Ossessioni e fobie alimentari stanno diventando sempre più diffuse. Probabilmente per i tanti significati che la nostra specie attribuisce al cibo. Nutrimento da un lato e fattore di identità sociale e culturale dall’altro, ma anche negli ultimi anni un potente determinante di salute o malattia. Per tutta la nostra storia il vero problema legato al cibo è stato la sua scarsità, oggi in molte parti del mondo abbiamo il problema opposto e molte persone lo rifiutano. Il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo è considerato in ambito medico un disturbo alimentare vero e proprio che può collegarsi ad altri disturbi ossessivo-compulsivi o a particolare sensibilità verso stimoli olfattivi e gustativi. Il disturbo spesso passa inosservato per la sua forte somiglianza con il mangiare in maniera schizzinosa tipico dell’infanzia, rifiutando di mangiare cibi con particolari colori, consistenze o odori. Nelle forme più gravi del disturbo si perde interesse nel mangiare e si sviluppa il timore che il cibo possa essere pericoloso, provocando soffocamento o vomito. Le conseguenze possono essere drammatiche: dalla significativa perdita di peso a severi deficit nutrizionali con possibile ricorso all’alimentazione parenterale (nutrienti per via venosa) o con supplementi nutrizionali orali. Un altro disturbo che si incontra sempre più frequentemente – spesso in persone molto giovani – è l’ortoressia. Mentre nell’anoressia e nella bulimia ci si preoccupa troppo della quantità del cibo, nell’ortoressia ci si preoccupa troppo della qualità. Le persone ortoressiche sono, infatti, molto preoccupate del fatto che oggi è difficile alimentarsi senza correre rischi: in frutta e verdure ci sono i pesticidi, nel pesce pescato mercurio e metalli pesanti, ormoni e antibiotici nella carne, lo zucchero provoca carie, il burro e le uova aumentano il colesterolo, dolci, formaggi e carni rosse fanno male. Allora, scatta un meccanismo ossessivo di ricerca di alimenti con due caratteristiche; da un lato cibo sano, incontaminato, puro, senza traccia di contaminanti o inquinanti; dall’altro cibo assolutamente salutare, che non alteri glicemie, profili lipidici o qualsiasi altro equilibrio metabolico. Peccato, che di cibi così non ne esistano. Anche il miglior cibo biologico, che rinuncia in partenza ad ogni trattamento chimico, non può nulla per l’eventuale inquinamento delle falde idriche o dell’ambiente in cui le piante sono coltivate. Per quanto riguarda l’impatto sulla salute del cibo, inoltre, se è vero che statisticamente il cibo spazzatura porta all’obesità e alle patologie cronico-degenerative, è altrettanto vero che ognuno di noi ha una diversa vulnerabilità alle malattie che dipende sia dalla nostra biologia (legata alla genetica) sia dalla nostra storia (legata, invece, all’epigenetica). Quindi, mangiamo bene e riduciamo il più possibile cibo scadente, ma senza l’illusione di poter avere accesso al cibo sano al 100% che ci preserverà da ogni malanno: a volte i salutisti si ammalano prima dei buongustai. Un altro aspetto preoccupante dell’ortoressia – comune agli altri disturbi alimentari – è la tendenza a mangiare da soli, per la difficoltà di trovare alimenti sani nelle situazioni di maggior convivialità (case di amici, ristoranti e altri luoghi di aggregazione), mettendo a rischio amicizie e rapporti sociali; se si accetta un invito, inoltre, spesso si parla solo di ciò che si dovrebbe mangiare. Queste persone che passano intere giornate a scegliere cibi di qualità sono in genere adulti con buon redito alto e buona istruzione e vivono esclusivamente nei Paesi occidentali. I disturbi del comportamento alimentare sembrano possibili solo tra chi dà per scontata la disponibilità di tre pasti al giorno tutti i giorni. Nei tanti luoghi del mondo dove questa disponibilità è un sogno ancora da realizzare qualsiasi forma di rifiuto del cibo apparirebbe una follia.
Diete vegetariane e salute
Diete vegetariane e salute: proviamo a fare il punto su un modello alimentare antichissimo che si sta sempre più diffondendo e sul suo impatto sulla slaute. Le malattie croniche o degenerative sono le malattie più diffuse nella nostra società. Il sovrappeso e l’obesità, il diabete e l’ipertensione, molti tumori e molti disturbi cardiovascolari sono, in molti casi, conseguenze dello stile di vita occidentale: sedentarietà e ritmi stressanti, troppi grassi e troppe proteine animali, poche sostanze protettive, spesso abuso di alcol e fumo. Potremmo ridurre la loro incidenza con degli stili di vita ed una alimentazione diversa. Le Linee Guida per la prevenzione dei tumori raccomandano di consumare molti cibi vegetali: i vegetariani ed i vegani risulterebbero protetti nei confronti dei più frequenti tipi di cancro. Anche l’American Dietetic Association ha dichiarato che le diete vegetariane correttamente impostate sono sane, adeguate dal punto di vista nutrizionale e possono garantire alcuni benefici nella prevenzione e nel trattamento di determinate malattie. L’intervento dell’associazione statunitense è molto importante perché potrebbe mettere fine, una volta per tutte, ai pregiudizi, scientificamente infondati, riguardanti le scelte alimentari prive di carni. Le diete vegetariane, infatti, vanno bene per tutte le età ed in ogni fase della vita, comprese gravidanza, allattamento, età neonatale e infantile e adolescenza; mangiare vegetariano va bene anche per chi fa sport. Uno studio statunitense sulle motivazioni che spingono gli uomini a rifiutare la dieta vegetariana ha dato un esito scontato: la carne viene associata alla forza fisica, alla mascolinità. In realtà, due tra i più grandi atleti di tutti i tempi, Edwin Moses e Carl Lewis (il “figlio del vento”) sono da sempre vegetariani, e con loro moltissimi campioni olimpionici. Rinunciare alla carne può dare molti benefici alla salute; si riduce la mortalità per cardiopatia ischemica, scendono i livelli di colesterolo LDL e della pressione arteriosa, si contrae meno facilmente il diabete di tipo due (alimentare). I vegetariani, inoltre, tendono a essere più magri, limitando le conseguenze mediche del sovrappeso e dell’obesità. Tutti vegetariani, allora? In realtà, una dieta strettamente vegetariana non è semplicissima, per ragioni di scelta e preparazione dei cibi, per la cura e il tempo che questo modo di mangiare richiede. Vanno sempre seguiti alcuni suggerimenti delle associazioni dei vegetariani. Innanzitutto, bisognerebbe assumere quotidianamente porzioni adeguate di cereali, privilegiando i cereali integrali. Per raggiungere il fabbisogno proteico servono quantità adeguate quotidiane di legumi e frutta secca. Vegetariani e non dovrebbero avere sulla tavola almeno 5-6 porzioni di verdura e frutta fresca al giorno. Servono, inoltre, alimenti contenenti vitamina B12, l’unico nutriente critico delle diete vegetariane. Per la grande variabilità dei regimi alimentari vegani e vegetariani può essere utile una valutazione individuale dell’adeguatezza degli apporti nutrizionali. (2007)
Adolescenti e obesità
Il mondo sta diventando sempre più sovrappeso e anche per gli adolescenti l’obesità è in costante aumento. USA e Messico sono i Paesi con la percentuale di obesi più alta del mondo, i primi con oltre 30%, i secondi con quasi il 25% della popolazione; l’Inghilterra si attesta al primo posto in Europa, con il 23% di popolazione obesa, seguita dalla Grecia con il 22%; l’Italia, insieme alla Francia e gli stati scandinavi, è tra i Paesi “virtuosi” con meno del 10% di popolazione obesa; in Asia, Corea e Giappone hanno circa il 3 % di persone obese, ma nei due colossi demografici – Cina e India – l’obesità sta diventando un grande problema di salute pubblica. Bene l’Italia, pertanto, ma ancora per quanto? Tra i bambini italiani, infatti, il sovrappeso in età scolare è stimato tra il 20 ed il 35%; nei bambini e negli adolescenti il sovrappeso è praticamente triplicato dagli anni ’60 ad oggi; nella fascia di età compresa tra gli 8 e i 12 anni, i bambini italiani in sovrappeso primeggiano tra i Paesi europei e industrializzati, un primato che davvero non vorremmo. Mi vengono in mente almeno otto buoni motivi per spiegare questa tendenza all’obesità dei nostri giovani. 1) Fare sport è utile, divertente, socializzante ma costa sempre più; le attività sportive “pubbliche”, ossia gratuite o comunque accessibili a tutti, in pratica non esistono più, nonostante sia risaputo che un’attività fisica costante è la più efficaci forma di prevenzione dell’obesità. 2) Nella nostra scuola, sottoposta a tagli drammatici a tutti i livelli, le già pochissime ore di educazione fisica settimanali sembrano destinate ad essere ulteriormente ridotte, possiamo immaginare con quali ovvie ricadute a livello delle future generazioni. 3) Ovunque, ma soprattutto in tv, prevale una pseudo-cultura dell’auto e del motorino, per cui chi si sposta a piedi o in bicicletta è poco più che tollerato; il risultato di questo modo di pensare è il paradosso di andare a fare sport in motorino o facendosi accompagnare con la macchina. 4) Mangiare cibi grassi, spesso, costa meno che nutrirsi in modo equilibrato; una percentuale sempre maggiore di famiglie italiane cerca di risparmiare sulla spesa rivolgendosi ai discount; per un adolescente italiano, statunitense o francese il pasto più conveniente è quasi sempre quello offerto il dai vari “fast food” dove tutti sanno che si mangia malissimo ma a prezzi imbattibili. 5) La pubblicità influenza sempre più le scelte alimentari dei ragazzi: in un anno sono bombardati mediamente da 27.00 messaggi pubblicitari sugli alimenti, il 70% dei quali riguarda alimenti poco equilibrati a livello nutrizionale, per la quantità di grassi, zucchero o sodio. 6) Ormai si mangia tutti davanti alla televisione; dovrebbe apparire evidente quanto sia irreale pensare di fornire ai nostri figli un qualsivoglia esempio di alimentazione corretta, se lo facciamo con la televisione accesa. 7) I bambini piccoli in genere mangiano tutto, poi con il passare degli anni “decidono” di non mangiare più alcuni alimenti, in particolare verdure, frutta, legumi e pesce, purtroppo quelli più sani e in grado di evitare un consumo eccessivo di calorie; anche qui, i fattori ambientali pesano: la pubblicità fuorviante e la presenza nelle stesse scuole di distributori di merendine, snacks e patatine, non aiuta certo i bambini a fare scelte alimentari valide. 8) Le città ed i luoghi di lavoro predispongono alla sedentarietàe al sovrappeso; nei nuovi quartieri mancano le piazze e i cortili per giocare, gli spazi sicuri per correre e andare in bicicletta. In conclusione, ben poco a livello ambientale ci aiuta a mantenerci in forma; se vogliamo fare movimento ed avere una vita sana, dobbiamo contare solo su noi stessi. (nella foto Fernando Botero, Il bambino ricco, 1968) (4-2007)
Alcohol Prevention Day
Si è tenuta a Roma la tredicesima edizione dell’Alcohol Prevention Day, evento organizzato dall’Istituto Superiore di Sanità, dal Ministero della Salute e dalla Società Italiana di Alcologia. Nelle relazioni del convegno sono stati forniti dati per una riflessione approfondita su rischi e danni causati dal bere. Negli ultimi 20 anni in Europa la tendenza del consumo di alcol è al ribasso, circa il 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} in meno, ma con due importanti aspetti negativi: il consumo di alcol dell’Europa resta il più alto al mondo, il doppio rispetto alle altre aree geografiche; inoltre, nelle macro aree dell’ex Europa Orientale e dei Paesi nordici si registra una tendenza all’aumento. Per l’Italia, dopo un picco di consumi fatto registrare nel 1970, siamo ai minimi storici, diversamente da Paesi come Inghilterra, Polonia, Moldavia, Ucraina, Lituania e Bielorussia, dove l’alcol è sempre più diffuso. All’alcol sono riconducibili circa 200 malattie che riguardano tutti gli organi e apparati dell’organismo e che lo rendono insieme a tabacco, ipertensione, obesità e sedentarietà il principale fattore di rischio per la salute pubblica mondiale. Al convegno è stata sottolineata la possibilità che le cifre riguardo l’impatto sanitario dell’alcol – per quanto impressionanti – siano sottostimate, soprattutto per ragioni assicurative. Un altro problema è quello dell’assoluta assenza di informazioni nuiizonali nelle etichette delle bevande alcoliche: servirebbero indicazioni sulle calorie (l’alcol non è un alimento, ma fornisce 7 kcal per grammo), il rischio legato alle patologie fisiche, alle dipendenze, al consumo in gravidanza e in caso di guida. In un quadro complessivo di diminuzione dei consumi il problema in Italia rimane assai grave; sommando i comportamenti a rischio di chi ha un consumo giornaliero non moderato, del binge drinking (abbuffate alcoliche, con almeno 5 bevande) e del consumo di alcol da parte di adolescenti di 11-15 anni si ha una dato di oltre 7 milioni di italiani (il 13{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione) definibili come bevitori non moderati; tra questi 7 milioni di bevitori “a rischio” ci sono tra le 620.000 e le 720.000 persone con aspetti di dipendenza, bevendo più di 3 o 5 unità alcoliche al giorno; lo stigma che circonda il problema è il principale ostacolo per avvicinare questi soggetti a rischio: solo 70.000 le richieste di aiuto arrivano ai servizi di alcologia, il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di quanti ne avrebbero bisogno; i medici di medicina generale non riescono a incidere per la scarsa o nulla formazione che ricevono, solo il 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di loro conosce l’ AUDIT (Alcohol Use Disorders Identification Test), un semplice ma efficace test per valutare il consumo di alcol dei propri assistiti. Con 23 milioni di alcol dipendenti e i circa 200.000 morti l’anno il problema dell’alcol sarà uno dei grandi temi della sanità pubblica in Europa nei prossimi anni. (6-2014)
Apprendimento e sport
Apprendimento e sport sono strettamente collegati. I giochi sportivi di squadra con la palla richiedono, infatti, tecniche di gioco e tattiche di gara che devono essere apprese attraverso gli allenamenti. Molte ricerche nel campo delle neuroscienze suggeriscono che le dipendenze da sostanze e i disturbi psichiatrici maggiori (inquadrati nell’asse I e II del vecchio DSM IV) condividano l’alterazione, più o meno accentuata, dei processi legati ad apprendimento e motivazione, due ambiti nei quali è coinvolta in modo significativo la trasmissione legata al neurotrasmettitore dopamina e una struttura cerebrale chiamata amigdala. Apprendimento e motivazione sono anche alla base dell’allenamento sportivo che molte strutture di riabilitazione – come comunità per tossicodipendenti e centri di salute mentale – utilizzano per i propri utenti. Superata definitivamente la vecchia concezione dello sport come “valvola di sfogo”, come scarico dell’aggressività, stiamo imparando a trattare attività motoria, gioco sportivo e sport agonistico come strumenti terapeutici a tutti gli effetti. Da 25 anni lavoro in una comunità per tossicodipendenti vicino Roma, una delle prime strutture italiane ad occuparsi in modo scientifico delle dipendenze. In 35 anni di attività abbiamo ospitato più di mille persone con problemi di dipendenza da eroina e altre sostanze. Un numero consistente dei nostri utenti aveva un passato da sportivo o, comunque, la passione per lo sport, e per la pallavolo in particolare. Come Responsabile sanitario della comunità, ho chiesto di inserire la pallavolo in modo strutturato nel programma terapeutico di riabilitazione con allenamenti fissi bisettimanali, creazione di un gruppo-squadra e continui feed-back ai colleghi su aspetti emergenti dal lavoro di gruppo. Come allenatore FIPAV alleno da diversi anni le giocatrici delle categorie giovanili e gli adulti delle squadre amatoriali. Potendo mettere a confronto questi tre diversi aspetti della pratica sportiva della pallavolo – l’allenamento in una comunità, quello degli adolescenti e quello degli adulti dei gruppi amatoriali – nel tempo sono maturate alcune considerazioni. Il primo aspetto interessante dei giochi sportivi è che – trattandosi di sport di situazione – richiedono un forte impegno ed una grande concentrazione per memorizzare schemi corporei e tecniche di gioco (mediamente servono 10.0000 ripetizioni per imparare un fondamentale della pallavolo); nel gruppo degli utenti delle comunità si osserva una maggior difficoltà – rispetto ai gruppi amatoriali o giovanili – ad imparare tecniche e strategie di gioco; una possibile spiegazione biologica vede la compromissione delle strutture legate dell’apprendimento di cui si accennava all’inizio, ma non va trascurata il caratteristico comportamento ripetitivo associata alle dipendenze che rende difficile trarre effettiva esperienza dagli eventi e riduce l’apprendimento Il rapporto giocatori-allenatore è fondamentale in tutto lo sport. Tra gli utenti delle comunità questa relazione risente spesso di una particolare concezione dell’altro: le figure esterne – operatori, ma anche educatori e allenatori – sono frequentemente oggetto di emozioni ambivalenti, che vanno dalla rabbie all’idealizzazione; i primi allenamenti, in particolare, sono necessariamente poco gratificanti, dato che prima si impara una tecnica, poi ci si diverte ad utilizzarla personalizzandola; i primi mesi sono sempre difficili, se manca l’idea dell’investimento che produrrà frutti nel futuro; la logica del “tutto e subito” è in contrasto con la processualità di ogni vero e duraturo apprendimento. Un altro tema ricorrente è la difficoltà di rinunciare – anche nello sport – ad aspetti narcisistici; la pallavolo in questo senso è un’ottima cartina da tornasole, essendo lo sport anti-individualista per eccellenza (insieme al rugby); la continua richiesta di tener conto dell’altro – avversario o compagno – crea non poche difficoltà; nel minivolley i bambini incontrano un serio ostacolo nel passare dall’uno contro uno al due contro due, con la necessaria condivisione dello spazio; analogamente nella pallavolo quei 13.5 mq di campo (la sesta parte degli 81 mq complessivi di ogni metà campo) che ciascuno deve difendere con le unghie, senza invadere lo spazio altrui, sono un problema, così come è un problema l’impossibilità di entrare nello spazio avversario (se lo si fa scatta la penalità del “fallo d’invasione”); la rete divisoria, infine, è uno strumento che obbliga chi gioca a trasformare l’aggressività violenta del contatto in aggressività psicologica e bravura tecnica e fisica, un bel salto evolutivo. La pallavolo ha un’altra caratteristica tipica degli sport di situazione: ogni gesto e ogni palla giocata sono diverse dalla precedente: è una situazione altamente complessa, nella quale è solo possibile ridurre l’incertezza della scelta di gioco, mai prevederne con certezza l’esito; rispetto ad attività motorie standardizzate – correre, nuotare, pattinare – ciò comporta un’ulteriore difficoltà: la mancanza di ripetitività viene vissuta male, la novità può suscitare ansia o angoscia. Un aspetto peculiare degli sport di squadra sono gli avvicendamenti nel corso delle gare; i gruppi sono sempre formati da un numero maggiore di componenti, rispetto a quelli che scendono inizialmente in campo. Soprattutto nei gruppi della comunità, quando si operano sostituzioni nel corso della partita – spesso semplicemente per dare spazio a tutti i partecipanti – il cambio è spesso vissuto come giudizio negativo, definitiva e inappellabile, come ennesima conferma della propria incapacità complessiva. E’ importante, pertanto, ribadire sempre l’aspetto funzionalee contingente delle sostituzioni: senza cambi, non c’è gruppo e viene meno la motivazione a dare il massimo, secondo le proprie possibilità. La concentrazione, infine, rappresenta uno dei problemi principali nella pratica sportiva. Concentrarsi significa essere capaci di focalizzare la nostra attenzione verso un determinato compito per un certo periodo di tempo, eliminando tutti i pensieri che interferiscono e disturbano: la concentrazione in ambito sportivo – proprio all’interno di questa definizione – è un formidabile strumento di relax, un modo per “staccare” da stress e situazioni pesanti per immergersi totalmente e piacevolmente su determinati obiettivi. Per gli utenti delle comunità questo aspetto liberatorio della concentrazione nello sport – e in altri ambiti non agonistici – è particolarmente difficile e va costruito lentamente, per la probabile interferenza di meccanismi neurologici legati all’uso prolungato di sostanze. L’ultimo aspetto interessante degli sport di squadra come la pallavolo è che – attraverso un intenso coinvolgimento nelle situazioni di gioco – permettono a ciascuno di noi di esprimere svariate emozioni; nella cornice – solo apparentemente poco strutturata –
Cibi locali e dieta mediterranea
I cibi locali sono un elemento fondamentale della dieta mediterranea, un modello di alimentazione e di vita sana che non mette al bando nessun alimento, invitando a consumare cibi del territorio secondo le tradizioni. Pane e pasta integrali, legumi, frutta e verdura, olio extravergine di oliva, pesce azzurro, prodotti caseari e poca carne: con questo schema alimentare – legato a quello che il territorio poteva offrire – milioni di persone del bacino mediterraneo hanno vissuto per intere generazioni al riparo da molte malattie degenerative dei nostri tempi. Il pesce pescato in mare – insieme a legumi e cereali integrali – è la miglior fonte di proteine, perché le associa a dei grassi particolarmente utili al nostro organismo: gli ormai famosi acidi grassi omega-3; nelle persone in buona salute e durante l’accrescimento gli omega-3 sono utili per cuore e grossi vasi arteriosi e venosi, cervello, occhi e tessuto muscolare; sono consigliati anche nelle malattie infiammatorie croniche, nelle dislipidemie (con aumento dei trigliceridi), nell’ipertensione e nel diabete. Nel modello mediterraneo sono consigliate 2-3 porzioni alla settimana di pesce – fresco o surgelato, ma non lavorato – con una porzione media di circa 150 grammi; è bene, inoltre, alternare i vari tipi di pesce, seguendo la stagionalità, privilegiando i pesci di piccola taglia (pesce azzurro) e le varietà locali. Insieme al pesce altri alimenti – oltre ad essere particolarmente gustosi – valorizzano la nostra dieta e ci proteggono da molte malattie. I cereali integrali e i legumi, secchi o freschi, alzano poco la glicemia e fanno scendere il colesterolo, fornendo fibre e selenio, vitamine e sali minerali; in questo periodo dell’anno sono particolarmente apprezzate le fave locali – fresche come ortaggi con il pecorino o cucinate; per quanto riguarda i cereali da alcuni mesi è possibile acquistare in zona farine e formati di pasta “a filiera corta”, cioè derivanti da cereali del territorio e lavorati in loco: la cooperativa Sole Etrusco (www.soleetrusco.it), infatti, produce e commercializza prodotti con cereali provenienti esclusivamente dalle campagne di Cerveteri e dei comuni vicini. L’olio extravergine di oliva – come il pesce e la frutta secca – riduce il colesterolo e contiene sostanza antiossidanti e protettive contro i tumori; anche qui il nostro territorio può offrire esempi di alto valore, con i tanti produttori locali che ogni anno rendono possibile la Festa dell’olio nuovo a Cerveteri. I vegetali nel loro insieme sono la base di qualsiasi regime alimentare che protegga dall’obesità e dalle malattie. Tra le verdure una menzione particolare va alla famiglia delle crucifere, cavolfiore e broccoli per capirci, per la protezione antitumore e la presenza di vitamine e pro-vitamine; anche il carciofo, prodotto principe dell’agricoltura locale – con la popolarissima Sagra del Carciofo Romanesco di Ladispoli – ha notevoli proprietà benefiche per la salute; è molto ricco di fibre e le sue foglie sono ricche di una sostanza utile per il fegato (la cinarina), capace di rendere più fluida la secrezione della bile; concludiamo la rassegna degli alimenti buoni e salutari con l’aglio, che favorisce la circolazione e gli agrumi, ricchi di vitamina C e pro-vitamina A, entrambe protettive contro i tumori; in primavera, infine, diventa ancora più piacevole lo yogurt, alimento molto più digeribile del latte e di grande aiuto per la flora batterica intestinale. (4-2014)
Olimpiadi popolari di Barcellona
Le Olimpiadi Popolari di Barcellona del 1936 sono poco conosciute ma sono state- in un certo senso – il primo boicottaggio olimpico. Nella storia delle Olimpiadi tutti ricordano i tre boicottaggi che si susseguirono nel 1976 – da parte dei Paesi africani per l’apartheid sudafricano – nel 1980 – da parte dei Paesi filo-statunitensi per l’invasione sovietica dell’Afghanistan – e del 1984 – da parte dei Paesi del blocco socialista. In realtà, il primo importante boicottaggio avvenne nel 1936 alle Olimpiadi naziste di Berlino, ma pochi ne hanno sentito parlare. Nell’aprile 1931 il Comitato Olimpico (CIO) avrebbe dovuto riunirsi a Barcellona per decidere quale città si sarebbe aggiudicata i Giochi del 1936: tra le candidate la stessa Barcellona, la Roma fascista di Mussolini e Berlino, allora capitale della Repubblica di Weimar. La città catalana – grazie alla Esposizione Universale di tre anni prima – disponeva del nuovo stadio di Montjuic da 20.000 posti a sedere e di altre strutture adatte alla manifestazione. Alle prime elezioni municipali spagnole del 1931 – le prime dopo sette anni di dittatura – i Repubblicani erano risultati vincitori; il re Alfonso XII aveva lasciato la Spagna senza abdicare, trasferendosi a Roma, mentre veniva proclamata la Seconda Repubblica Spagnola. Fu un cambio di regime pacifico, ma spaventò molti membri del Comitato Olimpico. Alla fine il barone Pierre De Coubertin decise di scartare la candidatura di Barcellona e la scelta cadde su Berlino. Due anni dopo, nel gennaio 1933, Hitler ebbe la nomina a cancelliere e il regime nazista iniziò a revocare i titoli sportivi dei non-ariani, ma il Comitato Olimpico mantenne la decisione presa, permettendo l’uso dello sport in chiave propagandistica da parte del regime nazista. Le proteste contro i Giochi Olimpici berlinesi spinsero più di 500.000 persone a firmare una petizione anti-nazista e si registrarono proteste e manifestazioni in molte città, ma la macchina olimpica non ebbe intralci e le Olimpiadi di Berlino furono una grande occasione di propaganda del regime nazionalsocialista. Furono le prime Olimpiadi ad essere trasmesse in televisione e le prime ad essere documentate dal cinema: nel 1938 uscirà Olympia, diretto da Leni Riefenstahl, amica personale di Hitler, che vincerà la Coppa Mussolini alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel febbraio 1936 in Spagna si erano tenute le elezioni politiche: il Fronte Popolare aveva sconfitto di misura la coalizione di destra del Fronte Nazionale e aveva formato un nuovo governo socialista. Tra le prime mosse del governo c’era stata la decisione di tenere a Barcellona delle Olimpiadi Popolari, alternative a quelle ufficiali di Berlino, decidendo di non inviare alcun atleta ai Giochi di Berlino. Nel luglio del 1936 saranno migliaia gli atleti che arriveranno a Barcellona, ma solo come membri di club sportivi e di associazioni di partiti di sinistra. La cerimonia di apertura delle Olimpiadi Popolari, avrebbe dovuto svolgersi 19 luglio allo stadio di Montjuic, senza bandiere nazionali, con 6.000 atleti provenienti soprattutto da Stati Uniti, Paesi Bassi, Belgio, Cecoslovacchia, Danimarca, Norvegia, Svezia e Algeria e con la squadra tedesca e italiana formata da esuli politici. Nella notte tra il 18 e 19 luglio, però, vi fu la sollevazione militare guidata da Francisco Franco, e a Barcellona vi furono i primi scontri armati contro i fascisti spagnoli. Molti atleti scesero in piazza e a manifestare contro il golpe franchista. Alcuni di loro rimasero feriti o morirono negli scontri a fuoco. Dopo tre giorni di combattimenti, le fazioni dell’esercito schieratesi con Franco furono sconfitte e tornò momentaneamente la calma, ma il pericolo incombeva e il 23 luglio fu annunciato l’annullamento dei giochi. Otto giorni dopo, il 1 agosto 1936, tutti gli atleti sfileranno ufficialmente nella parata inaugurale dei giochi olimpici di Berlino organizzati dai nazisti. Di tutte le nazioni che avevano annunciato il boicottaggio delle olimpiadi ufficiali, solo la Spagna, ormai nel pieno nella guerra civile, e l’Unione Sovietica mantennero la promessa di boicottare le Olimpiadi ufficiali, tutti gli altri paesi – compresi gli USA e la Francia socialista – inviarono la propria delegazione che sfilarono senza alcun imbarazzo davanti alle autorità naziste. In Italia la Gazzetta dello Sport del 2 agosto 1936 scrisse: “Il Fuhrer ha dichiarato aperta le XI Olimpiade in una cornice di una grandiosità e suggestività impressionanti”.
Anoressia e bulimia: che fare?
Anoressia e bulimia: che fare?In linea di massima ciò che unisce tutti i disturbi dell’alimentazione è un valutazione di sé stessi incentrata quasi esclusivamente su quanto si pesa, su come si appare fisicamente e su quanto si riesce a controllare il cibo. Su Internet si trovano numerosi siti che inneggiano e cercano di valorizzare i comportamenti tipici dell’anoressia. L’ossessione per il controllo del cibo e per l’aspetto del corpo induce alcuni comportamenti tipici. Si contano in modo ossessivo le calorie di ogni alimento, si pesano tutti i cibi, evitando quelli non dietetici. Si ricorre continuamente alla bilancia – più volte al giorno, tutti i giorni – e ci si scruta spesso allo specchio concentrandosi su alcune parti del corpo che sembrano poco “magre”. In molti casi si ha un aumento dell’ansia, della depressione e una certa instabilità emotiva, con apatia, insonnia e difficoltà di concentrazione. I problemi maggiori, comunque, sono quelli di ordine fisico. La malnutrizione proteica ed energetica che si protrae nel tempo produce, inizialmente la riduzione del peso corporeo e delle riserve di grasso; oltre un certo limite, inizia l’uso delle proteine come fonte di energia (analogamente al marasma dei bambini denutriti del terzo mondo); compaiono riduzione del battito cardiaco (bradicardia) e della pressione arteriosa (ipotensione), disturbi gastro-intestinali, stitichezza e rallentamento della svuotamento dello stomaco. Inoltre, si ha un abbassamento della temperatura corporea (ipotermia), una riduzione del desiderio sessuale e la perdita delle mestruazioni (amenorrea). Per chi soffre di bulimia i rischi maggiori derivano dalle cosiddette pratiche di compensazione, particolarmente dal vomito che ci si procura per limitare le conseguenze dell’abbuffata. Oltre a squilibri nella concentrazione di alcuni importanti elementi minerali – come il potassio – si possono avere lesioni e danneggiamenti, anche gravissimi, a carico di esofago e stomaco. Nelle situazioni di bulimia bisogna, inoltre, tenere presente l’eventuale concomitanza di abuso di sostanze, di alcol in particolare (rilevato in una percentuale tra il 20 e il 50% di soggetti bulimici). La presenza in famiglia di problemi legati ai disturbi del comportamento alimentare, in particolare di casi di anoressia conclamata, mette in grande difficoltà tutte le figure familiari. La richiesta di aiuto spesso non è immediata e, soprattutto, non si sa bene a chi ci si deve rivolgere. L’approccio più efficace sembra quello che metta insieme diverse competenze (in termini tecnici, un approccio multidisciplinare). Serve sicuramente una competenza psicologica, per un lavoro individuale o di gruppo sui chi ha il problema ed eventualmente sulle loro famiglie; serve anche una competenza medica, per valutare attentamente le complicazioni cliniche della malattia (spesso, ma non sempre, gravi); serve, infine, una competenza nutrizionistica, per una graduale e personalizzata riabilitazione nutrizionale. Nei casi meno gravi il trattamento dei disturbi alimentari può essere effettuato a livello ambulatoriale, con terapie psicologiche e nutrizionistiche che durano dai 6 a 12 mesi. Nel nostro comprensorio ottimi centri per il sostegno ed il trattamento dei disturbi del comportamento alimentare si trovano a Roma al Policlinico Umberto I, al Bambino Gesù ed al Policlinico Gemelli. Riporto in conclusione alcuni consigli di Giovanni Bollea, neuropsichiatria infantile recentemente scomparso, per chi si trova a contatto con adolescenti anoressiche o bulimiche. Primo, non prendere mai di petto il problema. Secondo, nella fase acuta del problema, evitare rimproveri e consigli, sarebbero inascoltati e controproducenti. Terzo: intervenire il più precocemente possibile (rivolgendosi ai centri specialistici). (nella foto Egon Schiele, Nudo accovacciato, 1918) (4-2014)
DSM-5 e malattia mentale
DSM-5 è la sigla che sta per Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders; si tratta della quinta edizione di un’opera monumentale dell’Associazione degli psichiatri statunitensi (APA), che è stata pubblicata negli USA nel maggio scorso. In occasione dell’imminente uscita dell’edizione italiana, si è svolta a Roma, in una sala della Regione Lazio, un incontro rivolto agli operatori delle tossicodipendenze per la presentazionedell’opera. Massimo Biondi – uno dei curatori della traduzione italiana – ha illustrato la filosofia di base del nuovo DSM-5, che sostituisce il DSM-IV del 1994 e la sua revisione del 2000 (DSM-IV-TR), ribadendo quello che non è – e non deve essere – il manuale, ossia uno strumento per fare diagnosi psichiatriche: il DSM-5, come i precedenti, dovrebbe essere soprattutto uno strumento epidemiologico e statistico, per confrontare diagnosi effettuate in ambito clinico con altri strumenti; il professore ha sottolineato sia gli elementi di continuità sia le novità; tra i primi il mantenimento dell’approccio nosografico (che esclude i vissuti personali), a-teorico (solo descrizioni e nessun riferimento esplicito alle grandi teorie, come la psicoanalisi), statistico (con liste di sintomi) e categoriale (con categorie strutturate come entità discrete, o dentro o fuori); tra i cambiamenti eclatanti il più importante sembra certamente l’abbandono del sistema multi-assiale. Nel precedente DSM-IV ogni paziente veniva valutato in base a cinque assi indipendenti e paralleli tra loro; nell’Asse I venivano considerati eventuali disturbi clinici (come schizofrenia, depressione); nell’Asse II eventuali disturbi di personalità; nell’Asse III le condizioni mediche generali, non psichiatriche, che potevano influenzare il disturbo mentale; nell’Asse IV i problemi psicosociali e ambientali (come lutti o perdite del lavoro); nell’Asse V, infine, si esprimeva una valutazione globale di funzionamento. La critica più pesante al nuovo DSM-5 l’ha formulata il professor Allen Frances, che aveva guidato gli psichiatri redattori del DSM-IV; Frances ha ricordato la tendenza della psichiatria contemporanea a far passare molte difficoltà della vita per malattie mentali da trattare farmacologicamente. Anche il DSM-5 – come i precedenti DSM – verosimilmente porterà ad un’esplosione di nuove diagnosi e a una medicalizzazione in massa della normalità, secondo gli auspici dell’industria farmaceutica. Allen Frances ha fatto un elenco delle diagnosi del DSM-5 che si inseriranno in questa tendenza; con il nuovo Disturbo di disregolazione dirompente dell’umore impeti di rabbia potranno diventare un disturbo mentale; nel Disturbo neuro-cognitivo minore si rischierà di dare valenza psichiatrica alle normali dimenticanze e debolezze cognitive della vecchiaia, mentre l’inevitabile abbassamento dell’umore associato al lutto potrebbe diventare Depressione maggiore, con inevitabili farmaci inutili; chi si abbufferà di cibo almeno 12 volte a trimestre sarà incasellabile nel Binge Eating Disorder (Disturbo da alimentazione incontrollata); chi farà abuso per la prima volta di droghe finirà nella stessa categoria diagnostica dei tossicodipendenti di lunga data; con l’introduzione del concetto di dipendenze comportamentali si creano le premesse per un uso poco appropriato di diagnosi di dipendenza da Internet o dal sesso. Nella prefazione al suo libro (Primo, non curare chi è normale per Bollati Boringhieri, 2013) Frances riconosce il clamoroso abbaglio di quanti come lui hanno completato il DSM-IV. Illudendosi di aver fatto un buon lavoro e aver limitato il numero sempre crescente di diagnosi psichiatriche, in realtà negli USA sono raddoppiate le diagnosi di disturbo bipolare, triplicate quelle di ADHD, aumentate di quaranta volte quelle di autismo. Tre epidemie – le chiama così Frances – causate dal non aver previsto quanto fossero potenti le case farmaceutiche (big-pharma), le quali tre anni dopo la pubblicazione del DSM-IV hanno ottenuto il diritto di fare pubblicità diretta presso i consumatori, con una fortissima spinta alla vendita dei farmaci. Si è fatto credere che ogni disturbo mentale abbia a che fare con uno scompenso chimico e che la cura sia prendere una pillola per tutta la vita. In futuro – conclude Frances – ci saranno sempre più persone che riceveranno diagnosi di cui non hanno bisogno e trattamenti che probabilmente faranno loro più male che bene. (3-2014)
Anoressia e bulimia
L’anoressia, la scelta di rinunciare al cibo, sembra un atteggiamento anti-biologico. Come membri della specie Homo Sapiens, infatti, tutti dobbiamo soddisfare il bisogno biologico della nutrizione. A differenza degli altri animali, noi umani siamo, però, in grado di dare alle cose che mangiamo una forma e un valore. Il cibo nella nostra specie si presenta sempre in questo duplice aspetto: è quello che ci permette di vivere, ma è anche qualcosa con cui comunichiamo la nostra identità e le nostre emozioni. Alla luce di ciò l’anoressia appare, in primo luogo, un gesto clamoroso di negazione. In Italia i disturbi del comportamento alimentare coinvolgerebbero oltre due milioni di ragazze (dati del CIDAP, Centro Italiani Disturbi Alimentari Psicogeni), con circa un milione e mezzo di ragazze bulimiche – che si abbuffano e poi cercano di recuperare – e oltre 750.000 di ragazze anoressiche, che mangiano poco o niente. Da alcuni anni la tendenza riguarda anche i maschi, con circa 75.000 ragazzi anoressici e 150.000 bulimici. Secondo il Ministero della Salute, l’incidenza dell’anoressia nervosa negli ultimi anni risulta stabilizzata, mentre quella della bulimia nervosa è in aumento. Essere adolescenti, di sesso femminile, e vivere in una società occidentale, costituisce oggi il massimo fattore di rischio per l’anoressia. Nella famiglia delle persone bulimiche e anoressiche troviamo spesso, inoltre, situazioni di alcolismo e obesità (per la bulimia), depressione e disturbi del comportamento alimentare. Sembrano avere un certo peso rapporti molto problematici con i genitori e ambienti scolastici o esperienze di lavoro che incoraggino la magrezza (come il mondo della moda). Anche alcune attività sportive possono essere a rischio – la ginnastica artistica e la danza, ad esempio – soprattutto se sono presenti istruttori che spingono in modo eccessivo per la magrezza delle atlete o degli atleti. Oltre il 50% dei casi di anoressia e bulimia si risolve positivamente, mentre un altro 30% presenta una guarigione parziale; il restante 15-20% diventa cronico e non migliora. Tra i casi che non si riesce a trattare, la malnutrizione prolungata può anche essere causa di morte. Un ruolo non trascurabile in queste patologie sembra averlo la generale tendenza di società e mass-media ad attribuire all’aspetto esteriore e alla magrezza i caratteri dell’adeguatezza, della modernità, del successo. Al contrario, la grassezza, dal leggero sovrappeso all’obesità, viene continuamente stigmatizzata. Ritornando al mondo della moda, da tempo accusato di spingere le giovani donne all’anoressia, ha fatto discutere una recente legge varata in Israele. Per contrastare la generale tendenza ad idealizzare la magrezza innaturale delle modelle, il governo di Tel Aviv ha stabilito per legge che l’IMC o Indice di Massa Corporea (il rapporto tra peso e altezza) di chi posa per la pubblicità non debba essere inferiore a 18,5. Per capirci, una modella israeliana alta 1 metro e 72 dovrà pesare almeno 54 chili. Non siamo sicuri che questa sia la strada giusta, però segnala la gravità del problema. Negli Stati Uniti l’associazione degli stilisti ha formulato alcune linee guida per raccomandare un’alimentazione e un ambiente di lavoro salutari per le modelle, ma senza regole precise sul peso. Che si mettano o meno limiti di legge, è evidente che serve una forte educazione a scuola e nei media per aiutare le tante giovani che soffrono di gravi disturbi alimentari a capire che la magrezza eccessiva è una trappola pericolosissima. (nella foto Egon Schiele, Nudo accovacciato di schiena, 1917) (3-2014)