Le amfetamine sono sostanze psicoattive – droghe, per capirci – che agiscono sull’attività dei neurotrasmettitori; i neurotrasmettitori – come dopamina, serotonina e noradrenalina – sono molecole che favoriscono la comunicazione degli impulsi tra le cellule nervose. Le amfetamine diminuiscono le sensazioni di stanchezza, fame e sonno, aumentano la capacità di concentrarsi. Come contropartita danno assuefazione e dipendenza e – se usate in modo prolungato – possono provocare danni biologici a organi sottoposti a eccessivo sollecitamento (in particolare il cuore). Le più importanti amfetamine impiegate come farmaci dimagranti sono fenmetrazina, fenfluramina e fentermina (o phentermina); negli anni ’90 negli Stati Uniti era popolarissimo il miracoloso phen-fen, abbreviazione di phentermina + fenfluramina: si trattava due amfetamine note da molti anni, ma con la novità della loro associazione in un unico cocktail anoressizzante. Fendimetrazina, efedrina, efedra e dex-fenfluramina sono, invece, molecole farmacologicamente simili alle amfetamine; riducono la fame stimolando il rilascio di neurotrasmettitori dall‘ipotalamo, riducendo la secrezione gastrica e aumentando il consumo energetico: dovrebbero essere usate sotto stretto controllo e per non più di tre mesi. Il bi-tartarato di fen-dimetrazina è sicuramente più conosciuto con il suo nome commerciale di Plegine: in Italia è stato ritirato dal commercio da diversi anni, a causa dell’uso smodato, ingiustificato e improprio; attualmente la prescrizione può farla solo il medico specialista che si occupa di obesità, come prodotto galenico, e solo per brevi cicli di terapia. La perdita di peso con l’aiuto di fendimetrazina si ha solo nei primi mesi di trattamento, dopo questo periodo l’organismo si adatta e si stabilizza il peso. Un altro farmaco ritirato dal commercio per la sua pericolosità è l’Isomeride, nome commerciale della dex-fenfluramina. Anche fenfluramina e dexfenfluramina sono state tolte dal commercio – negli Stati Uniti – dove rimane libera la prescrizione di fentermina (nella foto) , ritenuta meno pericolosa degli altri farmaci a base di amfetamine, considerando che il rischio di anomalie alle valvole cardiache presente in tutti questi farmaci va dal 10% al 30%. Senza entrare nel merito dei singoli farmaci, appare evidente che si tratta di prodotti vecchi, come concezione, pericolosi e, soprattutto, piuttosto, inutili: se si usano per poco tempo danno gli stessi risultati facilmente ottenibili con un po’ di attività fisica; quando se ne interrompe l’uso – per evitare i pericolosi effetti collaterali dell’uso prolungato – l’effetto scompare, si rimane con le stesse abitudini di prima e si riprende – se va bene – lo stesso peso, con maggior massa grassa. P.S. Una drammatica storia legata all’uso di amfetamine si trova nel libro Requiem for a dream (1978) di Hubert Salby; la protagonista – una casalinga vedova che vuole dimagrire per andare in tv – diventa dipendente dalle amfetamine che le prescrive a sua insaputa il medico e finisce in un ospedale psichiatrico; dal libro è stato tratto – nel 2000- il film del regista Darren Aronofsky. (2008) (segue)
Prodotti dimagranti
Farmaci e prodotti dimagranti sono la grande illusione per i tanti che perdono il controllo del proprio peso. Sulle riviste e sugli inserti di dedicati a salute e benessere dei maggiori quotidiani italiani sono sempre più frequenti i prodotti che promettono un rapido dimagramento semplicemente assumendo qualche pastiglia prima dei pasti. Peccato che sia tutto falso: attualmente non esistono sostanze senza controindicazioni che possano favorire un dimagrimento significativo: se ci fossero, l’industria farmaceutica se ne sarebbe appropriata da tempo; dimagrire e ingrassare per il momento dipendono dal modo in cui viviamo, non da pillole magiche. Oggi il mercato dei prodotti dimagranti è grosso modo diviso in tre fette: dimagranti naturali o da banco, venduti senza prescrizione medica; molecole a base di amfetamine o amfetamino-simili (come fenfluramina, fentermina, fendimetrazina, dexfenfluramina), in parte vietate, ma comunque facilmente reperibili, in parte concesse per uso specialistico; infine, farmaci autorizzati per la cura dei grandi obesi (solo due: Orlistat e Sibutramina), ma con tutta una serie di avvertenze e controindicazioni. Cominciamo dai dimagranti da banco. Alcuni prodotti sono a base di fucus, un’alga utilizzata in erboristeria per preparare dimagranti; la presunta efficacia deriverebbe dallo iodio contenuto nell’alga che stimolerebbe la tiroide, normalizzando il metabolismo dei soggetti in cui l’obesità deriva da una disfunzione tiroidea. Chi lavora in ambito nutrizionale sa che il 90-95% delle persone in sovrappeso fa un’inutile valutazione della funzionalità tiroidea (TSH, T3 e T4), per scoprire che i suoi indicatori rientrano assolutamente nei valori medi. Altri prodotti cercano di ridurre il senso di fame con l’utilizzo di sostanze come il chitosano (ottenuta dalla chitina che costituisce lo scheletro esterno dei crostacei), il guar (una fibra estratta dai semi di una leguminosa) o il glucomannano (estratto da un albero del Giappone); queste tre sostanze funzionano come spugne: in presenza di acqua si gonfiano e danno un senso di pienezza. Con questo meccanismo un loro uso continuato può portare a senso di nausea e allungamento della digestione. Molto in voga anche la Garcinia cambogia, una piccola pianta spontanea dell’Estremo Oriente i cui frutti contengono l’acido idrossicitrico che dovrebbe ridurre peso corporeo e accumulo di grassi, oltre a controllare il senso della fame; i risultati dei pochi studi disponibili, però, non hanno confermato le attese. In generale, le principali caratteristiche dei dimagranti da banco appaiono l’inefficacia e la promessa di rapidi risultati senza sforzi (nella foto: una pubblicità di un prodotto a base di fucus) (segue) (2008)
Sale e scelte alimentari
Sale e scelte alimentari sono al centro dei programmi di salute pubblica in gran parte del mondo. L’eccessivo consumo di sale, infatti, è sul banco degli accusati per l’enorme diffusione dell’ipertensione nel mondo. Per capire l’importanza del consumo di sale a livello di popolazione, vediamo due esempi di segno opposto. Da un lato il Giappone, con la popolazione più longeva del pianeta, una minima percentuale di obesi, ma un elevato consumo medio di sale; in questo Paese abitudini dietetiche sostanzialmente salutari – molte verdure e pesce – convivono con una cucina molto salata ed il risultato è avere l’ictus come prima causa di morte, per la grande diffusione dell’ipertensione. Sul versante opposto la Finlandia, che ha iniziato una efficace campagna per la riduzione del consumo di sale già negli anni settanta; alla fine è riuscita a ridurre l’introito giornaliero di sale di un terzo, arrivando a 6 g al giorno; la pressione arteriosa è scesa in media di 10 mm Hg riducendo del 75-80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} la mortalità cardiovascolare. Purtroppo, il resto del mondo non ha seguito il modello finlandese: nel 2015 oltre 10 milioni di persone sono morte per le conseguenze della pressione alta. Che fare allora? Come affrontare quotidianamente il problema della riduzione del sale nel nostro cibo? Con la dieta mediterranea possiamo ridurre del 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} la comparsa o il ripresentarsi delle malattie cardiovascolari, anche grazie ai ridotti apporti di sale. Considerando che i due terzi del sale in eccesso provengono da prodotti industriali – il sale è la fonte più economica per dare sapore ai cibi preparati – il primo suggerimento è quello di evitare il cibo-spazzatura (patatine, snack e simili), ricchissimo di sale: Il secondo consiglio è quello di ridurre al minimo i prodotti da forno (biscotti, cracker, grissini, merendine, cereali per la prima colazione): sono alimenti ricchi di sale e consumati tutti i giorni in quantità maggiori rispetto a salumi e formaggi che, in assoluto, contengono molto più sale ma che non dovrebbero far parte della dieta quotidiana (se ne consigliano due-tre porzioni settimanali). Un altro alimento quotidiano è il pane: quello integrale va sempre preferito anche perché contiene meno sale di quello bianco medio; le 5 porzioni consigliate di frutta e verdura – praticamente prive di sale – insieme ai legumi, forniscono ottime quantità di potassio e calcio, utili per bilanciare l’eccesso di sodio. Per l’uso del sale come aggiunta ai piatti che cuciniamo, invece, proviamo a diminuirne gradualmente la quantità, aumentando l’uso di spezie e aromi, succo di limone e aceto. Infine, 4 consigli legati allo stile di vita. Evitare il fumo, ridurre il consumo di alcol (1 bicchiere al giorno per le donne e per chi ha più di 65 anni, 1 a pasto per gli uomini), controllare il peso, fare attività fisica (30 minuti al giorno di camminata). Sono 4 strumenti formidabili per ridurre i valori della nostra pressione, prevenire le malattie cardiovascolari e ridurre quasi tutti i fattori di rischio delle malattie di oggi. (6-2017)
In difesa della pasta
Sembra assurdo dover scrivere un articolo in difesa della pasta. Eppure in un mondo con obesità e malattie croniche in costante aumento per il cibo spazzatura dei fast-food e in vendita nei supermercati, si continua a puntare il dito sui carboidrati della pasta. La stragrande maggioranza delle diete alla moda, inoltre, sono prive o quasi di carboidrati, con costante limitazione di pasta e pane. Sotto vari nomi e con leggere differenze d’impostazione il succo è sempre lo stesso: ridurre fortemente i carboidrati, ritenuti la fonte di ogni male in campo alimentare. Per tutto quello che sappiamo dagli studi degli ultimi 50 anni, però, appare semplicemente assurdo demonizzare un gruppo di nutrienti che deve darci – secondo indicazioni scientifiche accettate da tutti i nutrizionisti – più della metà delle calorie quotidiane. La questione “carboidrati sì-carboidrati no” nel campo della nutrizione umana non andrebbe neanche posta, mentre è utile farsi domande sulla quantità e sulla qualità dei carboidrati che compaiono sulla nostra tavola. Proviamo ad affrontare l’argomento carboidrati, parlando della pasta, alimento antichissimo di origine cinese o araba. Il primo motivo per mangiare pasta (e carboidrati) di buona qualità l’abbiamo già detto: per vivere in salute oltre il 50% delle calorie quotidiane le dobbiamo prendere dai carboidrati, lasciando il 25-30% ai grassi e il 15-20% alle proteine. Il secondo motivo del sì alla pasta è il suo ruolo centrale all’interno della dieta mediterranea, un modo di mangiare che ha permesso a molte generazioni di italiani e di popolazioni mediterranee di vivere in buona salute con pasta e pane integrali – gli unici disponibili – insieme a legumi, frutta, verdura, olio di oliva, pochissima carne – i giorni festivi – pesce, formaggi e uova laddove disponibili. Dal 2010 la dieta mediterranea – ricordiamolo – è diventata patrimonio UNESCO, un bene immateriale di tutta l’umanità. La pasta – terzo argomento a suo favore – non fa ingrassare: con la porzione consigliata di 80 grammi e un sugo a base di verdure e olio extra-vergine d’oliva siamo sotto le 400 Calorie: se si ingrassa, facciamo piuttosto attenzione a ciò che mangiamo insieme alla pasta. La pasta, tra l’altro, ha un elevato potere saziante, dato che l’assorbimento dei carboidrati – soprattutto se integrali e se associati alle fibre delle verdure – richiede molto tempo. Un’altra qualità della pasta è la sua elevata digeribilità, che la rende adatta per tutte le fasce di età: agli adolescenti e agli sportivi fornisce energia di pronto impiego senza appesantire; la pasta al pomodoro – ad esempio – fa parte del menù degli atleti di alto livello sia in fase di allenamento sia in preparazione di gare impegnative. Come tutti i cereali integrali, la pasta protegge dalle principali malattie cronico-degenerative: un consumo intelligente di pane e pasta integrali riduce il rischio di malattie cardiovascolari e di alcuni tumori. Nella pasta, infine, troviamo due caratteristiche nutrizionali importanti: un basso indice glicemico, utile per i diabetici, e un ridottissimo contenuto in sodio, che la rende adatta a chi ha problemi di pressione. L’ultima considerazione la facciamo sulla pasta integrale, il cui consumo è in costante aumento. Con i tanti formati di pasta integrale possiamo raddoppiare il contenuto in fibre (passando da 3 g a circa 6-7 g in 100 g) e assimilare circa 30 Calorie in meno. Il maggiore contenuto di fibre fa raggiungere prima il senso di sazietà ed allunga i tempi di cottura, poiché le fibre interagiscono con il calcio contenuto nell’acqua. I bucatini all’amatriciana del Lazio e le orecchiette alle cime di rapa pugliesi, i tortellini emiliani e la pasta alla Norma siciliana, sono solo alcuni esempi delle centinaia di varietà di pasta create nel corso dei secoli dai popoli del Mediterraneo: mangiarne una quantità adeguata non fa ingrassare, completa la dieta mediterranea, fa bene alla salute, ma soprattutto – grazie al legame con la serotonina – fa bene al nostro umore (nella foto: L’uomo che mangia gli spaghetti di Renato Guttuso, 1956) (6-2017)
OKkio alla Salute
OKkio alla Salute è il sistema di sorveglianza nazionale sugli stili di vita dei bambini della scuola primaria, promosso e finanziato dal Ministero della Salute e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità. Quest’anno l’importante iniziativa ha compiuto 10 anni (2007-2017) ed ha presentato a Roma il 4 maggio il report dei dati raccolti nel biennio 2015-2016 in tutte le Regioni italiane. Il progetto fa parte del più ampio sistema di sorveglianza dell’Organizzazione Mondale della Sanità (OMS) chiamato Chidren Obesity Surveillance Initiative (COSI). Il primo dato significativo riguarda le percentuali di sovrappeso e obesità nei nostri bambini: negli ultimi 8 anni il sovrappeso è sceso dal 23,2 al 21,3 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, l’obesità dal 12 al 9,3{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, in totale dal 35{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} al 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Si tratta di un dato estremamente positivo, che però nasconde due condizioni meno lusinghiere. Innanzitutto, nonostante la tendenza al miglioramento, i nostri bambini mantengono il terzo posto – dietro a Stati Uniti e Grecia – nella poco invidiabile classifica dell’obesità mondiale; colpisce questo dato alla luce del fatto che per gli adulti l’Italia, invece, è tra i Paesi con i tassi più bassi di obesità. L’altro dato negativo riguarda la distribuzione geografica del sovrappeso e dell’obesità, con tutto il Sud dell’Italia che presenta dati molto più alti – oltre il 35{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} – del Nord, attestato a meno del 25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Alla radice di questa situazione secondo i dati di OKkio alla Salute contribuiscono diverse situazioni. Per prima cosa, i genitori dei bambini in sovrappeso percepiscono poco il problema, essendo spesso essi stessi entrambi – o uno solo – in eccesso ponderale. Una certa influenza sembrano averla anche due scelte legate alla nascita ed ai primi mesi di vita: il parto cesareo – rispetto al parto naturale – e l’allattamento artificiale – rispetto a quello al seno- sembrano favorire la comparsa dell’obesità negli anni successivi. Come negli altri aspetti della salute sono, però, i cosiddetti “determinanti sociali” ad avere il peso maggiore: i bambini obesi vivono quasi sempre in famiglie con poco reddito e basso livello scolastico. La scuola, purtroppo, non riesce a ridurre questa posizione di forte svantaggio. Basti pensare che solo la metà delle scuole elementari italiane riesce a garantire due ore di attività motoria, peraltro assolutamente insufficienti in questa fascia d’età; nell’altra metà il movimento dei giovani studenti è lasciato al buon cuore di insegnanti volenterosi. Un altro aspetto poco rassicurante emerso dal convegno di Roma riguarda la rilevazione del consumo di verdure e frutta, le due classi di alimenti più importanti per la prevenzione dell’obesità e delle malattie croniche della vita adulta. Il 57{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei bambini italiani consuma 2 porzioni al giorno di frutta e verdura – contro le 5 consigliate – il 43 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nessuna o una. Altre cattive abitudini rilevate nei nostri ragazzi sono la colazione non adeguata (in aumento dal 28 al 33{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), merende eccessive (in forte diminuzione, ma sempre oltre il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) e, soprattutto, il consumo quotidiano di bevande zuccherate e/o gassate (in leggera diminuzione, ma comunque riguardante 4 bambini su 10). Sul versante sedentarietà si è già detto della colpevole mancanza da parte della scuola; a ciò va aggiunta la quota elevata di bambini che non praticano nessuna attività fisica settimanale (circa 1 su 5) e l’oltre 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di ragazzi che trascorre più di due ore davanti agli schermi di vario genere. In conclusione, la situazione appare in leggero miglioramento, ma la forte crisi economica iniziata nel 2008 rischia di lasciare indietro una parte consistente delle future generazioni, soprattutto al Sud e nelle fasce di popolazione più toccate dalla crisi. Nel rapporto finale dei lavori della Commissione sui determinanti sociali di salute dell’OMS (in cui erano presenti tra gli altri il Premio Nobel per l’economia Amartya Sen e il nostro Giovanni Berlinguer) le conclusioni di tre anni di lavoro furono riassunte in una sola frase: la principale causa di malattia nel mondo è l’ingiustizia sociale. Niente di più vero. (Maggio 2017)
Sale: da oro bianco a problema di salute
Per gran parte della nostra storia il sale è stato più prezioso dell’oro e – per questo – veniva chiamato l’oro bianco. Oggi è diventato un problema di salute. Il rapporto con il sale è sempre stato problematico per la nostra specie. Per i nostri antenati il vero problema era quello procurarsi il sale, in quanto elemento fondamentale per il funzionamento di tutte le cellule. In natura c’è pochissima disponibilità di sale; nella frutta e nelle verdure, nei cereali e nei legumi, il sale è presente in quantità minima; gli animali carnivori risolvono il problema mangiando animali erbivori; gli animali erbivori fanno molta fatica a trovare il sodio: gli stambecchi sfidano la gravità per leccare il salnitro presente su alcune rocce. Non va meglio per le popolazioni tradizionali che vivono come i nostri progenitori: nella dieta a base vegetale degli aborigeni brasiliani l’apporto di sodio è meno di 1,5 g al mese con conseguente pressione bassa (valori medi di 95 su 60). Poi la situazione si è capovolta: con la produzione su scala industriale, il sale è diventato un fondamentale conservante invernale – per pesci e carni in particolare – e ha iniziato ad essere sempre più utilizzato nei prodotti confezionati e nella cucina domestica. Salisburgo, conosciuta in tutto il mondo per aver dato i natali la genio di Mozart, deve il suo nome alle miniere di sale, così come la Via Salaria, dei Romani e il salario come sinonimo di compenso economico; sono solo tre esempi di quale fosse l’importanza del sale nel passato. Il nostro metabolismo, pertnato, si è adattato – per migliaia di anni – ad una dieta povera di sodio. Solo negli ultimi decenni l’alimentazione occidentale si è caratterizzata per l’eccessiva presenza del sale nei cibi. La grande diffusione di fast-food, cibo-spazzatura e cibi già pronti (cibi processati) si è tradotta in una pandemia di ipertensione, oltre un miliardo di persone nel mondo con la pressione arteriosa troppo alta. Che cosa vuol dire avere la pressione alta? Intanto chiariamo che l’ipertensione non è una malattia, ma un fattore di rischio per altre malattie, soprattutto a carico di cuore, vasi e reni. Per sapere se siamo ipertesi, dobbiamo misurare la nostra pressione arteriosa, ossia l’energia con la quale il sangue circola nei vasi sanguigni; il suo valore dipende fondamentalmente dalla spinta che il cuore imprime al sangue e dall’elasticità dei vasi. I valori della pressione arteriosa sono estremamente variabili; tendono progressivamente a salire con il passare degli anni; anche nel corso della giornata la pressione oscilla ampiamente (ce ne accorgiamo se facciamo un esame della pressione nelle 24 ore); è più alta al risveglio e tende a scendere durante il giorno; inoltre, aumenta in caso di stress, sia fisico che mentale. Dal 2003 si è stabilito che i valori normali massimi della pressione arteriosa sono 140 mm Hg per la pressione sistolica (la massima) e 90 mm Hg per la pressione diastolica (la minima). L’eccessivo introito di sale rappresenta oggi – insieme a fumo, alcol, obesità e sedentarietà – il principale fattore di rischio per le malattie prevenibili. Se si riuscisse a ridurre del 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} la quantità di sale giornaliera, potremmo evitare 8,5 milioni di morti in 10 anni in tutto il mondo. Per questo motivo l’Organizzazione Mondiale della Sanità vuole ridurre l’assunzione di sale a meno di 5 grammi al giorno entro il 2025. Per noi Italiani significherebbe dimezzare il consumo attuale. (nella foto la salina di Pirano in Slovenia) (segue)
Uova e salute
Pochi alimenti dividono il campo – anche quello dei nutrizionisti – come le uova: sono un fattore di rischio cardiovascolare e vanno fortemente limitate, o sono un cibo sano ed economico da incentivare? Proviamo a fare chiarezza. Le uova – insieme a carni e affettati, pescato, latticini e formaggi – fanno parte del gruppo di alimenti ricchi di proteine animali, quelli che – insieme ai legumi – a tavola chiamiamo “secondi”. Il consumo di uova in Italia è notevole, con oltre 200 unità l’anno, per una media di circa 4 uova settimanali. Dal punto di vista dei nutrienti, oltre a 7 grammi di proteine di alto valore biologico (per la presenza di tutti gli aminoacidi essenziali), le uova contengono vitamina A e precursori (β-carotene), vitamina D e vitamine del gruppo B (B1, B2, B3, B6, B12), fosforo e calcio, zinco, potassio, zolfo e ferro, nella miglior forma biodisponibile come ferro eme. Come apporto di energia un uovo medio (circa 60g) fornisce 70 Calorie; i circa 5 grammi di lipidi hanno notevole colesterolo (190-200 mg, in pratica buona parte della quantità giornaliera consigliata) e acidi grassi, soprattutto saturi. Per questo motivo le linee guida raccomandano di non superare la quota di 2 uova settimanali; va, comunque, osservato che il colesterolo proveniente dal cibo è responsabile dell’aumento della colesterolemia solo per un 25-30%; nella prevenzione delle malattie cardiovascolari fattori di rischio come fumo e sedentarietà, obesità e cibo-spazzatura hanno un ruolo molto maggiore. Da sfatare, inoltre, la credenza – ancora molto diffusa – che le uova facciano male al fegato: al contrario, le uova contengono molti aminoacidi epatoprotettori e inositolo, una molecola (detta anche vitamina B7, ma non è una vitamina) prescritta in caso di steatosi epatica. Diversamente dal tuorlo (la parte arancione), l’albume d’uovo ha pochissimi grassi e poco colesterolo, risultando non problematico anche per le persone con valori di colesterolo leggermente alti o calcoli alla colecisti; l’unica criticità è la sua scarsa digeribilità da crudo; la cottura, invece, neutralizza l’avidina, la proteina che blocca l’assorbimento della vitamina H (biotina); per le proteine del tuorlo il discorso si rovescia: hanno una migliore digeribilità da crude, rispetto ad una cottura eccessiva. Ecco il motivo del famoso rosso d’uovo dell’infanzia dei sessantenni di oggi, come il sottoscritto. La cottura delle uova è sempre consigliata – meglio alla coque o lessate – poiché con il consumo crudo c’è il rischio di contaminazione da Salmonella. L’intossicazione alimentare legata a questo batterio (salmonellosi) è in genere legata a uova ottenute da galline malate o allevate in condizioni igieniche precarie. Per utilizzarle crude – ad esempio nello zabaione o nel tiramisù – dopo averle montate, vanno messe a bagnomaria in un contenitore di metallo, mescolandole fino portarle a 60-65°C. Il consiglio è quello di utilizzare uova freschissime (categoria A extra), provenienti da allevamenti certificati e controllati, evitando uova di cui non si conosca la provenienza. Nella scritta sul guscio troviamo informazioni sul tipo di allevamento: il codice 3 significa allevamento in gabbia, il codice 2 allevamento a terra, il codice 1 allevamento all’aperto, il codice 0 è riservato all’allevamento biologico; sono presenti anche indicazioni sull’assenza di OGM nel mangime e sulla rinuncia agli antibiotici durante l’allevamento (vedi foto). In conclusione, 3-4 uova settimanali possono far parte di un’alimentazione sana ed equilibrata; sono raccomandate in particolare agli adolescenti – per il loro ottimo apporto di proteine, vitamine e ferro – e a chi fa la scelta vegetariana, rinunciando a carne e pesce; vanno, invece, consumate con moderazione (2 a settimana), non bandite, in caso di diabete; nel portarle a tavola è molto importante scegliere uova provenienti da galline allevate a terra o all’aperto, fare attenzione al consumo crudo e – nella cottura – preferire la bollitura che le rende molto più digeribili della carne (6-2015)
Invecchiamento e aspettativa di vita
Invecchiamento e aspettativa di vita sono temi sempre più al centro del dibattito. Non ci sono dubbi sul fatto che nel corso della storia l’aspettativa di vita – ossia gli anni che una persona può sperare di vivere – sia notevolmente aumentata. Viene poco sottolineato, però, che il valore dell’aspettativa di vita è soltanto una media matematica, notevolmente influenzata dalla percentuale di bambini che nascono morti o muoiono nei primi anni di vita. Quando si legge che l’aspettativa di vita dell’antica Roma si aggirava intorno ai 25 anni, dobbiamo immaginare che per ogni 4 persone nate 3 morivano nel corso del primo anno (in termini tecnici: un tasso di mortalità infantile del 75%; analogamente agli inizi del Novecento l’aspettativa di vita era di poco inferiore ai 50 anni, poiché moriva il 50% dei neonati o dei bambini. La maggior parte dei Paesi occidentali presenta oggi tassi di mortalità infantile molto bassi; Afghanistan e Somalia, due Paesi martoriati da bombardamenti esterni e da lunghissime guerre civili, hanno oggi il peggior tasso di mortalità infantile nel mondo; in quei due stati ogni 1000 bambini 10 muoiono nel primo anno di vita; si tratta di un dato impressionante, se rapportato al Giappone dove muoiono 2 bambini su 1000, ma è comunque un tasso di mortalità del 10%, mai realizzatosi nelle società del passato. Nel 2012 l’ONU ha presentato i World Population Prospects, da cui risulta che la media mondiale della mortalità infantile, nel periodo 2000-2005, è stata del 5,6%: 40 anni prima, nel periodo 1965-1970, la media era 10,4%, il doppio; guardando alle medie delle macro-regioni mondiali, vediamo in Africa circa il 9%, in Asia circa il 5% (con l’enorme divario tra i due colossi demografici, 1,6 % per la Cina, quasi 5% per l’India), in Sud America e nei Caraibi circa il 3% (con Cuba allo 0,5 % e Brasile al 2%, il quadruplo), nei Paesi occidentali lo 0.8% (dal 1,6% della Bulgaria allo 0,3% dell’Italia). Questi dati – sia pure con le differenze marcate tra un Paese e l’altro – sono il risultato del miglioramento delle condizioni igieniche ambientali del Novecento. L’innalzamento delle condizioni di vita e il conseguente miglioramento nella nutrizione da un lato, la diffusione di saponi, detersive e disinfettanti dall’altro, hanno drasticamente ridotto le infezioni dei microorganismi; i bambini hanno smesso di morire prematuramente, l’aspettativa di vita è velocemente cresciuta. Il miglioramento dell’igiene è responsabile anche di una altro aspetto dell’attuale speranza di vita; per la prima volta nella storia, nel Novecento l’aspettativa di vita delle donne ha superato quella degli uomini e oggi nei Paesi occidentali è stabilmente 4-5 anni superiore; nel passato, nonostante le continue guerre che decimavano la popolazione maschile impegnata nei combattimenti, le donne morivano prematuramente in misura maggiore per quella guerra privata che era il parto, un evento che si ripeteva allora 5, 6, 10 volte e sempre – per qualsiasi classe sociale – in condizioni igieniche spaventose. Da tutto questo emerge che la corretta lettura delle diverse aspettative di vita nel corso dei secoli è questa: le nostre società fanno vivere a lungo molte più persone rispetto al passato. Nel passato – come testimoniano i documenti, i quadri, la letteratura – si invecchiava come nei tempi attuali, ma l’invecchiamento era una specie di privilegio, vista l’elevata frequenza con cui si moriva precocemente. Nei secoli precedenti chi arrivava alla terza ed alla quarta età, lo faceva solo con le proprie forze, senza tutto il formidabile aiuto di farmaci, terapie e strumenti diagnostici di oggi. Se potessimo ricostruire un grafico con la speranza di anni di vita in salute – ossia degli anni da vivere senza malattie – nel corso del tempo, probabilmente vedremmo che oggi non si vive molto meglio del passato, si vive semplicemente di più. La maggior parte della medicina e tutta l’industria farmaceutica ragionano esclusivamente in termini di quantità: vivere – a volte, letteralmente, sopravvivere – il più a lungo possibile; sembra completamente estraneo il concetto di qualità della vita. Ma per noi che cos’è più importante, sapere quanti anni in più vivremo o come saranno questi anni in più? L’attuale sistema socio-sanitario, basato solo su farmaci e cure, ci sta allungando la vita o ci sta allontanando la morte? (nella foto una citazione di Martin Luther KIng “Ciò che conta è la qualità di una vita, non la sua lunghezza”)
Ricordo di Danilo Mainardi,
Da pochi giorni (marzo 2017) è morto Danilo Mainardi, il padre dell’etologia italiana. Il mio primo ricordo lo vede – nell’ottobre del 1977 – nei panni del professore di Biologia generale all’Università di Parma, in un’aula piena all’inverosimile, piena di studenti come me, ma piena anche di un uditorio non accademico che veniva a sentire questo giovane etologo già famoso per gli studi sull’imprinting sessuale di natura olfattiva nei topi e sul ruolo attivo svolto dalla femmina nella selezione sessuale. Due anni prima di conoscerlo come professore – nel 1975 – Mainardi aveva organizzato a Parma la XIV International Ethological Conference, con la presenza del fondatore dell’etologia, Konrad Lorenz. Mainardi era nato a Milano nel 1933, aveva frequentato il liceo a Cremona e si era laureato in Scienze biologiche all’Università di Parma con una tesi in zoologia. Doveva la sua grande cultura evoluzionistica a due maestri, Bruno Schreiber, per l’anatomia e la zoologia comparata, Luigi Cavalli Sforza per la genetica e l’evoluzione. A soli 34 anni era diventato docente universitario ed aveva insegnato, dal 1967 fino al 1992, prima Zoologia, quindi Biologia generale e infine Etologia nelle facoltà di Scienze e di Medicina di Parma; aveva poi insegnato a Venezia; era anche stato presidente onorario della Lega Italiana Protezione Uccelli (LIPU) e dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR). Ha pubblicato oltre 200 libri, molti di (ottima) divulgazione scientifica; la prima opera è stata La scelta sessuale nell’evoluzione della specie (1968); la notorietà era arrivata con L’intervista sull’etologia del 1977, che faceva il punto sul grande dibattito di quegli anni a proposito degli studi sul comportamento animale. Nel 1973 a Konrad Lorenz, Nikolaas Tinbergen e Karl von Frischera stato assegnato il Premio Nobel “per le loro scoperte sull’organizzazione ed evocazione delle forme di comportamento individuale e sociale”, il primo (e ancora oggi l’unico) assegnato a studi sul comportamento animale. In questo campo della biologia, però, non tutti seguivano la strada di Lorenz e Mainardi. Con l’uscita del libro Beahaviorism (1930) dello psicologo John B. Watson negli Stati Uniti era nato e si era sviluppato il comportamentismo che negava il peso degli istinti considerando il comportamento animale come risultato soprattutto di processi di apprendimento; negli anni successivi B.F. Skinner era diventato l’esponente di punta del comportamentismo e aveva cercato di dedurre leggi generali del comportamento animale in laboratorio con vari tipi di stimoli artificiali. Si trattava di un approccio diametralmente opposto a quello della scuola etologica che studiava gli animali principalmente nel loro ambiente naturale per evidenziare il carattere adattativo dei comportamenti e compararli a specie affini. Sempre in quegli anni si affermò un terzo indirizzo di studio, quello della sociobiologia del biologo statunitense E.O. Wilson (anche lui, come Mainardi, validissimo divulgatore) che voleva spiegare le basi biologiche dei comportamenti sociali – inclusi quelli umani– mettendo a confronto specie molto distanti evolutivamente (come le formiche, di cui Wilson era un grande esperto, e Homo Sapiens). Nell’appassionato dibattito di quegli anni Mainardi, naturalmente, si schierò per l’approccio etologico, da un lato rivendicando l’importanza dello studio del comportamento sociale nel mondo animale fuori dai laboratori, dall’altro riconoscendo che molte specie animali sono in grado – come noi – di fare cultura, cioè di trasferire tra gli individui la capacità di risolvere problemi. (“Si deve considerare intelligente, in senso lato, ciò che aiuta a stare al mondo”). Nei confronti della sociobiologia, già nel 1977 aveva scritto “Ogni specie è diversa, ed è estremamente pericoloso estrapolare da una specie all’altra”. Per lo stesso motivo in più occasioni aveva ribadito l’importanza di non antropomorfizzare gli animali, come nei cartoni animati della Disney. Forse per questo ha intitolato il suo penultimo libro “L’uomo e altri animali. Così uguali, così diversi”. P.S. in un articolo sull’etologia in Italia, va sicuramente ricordato il professor Leo Pardi, iniziatore di questa disciplina nel nostro Paese; premio Balzan per l’etologia nel 1989, Pardi ha studiato soprattutto la biologia sociale degli Imenotteri i problemi di orientamento negli Artropodi. (4-2017)
Alimentazione e cancro
Circa due milioni di italiani quotidianamente affrontano la loro battaglia contro il cancro, una malattia sempre più curabile. In un caso su cinque la malnutrizione complica gravemente il decorso della malattia. Una buona alimentazione e uno stile di vita attivo sono, pertanto, parti integranti delle cure oncologiche, prima durante e dopo la malattia; con scelte alimentari adeguate possiamo rinforzare le difese del nostro organismo, prevenire le complicanze della malattia e ridurre condizioni di rischio – come valori alti di glicemia, colesterolo, trigliceridi e pressione arteriosa – che possono favorire recidive. Le raccomandazioni in questo caso possono ridursi a due: mangiar bene, muoversi di più. Per l’attività fisica sono sufficienti 30 minuti al giorno di camminata di buon passo. Per il cibo bisogna ridurre il consumo di proteine animali, grassi saturi, sale, farine e zuccheri raffinati, in poche parole bisogna seguire la dieta mediterranea (nella foto), consumando prodotti di stagione di buona qualità, cucinando piatti vari e appetitosi ed evitando il più possibile i prodotti preconfezionati. Pensando ad un possibile menù con queste caratteristiche, si può iniziare la giornata con un tè (meglio verde) senza zucchero e 2 o 3 fette biscottate integrali accompagnate da marmellata o frutta fresca di stagione o frutta cotta; a metà mattina uno spuntino di frutta fresca aiuta a mantenere costante il livello della glicemia. Per pranzo una porzione (80 g circa) di pasta di grano duro o riso parboiled/integrale (o farro) con un sugo leggero di pomodoro e verdure e olio extravergine di oliva – oppure una minestra di legumi; insieme al primo piatto una porzione di verdure di stagione. Nel pomeriggio un altro spuntino di frutta fresca o cotta (fuori casa o al lavoro vanno bene anche uno yogurt o una spremuta di agrumi). Per cena una o due porzioni di verdure, con olio d’oliva, erbe e aromi, ma poco sale; un paio di fette di pane integrale; un secondo piatto a base di legumi o pesce di mare; la porzione media consigliata è di 150 g per entrambi (se i legumi sono secchi, invece, 50 g; per il pesce vanno bene anche lo sgombro inscatolato, senza l’olio aggiunto, e i prodotti surgelati); in alternativa una piccola porzione di carne bianca – circa 100 g di pollo o tacchino – un uovo o un formaggio magro. Questo è lo schema ideale; naturalmente può capitare di mangiare anche cibi di altro genere – tipo pizza, lasagne e altre cose poco sane ma buonissime al palato; il mio consiglio è di non eliminarle, ma di limitarle alle grandi occasioni, ad esempio al pasto festivo o del fine settimana, e di farle precedere sempre da piatti di verdura, per limitare con le fibre dei vegetali il possibile picco glicemico legato a questi cibi. Come diceva Totò bisogna riflettere bene sul fatto che “è la somma che fa il totale”, quindi la dannosità non risiede in nessun cibo particolare, ma solo in scorrette abitudini alimentari protratte nel tempo. (4-2017)