Oltre il 50 % dei casi di anoressia e bulimia si risolve positivamente, mentre un altro 30 % presenta una guarigione parziale; il restante 15-20 % diventa cronico e non migliora. Tra i casi che non si riesce a trattare, la malnutrizione proteica ed energetica protratta nel tempo può anche essere causa di morte. La presenza in famiglia di problemi legati ai disturbi del comportamento alimentare, in particolare di casi di anoressia conclamata, mette in grande difficoltà tutte le figure familiari. La richiesta di aiuto spesso non è immediata e, soprattutto, non si sa bene a chi ci si deve rivolgere. L’approccio più efficace sembra quello che metta insieme diverse competenze (in termini tecnici, un approccio multidisciplinare) con almeno tre figure specialistiche. Serve, infatti, una competenza psicologica, per un lavoro individuale o di gruppo sui chi ha il problema ed eventualmente sulle loro famiglie; serve, inoltre, una competenza medica, per valutare attentamente le complicazioni cliniche della malattia (spesso, ma non sempre, gravi); serve, infine, una competenza nutrizionistica, per una graduale e personalizzata riabilitazione nutrizionale.Nei casi meno gravi il trattamento dei disturbi alimentari può essere effettuato a livello ambulatoriale, con terapie psicologiche e nutrizionistiche che durano dai 6 a 12 mesi, a seconda del recupero ponderale che si deve operare (modello Aidap). Nel nostro comprensorio ottimi centri per il sostegno ed il trattamento dei disturbi del comportamento alimentare si trovano a Roma al Policlinico Umberto I, al Bambin Gesù ed al Policlinico Gemelli. Nelle situazioni, indubbiamente meno gravi, di bulimia va sempre presa in considerazione l’eventuale concomitanza di abuso di sostanze, alcol in particolare. Dati recenti indicano tra il 20 e il 50 % di soggetti bulimici con abuso di alcol, circa il 5 % – ma il dato è probabilmente sottostimato – con abuso di cocaina, quasi tutti con uso o abuso di cannabis. Secondo Giovanni Bollea, neuropsichiatria infantile, è bene seguire tre regole nell’affrontare i casi di anoressia e bulimia. Prima regola, non prendere di petto il problema, poiché nella fase acuta del problema, non valgono né rimproveri né consigli. Seconda regola, far seguire sempre un intervento di psicoterapia. Terza regola, intervenire il più precocemente possibile. Come ultima osservazione, un ruolo non trascurabile nell’anoressia e nella bulimia sembra averlo la generale tendenza di società e mass-media ad attribuire all’aspetto esteriore ed alla magrezza i caratteri dell’adeguatezza, della modernità, del successo. Al contrario, la grassezza, dal leggero sovrappeso all’obesità, viene continuamente stigmatizzata. Il mondo della moda è da tempo accusato di spingere le giovani donne all’anoressia, con le foto su giornali e riviste di modelle sottopeso. A questo proposito ha fatto discutere una recente legge varata in Israele. Per contrastare la generale tendenza ad idealizzare la magrezza innaturale delle modelle, il governo di Tel Aviv ha stabilito per legge che l’indice di massa corporea (il rapporto tra peso e altezza) di chi posa per la pubblicità non debba essere inferiore a 18,5. Per capirci, una modella israeliana alta 1 metro e 72 dovrà pesare almeno 54 chili. Non siamo sicuri che questa sia la strada giusta, però segnala la gravità del problema. Negli Stati Uniti l’associazione degli stilisti ha formulato alcune linee guida per raccomandare un’alimentazione e un ambiente di lavoro salutari per le modelle, ma senza regole precise sul peso. Il problema, naturalmente, non può essere solo del mondo delle passerelle; il filosofo Umberto Galimberti spesso ha ricordato che “essere grassi in una società che predilige i magri equivale ad una neppure tanto mascherata esclusione sociale” Che si mettano o meno limiti di legge, è evidente che serve una forte educazione a scuola e nei media per aiutare le tante giovani che soffrono di disturbi alimentari a capire che la magrezza eccessiva è una trappola pericolosissima (nella foto la modella francese Isabel Caro fotografata da Oliviero Toscani) (3-2014)
Disturbi alimentari: le conseguenze (2)
In linea di massima ciò che unisce tutti i disturbi dell’alimentazione è un valutazione di sé stessi incentrata quasi esclusivamente su quanto si pesa, su come si appare fisicamente e su quanto si riesce a controllare il cibo. Su Internet si trovano numerosi siti pro-ana che, attraverso decaloghi come quello che riportiamo, inneggiano e cercano di valorizzare i comportamenti tipici dell’anoressia. Ecco un esmpio di Comandamenti Pro-Ana: 1) Se non sei magra, non sei attraente. 2) Essere magri è più importante che essere sani. 3) Non puoi mangiare senza sentirti colpevole. 4) Non puoi mangiare cibo ingrassante senza punirti dopo.5) Compra dei vestiti, tagliati i capelli, prendi dei lassativi, muori di fame, fai di tutto per sembrare più magra. 6) Devi contare le calorie e ridurne l’assunzione di conseguenza. 7) Quello che dice la bilancia è la cosa più importante; perdere peso è bene, guadagnare peso è male. 9) Non sarai mai troppo magra 10) Essere magri e non mangiare sono simbolo di vera forza di volontà e autocontrollo. Come si deduce dall’elenco, il mondo anoressico è un mondo ad una sola dimensione: tutto è funzione della magrezza, unico obiettivo desiderabile, a tutti i costi – vedremo quali – e con tutti i mezzi. L’ossessione per il controllo del cibo e dell’aspetto del corpo induce alcuni comportamenti tipici: a) l’ossessivo conteggio delle calorie di ogni alimento, la pesatura maniacale dei cibi, il ricorso ad alimenti dietetici; b) l’uso continuo e maniacale alla bilancia – più volte al giorno – ed il guardarsi spesso allo specchio concentrandosi su alcune parti del corpo che sembrano poco magre. Tutto ciò comporta quasi sempre conseguenze gravi sia sul piano psicologico sia sul piano fisico. A livello mentale si ha un aumento di ansia e depressione, instabilità emotiva, apatia, insonnia e difficoltà di concentrazione. A livello fisico la malnutrizione proteica ed energetica che si protrae nel tempo produce, inizialmente, la riduzione del peso corporeo e delle riserve di grasso; oltre un certo limite, inizia l’uso delle proteine come fonte di energia – analogamente al “marasma” dei bambini denutriti del terzo mondo – e si riduce il metabolismo basale, cioè il consumo energetico di base per le nostre funzioni vitali. Le conseguenze sull’apparato cardiocircolatorio sono la riduzione del battito cardiaco (bradicardia) e della pressione arteriosa (ipotensione); quelle sull’apparato digerente sono disturbi gastro-intestinali, stitichezza e rallentamento della svuotamento dello stomaco. Inoltre, si ha un abbassamento della temperatura corporea (ipotermia), una riduzione del desiderio sessuale e la perdita delle mestruazioni (amenorrea). Per chi soffre di bulimia i rischi maggiori derivano dalle cosiddette pratiche di compensazione, particolarmente dal vomito che ci si procura per limitare le conseguenze dell’abbuffata. Oltre a squilibri nella concentrazione di alcuni importanti elementi minerali – il potassio tende a diminuire fortemente con l’uso di lassativi e diuretici abbinato al vomito – sono riportate lesioni e danneggiamenti, anche molto gravi, a carico dell’esofago e dello stomaco. Tre condizioni costituiscono il massimo fattore di rischio per la anoressia: essere adolescenti, essere di sesso femminile, vivere in una società occidentale. Oltre a queste caratteristiche generali, nella famiglia delle persone bulimiche e anoressiche troviamo spesso situazioni di alcolismo e obesità (per la bulimia), depressione e disturbi del comportamento alimentare. Sembrano predisporre a queste patologie: a) rapporti molto problematici con i genitori; b) ambienti scolastici o esperienze di lavoro che incoraggino la magrezza (il mondo della moda, ma non solo quello; in molti lavori di relazione con il pubblico la magrezza sembra una condizione imprescindibile); c) sport che esaltino la magrezza (ginnastica artistica e danza, soprattutto; ma in realtà ogni attività sportiva diventa a rischio, se sono presenti istruttori che spingono in modo eccessivo per la magrezza delle atlete o degli atleti); d) abusi fisici e sessuali. Vengono, infine, segnalati come eventi precipitanti alcune situazioni come cambio di casa o di città, l’arrivo di una nuova persona in casa; alcune malattie ricorrenti; la pubertà, particolarmente quella femminile; la gravidanza; l’abbandono o la perdita di persone care di riferimento e la separazione dei genitori, gli insuccessi scolastici e lavorativi. (2007)
Disturbi alimentari: la diagnosi (1)
I Disturbi del comportamento alimentare sono sempre più frequenti nel mondo occidentale. Anoressia e bulimia sono in continuo aumento, anche tra la popolazione maschile, e ci segnalano un profondo malessere da parte di chi ne soffre. Nei Paesi anglosassoni si è avuto un aumento di queste patologie tra l’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} e il 150{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} negli anni ’60 e ’70. Il cibo, va detto, non è mai soltanto un indispensabile mezzo per ricavare l’energia ed i nutrienti di cui necessitiamo; in molti ambiti e in molte famiglie il cibo è, spesso, l’unico strumento per esprimere stati d’animo, variazioni d’umore, disagio; il modo in cui si mangia può esprimere che ci si sente accettati o rifiutati: il rapporto con il cibo – nelle società del benessere – diventa dunque, anche una comunicazione. Si tratta di un atteggiamento che riguarda in particolar modo le giovani generazioni, quegli adolescenti che trovano difficoltà o impossibilità nell’esprimere con le parole sentimenti ed emozioni verso gli altri. La società consumistica, inoltre, attribuisce troppa importanza all’immagine dei nostri corpi, idealizzando corpi eccessivamente magri, eccessivamente muscolosi, eccessivamente finti. Nelle popolazioni non occidentali i disturbi del comportamento alimentari sono praticamente sconosciuti, con frequenze molto basse. Nelle giovani occidentali le manipolazioni che ingrassano o che dimagriscono troppo il corpo rappresentano anche una risposta alla difficoltà di costruire un’identità di genere, maschile o femminile. Le adolescenti anoressiche, in particolare, sembrano rifiutare il corpo femminile attraverso il dimagrimento, l’esaltazione delle capacità intellettuali e culturali, la negazione della maternità. Il loro corpo diventa un corpo asessuato, in genere il ciclo mestruale si riduce o si perde del tutto. Un esempio tragico di tutto ciò è stata la fotomodella francese Isabelle Caro, che ha permesso al fotografo Oliviero Toscani di fotografare nudo il proprio corpo anoressico per una campagna di sensibilizzazione sulla malattia. La Caro è morta a 28 anni, due anni dopo il servizio fotografico. Per il Manuale diagnostico e statistico degli psichiatri statunitensi (DSM-IV) possiamo parlare di disturbi del comportamento alimentare in presenza di “persistenti disturbi del comportamento alimentare e/o comportamenti finalizzati al controllo del peso corporeo, non secondari a nessuna condizione medica o psichiatrica conosciuta, che danneggiano in modo significativo la salute fisica e il funzionamento psicologico”. A questa definizione fa seguito la suddivisione dei disturbi in: anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbi dell’alimentazione atipici. La diagnosi di anoressia nervosa si basa su tre punti: 1) persistenza di un peso corporeo basso, con Indice di Massa Corporea (IMC) inferiore a 17,5 (il peso in kg diviso per il quadrato dell’altezza in metri; es. se pesiamo 75 kg e siamo alti 170 cm: 75 diviso 2.89, risultato del prodotto 1,7 x 1,7); 2) assenza di mestruazioni (amenorrea); 3) eccessiva importanza attribuita al peso, all’aspetto del corpo, al controllo del cibo. La diagnosi di bulimia nervosa prende in esame 4 aspetti: 1) ricorrenti assunzioni di grandi quantità di cibo, episodi di “abbuffate”, con sensazione di perdita del controllo; 2) diete eccessive o digiuno, vomito autoindotto, uso di lassativi e diuretici, esercizio fisico esagerato (i cosiddetti comportamenti di compenso); 3) eccessiva importanza attribuita al peso, all’aspetto del corpo, al controllo del cibo. Tutti gli altri disturbi dell’alimentazione che non presentano i tratti dell’anoressia nervosa e della bulimia nervosa vengono inclusi nei disturbi dell’alimentazione atipici. Stime attendibili parlano di una frequenza della bulimia tra le ragazze intorno all’1-2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} e dell’anoressia tra lo 0,3-0,5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Sono dati che valgono solo per le società occidentali e si riferiscono a tutta la popolazione, a prescindere dal reddito e dalla cultura; la fascia più a rischio sono le donne dai 12 ai 25 anni, ma stanno aumentando i casi precoci, i casi tardivi e quelli riguardanti l’altro sesso. In realtà valutare la reale diffusione dei disturbi dell’alimentazione è molto difficile per almeno due motivi: la negazione del problema da parte di chi ne è coinvolto, la forte incidenza di forme che rimangono nascoste per anni agli stessi familiari. (2007)
Slow Food vs. McDonald’s
Nel 1986 è nato in Italia un modello di alimentazione alternativo ai fast-food; Carlo Petrini e gli altri fondatori hanno scelto di chiamarsi Slow Food (in inglese, mangiare lentamente), per contrapporsi alla logica del pasto veloce dei fast-food. Slow Food vuole soprattutto sottolineare l’incompatibilità tra chi – come McDonald’s e la grande industria alimentare – vede il cibo unicamente come fonte di profitto e chi sostiene che il cibo debba essere “buono, pulito e giusto”. Cibo “pulito” significa sostenibile: McDonald’s e soci sono responsabili della deforestazione di vaste aree della foresta pluviale centroamericana per creare pascoli nei quali il bestiame destinato alla macellazione diventerà hamburger; il disboscamento serve anche per le enormi quantità di carta necessarie all’impacchettamento dei cibi (McDonald’s utilizza solo una piccolissima quota di carta riciclata). Cibo “giusto” è cibo che dà un reddito dignitoso e non sfrutta chi lo produce; dai dati di Greenpeace inglese l’80% dei lavoratori di McDonald’s sono part-time, in un anno il turn-over raggiunge il 60% (negli Stati Uniti addirittura il 300%); gli stipendi sono bassi e le possibilità di promozioni minime; negli USA i dipendenti non aderiscono ai sindacati perché temono di essere licenziati; questo sfruttamento della manodopera e la scarsa qualità delle materie prime – conclude Greenpeace – sono la spiegazione dei prezzi bassi dei fast-food. Il cibo, infine, dovrebbe essere “buono”, cioè piacevole per il gusto e non dannoso per la salute; il modello McDonald’s è il modello del cibo-spazzatura, un’alimentazione piena di grassi saturi, zuccheri raffinati, prodotti animali e sale (sodio) e povera di fibre, vitamine e minerali; 50 anni di fast-food hanno portato gli USA al poco invidiabile primato dell’obesità mondiale, con circa il 70% dei suoi cittadini sovrappeso ed esposti a tutta una serie di malattie cronico-degenerative, in particolare a diabete, ipertensione, tumori e disturbi cardiovascolari, con una diffusione di queste malattie molto più alta che in Italia, a riprova del fatto che mangiando male ci si ammala. Ma forse non è neanche questo il lato peggiore di McDonald’s e soci: il vero motivo per non andarci è l’omologazione dei gusti e delle cucine – quindi delle culture – di tutto il mondo. Non c’è niente di più potente del cibo per definire la nostra identità di gruppo etnico (come capire l’Italia senza il pane, la pasta e i prodotti del grano?). Conoscere la cucina dei altri Paesi è un modo per avvicinarci alla loro cultura, per confrontarci con loro; se andiamo sempre nei fast-food, non capiremo mai il mondo. (2-2014)
La pallavolo secondo Mauro Berruto
“ Cari genitori, mi rivolgo a voi in quanto esseri adulti, razionali e con la testa ben piantata sulle spalle. Preferisco essere proprio io a dirvelo, con cognizione di causa e prima che lo scopriate sulla vostra pelle: la pallavolo è lo sport più pericoloso che esista. Vi hanno ingannato per anni con la storia della rete, della mancanza di contatto fisico, del fair play. Ci siamo cascati tutti, io per primo, il rischio è molto più profondo subdolo”. “Prima di tutto questa cosa del passaggio… In un mondo dove il campione è colui che risolve le partite da solo, la pallavolo, cosa si inventa? Se uno ferma la palla o cerca di controllarla toccandola due volte consecutivamente, l’arbitro fischia il fallo e gli avversari fanno il punto. Diabolico ed antistorico: il passaggio come gesto obbligatorio per regolamento in un mondo che insegna a tenersi strette le proprie cose, i propri privilegi, i propri sogni, i propri obiettivi”. “Poi quella antipatica necessità di muoversi in tanti in uno spazio molto piccolo. Anzi lo spazio più piccolo di tutti gli sport di squadra! 81 metri quadrati appena… Accidenti, ci mettiamo tanto ad insegnare ai nostri figli di girare al largo da certa gentaglia, a cibarsi di individualismo (perché è risaputo che chi fa da sé fa per tre), a tenersi distanti da quelli un po’ troppo diversi e poi li vediamo tutti ammassati in pochi metri quadrati, a dover muoversi in maniera dannatamente sincronica, rispettando ruoli precisi, addirittura (orrore) scambiandosi ‘cinque’ in continuazione”. “Sogni di gloria. Non c’è nessuno che può schiacciare se non c’è un altro che alza, nessuno che può alzare se non c’è un altro che ha ricevuto la battuta avversaria. Una fastidiosa interdipendenza che tanto è fondamentale per lo sviluppo del gioco che rappresenta una perfetta antitesi del concetto con cui noi siamo cresciuti e che si fondava sulla legge: ‘La palla è mia e qui non gioca più nessuno’. “Infine ci si mette anche il punteggio e il suo continuo riazzeramento alla fine di ogni set. Ovvero, pensateci: hai fatto tutto benissimo e hai vinto il primo set? Devi ricominciare da capo nel secondo. Devi ritrovare energia, motivazioni, qualità tecniche e morali. Quello che hai fatto prima (anche se era perfetto) non basta più, devi rimetterlo in gioco”. “Viceversa, hai perso il set precedente? Hai una nuova oggettiva opportunità di ricominciare da capo. Assolutamente inaccettabile per noi adulti che lottiamo per tutta la vita per costruire la nostra zona di comfort dalla quale, una volta che ci caschiamo dentro, guai al mondo di pensare di uscire”. “Insomma, questa pallavolo dove la squadra conta cento volte più del singolo, dove i propri sogni individuali non possono che essere realizzati attraverso la squadra, dove sei chiamato a rimettere in gioco sempre ed inevitabilmente quello che hai fatto, diciamocelo chiaramente, è uno sport da sovversivi! Potrebbe far crescere migliaia di ragazzi e ragazze che credono nella forza e nella bellezza della squadra, del collettivo e della comunità. Non vorrete correre questo rischio, vero? Anche perché, vi avviso, se deciderete di farlo… non tornerete più indietro”. Lettera aperta ai genitori di Mauro Berruto, allenatore della nazionale maschile di pallavolo del 11-1-2014, pubblicata sul volume Sogni di gloria. Genitori, figli e tutti gli sport del momento, edito da Feltrinelli
McDonald’s e Slow Food
Nel 1986 è nato in Italia un modello di alimentazione alternativo ai fast-food; Carlo Petrini e gli altri fondatori hanno scelto di chiamarsi Slow Food (mangiare lentamente), per sottolineare l’incompatibilità tra chi vede il cibo unicamente come fonte di profitto e chi sostiene che il cibo debba essere “buono, pulito e giusto”. Cibo “pulito” significa sostenibile: McDonald’s e soci utilizzano vaste aree della foresta pluviale centroamericana per creare pascoli nei quali il bestiame destinato alla macellazione diventerà hamburger; i disboscamenti servono anche per le enormi quantità di carta necessarie all’impacchettamento dei cibi (McDonald’s utilizza solo una piccolissima quota di carta riciclata). Cibo “giusto” è cibo che dà un reddito dignitoso e non sfrutta chi lo produce; dai dati di Greenpeace inglese l’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei lavoratori di McDonald’s sono part-time, in un anno il turn-over raggiunge il 60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} (negli Stati Uniti addirittura il 300{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}); gli stipendi sono bassi e le possibilità di promozioni minime; negli Usa i dipendenti non aderiscono al sindacato perché temono di essere licenziati; questo sfruttamento della manodopera e la scarsa qualità delle materie prime – conclude Greenpeace – sono la spiegazione dei prezzi bassi dei fast-food. Il cibo, infine, dovrebbe essere “buono”, cioè piacevole per il gusto e non dannoso per la salute; il modello McDonald’s è il modello del cibo-spazzatura, un’alimentazione piena di grassi, zuccheri, prodotti animali e sale (sodio) e povera di fibre, vitamine e minerali; 50 anni di fast-food hanno portato gli Usa al poco invidiabile primato dell’obesità mondiale, con circa il 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei suoi cittadini sovrappeso ed esposti a tutta una serie di malattie cronico-degenerative, in particolare a diabete, ipertensione, tumori e disturbi cardiovascolari. Ma forse non è neanche questo il lato peggiore di McDonald’s e soci: il vero motivo per non andarci è l’omologazione che si ha in questi luoghi dei gusti e delle cucine – quindi delle culture – di tutto il mondo. Non c’è niente di più potente del cibo per definire la nostra identità di gruppo etnico (come capire l’Italia senza il pane, la pasta e i prodotti del grano?). Conoscere la cucina dei altri Paesi è un modo per avvicinarci alla loro cultura, per confrontarci con loro; se andiamo sempre nei fast-food, non capiremo mai il mondo.
Storia di McDonald’s
La storia di McDonald’s, la più importante catena di fast-food, è la storia del lavoro parcellizzato, ripetitivo e malapagato applicata alla ristorazione. Nelle città italiane si contano oggi circa 400 McDonald’s; il colosso della ristorazione veloce ha un fatturato di oltre 27 miliardi di dollari, 5 miliardi di utile netto, 35.000 ristoranti e 420.000 dipendenti sparsi in tutto il mondo. McDonald’s è uno dei più potenti simboli della globalizzazione della società: per calcolare il potere di acquisto di un Paese qualcuno usa l’indice Big Mac che mette a confronto i prezzi del super panino: 4,33 dollari negli Stati Uniti, 75 rubli – 2.30 dollari- in Russia, 10 real, circa 5 dollari in Brasile, 3.80 euro in Italia. La storia del fast-food inizia negli anni ’30. Nel 1937 due fratelli (Richard e Maurice McDonald) aprono un chiosco di hot dog ad Arcadia, in California; tre anni dopo il chiosco diventa un ristorante. Negli anni ’50 Ray Kroc, un fornitore di frullatori, rileva l’attività, la rende redditizia al massimo con l’uso della catena di montaggio e la scelta di materie prime scadenti ma economiche; quindi, fonda la “McDonald’s Corporation” (1955) e apre il primo ristorante nell’Illinois. Negli anni ’60 i ristoranti McDonald’s si diffondono capillarmente negli Usa e arrivano in Canada. Negli anni ’70 i fast-food sbarcano in Europa, negli anni ’80 in Italia, a Bolzano nel 1985, a Roma – in Piazza di Spagna – nel 1986. Da allora una continua crescita, con qualche piccolo incidente di percorso. Il primo “incidente” è stato Super Size Me, film documentario, diretto ed interpretato da Morgan Spurlock, uscito nelle sale di tutto il mondo nel 2004; l’autore per 30 giorni mangia solamente cibo da McDonald’s, sospende ogni attività fisica per raggiungere la sedentarietà di uno statunitense medio (2500 passi al giorno) e documenta tutto; in un mese diventa obeso, ingrassando di 11 kg, è colpito da depressione e repentini alterazioni del tono dell’umore, ha problemi al fegato, tachicardia e disfunzioni sessuali. Nel 2006 in Gran Bretagna – Paese con la massima obesità europea e altissimi tassi di malattie croniche – viene annunciata la chiusura di 25 ristoranti McDonald’s per mancanza di clienti. Nel 2011 il governo della Danimarca introduce una tassa sui cibi che hanno oltre il 2,3{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di grassi saturi, per ridurre il consumo di cibo spazzatura. L’iniziativa danese si basa su migliaia di pubblicazioni scientifiche che documentano la stretta relazione tra cattiva salute e cattiva alimentazione; un recente studio del Dipartimento di salute pubblica alla Temple University di Philadelphia ha analizzato i prodotti di McDonald’s e di altri 7 grandi marchi (Burger King, Wendy’s, Taco Bell, KFC, Arby’s, Jack in the Box, Dairy Queen) arrivando ad alcune conclusioni che fanno riflettere; il primo dato riguarda la diffusione di questo tipo di pasti: nei giorni feriali circa il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei ragazzi statunitensi mangia nei fast-food; il secondo dato prende in esame il presunto miglioramento del menù sbandierato dai gestori di fast-food; la ricerca sostiene che negli ultimi 14 anni non è cambiato quasi nulla; nonostante l’introduzione di insalate e carni grigliate, il bilancio finale delle calorie non è migliore perché sono aumentati i condimenti ipercalorici, i dessert e le nuove bevande zuccherate e dolci; secondo lo studio, pertanto, i cambiamenti dei prodotti dei fats-food sono stati per lo più di facciata, un modo di difendersi dalle martellanti critiche dei responsabili della salute pubblica. (1-2014)
McDonald’s e i fast-food
Oggi nelle città italiane si contano circa 400 McDonald’s; il colosso della ristorazione veloce – in inglese fast-food – ha un fatturato di oltre 27 miliardi di dollari, 5 miliardi di utile netto, 35.000 ristoranti e 420.000 dipendenti sparsi in tutto il mondo. McDonald’s è uno dei più potenti simboli della globalizzazione della società: per calcolare il potere di acquisto di un Paese qualcuno usa l’indice Big Mac che mette a confronto i prezzi del super panino: 4,33 dollari negli Stati Uniti, 75 rubli – 2.30 dollari- in Russia, 10 real, circa 5 dollari in Brasile, 3.80 euro in Italia. La storia del fast-food inizia negli anni ’30. Nel 1937 due fratelli (Richard e Maurice McDonald) aprono un chiosco di hot dog ad Arcadia, in California; tre anni dopo il chiosco diventa un ristorante. Questi primi fast-food, all’inizio sotto forma di drive-in, subiscono una profonda rivoluzione con l’arrivo di Ray Kroc (descritto nel film The Founder): viene adottato il sistema della fabbrica (taylorismo) alla cucina dei ristoranti, sotto forma di lavoro parcellizzato, svolto da lavoratori che sanno fare una sola cosa e possono, pertanto, essere pagati poco e sostituiti con facilità. Negli anni ’50 viene fondata la “McDonald’s Corporation” (1955) e si apre il primo ristorante nell’Illinois. Negli anni ’60 i ristoranti McDonald’s si diffondono capillarmente negli Usa e arrivano in Canada. Negli anni ’70 i fast-food sbarcano in Europa, negli anni ’80 arrivano in Italia (a Bolzano nel 1985, a Roma – in Piazza di Spagna – nel 1986). Da allora una continua crescita, con qualche piccolo incidente di percorso. Il primo “incidente” è stato Super size me, diretto e interpretato da Morgan Spurlock, uscito nelle sale di tutto il mondo nel 2004; l’autore per 30 giorni mangia solamente cibo da McDonald’s, sospende ogni attività fisica per raggiungere la sedentarietà di uno statunitense medio (2500 passi al giorno) e documenta tutto; in un mese ingrassa di 11 chili, diventa depresso e prova improvvisi cambi di umore, ha problemi al fegato, tachicardia e disfunzioni sessuali. Nel 2006 in Gran Bretagna – Paese con la massima obesità europea e altissimi tassi di malattie cronico-degenerative – viene annunciata la chiusura di 25 ristoranti McDonald’s per mancanza di clienti. Nel 2011 il governo della Danimarca introduce una tassa sui cibi che hanno oltre il 2,3% di grassi saturi, per ridurre il consumo di cibo spazzatura. L’iniziativa danese si basa su migliaia di pubblicazioni scientifiche che documentano la stretta relazione tra cattiva salute e cattiva alimentazione; un recente studio del dipartimento di salute pubblica alla Temple University di Philadelphia ha analizzato i prodotti di McDonald’s e di altri 7 grandi marchi (Burger King, Wendy’s, Taco Bell, KFC, Arby’s, Jack in the Box, Dairy Queen) arrivando ad alcune conclusioni che fanno riflettere; il primo dato riguarda la diffusione di questo tipo di pasti: nei giorni feriali circa il 40% dei ragazzi statunitensi mangia nei fast-food; il secondo dato prende in esame il presunto miglioramento del menù sbandierato dai gestori di fast-food; la ricerca sostiene che negli ultimi 14 anni non è cambiato quasi nulla; nonostante l’introduzione di insalate e carni grigliate, il bilancio finale delle calorie non è migliore perché sono aumentati i condimenti ipercalorici, i dessert e le nuove bevande zuccherate e dolci; secondo lo studio i cambiamenti sono stati per lo più di facciata, di fronte alle martellanti critiche da parte dei responsabili della salute pubblica. (1-2014)
Natale e cibo spazzatura
A Natale il consumo del cibo-spazzatura dei supermercati subisce un consistente aumento. Eppure da anni sappiamo che tutte le popolazioni che hanno lasciato l’alimentazione tradizionale per adottare abitudini occidentali hanno oggi le 4 malattie dell’Occidente: obesità, diabete, disturbi cardiovascolari e tumori. Seguendo il modello alimentare degli USA, oggi nei supermercati europei ed italiani si trovano migliaia di sostanze commestibili, che “imitano” i cibi, ma in realtà ci allontanano da quell’alimentazione tradizionale che ci ha sempre protetto dalle malattie, senza bisogno di specialisti, integratori e prodotti salutari. Lo statunitense Michael Pollan sottolinea che la maggior parte delle raccomandazioni sulla nutrizione degli ultimi 50 anni – sostituire i grassi con i carboidrati, ad esempio – ha peggiorato la salute della parte occidentale del pianeta e ha creato una pandemia di obesità e diabete. Abbiamo tutti davanti agli occhi il paradosso degli Stati Uniti: la nazione con la massima preoccupazione per il cibo ha anche la massima frequenza di problemi di salute legati all’alimentazione. La domanda è: come siamo arrivati a questa situazione? Una parte delle pubblicazioni scientifiche, legate all’industria alimentare e a quella farmaceutica, ci ha fatto credere che ciò che importa non sarebbero i cibi, ma i nutrienti. I risultati di questo modo di vedere le cose sono sotto gli occhi di tutti; in realtà, ciò che importa non sono i nutrienti, ma i cibi, la loro storia e il modo in cui sono preparati e trasformati; inoltre, da sempre si mangia per piacere, per stare insieme agli altri, per esprimere la nostra identità, non per curarsi. Per Pollan, pertanto, i consigli seri in campo alimentare sono, soprattutto, tre: mangiare “cibo vero“ – che in genere non si trova nei supermercati – mangiare con moderazione e mangiare soprattutto vegetali. Sul primo punto è ormai accertato che i cibi confezionati possono creare vere e proprie dipendenze; gli alimenti naturali contengono – in varie proporzioni – proteine, grassi, carboidrati, fibre e acqua; molti prodotti confezionati, invece, hanno alte concentrazioni di grassi, sale e zuccheri raffinati, e sono carenti di vitamine e sali minerali. Con queste modifiche industriali si modifica anche il modo in cui il nostro organismo li digerisce e li assimila; tutto il cosiddetto “cibo spazzatura” (junk-food, come patatine, popcorn, merendine, snack e simili) è studiato per farci provare il continuo desiderio di quel tipo cibo e, a lungo andare, può portarci a una vera e propria dipendenza. Un altro problema di molti cibi confezionati sono alcuni degli additivi utilizzati dall’industria alimentare: glutammato di sodio, sciroppo di glucosio-fruttosio (derivato dal mais) e dolcificanti artificiali in particolare possono portare all’obesità; anche l’altra grande epidemia dei nostri giorni – il diabete di tipo 2 – è in qualche modo collegata alla diffusione dei cibi industriali: gli zuccheri raffinati presenti nei cereali per la colazione e nelle merendine fanno alzare rapidamente la glicemia; nel lungo periodo il loro consumo può provocare scompensi nella produzione dell’insulina, fino all’insulino-resistenza. I grassi, il sale e gli zuccheri sono sovrabbondanti in molti prodotti confezionati perché possono mascherare l’assenza di sapore dell’alimento, fatto in genere con ingredienti scadenti; il risultato: cibi dal costo contenuto, ma ipercalorici e con poco nutrimento. L’ultimo aspetto da considerare nel planetario successo dei prodotti confezionati è la loro effettiva comodità e praticità: sono alimenti che si preparano e si consumano con grande rapidità, un grande vantaggio quando andiamo di fretta. Il problema è che quando facciamo un pasto di corsa o davanti ad uno schermo che ci distrae, non assaporiamo il cibo né percepiamo correttamente i segnali di sazietà che il nostro organismo ci invia. In questo periodo prossimo alle feste natalizie i supermercati sono da tempo colmi di offerte invitanti; il consiglio è quello di preferire i cibi locali e gli alimenti che abbiano una storia – tozzetti e mostaccioli nel nostro caso – e fare qualche passeggiata in più per smaltire l’inevitabile eccesso di calorie dei pasti festivi. (12-2013)
Rifiuti e civiltà
Agli attuali livelli di consumo, l’umanità usa l’equivalente di 1,3 pianeti ogni anno; la Terra impiega un anno e quattro mesi per rigenerare ciò che sfruttiamo in risorse naturali in un anno. Se i livelli di crescita demografica e di consumo continueranno agli stessi ritmi, entro il 2050 avremo bisogno, per soddisfare le nostre necessità, di due pianeti. “Lo spreco è funzionale all’economia di mercato. Questa economia per essere alimentata ha bisogno che compriamo di continuo. Ma, se in sette miliardi vivessimo tutti come il nordamericano medio ci vorrebbero tre pianeti. Serve misura”. Sono le parole di Josè Mujica, Presidente dell’Uruguay, un uomo che ha scelto di vivere felicemente con 900 euro, gli altri 8100 euro – il 90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del suo stipendio – li devolve in micro-credito; Mujica è forse l’unico politico che quando parla di ridurre la diseguaglianza economica è creduto. Perché non lo dice, lo fa. Le sue riflessioni sullo spreco sono arrivate a cavallo della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (17-25 novembre), un’iniziativa internazionale per sensibilizzare tutta la popolazione sull’enorme massa di rifiuti – 500 kg annui in media a testa in Europa – che la nostra società continua a produrre. Oltre 15 anni fa – nel 1997- il “decreto Ronchi” aveva raccolto l’urgenza di questo problema con la regola delle 4 R, quattro concetti antispreco che iniziano per la stessa lettera: riduzione della quantità di cose che compriamo e consumiamo; riuso delle cose che non ci servono più (come i vestiti); riciclo, con la raccolta differenziata, con l’acquisto di oggetti fatti in materiale riciclato); infine, recupero. La quinta R da aggiungere è la R di riparo, la buona pratica di provare ad aggiustare qualcosa prima di buttarla e sostituirla. Nella gestione dei rifiuti l’Italia è al 20° posto (su 27 Stati) in Europa, nonostante esista una buona legge nazionale (aggiornata nel 2011) che si era posta ottimisticamente l’obiettivo di arrivare al 65{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di raccolta differenziata nel 2012. Questa legge non è applicata in buona parte d’Italia (la media della differenziata è del 24{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), specialmente al centro-sud, dove la differenziazione dei rifiuti spesso non supera il 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Se non si fa la differenziata, il passo successivo inevitabile è quello mandare in discarica i rifiuti indifferenziati, raccolti con i cassonetti stradali e sotterrati in megadiscariche senza nessun trattamento. Dal 2007 la Corte di Giustizia Europea segnala la presenza sul territorio italiano di centinaia di discariche illegali e omessi controlli nella gestione dei rifiuti; l’Italia è stata deferita alla Corte di Giustizia Europea per la gestione dell’emergenza rifiuti nel Lazio. Nella nostra regione da alcuni mesi si paventa il raddoppio della discarica di Cupinoro, un impianto gestito dalla municipalizzata del Comune di Bracciano, situato a 5 km dai centri abitati di Cerveteri e Bracciano. Pensare di risolvere a Cupinoro il problema dell’enorme montagna di rifiuti prodotta da Roma – città con la raccolta differenziata ferma al 24{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} – è semplicemente demenziale, l’ennesimo segnale che la politica oggi non sa affrontare alcun problema reale. L’altro problema del nostro territorio è la recente circolare del Ministro dell’Ambiente Orlando: dal 1 novembre i 26 comuni che utilizzano Cupinoro dovrebbero portare in discarica solo rifiuti trattati negli appositi impianti. Il problema di Cupinoro, di Malagrotta e delle altre 185 discariche italiane è il problema di un Paese che continua a smaltire il 39{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei rifiuti urbani sotto terra e il 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} negli inceneritori (Rapporto ISPRA 2012). Eppure, anche in Italia si stanno diffondendo esempi virtuosi: a Verbania, piccola città piemontese di 30.000 abitanti sul Lago Maggiore si fa il 73{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di differenziata, c’è l’autobus gratis per tutti i residenti, il miglior ecosistema tra le città italiane ed il progetto di fornire biciclette a 20 euro per tutti gli studenti delle medie. “La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso da austerità. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Se sprecassimo meno (anche solo energie) e ci concentrassimo su cose serie staremmo tutti meglio” (Josè Mujica). (12-2013)