Nel 1916 da due anni infuriava la Prima guerra mondiale; in Francia: era iniziata la battaglia di Verdun; gli Austriaci avevano bombardato Ancona ed avevano iniziato l’offensiva sul fronte degli altipiani trentini; le flotte britanniche e tedesche si erano scontrate nel mare del Nord nella battaglia dello Jutland; in Messico Pancho Villa con 1.500 guerriglieri messicani aveva portato un attacco contro la città di Columbus, nel Nuovo Messico, scatenando la reazione armata degli Stati Uniti; in Irlanda aveva avuto inizio la ribellione di Pasqua, guidata dagli indipendentisti irlandesi; Inglesi e Francesi avevano siglato accordi segreti per spartirsi Siria e Iraq; in Germania i rivoluzionari Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht erano stati mesi in carcere; in Sicilia erano morti 90 minatori nelle miniere di zolfo. Nel 1916 il professore statunitense George J.Fisher – segretario della YMCA – aveva elaborato le nuove regole del volley per gli oltre 20.000 praticanti del suo Paese: la rete era arrivata a 244 cm (1 cm più di oggi), il set finiva a 15 punti, le gare erano al meglio di 2 set su 3, le squadre si schieravano con 6 giocatori che ruotavano al servizio; il campo era leggermente più grande di oggi. In Europa – dopo gli Inglesi – furono i Francesi i primi a conoscere il volley; nel 1917 su un campo di aviazione si disputò il primo incontro tra soldati; un anno dopo, nel 1918, il volley arrivò anche in Italia: a Porto Corsini, in una base di idrovolanti di Ravenna, un gruppo di militari americani mostrò il nuovo gioco ai locali. La terza area di diffusione della pallavolo non fu, comunque, l’Europa occidentale: dopo America e Asia il volley divenne popolare in Europa Orientale; nel 1919 la pallavolo arrivò in Cecoslovacchia, l’anno dopo in Polonia e a Gorky e Kazan, nella Russia, che diventerà Unione Sovietica sotto la guida di Lenin. Nei primi anni ’20 si svolsero i primi campionati nazionali: il primo in assoluto si disputò tra i collegi YMCA degli USA e del Canada – nel 1922 al Brooklyn Central YMCA – raccogliendo 23 squadre di 11 stati USA e del Canada; il primo campionato europeo fu quello cecoslovacco. La pallavolo europea ed americana finalmente – nel 1922, dopo 27 anni di interminabili scambi – adottarono la regola dei 3 tocchi, già in uso nel modello orientale; l’anno prima era entrata in vigore un’altra regola storica: era stata tracciata la linea centrale di separazione tra le due metà campo, oltrepassando la quale si iniziò a commettere il fallo di invasione. Negli anni ’20 il volley si diffuse anche in alcuni Paesi del Nord Africa – allora colonie europee – come Tunisia, Egitto, e Marocco; in Giappone – nazione leader del mondo asiatico, politicamente e militarmente – iniziò un torneo con squadre di 9 giocatori; in breve partì anche il primo campionato femminile, dato che il nuovo sport si adattava benissimo alle caratteristiche fisiche delle donne ed alle gare con giocatori di ambo i sessi; nel 1921 il campo di gioco venne fissato definitivamente a 9 x 18 metri come oggi. (segue)
Storia del volley: la“febbre gialla” (3)
Il Canada fu il primo Paese, dopo gli Stati Uniti, a conoscere il volley; la pallavolo iniziò a diffondersi nelle città canadesi nel 1900. Nel 1906 il gioco arrivò a Cuba per la passione di un ufficiale statunitense (Augusto York) che aveva partecipato all’intervento militare nell’isola; Cuba diventerà – dagli anni ’70 in poi – una delle nazioni leader dello sport, anche per la sua adesione al socialismo sovietico che favorì moltissimo questo sport così poco individualista. In Asia la pallavolo incontrò un successo travolgente: nel 1910 era già presente in Giappone e Cina, grazie alla capillare rete YMCA. Nel 1908 Hyozo Omori aveva introdotto in Giappone volley e basket, che aveva conosciuto durante i suoi studi negli Sati Uniti. Nel 1910 era stata la volta della Cina, già allora il Paese più popoloso del mondo, tramite Max Exner e Howard Crokner. Anche le Filippine conobbero il gioco nel 1910, grazie a Elwood Brown, docente di educazione fisica dell’YMCA di Manila. La pallavolo era particolarmente adatta alle caratteristiche fisiche degli asiatici: nel nuovo gioco gli atleti orientali – piccoli e longilinei – potevano competere con successo con i più robusti soldati americani presenti nelle basi statunitensi in Estremo Oriente. Entro la fine del primo decennio del ‘900 il volley era arrivato in Brasile (dove diventerà popolarissimo), in Uruguay, in Messico, in Argentina, in Perù; in tutti i Paesi dell’America Latina la pallavolo si diffuse con facilità. La rete – nel frattempo – era salita di 15 cm, arrivando a 213 cm, il set si concludeva a 21 punti. Nel 1912 entrarono in vigore due regole fondamentali della pallavolo praticata in Nord e Sud America: il numero di giocatori in campo fu fissato a sei e fu resa obbligatoria larotazione dei giocatori in senso orario, che costrinse da allora in poi tutti i pallavolisti a saper effettuare i diversi “fondamentali”, evitando una eccessiva specializzazione. L’anno successivo, il 1913, si svolsero a Manila i primi Giochi Asiatici; la pallavolo orientale già prevedeva i tre tocchi massimi, ma si praticava con maxi-squadre formate da 16 giocatori, disposti in 3 o 4 file su campi più grandi, era quasi un altro sport. Il terzo decennio della pallavolo inizia con lo scoppio della Prima guerra mondiale (1914-18). L’esercito Usa affidò alla YMCA i programmi ricreativi per i soldati e decise di utilizzare 16.000 palloni Spalding da volley per il tempo libero dei soldati statunitensi: sarà l’inizio della diffusione del volley in Europa, a partire dall’Inghilterra, dalla Francia e dall’Italia (nella foto giocatori di volley alle Hawaii negli anni ’20). (segue)
Storia del volley: uno sport per chi lavora (2)
Cinque anni dopo la comparsa della pallacanestro, nel febbraio del 1896, il professor Morgan – a seguito di un anno di sperimentazioni – fece scendere in campo i suoi allievi per offrire ai colleghi e al preside dell’istituto YMCA di Holyoke (Massachusetts) la prima dimostrazione pubblica di un nuovo gioco di rimando che non prevedeva il contatto fisico: alla forza e alla prestanza fisica di rugby, pugilato e canottaggio si contrapponevano agilità e destrezza, prontezza di riflessi e capacità di concentrazione, acrobazia e velocità. Era nata la pallavolo o volleyball (letteralmente “palla sparata”); il primo nome francese – “mintonette” – fu subito abbandonato, grazie all’intuizione di un collega di Morgan. Qualche mese più tardi sulla rivista “PhisicalEducation” vennero pubblicate le prime regole del volleyball; nell’articolo si leggeva: “La pallavolo è un gioco che si può praticare nelle palestre e sui campi scoperti; il numero dei giocatori è illimitato; il gioco consiste nel rimandare il pallone dall’una all’altra parte della rete con l’uso delle mani senza che esso tocchi terra; il gioco ha le caratteristiche del tennis e della pallamano; la rete è alta 198 cm, il campo è 15,23 m per 7,62 m”. Nell’esecuzione della battuta erano consentiti due tentativi, come nel tennis; il pallone era buono solo se cadeva oltre i tre metri dalla rete del campo avversario (nel tennis vale la regola contraria); se il pallone toccava la rete durante il gioco era considerato fallo; il numero delle volte in cui si poteva toccare il pallone era illimitato, il che rendeva il gioco poco avvincente; un solo aspetto del gioco di allora non sarà mai modificato: il divieto di trattenere il pallone con le mani (come nella pallamano). All’inizio Morgan utilizzò i pesanti palloni da basket, ma già nel 1896 l’azienda Spalding mise a disposizione il primo pallone ufficiale da volley, molto più leggero; nel 1900 si iniziò a giocare con palloni molto simili a quelli odierni. Per Morgan il nuovo gioco andava apprezzato soprattutto per i positivi riscontri sanitari che avrebbe avuto sui lavoratori: “Il gioco del Volley-ball è una cura mentale oltre che fisica. La ricezione della palla e il suo rinvio vincente permettono, in effetti, lo sviluppo di un giudizio preciso; il lavoro di squadra e il lavoro importante di scambi tra le due squadre è sommato alla complessità del gioco con tendenza a fissare l’attenzione. Perciò è benefico anche al lavoratore, che ha bisogno di uno sport che permetta di esercitare le sue facoltà mentali“. Sembra significativo sottolineare che il volley nasce all’interno della morale religiosa dei cristiano-evanglici dell’YMCA e che per tali ragioni si differenzi fortemente dall’individualismo e dalla violenza di altri sport, come il football americano. La filosofia educativa che Morgan trasferisce nel nuovo sport prevede che “l’exploit personale sia messo al servizio della squadra” e che si possa esprimere “il bisogno di aiuto per arrivare ai risultati.”. Probabilmente il notevole successo popolare della pallavolo nei Paesi socialisti e in quelli asiatici risiede proprio in questa accentuazione dello spirito collettivo del gioco, una connotazione che ne ha invece limitato lo sviluppo nella madre patria, gli Stati Uniti. La pallavolo rimase all’inizio limitata ai diversi college YMCA statunitensi, ma la rete stessa dell’associazione rappresentò un ottimo trampolino di lancio per la diffusione nel mondo. (segue)
Storia del volley: 1895 l’anno zero del volley (1)
Sono passati quasi 120 anni dal 1895, considerato l’anno di nascita della pallavolo; la fine del XX secolo è stata un periodo di grandi trasformazioni ed innovazioni; nell’anno in cui il professor Morgan presentava il nuovo sport in un college statunitense i fratelli Michelin testavano in Francia i primi pneumatici per automobile, mentre in Italia Guglielmo Marconi effettuava la prima trasmissione via radio, nei pressi di Bologna; in Europa era scoppiato il “caso Dreyfus”: l’ufficiale francese di origine ebraica Alfred Dreyfus era stato ingiustamente degradato e condannato all’ergastolo per presunto spionaggio a favore della Germania; in Asia l’Impero giapponese aveva concluso vittoriosamente la prima guerra sino-giapponese contro la Cina della dinastia Qing: per il Giappone – una Paese dove il volley troverà enorme successo – fu l’inizio di un espansionismo aggressivo che sarebbe culminato con l’attacco di Pearl Harbour nel 1941; per noi Italiani – dal 1890 potenza coloniale in Eritrea – il 1895 era stato l’anno del massacro di Amba Alagi in Etiopia; a Parigi Alfred Nobel aveva dettato il celebre testamento dal qualesarebbe nato il Premio Nobel ma il 1895 fu soprattutto l’anno in cui i fratelli Lumière (nella foto) organizzarono la prima proiezione cinematografica pubblica, che segnò la nascita del cinema. Pneumatici per automobili, radio, cinema e pallavolo: quattro grandi innovazioni che sono arrivate sino ai nostri giorni. Lo sport – per come lo intendiamo oggi – non è sempre esistito, ma proviene da una rottura storica legata alla rivoluzione industriale per cui una grande fetta di popolazione ebbe a disposizione – per la prima volta nella storia – del tempo libero da impiegare. Nacque l’industria del divertimento di massa e si diffusero rapidamente letteratura popolare e fumetto, cinema, radio e lo sport in senso moderno. Basket e volley comparvero – a pochi anni di distanza – all’interno dei collegi statunitensi della YMCA (quelli della famosa canzone dei Village People); il movimento dei “giovani cristiani” – Young Men Christian Association – era stato fondato a Londra 50 anni prima da un gruppo di cristiano-evangelici, preoccupati dalla mancanza di attività salutari per i giovani lavoratori; dall’Inghilterra i collegi YMCA si diffusero in Australia, in Canada e negli Stati Uniti. Nel college YMCA di Holyoke nel Massachusetts lavorava il professore Wiliam G. Morgan (1870-1942); Morgan aveva studiato alla sede YMCA di Springfield e uno dei suoi insegnanti era stato il professore James Naismith (1861-1939); nel 1891 Naismith aveva inventato un nuovo gioco collettivo con la palla, soprattutto come occupazione invernale per i giocatori di football americano e di baseball, i due sport popolari statunitensi per eccellenza: era nata la “palla al canestro”, ben presto popolarissima in tutto il mondo con il nome di basket. (segue)
Storia del volley: pallavolo e modernità
Lo sport è una miscela perfetta di gioco, attività motoria, agonismo, ma è anche un ottimo punto di osservazione per cogliere i cambiamenti della società, con le forme di tempo libero e di socialità che di volta in volta si impongono. Nella storia del ‘900 le vicende dello sport hanno spesso riflettuto momenti chiave della storia; dai Mondiali di calcio “fascisti” del 1934 alle Olimpiadi “naziste” di Berlino del 1936, dai Mondiali di calcio della dittatura argentina nel 1978 ai tre boicottaggi olimpici di Montreal (Paesi Africani), Mosca (Paesi atlantici) e Los Angeles (Paesi “socialisti”). Dunque, la storia dello sport è importante per capire il mondo; in Francia e nei Paesi anglosassoni questa materia è pienamente inserita nel mondo accademico, mentre in Italia ci sono solo due corsi universitari di Storia dello sport (a Urbino e a Roma) e davvero poche opere storiografiche sullo sport italiano. La pallavolo è lo sport che meglio di ogni altro rappresenta la modernità. Nasce e si sviluppa insieme al cinema e alla radio e cambia continuamente la sua struttura e le sue regole proprio in ragione dei suoi stretti legami con le impetuose innovazioni degli ultimi 120 anni. Tra i grandi sport di massa è l’unico a diffusione planetaria: l’unico sport in cui si possono trovare ad un mondiale – sia maschile che femminile – le rappresentative dei più importanti Paesi dell’Europa, dell’Asia e dell’America; è lo sport più praticato dalle donne, è quello più giocato nelle scuole. Insieme al korfball – grandissima invenzione olandese del primo Novecento – è l’unico gioco di squadra che si presti ad essere praticato in modo soddisfacente da squadre miste, di maschi e femmine. Inoltre, da venti anni esatti – dal lontano 1993 – è lo sport di cui sono allenatore (prima come autodidatta, poi regolarmente tesserato FIPAV) e giocatore a livello amatoriale. Oggi, credo, non esiste nessun alcuna opera monografica dedicato alla storia della pallavolo italiana. Gli articoli di questa sezione del sito vogliono solo essere un piccolo contributo per una storia sociale della pallavolo, nel mondo e in Italia: dal 1895 quando il professor William G. Morgan (nella foto) ideò il nuovo gioco, fino ai nostri giorni. (2013)
Doping e salute pubblica secondo Sandro Donati
“Trattare l’argomento del doping, per me, è stata una via obbligata. Quando mi resi conto che il mio lavoro di allenatore ad alto livello, oramai, si scontrava con questa realtà ho deciso di reagire. Stavo all’interno del palazzo, sapevo cose che altri non potevano sapere, non potevo accettare, come facevano tutti, quella situazione. Sono voluto andare contro quella massa informe che è il doping, una massa informe che va contro gli interessi della collettività e che riduce lo sport a mero strumento per fare carriera. Mi sono sentito in dovere di intraprendere questa lotta”. “All’inizio vedevo la mia attività come uno scontro circoscritto alla Federazione Nazionale di Atletica, una lotta interna. Solo col tempo mi sono reso conto che quello che succedeva nell’atletica era parte integrante di un sistema ben più ampio. Era un tassello di ciò che faceva il CONI e di ciò che facevano anche le altre nazioni con le rispettive organizzazioni sportive. “Di LanceArmstrong (nella foto) sapevo da diverso tempo grazie a diverse fonti, tutte estremamente affidabili. Già nel 1999 un giornalista dell’emittente France3 mi contattò sconvolto poiché, dopo una tappa del Tour, era entrato con una telecamera nella stanza di Armstrong e lì aveva trovato nel cestino varie fiale e la confezione di un prodotto per l’anemia dei cani ed utilizzato, nel caso specifico, per migliorare la resistenza. Purtroppo, negli anni si è sviluppata la figura del giornalista pseudo amico del campione, che si sente in qualche maniera illuminato di luce riflessa. L’ambiente faceva finta di non sapere”. “Sempre, coloro che praticano il doping, scoperti o solo sospettati, si caratterizzano per frasi del tipo “per vincere bisogna essere comunque dei grandi campioni e ci vuole sempre grande talento”. Non è così. L’EPO e tutti i prodotti ormonali hanno un effetto che è dirompente sulle prestazioni. Il doping spregiudicato compensa anche un talento piuttosto scarso. Poi è chiaro che chi è anche forte, logicamente, sfrutta ulteriormente dei vantaggi indebiti”. “Il doping si basa su farmaci, che sono poi usati in maniera impropria e qui la responsabilità è delle case farmaceutiche che producono alcuni di essi ben al di là dei bisogni reali dei malati, e non c’è nessun organismo governativo sovranazionale che controlli i dati relativi alla produzione farmaceutica commisurata alle statistiche relative all’effettiva necessità di un farmaco. Quella sovrapproduzione è chiaramente indirizzata a individui sani”. “La lotta al doping tocca sostanzialmente due fattori: il rischio per la salute pubblica e la diseducazione dei giovani, che vengono in contatto con un ambiente annegato nei farmaci. Entrambi sono fattori che dovrebbero attenere alle competenze governative. Invece, non avendo mai avocato a sé queste funzioni, l’organizzazione sportiva s’è trovata nell’assurdo doppio ruolo del controllore controllato”. “In Australia il Governo ha scoperto l’implicazione di diversi soggetti delle istituzioni sportive nella pratica del dopingsu moltissimi atleti di altissimo livello in diverse discipline. Lo sconcerto è giunto fino al WADA, dove il Presidente è proprio australiano”. “L’allenatore pulito e vero finisce addirittura per essere umiliato dai successi ottenuti dagli atleti di quegli allenatori che spingono invece l’uso del doping. Tutto ciò va a configurare un vero e proprio attacco alla cultura, che porta ad un regresso delle metodologie scientifiche di allenamento perché molte persone non sono in grado di separare il falso dal vero e vengono così attratti dai metodi propagandati da coloro che vincono sporco”. “L’emo-doping, che usava ad esempio Alberto Cova, rivale di Stefano Mei, e che ha avuto il suo periodo clou negli anni ’80, permetteva, come specificato anche da Francesco Conconi, un miglioramento delle prestazioni quantificato in 40 secondi sui 10.000 metri. L’EPO è tutta un’altra cosa. Di EPO puoi metterne quanta ne vuoi, stando attento a non uccidere la persona se combini bene la somministrazione di essa ad un uso attento di fluidificanti come può essere la semplice aspirina. Ecco spiegato il perché del salto in avanti dei record mondiali avvenuto in concomitanza dell’avvento sul mercato dell’EPO”. “La WADA oggi sa benissimo che il sistema di controlli antidoping fa ridere ed è aggirabilissimo e dunque si appoggia ad organi come l’Interpol ed alle forze di polizia dei diversi Paesi. In Italia c’è una stagione nuova per la lotta al doping, tant’è che in altre nazioni, come in Germania, le organizzazioni sportive, dopo aver visto il successo delle indagini giudiziarie italiane contro il doping, sta facendo di tutto per bloccare la promulgazione di una legge penale antidoping. Quindi perché mollare ora?”. (dall’intervista a Sandro Donati di Andrea Rossetti del 14-2-2013, Il Giornale)
Diabete, un’epidemia in crescita
Il diabete rappresenta attualmente uno dei principali problemi di salute pubblica nel mondo. La sua diffusione è in costante aumento, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo e nelle nazioni di recente industrializzazione. La relazione tra l’epidemia di diabete e lo stile di vita occidentale è ormai fuori discussione. Secondo le stime dalla International Diabetes Federation, nel 2010 c’erano 285 milioni di persone con diabete di tipo 2 nel mondo; 20 anni prima, nel 1990 erano circa 80 milioni (ma la diagnosi fino al 1998 era fatta con criteri meno restrittivi). Sembra che il diabete sta assumendo le caratteristiche di una vera e propria epidemia mondiale: nel 2030 potremmo avere 550 milioni di diabetici nel mondo, con l’80% dei nuovi casi nei Paesi emergenti. Oggi la spesa sanitaria per il diabete è l’11% del totale mondiale, una percentuale destinata ad aumentare. E in Italia? I dati parlano di circa 3 milioni di persone con il diabete di tipo 2 diagnosticate e seguite: quasi il 5% della popolazione; un altro milione di persone, inoltre, ha il diabete di tipo 2 ma non lo sa e, pertanto, non si cura; circa due milioni e mezzo di persone, infine, hanno difficoltà a mantenere la glicemia nei valori raccomandati (126 mg/dl); nel 2030 si prevedono in Italia 5 milioni di diabetici. Attualmente per le malattie collegate al diabete ci sono circa 27.000 morti l’anno; per il nostro Servizio Sanitario Nazionale curare il diabete costa circa 10 miliardi di euro l’anno: tra farmaci, ricoveri ospedalieri, trattamento delle gravi complicazioni (retinopatia, insufficienza renale, malattie cardiovascolari o danni al sistema nervoso). A livello medico la diagnosi di diabete si fa misurando a digiuno la glicemia, ossia la concentrazione nel sangue del glucosio, il più importante zucchero dell’organismo; si parla di diabete se risultano 2 o più misurazioni della glicemia superiori o pari a 126 mg/dl nell’arco di 6 mesi o se compaiono i segni e i sintomi del diabete – come dimagrimento, sete intensa, eccessiva quantità di urina nelle 24 ore – e glicemia superiore a 200 mg/dl; nei casi sospetti, in cui la glicemia è normale, si effettua una “curva da carico” di glucosio. Queste sono le nuove indicazioni; fino al 1998 una glicemia di 140 mg/dl era considerata il limite della normalità. Da qualche anno si utilizza un altro parametro per fare la diagnosi di diabete. Si chiama emoglobina glicata o glicosilata (HbA1C) e offre un’informazione di 2-3 mesi di valori medi della glicemia; un valore di emoglobina glicata uguale o superiore a 6,5% definisce la presenza di diabete Il diabete insulino-dipendente, o tipo 1, è una malattia auto-immunitaria: le cellule del pancreas che producono insulina (cellule beta) vengono attaccate e distrutte dal sistema immunitario, lasciando l’organismo privo dell’ormone insulina, indispensabile per immagazzinare il glucosio circolante; il diabete di tipo 1 colpisce soprattutto bambini e giovani – è la più diffusa malattia cronica pediatrica – e rappresenta circa il 10% di tutti i casi di diabete. Il diabete non insulino-dipendente, il secondo tipo, è quasi sempre associato ad obesità (moltissimi diabetici sono obesi) e costituisce il 90% di tutti i casi di diabete: è chiaramente un risultato della nostra società, del nostro modo di vivere. La diffusione del diabete ha iniziato a salire vertiginosamente a partire dagli anni ’60, con i miglioramenti economici che hanno portato a cambiare alimentazione e abitudini, riducendo drasticamente la spesa energetica e aumentando la quota calorica. L’alimentazione dei pazienti diabetici è soprattutto un’alimentazione sana, senza eccessi nella quantità dei carboidrati (complessi e possibilmente da fonti integrali) e con l’attenzione a preferire cibi che non facciano aumentare troppo la glicemia; ci sono apposite tabelle – facilmente consultabili – che elencano i cibi (e le preparazioni) con l’indice glicemico più favorevole. Per fare due esempi, meglio la pasta del riso, meglio i legumi delle patate; in generale, si tratta di seguire le indicazioni che da anni vengono rivolte alla popolazione generale, con lo schema dei tre pasti principali più i due spuntini (di frutta, anche per i diabetici) e con l’indicazione di una costante e piacevole attività fisica, vera e propria medicina per chi ha questo problema. Una recente ricerca clinica statunitense (DPP, programma di prevenzione del diabete) ha dimostrato che la riduzione del peso e l’aumento dell’attività fisica sono più efficaci del farmaco ipoglicemizzante più utilizzato, dagli anni ’60 a oggi, la metformina. (10-2013)
Spreco energetico
Le attuali principali fonti di energia non dureranno in eterno, all’attuale tasso di sfruttamento si esauriranno rapidamente; la richiesta mondiale di energia – per usi industriali, domestici e per i trasporti – è in costante aumento e, di conseguenza, è sempre maggiore l’utilizzo di risorse per la sua produzione. In realtà, se usciamo dai dati medi planetari, balza agli occhi l’enorme disparità di consumi energetici tra Nord e Sud del mondo: quasi 600 milioni di abitanti dei Paesi ricchi consumano tanta energia quanta ne consumano i 5,5 miliardi di abitanti dei Paesi poveri. Che accadrebbe se domani le nazioni del Sud volessero consumare come quelle del Nord? In generale si pone il problema di garantire, alle generazioni future, che abiteranno il pianeta dopo di noi, almeno le nostre stesse opportunità di sopravvivenza godute da noi. Risparmiare energia e trovare fonti energetiche alternative sembra il mezzo migliore per non impoverire il pianeta delle sue risorse. Dovremmo tutti passare dalla cultura del cow boy, ovvero delle risorse illimitate, all’economia della navicella spaziale nella quale non si spreca nulla, ma si economizza utilizzando tutto con il massimo della razionalità, perché l’equilibrio all’interno della navicella è essenziale per la sua sopravvivenza. Oggi energia vuol dire soprattutto petrolio, carbone e gas: fonti sporche e altamente inquinanti, ma a prezzi relativamente bassi. Rimarranno fondamentali ancora per molti anni, ma non sono il futuro. Il futuro sono il risparmio energetico e le fonti energetiche alternative – solare, in primis, e poi eolico, biomasse, idraulico e geotermico. Non basta passare alle energie rinnovabili: bisogna anche cambiare i nostri stili di vita e convincere i Paesi con le economie emergenti – il cosiddetto BRIC, Brasile, India, Russi e Cina – a non imitarci nel folle consumismo energivoro (ma, intanto, la Cina ha superato gli Stati Uniti come emissioni di CO2 e come numero di macchine prodotte e vendute). L’energia solare è l’energia del futuro. Dal Sole arriva in pochi minuti sulla Terra tutta l’energia che noi consumiamo in un anno; si può utilizzarla, con i pannelli solari, per il riscaldamento dell’acqua, e, con i sistemi fotovoltaici, per produrre energia elettrica, si tratta di un’energia oramai a basso costo. L’Italia e la Germania sono i Paesi dove è avvenuta – nel 2011 – la maggior crescita di impianti fotovoltaici nel mondo. L’energia nucleare non è un’alternativa alle energie fossili. Rappresenta appena il 2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} su scala mondo e solo il 6{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} per i paesi industrializzati. Tranne la Francia, i Paesi industrializzati coprono con il nucleare una quota largamente minoritaria dei loro consumi elettrici; una quota che le agenzie internazionali registrano in diminuzione. Nonostante tutte le promesse di 50 anni di ricerche e studi, i cosiddetti reattori di nuova generazione non sono in grado di dare una risposta ai 4 problemi irrisolti dell’energia nucleare: a) il rischio di proliferazione atomica; b) la contaminazione radioattiva nel territorio; c) la gestione delle scorie; d) la disponibilità del combustibile. L’Italia è stato il primo Paese avanzato ad uscire dal nucleare con il referendum del 1987. Negli anni 70 e 80 gli incidenti di Three Mile Island (1979) e Chernobyl (1986) avevano focalizzato l’attenzione sui grandi problemi dal punto di vista della sicurezza degli impianti, ben prima della recente tragedia giapponese di Fukushima del 2011. Da anni, inoltre, è ben conosciuta l’aggressione proveniente dalle micro-dosi di radiazioni ionizzanti normalmente provenienti dalle centrali nucleari. Nello studio dell’Università di Magonza sugli impianti tedeschi, pubblicata nel 2008, nel raggio di 5 km dalle centrali nucleari si è rilevato un aumento del 160{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di tumori embriogenetici e del 220{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di leucemie infantili. Dobbiamo pensare ed attuare una rivoluzione energetica per passare da un modello centralistico basato sui grandi impianti, responsabile principale della drammatica crisi ambientale che stiamo vivendo, ad un modello di fonti decentrate sul territorio, più accessibili e più controllabili da parte dei cittadini. Non sarà facile, ma non abbiamo alternative. (12-2011)
Spreco idrico
Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità il minimo necessario per garantire la vita sono 50 litri al giorno per persona, ma in Africa ce n’è meno della metà, 20 litri scarsi. In Italia usiamo mediamente 186 litri al giorno (record negativo in Europa), un dato molto al di sotto dei consumi nordamericani, ma comunque in eccesso rispetto alle raccomandazioni di evitare consumi eccessivi. Le ragioni dello spreco idrico? Si comincia con le perdite degli acquedotti, che arrivano fino al 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dell’acqua trasportata. Giardini, balconi e attività domestiche spesso richiedono acqua che si potrebbe risparmiare (ad esempio riciclando le acque residue del lavaggio dei vegetali). L’uso domestico di acqua riguarda circa l’8-10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del consumo idrico totale. Il 20-22{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del consumo di acqua a livello mondiale è dovuto all’industria. In molti processi produttivi industriali si utilizza acqua industriale pulita sia nella produzione di beni che nel raffreddamento dei macchinari utilizzati nelle varie fasi di lavorazione. Nei Paesi che ricavano energia dal nucleare, come la Francia, le centrali nucleari hanno bisogno di enormi quantità di acqua per raffreddare i reattori. Un ruolo rilevante è quello dell’agricoltura che consuma il 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dell’acqua, prelevata dai fiumi, dai laghi e dalle falde sotterranee. Questo 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} è, in realtà, una media tra il 60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei Paesi sviluppati e il 95{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei Paesi a basso reddito. I cibi che facciamo arrivare sulle nostre tavole pesano molto sul consumo idrico globale: per 1 chilogrammo di grano servono 1.300 litri di acqua, ma ben 3.400 per 1 chilogrammo di riso; con la carne rossa arriviamo addirittura a 16.000 litri. Adottare la dieta mediterranea significa avere un 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di risparmio idrico rispetto alla dieta carnea nordamericana. Da alcuni anni tutti questi dati sul consumo di acqua vengono sinteticamente raccolti da un nuovo indicatore, chiamato impronta idrica o water food-print. L’impronta idrica di un Paese è il volume totale di risorse idriche utilizzate per produrre i beni e i servizi consumati dagli abitanti della nazione stessa. Comprende l’acqua, prelevata da fiumi, laghi e falde acquifere (acque superficiali e sotterranee), impiegata nei settori agricolo, industriale e domestico e l’acqua delle precipitazioni piovose utilizzata in agricoltura. Nell’impronta idrica totale di una nazione è compresa anche la quantità derivante dal consumo di merci importate. La maglia nera mondiale di impronta idrica va naturalmente agli Stati Uniti (con quasi 2500 metri cubici di acqua dolce pro capite l’anno), seguiti – purtroppo – dall’Italia e dalla Thailandia. L’impronta idrica di un prodotto è data, invece, dal volume totale di acqua dolce dell’intera catena di produzione necessaria per produrre quel prodotto. Per esempio, una maglietta per essere prodotta richiede circa 2.700 litri di acqua. L’acqua è una risorsa rinnovabile ma sempre più scarsa: la Terra dispone di 1,4 miliardi di chilometri cubi di acqua, ma solo lo 0,001{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} è effettivamente disponibile per l’utilizzo dell’uomo. Ogni anno il 22 marzo si celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua, una giornata importante per tutti ma soprattutto per chi come noi italiani usa troppa acqua. (2013)
Spreco alimentare
Lo spreco sembra essere la caratteristica della nostra modernità. Siamo una civiltà che spreca in modo compulsivo. Siamo continuamente invitati a consumare, ad acquistare anche ciò che non è necessario, a buttare via ciò che non risponde ai canoni di omogeneità e perfezione, nella convinzione che vi saranno sempre – e a prezzi bassi – cibi, acqua, energia e materie prime. La pubblicità, i mass media e, persino, la cattiva politica ci hanno fatto credere che la nostra identità si rivela in quello che possediamo, in quello che compriamo, in quello che consumiamo. Il nostro modello iperconsumista sono gli Stati Uniti. Tre dati ci aiutano a capire l’insensatezza di questo modo di vivere. Primo dato: solo l’1{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di tutto ciò che acquista uno statunitense sopravvive 6 mesi, il restante 99{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} viene buttato e sostituito. Secondo dato: ogni statunitense riceve oltre 3.000 pubblicità al giorno. Terzo dato: gli Statunitensi sono il 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione mondiale, ma consumano il 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle risorse naturali e creano il 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle scorie. “Spreco, ergo sum” direbbe oggi Cartesio, ma nessuno può più negare che le risorse sono limitate e noi continuiamo a sprecare senza tenerne conto. La scienza ci dice – già dai primi anni 70 – che dobbiamo fare marcia indietro. Siamo obbligati a rivedere i nostri modelli di consumo, semplicemente perché la limitatezza delle risorse rende insostenibile lo stile di vita occidentale. La civiltà dello spreco ha molte facce: dal cibo all’acqua, dai trasporti alle abitazioni, dalle materie prime all’energia. Lo spreco del cibo è semplicemente uno scandalo. I dati relativi allo sperpero alimentare ci dicono che tra alimenti intatti, scatole mezze piene, generi alimentari confezionati sui quali si è poi cambiato idea in Italia si spreca circa il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del cibo. Gli sprechi di una famiglia del Nord Europa sono molto maggiori e si attestano attorno al 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} (in un’inchiesta inglese si è stimato che circa il 33{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del cibo viene buttato); negli Stati Uniti si arriva addirittura al 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di spreco alimentare. Per cercare di porre rimedio a questo scempio è partita la campagna Un anno contro lo spreco; ideata dal preside della facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, prof. Andrea Segrè, e promossa da Last Minute Market con il patrocinio del Parlamento europeo, l’iniziativa cerca di limitare gli sprechi alimentari in Italia. La Fondazione del Banco Alimentare, invece, da anni si fa carico di prendere in consegna alimenti di prossima scadenza (seppur sani e controllati) per poi offrirli alle realtà assistenziali. Sprecare cibo significa produrre un triplice danno ambientale ed ecologico. Il danno numero uno è che cibo e alimenti confezionati gettati (quindi bottiglie, scatolame, buste, plastica ecc.) fanno aumentare le enormi giacenze di rifiuti da smaltire. Il danno numero due è l’emissione di gas serra – come la CO2 – per l’utilizzo di acqua, aria, territorio, lavoro per produrre cibo che non finisce sulle tavole. Il danno numero tre è lo spreco di suolo agricolo che già nel 2007 era arrivato alla a 140 miliardi di ettari, uno spazio maggiore dell’intero Canada. L’Europa stessa spesso finanzia produzioni agricole in eccesso, slegate dalla richiesta del mercato, e poi rifinanzia gli stessi produttori per non raccogliere o non vendere quanto maturato. Nel mondo circa 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti vengono gettate prima di arrivare sulla nostra tavola. Basterebbe un quarto di questo cibo per sfamare gli oltre 815 milioni di persone che soffrono la fame. Lo spreco alimentare è uno scandalo che deve finire.