pubblicitarie supportate da Fiordaliso e altri testimonial. Pochi giorni fa Kilocal ha ricevuto la settima censura dall’autorità che controlla la correttezza dei messaggi pubblicitari: 200.000 euro di multa per l’ennesimo messaggio di pubblicità ingannevole per prodotti inutili e inutilmente costosi. Un altro segmento di mercato in forte ascesa è quello dei prodotti per aumentare la massa magra (i muscoli). Aminoacidi ramificati e proteine, creatina e carnitina sono piuttosto in voga tra chi aspira ad emulare i muscoli di Arnold Schwarzenegger e dei tanti culturisti che praticano le palestre. Quello che accomuna tutti questi integratori, però, è la loro assoluta inutilità: il fabbisogno proteico di chi fa sport o va in palestra è ampiamente soddisfatto dalle fonti naturali di queste molecole. Pesci e carni, cereali e legumi, uova e frutta secca dovrebbero far parte dell’alimentazione di chi frequenta le palestre e sono decisamente più gradevoli ed economiche di una bustina da sciogliere in acqua. Il terzo grande comparto degli integratori è quello dei supplementi di vitamine e minerali. Si tratta di prodotti apparentemente più giustificabili dei precedenti e su di essi l’autorevole rivista medica Jama ha appena pubblicato un’ampia rassegna degli studi disponibili sui loro possibili effetti. Come già si sapeva da tempo, dalla ricerca non è emerso nessun beneficio evidente legato all’uso degli integratori nella popolazione generale. Gli integratori – scrivono gli autori – non servono neanche alla prevenzione di alcune malattie croniche, rispetto alle quali viceversa tanto possono stili di vita sani. Inoltre, si legge nell’articolo, non va trascurato un possibile aumento di mortalità, tumori e infarto legato ad un uso eccessivo di beta carotene, acido folico, vitamina E, selenio. Integratori tutti da buttare allora? Naturalmente no. In gravidanza ferro e acido folico sono indispensabili, così come la vitamina B 12 nelle diete vegane. Ci sono poi specifiche malattie – anemie, osteoporosi, infiammazioni croniche intestinali, (rare) carenze vitaminiche, per citarne alcune – nelle quali introdurre supplementi di vitamine o minerali è corretto e apporta benefici. Ma si tratta di casi molto limitati rispetto al dilagare della moda attuale. Una tendenza che risponde al bisogno di “scorciatoie”, di soluzioni facili e rapide per risolvere i problemi di salute. Uno dei massimi esperti mondiali in questo campo è il professor Silvio Garattini, fondatore dell’Istituto Mario Negri. Qualche giorno fa, intervistato dall’Espresso sull’argomento, ha detto: “Nessuno dice che gli integratori non fanno nulla: basterebbe cambiare stile di vita per stare meglio”. Appunto. (2-2018)
Razzismo e Olimpiadi
Razzismo e sport: sembrano due parole in antitesi. Il mondo dello sport, però, non è mai stato un mondo isolato: episodi di razzismo e discriminazioni razziali sono stati presenti in tutto lo sport del ‘900. I Giochi Olimpici di Saint Louis del 1904 – ad esempio – sono passati alla storia come le Olimpiadi della vergogna per la sezione di gare riservate dagli organizzatori a quelle che venivano considerate “razze inferiori”: Inuit, Pigmei, Mongoli, Pellerossa si esibirono in gare ridicole durante le Giornate Antropologiche. Il barone De Coubertin non era certo un progressista, ma ne provò imbarazzo per tutta la vita e oggi sarebbe finalmente ora di annullare tutti i risultati di quella pessima pagina di razzismo americano. Negli anni ’20 negli USA in Virginia fu approvato il Racial Integrity Act, che imponeva la registrazione razziale di ogni persona alla sua nascita e vietava i matrimoni misti tra bianchi e non bianchi (resterà in vigore fino al 1967); negli anni ’30 decine di migliaia di sostenitori del Ku Klux Klan – associazione di razzisti con frange criminali – marciavano su Washington per mostrare la forza dell’organizzazione. Alle Olimpiadi di Berlino del 1936 il nero statunitense Jesse Owens vinse quattro medaglie d’oro in sette giorni: 100 metri (3 agosto), salto in lungo (4 agosto), 200 metri (5 agosto) e staffetta 4×100 (9 agosto). Da notare che ai neri come Owens era impedito partecipare a sport di squadra come basket, football e baseball, che avevano campionati riservati ai bianchi. Tutti credono che Hitler, infuriato per la sconfitta degli atleti ariani, abbia fatto in modo di non incontrare Owens; in realtà, secondo la figlia Marlene, il campione americano non si sentì snobbato da Hitler, mentre fu profondamente ferito dal fatto che Franklin Delano Roosevelt, il presidente americano dell’epoca, non l’avesse ricevuto alla Casa Bianca. Owens, infatti, si vide annullato un appuntamento da Roosevelt, impegnato nelle elezioni presidenziali del ‘36 e preoccupato della reazione che avrebbero avuto gli Stati del Sud. Roosevelt verrà rieletto e Owens dovrà aspettare 19 anni per vedere riconosciuta la sua impresa sportiva. Nel 1948 il Sudafrica istituì il regime razzista dell’apartheid con la completa separazione tra i bianchi dominanti e la maggioranza della popolazione nera; tra bianchi e neri furono vietati i matrimoni misti e i rapporti sessuali; in ambito sportivo ai neri fu impedito la partecipazione allo sport dei bianchi (il rugby); ci vollero ben 15 anni per prendere provvedimenti contro i razzisti bianchi sudafricani: nel 1963 vi fu la sospensione dal calcio internazionale, nel 1964 l’esclusione dalle Olimpiadi di Tokyo, nel 1970 – finalmente – l’espulsione dal Comitato Olimpico Internazionale e il boicottaggio di qualunque attività sportiva internazionale; al Sudafrica razzista fu impedito di partecipare a 7 edizioni delle Olimpiadi e fu riammesso solo a Barcellona nel 1992, dopo la liberazione di Nelson Mandela nel 1990. L’edizione delle Olimpiadi di Città del Messico del 1968 è tuttora ricordata per il gran numero di record stabiliti. Ma non ci furono solo i primati. Dieci giorni prima dell’inizio dei Giochi il governo fece una strage, uccidendo 300 studenti che protestavano nella Piazza delle Tre Culture. L’altro grande evento non sportivo avvenne durante la premiazione dei 200 metri piani; Tommie Smith ottenne oro e record mondiale con 19’’83, il suo connazionale John Carlos arrivò terzo; i due velocisti neri statunitensi nel podio alzarono il pugno chiuso guantato in nero in segno di protesta contro il razzismo e a favore del “black power” (il potere nero); il giorno dopo Lee Evans, medaglia d’oro con primato del mondo (43’’86), insieme a Larry James e Ron Freeman, secondo e terzo nei 400 metri, salirono sul podio a piedi nudi, con il pugno alzato e con il basco scuro delle Pantere nere. Gli atleti neri autori della clamorosa protesta furono espulsi dal villaggio olimpico e sospesi dalla Federazione americana, ma il loro gesto è ancora oggi il simbolo di quelle olimpiadi. Nel 1976 alle Olimpiadi di Montreal, la sera prima della sfilata inaugurale quasi tutti gli stati africani, decisero per un boicottaggio di massa (con l’eccezione di Senegal e Costa d’Avorio) per protestare contro la presenza ai Giochi della Nuova Zelanda che intratteneva rapporti sportivi nel rugby con i razzisti sudafricani. Il numero delle nazioni partecipanti calò notevolmente – dai 121 di Monaco a 92 – e i podi dell’atletica furono falsati dall’assenza dei grandi atleti africani del fondo, che avevano iniziato a dominare tutte le specialità, dagli 800 ai 10.000 metri. E oggi? Il crescente razzismo delle curve calcistiche – il calcio è lo sport più diffuso al mondo – non promette niente di buono. Nel calcio moderno gli episodi di razzismo sono numerosissimi. L’uruguaiano Suárez (del Liverpool) è stato squalificato per insulti razzisti a Patrice Evra nel 2011, l’italiano Balotelli è stato per anni vittima di cori razzisti in Italia e in Europa, il francese Koulibaly è stato insultato durante la partita Napoli–Inter. Lo sport e la scuola saranno, pertanto, sempre più importanti nei prossimi anni per fermare possibili rigurgiti razzisti, nello sport e nella società (nella foto un documentario USA su Jesse Owens)
Diete senza glutine
Diete senza glutine, l’ultima tendenza del variopinto universo delle diete alla moda. Gwyneth Paltrow, Victoria Beckham, Kim Kardashian e Lady Gaga, milionarie star dello spettacolo, sono tutte fautrici della dieta senza glutine, e nessuna di loro è celiaca. Il loro esempio è stato contagioso ed oggi circa il 10% dei cittadini europei segue una dieta totalmente, parzialmente o occasionalmente senza glutine (in inglese gluten-free) senza averne bisogno. Un’alimentazione priva di glutine è, invece, indispensabile a quei circa 200.00 italiani con la diagnosi di celiachia, condizione cronica in cui l’alimentazione è l’unica terapia disponibile; altri 400.000 italiani probabilmente nel corso della loro vita scopriranno di essere celiaci, arrivando così ad un totale di 600.00 persone, ossia l’1% della popolazione. Ma che pensare degli altri milioni di italiani che in questi anni, in numero sempre crescente, hanno intrapreso una dieta gluten-free senza una diagnosi di celiachia? Molti di loro sono convinti di essere intolleranti al glutine, altri ritengono invece che il proprio regime alimentare diventi più salutare eliminando cibi con glutine, altri infine pensano che mangiare senza glutine faccia anche perdere peso. Vediamo i dati oggi disponibili per ognuna di queste tre situazioni. Uno studio pubblicato dal Medical Journal of Australia ha preso in esame persone che sostenevano di avere problemi di salute legati all’assunzione di glutine (dolori addominali e gonfiore di stomaco, nausea, mal di testa, riniti allergiche, depressione e altro). Al termine di una serie di esperimenti in cui si somministrava glutine o placebo, senza farlo sapere ai partecipanti, solo un ristretto numero di persone (1 su 6) ha potuto mettere in relazione i sintomi dell’intolleranza all’effettiva assunzione di glutine. Per gli altri i sintomi erano legati alla consapevolezza di ciò che mangiavano. Un altro studio, pubblicato sul British Medical Journal, ha riguardato quasi 100.000 uomini e donne in un arco di tempo di 26 anni. Dalla laboriosa indagine è emerso che il consumo di glutine non è in alcun modo associato a un aumento del rischio per le malattie cardiovascolari, mentre sembra esserlo il consumo di alimenti senza glutine, probabilmente per la riduzione in questi alimenti delle fibre, efficaci agenti di prevenzione cardiovascolare. Il terzo studio, presentato al congresso della European Society for Pediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition, ha messo a confronto oltre 650 diversi cibi senza glutine con altrettanti prodotti normali, appartenenti a categorie come pasta, biscotti, pane, cereali per la colazione e piatti pronti. Dall’analisi dei due gruppi si è visto che il pane senza glutine – alimento di consumo quotidiano – ha in media il doppio dei grassi rispetto a quello tradizionale. Discorso analogo per biscotti e altri prodotti da forno: più grassi, meno proteine e meno fibre, con possibili rischio di sovrappeso e diabete (per l’elevato indice glicemico). In caso di celiachia si tratta di rischi accettabili e facilmente compensabili – ad esempio, con l’aumento del consumo di vegetali – ma senza una diagnosi precisa il ricorso a cibi senza glutine non apporta alcun beneficio, non fa assolutamente perdere peso e anzi potrebbe predisporre ad alcune malattie. L’ultimo aspetto da non trascurare è che mangiare senza glutine è carissimo, dato che i prodotti specifici sono 17 volte più costosi di quelli tradizionali, senza apportare alcun beneficio dimostrabile. In conclusione, l’adozione di una dieta priva di glutine nei non celiaci è una moda costosa e inutile, da sconsigliare a chiunque non ne abbia una reale necessità. (1-2018)
Dieta mediterranea e reddito
Da oltre mezzo secolo tutto il mondo scientifico riconosce alla dieta mediterranea un valore protettivo per le principali patologie contemporanee: malattie cardiovascolari e tumori, diabete e dislipidemie, demenze senili. Da alcuni anni, peraltro, aumentano le evidenze sul ruolo decisivo del reddito delle persone nel determinare il loro stato di salute (si parla, infatti, di determinanti sociali di salute). Dato che sia le nostre scelte alimentari sia le nostre possibilità economiche influenzano le nostre condizioni di salute, è interessante vedere la relazione esistente tra il cibo che compriamo e la sua la qualità. Lo studio condotto dall’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico IRCCS Neuromed su circa 25.000 cittadini, residenti in Molise, ha cercato di capire quale sia l’importanza della qualità del cibo, indagando sui fattori ambientali e genetici alla base delle malattie cardiovascolari e dei tumori. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista International Journal of Epidemiology e hanno suscitato un discreto clamore. Vediamo perché. La ricerca ha dimostrato che mangiare gli alimenti base della dieta mediterranea non basta, dato che si è osservato una riduzione del rischio delle malattie cardiovascolari solo nelle persone che avevano un livello di istruzione elevato un reddito familiare più consistente. Pochi benefici significativi, invece, per le classi sociali più deboli, nonostante il consumo di quantità simili di verdura, frutta e cereali. I ricercatori hanno spiegato che, a parità di consumo dei prodotti tipici della dieta mediterranea, le scelte alimentari delle persone con alto reddito e livello di istruzione maggiore, sono più valide dal punto di vista nutrizionale. Chi ha più risorse economiche, ad esempio, consuma una maggior varietà di frutta e verdura (probabilmente non facendosi influenzare dal prezzo), preferisce cereali integrali, pesce e frutta secca a guscio (a discapito di carne e derivati) ed, infine, utilizza metodi di cottura degli alimenti più salutari (a vapore, lessatura). Che cosa ci insegna questo studio? Ci insegna che oggi mangiare cibi protettivi è importante ma non è sufficiente. Cereali integrali e legumi, frutta e verdura, pesce e olio d’oliva fanno bene – oggi come 50 anni fa – ma devono essere scelti da produttori affidabili, perché troppo spesso il cibo di fascia bassa costa poco per la scarsa qualità nutrizionale legata al percorso che lo fa arrivare sulle nostre tavole (la cosiddetta “filiera produttiva”). Mangiare male, purtroppo, costa tanto nel lungo periodo: ormai pesa sulla nostra salute quasi quanto fumare o non praticare alcuna attività fisica. (11-2017)
Dieta mediterranea e cibo di qualità
Dieta mediterranea e cibo di qualità, l’uno senza l’altro non sembra funzionare. Da oltre mezzo secolo tutto il mondo scientifico riconosce alla dieta mediterranea un valore protettivo per le principali patologie contemporanee: malattie cardiovascolari e tumori, diabete e dislipidemie, demenze senili. Da alcuni anni, peraltro, aumentano le evidenze sul ruolo decisivo del reddito delle persone nel determinare il loro stato di salute. Dato che sia le nostre scelte alimentari sia le nostre possibilità economiche influenzano le nostre condizioni di salute, è interessante vedere la relazione esistente tra il cibo che compriamo e sua la qualità. Lo studio condotto dall’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico IRCCS Neuromed su circa 25.000 cittadini, residenti in Molise, ha cercato di capire quale sia l’importanza della qualità del cibo, indagando sui fattori ambientali e genetici alla base delle malattie cardiovascolari e dei tumori. I risultati dello studio – chiamato Moli-sani – sono stati pubblicati sulla rivista International Journal of Epidemiology e hanno suscitato un discreto clamore. Vediamo perché. La ricerca ha dimostrato che mangiare gli alimenti base della dieta mediterranea non basta, dato che si è osservato una riduzione del rischio delle malattie cardiovascolari solo nelle persone che avevano un livello di istruzione elevato un reddito familiare più consistente. Pochi benefici significativi, invece, per le classi sociali più deboli, nonostante il consumo di quantità simili di verdura, frutta e cereali. I ricercatori hanno spiegato che, a parità di consumo dei prodotti tipici della dieta mediterranea, le scelte alimentari delle persone con alto reddito e livello di istruzione maggiore, sono più valide dal punto di vista nutrizionale. Chi ha più risorse economiche, ad esempio, consuma una maggior varietà di frutta e verdura (probabilmente non facendosi influenzare dal prezzo), preferisce cereali integrali, pesce e frutta secca a guscio (a discapito di carne e derivati, anch’essi presenti nel modello mediterraneo ma meno protettivi) e, infine, utilizza metodi di cottura degli alimenti più salutari (a vapore, lessatura). Che cosa ci insegna questo studio? Ci insegna che oggi mangiare cibi protettivi è importante ma non è sufficiente. Cereali integrali e legumi, frutta e verdura, pesce e olio d’oliva fanno bene – oggi come 50 anni fa – ma devono essere scelti da produttori affidabili, perché troppo spesso il cibo di fascia bassa costa poco per la scarsa qualità nutrizionale legata al percorso che lo fa arrivare sulle nostre tavole (la cosiddetta “filiera produttiva”). Mangiare male, purtroppo, costa tanto nel lungo periodo: ormai pesa sulla nostra salute quasi quanto fumare o non praticare alcuna attività fisica. (11-2017)
Economia e capitale per Thomas Piketty
“Nel libro Il capitale del XXI secolo (Bompiani, 2014) ho cercato di scrivere la storia del capitale a partire dal XVIII secolo e di trarne insegnamenti per il futuro. La questione della distribuzione delle ricchezze è troppo importante per essere lasciata solo agli economisti, agli storici e ai filosofi”. “Io dimostro che quando il tasso di rendimento del capitale supera significativamente e durevolmente il tasso di crescita è quasi inevitabile che i patrimoni ereditati prevalgano ampiamente su quelli costituiti nel corso di una vita di lavoro e che la concentrazione del capitale raggiunga livelli estremamente elevati e potenzialmente incompatibili con i valori meritocratici e i principi di giustizia sociale che sono alla base delle società democratiche moderne”. “La disuguaglianza tra rendita del capitale e crescita economica non ha niente a che vedere con le “imperfezioni” del mercato. Al contrario: più il mercato del capitale è “perfetto”, nel senso degli economisti, più essa ha possibilità di verificarsi, soprattutto quando la crescita si abbassa durevolmente. Per certi versi le disuguaglianze attualmente sono maggiori che nel 1913″. “Eugène Schueller nel 1909 inventa tinture per capelli che faranno la fortuna de L’Oréal. Nel 2013 sua figlia Liliane Bettencourt è ancora una delle persone più ricche del mondo, pur non avendo mai lavorato. Esattamente come Bill Gates, la cui ricchezza è passata da 4 a 50 miliardi. Questo caso estremo illustra un fenomeno più generale: oltre una certa soglia, la ricchezza si riproduce da sola a un ritmo molto più rapido della crescita economica”. “La nuova economia-mondo è portatrice al tempo stesso di immense speranze – la fine della povertà – e altrettanto immensi squilibri – individui ricchi come Paesi. Che la ricchezza iniziale sia stata costruita col petrolio o l’alluminio, con la cosmetica o col software, alla fine importa abbastanza poco”. “La struttura delle disuguaglianze nel XXI secolo potrebbe assumere una forma ancora più violenta che nei secoli precedenti. In futuro ci si potrebbe ritrovare a coniugare i difetti dei due mondi, con il ritorno di fortissime disuguaglianze patrimoniali da un lato e disuguaglianze salariali esacerbate e non giustificate in termini di merito e di produttività dall’altro”. “L’analisi marxista conserva su parecchi punti una certa pertinenza. Marx parte da un problema vero (una inverosimile concentrazione di ricchezze durante la rivoluzione industriale e la prima metà del XIX secolo, in particolare nel Regno Unito e in Francia) e cerca di trovare una risposta, con i mezzi di cui dispone: ecco un approccio a cui gli economisti di oggi farebbero bene a ispirarsi”. “L’imposta progressiva sul reddito è stata la grande innovazione fiscale del XX secolo”. “L’imposta progressiva sul capitale potrebbe giocare un ruolo analogo nel XXI secolo. È l’istituzione adeguata a permettere alla democrazia e all’interesse generale di riprendere il controllo degli interessi privati e delle dinamiche non egualitarie all’opera, pur preservando l’apertura economica e le forze della concorrenza, respingendo i rigurgiti nazionalisti, protezionisti e identitari”. “Piuttosto che continuare a liberalizzare ancora di più gli scambi commerciali proprio quando non sono mai stati così liberi, ecco un obiettivo molto più utile che il futuro trattato euro-americano potrebbe darsi: un’imposta minima sul capitale basata su un vero catasto finanziario mondiale”. (dall’intervista a Thomas Piketty di Francois Armanet e Jean-Gabriel Fredet, Le Nouvel Observateur, 18-02-2014)
Farmaci dimagranti: orlistat e sibutramina
Farmaci dimagranti: orlistat e sibutramina. La corposa mole di farmaci dimagranti del passato era basata soprattutto sull’effetto anoressizzante delle amfetamine. Una volta compresi gli elevati rischi e l’inefficacia nel loro uso prolungato, le amfetamine sono state marginalizzate, per lasciare spazio ad altre molecole. Attualmente i farmaci autorizzati per il trattamento dell’obesità sono solo due – orlistat e sibutramina – con una folta schiera di molecole in fase di sperimentazione. L’orlistat – nome commerciale Xenical – è un derivato della lipostatina (tetra-idro-lipostatina) che agisce riducendo l’assorbimento dei grassi nel tratto gastroenterico; nello specifico la molecola blocca l’enzima del pancreas chiamato lipasi pancreatica, ostacolando la scissione e l’utilizzo dei grassi per formare depositi di trigliceridi. Una parte dei grassi alimentari introdotti con l’alimentazione passano, quindi, indigeriti nell’intestino e sono responsabili degli importanti effetti collaterali del farmaco: dolori addominali, flatulenza, incontinenza fecale; l’altro punto critico di Orlistat è il fatto che riduce l’assorbimento delle 4 importanti vitamine liposolubili (A, D, E, K). La sibutramina (nomi commerciali Reductil, Ectiva) ha una storia interessante: negli anni ’80 l’industria farmaceutica sperava di farne un antidepressivo, poiché agisce aumentando le concentrazioni dei neurotrasmettitori cerebrali, noradrenalina e serotonina; il senso di sazietà, legato a questo meccanismo, ha determinato il suo cambio d’uso: da antidepressivo a farmaco dimagrante ad azione centrale (cioè, sul cervello). A causa di due morti sospette, il farmaco per un periodo è stato sospeso dal mercato: oggi la prescrizione la può fare anche il medico di famiglia; la somministrazione di sibutramina è, però, sconsigliata nei soggetti con problemi legati a ipertensione arteriosa, malattia coronarica, scompenso cardiaco, aritmie e ictus. Molte molecole aspirano a fare compagnia a Orlistat e sibutramina. Fino a qualche anno fa molte speranze dell’industria farmaceutica erano riposte nel topiramato, un altro farmaco che potrebbe cambiare destinazione d’uso; il topiramato, infatti, è nato come antiepilettico, ma si stanno tentando degli aggiustamenti per ridurne gli effetti collaterali e passarlo al settore farmaci dimagranti. L’altra grande scommessa della farmacologia si chiama rimonabant, una molecola che potrebbe essere in futuro commercializzata sia come aiuto per l’obesità sia nella lotta alla dipendenza da tabacco, dato che agisce nel cervello sui centri che regolano sia l’eccessiva assunzione di cibo sia l’utilizzo di sigarette (i cosiddetti recettori degli endocannabinoidi, responsabili del senso di gratificazione fornito dal fumo e dai cibi appetitosi). Concludiamo questa breve e incompleta rassegna sui farmaci anti-obesità con alcuni interrogativi, non specifici su questo o quel farmaco, ma sull’idea che muove la ricerca di molecole di questo tipo. Qualcuno pensa davvero che farmaci come orlistat e sibutramina, o nuove molecole in futuro, possano essere la soluzione, o una delle soluzioni, alla pandemia di sovrappeso e obesità che tutti vediamo? E’ questo il messaggio che va mandato a quel 30% di giovani europei obesi, obesi nel 99% dei casi esclusivamente per quanto poco si muovono rispetto a quanto mangiano? Servirà a qualcosa – oltre a dare immensi guadagni alle aziende che lo commercializzeranno – avere farmaci che, comunque, per gli inevitabili effetti collaterali non potranno essere preso per tutta la vita? (2008)
Progetto NU-AGE: invecchiare in salute
Progetto NU-AGE, ovvero dieta mediterranea e invecchiamento in salute. Un importante studio internazionale ha confermato che il segreto per invecchiare bene è il modello mediterraneo. Si tratta di un dato della massima importanza, poiché la popolazione con più di 65 anni nel 2030 rappresenterà tra il 25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} e il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione europea. L’Università di Bologna ha partecipato al progetto europeo NU-AGE per individuare un modello di alimentazione capace di prevenire e limitare i disturbi che solitamente si associano alla terza età, dopo i 65 anni (oggi con le nuove categorie, dopo i 75 anni inizia la quarta età). La ricerca ha riguardato cinque centri di ricerca in Francia (Clermont Ferrand), Olanda (Wageningen), Polonia (Varsavia) e Inghilterra (Norwich) con oltre 2.500 persone di età superiore ai 65 anni per un periodo di 3 anni (2011-2014). Ad una parte del campione è stata somministrata la “dieta mediterranea rinforzata” preparata dai ricercatori NU-AGE, ossia un menù giornaliero ricco soprattutto di cereali integrali, frutta, verdura, pesce e olio d’oliva, con adeguati apporti di acqua (ricordiamo la costante perdita di acqua corporea col passare degli anni). Un’alimentazione di questo tipo ha comportato l’introduzione di adeguate quantità di fibre e micronutrienti altamente protettivi come acidi grassi omega3, zinco, ferro, vitamina B12. La “dieta mediterranea rinforzata”, inoltre, ha ridotto il consumo di alcol, prodotti dolciari e sale. Nei risultati dello studio le persone che hanno seguito la dieta NU-AGE hanno avuto tre benefici significativi. Il primo risultato importante è stata la minor perdita di massa ossea tipica di questa fascia d’età, con minor rischio di fratture di fragilità che nel mondo oggi – dopo i 50 anni – colpiscono una donna su tre e un uomo su cinque. Il secondo beneficio di salute è stato il miglioramento del rapporto tra colesterolo totale e HDL e la riduzione del livello di trigliceridi; ciò significa una forte riduzione del rischio di malattie cardiovascolare, che rimangono la prima causa di morte in Italia e in Europa. Il terzo parametro che è cambiato in meglio è stata la proteina C reattiva, un marcatore aspecifico di infiammazione, i cui livelli sono risultati più bassi. Analizzando l’enorme quantità di dati raccolti su microbiota intestinale, sistema immunitario, genetica ed epigenetica delle persone coinvolte nel progetto i ricercatori hanno rilevato che i miglioramenti apportati dalla “dieta mediterranea rinforzata” non sono omogenei, ma cambiano se vengono riferiti a donne o uomini. Come da anni insegna la medicina di genere, anche l’alimentazione deve tener conto della diversità metabolica, ormonale e fisiologica delle donne rispetto agli uomini. L’altro elemento da prendere in considerazione è il Paese di origine e – all’interno di questo – il territorio di residenza. Essere anziani in una città Europa dell’Est è molto diverso dal vivere la stessa condizione in un borgo dell’Europa meridionale o in una metropoli del Nord Europa. Il professor Claudio Franceschi, della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Alma Mater, coordinatore del progetto NU-AGE, ha sottolineato l’importanza della dieta mediterranea nel ridurre gli stati infiammatori e i fattori di rischio delle principali malattie croniche per la fascia d’età sopra i 65 anni. Per mantenere la salute della popolazione anziana femminile e maschile dei diversi Paesi europei sarà, però, necessario proporre menù personalizzati e diversificati in base a sesso, luogo d’origine, fabbisogni nutrizionali e stili di vita. (9-2017)