Tutti parlano della dieta mediterranea, ma pochi conoscono la storia millenaria di questo modello di vita e i suoi benefici per la salute. Una corretta alimentazione, peraltro, è sempre stata considerata indispensabile nella prevenzione di molte malattie. Per prima cosa va precisato che il termine greco “dieta” non fa riferimento al cibo, come nell’uso restrittivo di oggi, ma va tradotto e inteso nel senso ampio di “regola di vita”. In Italia e nei paesi industrializzati ci si ammala e si riduce la qualità della nostra vita, soprattutto per i tumori e le malattie cardiovascolari. Sarebbe possibile ridurre l’incidenza di molte comuni malattie semplicemente agendo sulla dieta: un aumento generalizzato nel consumo di alcune vitamine (A e C in particolare) e delle fibre – contenute in abbondanza nei prodotti vegetali freschi e integrali – costituirebbe, ad esempio, un eccellente fattore protettivo contro i tumori dello stomaco e dell’intestino. Ridurre il consumo dei grassi saturi rappresenterebbe la più efficace – e la più economica – forma di prevenzione nel campo delle malattie cardiovascolari. Cereali e legumi, frutta e ortaggi, olio di oliva e prodotti della pesca erano gli alimenti prevalentemente consumati dagli Italiani – nel Mezzogiorno in particolare – intorno agli anni ’50. Questo modo di nutrirsi è sicuramente un nostro patrimonio, in quanto siamo a tutti gli effetti un Paese mediterraneo, ma era diffuso anche in altre popolazioni; il grande biologo e nutrizionista statunitense Ancel Keys – inventore della famosa “razione K” dei soldati nordamericani – coniando il termine “dieta mediterranea” si riferiva soprattutto alla tradizionale alimentazione dei contadini dell’isola di Creta; la Grecia, infatti, era risultato il Paese con la più bassa percentuale di malattie cardiovascolari in un famoso studio multinazionale degli anni ’60 chiamato Seven Countries study; la popolazione rurale cretese mangiava soprattutto verdura fresca, uva e fichi, olio extravergine d’oliva e la feta (il classico formaggio greco che contiene poco lattosio), pane integrale, uova e pollame, pesce e vino rosso. Non sembra difficile vedere quanto oggi stiamo andando agli antipodi di quella alimentazione che proteggeva – e proteggerebbe ancora oggi – dalle più importanti malattie cronico–degenerative, in particolare dal diabete, dai disturbi cardiovascolari e da molti tumori. Con questo schema alimentare – secondo recenti studi – sembra esservi anche una protezione rispetto alla depressionee alle due patologie sempre più diffuse nell’età avanzata, il morbo di Parkinson e l’Alzheimer. A partire dagli anni ’60 i nostri modelli alimentari (per lo più importati da USA e Nord Europa) si sono sempre più caratterizzati per il largo consumo di carni e grassi animali, di cibi sbilanciati per l’eccessivo contenuto di zucchero, sale e grassi. Il risultato è che oggi le nostre abitudini alimentari non sono molto diverse da quelle degli altri paesi industrializzati: troppe calorie e poche vitamine, troppo sale e poche fibre. In altri termini, ci alimentiamo troppo e male. Il cibo costa sempre meno, soprattutto quello scadente, ma quel poco che risparmiamo nella spesa finisce – con gli interessi – in medicine. Non c’è davvero da essere soddisfatti, dato che – come ha scritto 150 anni fa il grande filosofo tedesco Ludwig Feuerbach – “L’uomo è ciò che mangia”. (9-2013)
Diete perfette
Diete perfette? Siamo davvero sicuri che sia questa la soluzione alla impressionante crescita di malattie croniche? In Italia e nei Paesi industrializzati ormai in 9 casi su 10 ci si ammala di disturbi legati soprattutto alle nostre abitudini di vita: poca attività fisica, troppe calorie, il fumo e il forte consumo di alcol e sale; il risultato finale sono le tre malattie dell’Occidente – diabete, disturbi cardiovascolari e tumori – nelle quali spesso il punto di partenza è rappresentato dal sovrappeso e dall’obesità. Perdere peso è semplice, ma riacquistarlo è ancora più facile. La maggior parte delle diete, in realtà, funziona, soprattutto quelle più squilibrate, che eliminano completamente intere classi di alimenti. Si dimagrisce in fretta, ma male. Dopo si ringrassa in fretta, peggiorando la situazione: meno massa magra e meno autostima. La sfida di chi fa questa professione è tutta qui: mantenere i risultati acquisiti con una dieta, evitando la poco salutare altalena di dimagrimenti e aumenti di peso. Da molti anni lavoro come Biologo Nutrizionista e sono convinto che solo un graduale ripensamento delle scelte alimentari e dello stile di vita possa garantire risultati duraturi. La mia esperienza mi porta a ritenere inutili, soprattutto, tre cose: gli alimenti esotici, così di moda ma totalmente estranei alla nostra millenaria cultura alimentare; le indicazioni in grammi di ogni alimento che favoriscono aspetti ossessivi, mentre vanno benissimo le porzioni; le modifiche dei pasti che non tengano conto dei ritmi di vita di chi si rivolge a noi. Faccio parte da molti anni dell’Associazione Biologi Nutrizionisti Italiani (ABNI); ho aderito anche a Slow Food, il movimento per un cibo “buono, pulito, giusto”, perché penso che anche nel campo dell’alimentazione umana sia possibile un approccio diverso. Per lavorare bene in ogni ambito della salute serve, innanzitutto, tempo per ascoltare con calma la storia di chi si ha di fronte. Bisognerebbe, inoltre, evitare di quantificare ogni aspetto della vita delle persone; chi ci chiede aiuto sta solo cercando un miglior equilibrio con l’esterno (relazioni, lavoro, affetti ed altro). Sarebbe, infine, importante che ogni suggerimento in campo alimentare e sugli stili di vita venisse concordato e condiviso. Tempo di ascolto, rinuncia alle etichette, scelte condivise e sostenibili. Le diete perfette sono quasi sempre impossibili da seguire; il miglior suggerimento è quello che quella persona è in grado di seguire in quel momento della sua vita. L’ultimo aspetto riguarda il denaro, che purtroppo condiziona pesantemente la salute di ciascuno di noi, più di ogni altro fattore; chiedere onorari onesti che tengano conto della crisi attuale sembra il minimo, un dato scontato per chiunque lavori in campo sanitario. (4-2013)
Cibo e sport
Cibo e sport, un binomio fondamentale per la nostra salute, fisica e psichica. Lo sport è sicuramente uno dei fenomeni di massa più importanti dei nostri tempi; poche altre attività sanno avvicinare le persone, indipendentemente dalla loro età, dalla loro origine sociale e dalla loro identità culturale. Le attività sportive dovrebbero aiutare le persone a raggiungere il loro benessere fisico, mentale e sociale (Carta Europea dello Sport, 1992), ma in Italia la crisi economica sta spingendo molte persone a ridurre l’attività fisica (e, in parallelo, a ridurre il budget mensile per la spesa alimentare). I dati ISTAT 2012 ci pongono all’ultimo posto in Europa per numero di praticanti; aumentano, inoltre, le persone che non fanno alcuna attività fisica (ormai stabilmente oltre il 40%, erano il 35% 15 anni fa); fanno meno sport anche i bambini tra i 6 e i 10 anni, quelli che ne avrebbero più bisogno per contrastare la sempre più diffusa obesità infantile; l’unico dato positivo italiano riguarda la fascia 60-64 anni, che non pare toccata dalla crisi. Fare attività fisica e fare sport fa bene a tutti, ma ognuno deve trovare l’attività motoria più congeniale, soprattutto in base allo stato di forma fisica e all’età che ha. La pallavolo, tra gli sport più diffusi, ha il vantaggio di presentare pochissime controindicazioni, può essere praticata da tutti, anche da persone in età avanzata – come il sottoscritto – ed anche con squadre miste, giovani e meno giovani, maschi e femmine. Ci si diverte sempre, purché ci si alleni seriamente e si abbiano delle buone abitudini alimentari. Volendo prospettare uno schema alimentare per persone “normali” che facciano attività sportiva “normale” (due allenamenti settimanali più un terzo allenamento o un’eventuale partita di campionato), non sono previsti né cibi particolari né particolari aumenti di energia; serve semplicemente un’alimentazione equilibrata ed eventualmente una distribuzione dei pasti che tenga conto degli orari di svolgimento degli allenamenti e delle partite. Nel caso, ad esempio, degli allenamenti serali – obbligati nello sport amatoriale – sarebbe consigliabile uno schema come questo: prima colazione con biscotti, fette biscottate o cereali, marmellata o frutta fresca; merenda mattutina con frutta fresca o yogurt, altrimenti pizza rossa poco condita; nel pranzo consiglio di iniziare sempre con una porzione di verdura di stagione, seguita da alimenti ricchi di carboidrati, come un piatto di pasta o riso con sugo leggero di pomodoro e/o verdure; in alternativa, una porzione ridotta di pasta ed una ridotta di carne o pesce, con una fetta di pane integrale; come dessert una porzione di frutta; nella merenda prima dell’allenamento: l’importante è utilizzare cibi facilmente digeribili; l’ideale sarebbe della frutta fresca, oppure dello yogurt; in alternativa, the al limone con miele e fette biscottate; per cena conviene dare spazio ad alimenti più proteici: una porzione a scelta tra carne, pesce, legumi secchi, uova, formaggi o affettati, accompagnata da una zuppa o minestra o passato di verdure per riequilibrare il livello di liquidi e di sali minerali; un paio di fette di pane ed una porzione di frutta. Nei giorni in cui si svolgono le partite, bisogna fare attenzione all’alimentazione soprattutto, quando l’impegno è di mattina (nel caso in cui si giochi di sera valgono le raccomandazioni fatte per i giorni di allenamento). In questo caso le scorte muscolari di “energia” vanno immagazzinate dalla sera precedente, dato che in genere utilizziamo le riserve energetiche “caricate” tra le 8 e le 10 ore precedenti l’impegno fisico. Converrebbe, pertanto, in questo caso, invertire il pranzo con la cena, in modo da avere l’ultimo pasto utile – la cena della sera precedente – a base di carboidrati energetici e quello successivo alla gara più proteico. In generale, ricordiamoci questi 5 punti fondamentali: 1) fare sempre una prima colazione abbondante e nutriente; al di là della sua utilità nella pratica sportiva, questo accorgimento permette di avere energia per tutte le attività della mattina; 2) nelle tre ore precedenti l’allenamento o la partita evitare cibi o cotture con tempi di digestione lunghi, come carne, grassi o fritti; 3) i carboidrati sono la miglior fonte d’energia per chi fa sport, poiché danno energia immediata e non affaticano i muscoli; 4) l’idratazione, acqua fresca non gasata a piccoli sorsi, deve essere ottimale; non presentarsi mai all’allenamento senza la bottiglia dell’acqua; 5) lo sport e l’attività fisica favoriscono l’afflusso di sangue al cervello, migliorando le prestazioni intellettive ed il tono dell’umore. Che vogliamo di più? (7-2013) (nella foto: The wide expanse di Alexandr Deyneka, 1944)
No Tobacco Day
Dal 1998 in tutto il mondo il 31 maggio si celebra la No Tobacco Day, in italiano la Giornata mondiale senza tabacco per incoraggiare le persone a rinunciare – per almeno 24 ore – a sigarette e tabacco, invitandole a smettere di fumare in via definitiva. L’iniziativa costituisce, inoltre, un’occasione per valutare l’andamento della diffusione del tabagismo nel mondo e per richiamare governi e opinione pubblica sugli effetti negativi del tabagismo sulla salute umana. Nel 2011 l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha stimato in circa sei milioni le persone che perdono la vita ogni anno a causa del fumo. La Word No Tobacco Day del 2012 era significativamente dedicata alle interferenze dell’industria del tabacco. Quest’anno il titolo proposto all’Istituto Superiore di Sanità è stato “Bandire la pubblicità, la promozione e gli sponsor legati al tabacco“, per la grande influenza dei marchi pubblicitari sui consumatori, in particolare nei giovani. Nel 2013 la prevalenza di fumatori maschi è del 26,2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, delle femmine del 15,3{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}; complessivamente sono 10,6 milioni, poco più del il 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione sopra i 15 anni, con 6,7 milioni di ex-fumatori (13{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione). Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri – ha ricordato la progressiva ma lenta la diminuzione del consumo di sigarette in Italia, passate in 10 anni da una media di 16 al giorno a meno di 13, con un parziale spostamento dei consumi verso la sigaretta elettronica. Le dipendenze sono spesso collegate tra loro e il tabagismo non fa eccezione; il 42{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} degli Italiani pratica – anche solo occasionalmente – almeno un gioco d’azzardo, ma tra chi fuma il valore sale al 55{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Circa 1 milione di persone (quasi il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) utilizza, anche o esclusivamente, sigarette fatte a mano (tabacco trinciato), prodotto molto gradito ai giovanissimi tra i 15 e i 24 anni di entrambi i sessi. La Legge Sirchia del gennaio 2003 ha cambiato l’atteggiamento degli Italiani sulla possibilità di fumare nei luoghi pubblici. Dieci anni dopo la legge, gli intervistati favorevoli all’estensione del divieto di fumo sono sempre di più; il 60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} lo vuole per stazioni e fermate degli autobus, il 64{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} per gli stadi, il 60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} per i giardini pubblici, il 72{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} per le aree aperte degli ospedali, l’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} per i cortili delle scuole. Un aspetto molto preoccupante riguarda le donne e gli adolescenti. Il numero delle fumatrici è cresciuto del 60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} negli ultimi 20 anni e la quota delle grandi fumatrici, – con più di 20 sigarette al giorno – è triplicata. Nel periodo compreso tra gli anni ‘60 e ‘80 il numero di vittime per cancro al polmone tra le fumatrici è cresciuto da 4 a 7 volte, mentre rimaneva stazionario nelle non fumatrici. Un pacchetto di sigarette al giorno può significare anticipare di oltre 5 anni la possibilità di infarto rispetto alle non fumatrici. Roberta Pacifici dell’Osservatorio Fumo, alcol e droga dell’Istituto Superiore di Sanità ha ricordato alle ragazze che “fumando compromettono il loro futuro di donne. Perché la nicotina e tutte le altre sostanze che sono nella sigaretta incidono in modo pesante sul sistema endocrino e quello nervoso. Creando un danno grave nell’apparato riproduttivo. Uno per tutti: la menopausa precoce. Nei ragazzi troviamo tracce importanti di nicotina nelle vescicole seminali. Che vuol dire un’interferenza sulla mobilità degli spermatozoi”. Per l’oncologo Umberto Veronesi chi diventa dipendente dal tabacco a 15 anni, rischia una diagnosi di cancro già a 40-45 anni. Smettere di fumare è, dunque, l’unico modo per garantirsi una salute migliore (nella foto La fine della colazione di Renoir, 1879) (6-2013).
Sport e malattia: due belle storie
Il 12 maggio l’Itas Diatec Trentino ha vinto il suo terzo scudetto (al quinto set di gara cinque) contro la grandissima Copra Piacenza di Fei e Papi. Il premio di miglior giocatore della partita è andato al palleggiatore di Trento Jack Sintini, in campo al posto del titolare Raphael. Due anni prima, nel 2011, appena finita la stagione, Sintini aveva scoperto di avere un tumore (un linfoma). Passato lo shock iniziale, ha cominciato a curarsi e lo ha fatto parlandone pubblicamente: “Ho deciso di accettare di raccontare la mia storia, anche se all’inizio parlare di malattie non è facile. Poi – con l’aiuto della mia bellissima famiglia, dei miei genitori, di mio fratello e delle persone che mi stanno vicino – inizio ad entrarci dentro. Ogni giorno un po’ di più, imparo un sacco di cose, sulla malattia, sulle cure, impari che quella malattia non è più incurabile, come una volta. Subito ti chiedi “perché a me?”. La storia di Sintini ha coinvolto tutto il mondo del volley: a Messina gli ex compagni della nazionale durante una partita di World League contro la Francia sono scesi in campo con uno striscione per lui; Sintini dirà che vedere quello striscione “è stata una spinta incredibile”. Prima di Sintini anche Eleonora Lo Bianco, la giocatrice italiana di pallavolo con più presenze in nazionale di tutti i tempi, aveva affrontato un tumore (al seno): aveva affrontato la malattia ed era andata a vincere la Coppa del Mondo in Giappone. Questi due esempi dal mondo dello sport ci ricordano le tantissime persone che quotidianamente affrontano il cancro e le altrettante che ne guariscono, con l’aiuto delle terapie mediche e di una rete di parenti, amici e volontari altrettanto importante. Dal 1997 esiste l’Associazione Italiana Malati di Cancro, costituita da malati, parenti di malati, docenti universitari, ricercatori, medici, psicologi, psicoterapeuti e giornalisti; l’Aimac (www.aimac.it) vuole “offrire informazioni sul cancro e sulle terapie ai malati, alle loro famiglie e amici; assicurare sostegno psicologico ai malati; promuovere iniziative per diffondere il più capillarmente possibile le informazioni sul cancro”. Sei anni dopo, nel 2003, è nata la Federazione delle associazioni dei malati di tumore; la Federazione Associazioni Volontariato in Oncologia (Favo), rappresenta – nelle parole di Francesco De Lorenzo, presidente dell’Aimac – “un forte potenziamento per le singole attività e per il miglioramento della qualità della vita dei malati.” Due anni fa Sintini, nel pieno della sua battaglia contro la malattia, aveva scritto: “Io sono pronto, se mi vuole battere se la deve sudare fino in fondo. Perché io non mollo, e con me sono in tanti. Adesso lo so. Grazie a tutti. A presto”. Il volto sorridente di Jack Sintini a Trento con in mano il trofeo di campione d’Italia è una delle più belle immagini dello sport di sempre, ma è anche uno dei più efficaci messaggi per i 2.250.000 italiani che hanno avuto una diagnosi di tumore: di questo 4{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione oltre la metà – 1.300.000 – l’ha avuta da più di 5 anni ed è oggi libera da malattia e da trattamenti. (6-2013)
Crudismo e paleodiete
Da alcuni anni si stanno diffondendo – a partire dagli Stati Uniti – alcuni modelli di alimentazione che tendono a limitare o eliminare del tutto alimenti cotti o provenienti da coltivazione. Crudismo e paleodiete si stanno, dunque, diffondendo, nel web e nella vita reale. Molti si chiedono se siano una risposta valida ai problemi di salute di oggi. L’alimentazione crudista elimina completamente la cottura dei cibi. La prima osservazione sul crudismo riguarda il presunto positivo ritorno al passato, quando la tecnologia del fuoco non era ancora disponibile: in realtà, l’apparato masticatorio e digestivo degli ominidi di allora, così come gli alimenti disponibili, erano completamente diversi. Sicuramente il crudismo presenta alcuni vantaggi: evita la perdita di vitamine e sali minerali termolabili (gruppo B e potassio, in particolare), riduce la quantità giornaliera di grassi e proteine, spesso responsabili di molte patologie cronico-degenerative, impedisce l’assunzione di sostanze tossiche legate alla cottura. La dieta media crudista – 70-80% di frutta, 10-20% di verdure, 5-10% di noci e semi – appare, però, sbilanciata sui carboidrati a scapito di proteine e grassi; l’assenza di cottura, inoltre, potrebbe favorire le tossinfezioni alimentari, un fenomeno sempre più diffuso, anche nel nostro Paese. L’altra dieta, ancora più diffusa del crudismo, è la dieta paleolitica (o paleodieta o dieta delle caverne). Chi la segue cerca di ricreare il regime dietetico delle popolazioni vissute nel periodo precedente la scoperta dell’agricoltura: prodotti di caccia e pesca, raccolta di vegetazione spontanea e di piccoli animali; sia il crudismo sia la paleo-dieta si basano sul fatto che dal Paleolitico ad oggi, a fronte di una impressionante evoluzione culturale, tecnologica e scientifica, la nostra biologia è rimasta sostanzialmente immutata. Pertanto, anche l’alimentazione si dovrebbe basare su cibi presenti prima dello sviluppo dell’agricoltura; i nostri antenati si nutrivano di selvaggina di ogni tipo, pesce e crostacei, rettili, vermi e insetti, uccelli, uova, bacche e frutti, miele, vegetali appena spuntati, radici e bulbi, semi. Oggi sembra molto difficile – se non impossibile – trovare veri “paleo-alimenti” alle nostre latitudini; la carne selvatica del Paleolitico aveva, ad esempio, un rapporto tra omega-3 e omega-6 di 1:1, oggi non più presente; stesso discorso per i vegetali, che presentano – dopo lo sviluppo delle tecniche agricole – caratteristiche nutrizionali molto diverse dal passato. Una dieta che escluda cereali e latticini e preveda abbondanti consumi di verdura e frutta ha, comunque, aspetti positivi e protettivi nei confronti di malattie sempre più diffuse, dal diabete alla celiachia. Non ho particolari obiezioni di tipo scientifico al crudismo e alla paleo-dieta. Oggi la maggior parte della popolazione mangia sempre più male e si ammala sempre di più: modificare il nostro modello alimentare “occidentale” è in qualche modo inevitabile. Il problema è in che modo farlo. Non utilizzare i cereali e i loro derivati, i legumi, il latte e i suoi derivati, il tè, il caffè, il cacao, il vino, oppure non cuocere nessun alimento, può dare benefici sul piano della salute individuale, ma solo collocandoli in uno schema nutrizionale equilibrato e senza farli diventare scelte d’identità. (6-2013) (nella foto: Banco di macelleria di Pieter Aertsen, 1551)
Antidepressivi ed effetto placebo
Tutti i farmaci hanno due effetti terapeutici. Il primo è l’effetto farmacologico in senso stretto legato alla molecola – il principio attivo – che si assume. Il secondo è l’effetto placebo (dal latino, placeo, piacerò) ed è legato all’idea di assumere qualcosa che ci farà bene, a prescindere dall’effettivo contenuto della nostra pasticca. L’effeto placebo ha basi biochimiche ampiamente dimostrate: l’attesa di un miglioramento, infatti, provoca il rilascio sia di endorfine e adenosina ad azione antidolorifica sia di adrenalina per una migliore gestione degli stress. L’effetto placebo sembra giocare un ruolo importante nei nuovi farmaci per la depressione, malattia per la quale fino agli anni ’50 erano disponibili solo due opzioni: laudano (oppio macerato in soluzione alcolica) o terapia elettroconvulsivante (elettroshock). Agli inizi del decennio furono scoperte casualmente le proprietà euforizzanti dell’iproniazide, farmaco allora utilizzato per la tubercolosi, e che fu efficace nel trattamento di pazienti depressi. Dall’iproniazide derivò la prima classe di antidepressivi, gli inibitori delle mono-ammino ossidasi (IMAO). Pochi anni dopo, nell’ambito delle ricerche di nuovi farmaci antipsicotici, ci si accorse che l’imipramina (meglio conosciuta col suo nome di mercato Tofranil) aveva anche proprietà antidepressive. Dall’imipramina fu sviluppata la seconda grande classe di antidepressivi, i triciclici, ancora oggi molto usati, come amiltriptilina (Laroxyl), nortriptilina (Dominans) e clomipramina (Anafranil). A queste due classi di molecole con strutture chimiche piuttosto omogenee si sono aggiunte altre due classi di farmaci: prima gli antidepressivi atipici o di seconda generazione, di varia struttura chimica, come trazodone (Trittico), levosulpride (Levopraid) e amisulpride (Deniban). Per ultimi sono arrivati gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), vere e proprie star di mercato dai nomi ormai familiari: Prozac (fluoxetina), Zoloft (sertralina), citalopram (Elopram/Seropram), es-citalopram (Cipralex/Entact), paroxetina (Sereupin/Seroxat/Eutimil) e venlafaxina (efexor). Il trattamento con questi antidepressivi deve durare almeno sei mesi, mentre i primi effetti non si manifestano prima di due settimane dalla prima assunzione. Gli effetti collaterali sono importanti e numerosi, come per gli altri psicofarmaci. I nuovi antidepressivi si sono rapidamente diffusi in tutto il mondo grazie a imponenti campagne pubblicitarie delle grandi aziende farmaceutiche (big-pharma): giornali e riviste hanno fatto credere ai loro lettori che fossero arrivate le “pillole della felicità” ed il Prozac, il primo SSRI ad essere prodotto, è stato uno dei farmaci più venduti nella storia della medicina. Negli USA il consumo di antidepressivi in bambini e adolescenti nel decennio 1987-96 è triplicato, nonostante i possibili rischi per l’uso di SSRI questa fascia d’età. Oggi uno statunitense su cinque – il 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} – prende psicofarmaci ogni giorno, mentre 25 anni la cosa riguardava solo uno su 100. È un grande successo per le case farmaceutiche, soprattutto alla luce di studi di Irving Kirsch, professore al Department of Psychology dell‘Università di Hull, in Gran Bretagna, e docente emerito dell’Università del Connecticut, che ha pubblicato diversi studi per sostenere che l’efficacia dei nuovi antidepressivi è molto bassa. Avvalendosi di una legge statunitense che tutela il diritto di accesso alle informazioni di interesse pubblico, il professor Kirsch ha reso pubblici i dati in base ai quali erano stati approvati sei tra gli antidepressivi più venduti e ha dimostrato che, in 47 studi clinici controllati, in gran parte sponsorizzati dalle industrie produttrici, solo il 10-20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei pazienti avvertiva un beneficio dovuto all’azione della molecola, mentre l’80-90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} stava meglio grazie all’effetto placebo. Secondo Kirsch i dati degli ultimi anni dimostrano che psicoterapia ed esercizio fisico sono le alternative migliori ai farmaci. Lo sport e l’esercizio fisico funzionano anche sulle depressione medio-gravi, probabilmente per lo stesso rilascio di endorfine causato dall’effetto placebo, ma senza i pesanti effetti collaterali dei farmaci, soprattutto nella sfera della sessualità. Insieme a nausea, vomito, mal di testa, vertigini, vomito e sonnolenza, gli antidepressivi provocano un calo del desiderio sessuale. Con l’attività fisica, invece, migliorano la libido, il tono muscolare, la funzionalità di cuore e vasi, creando le premesse per una vita sessuale più appagante. (2010)
Medicina malridotta
Medicina malridotta, è l’amara definizione del medico e divulgatore ingese Ben Goldacre per lo stato di salute delle scienze mediche attuali. “La medicina è malridotta. Ci piace pensare che la medicina sia basata su prove e sui risultati di test imparziali. In realtà, quei test sono spesso profondamente viziati. Ci piace immaginare che i medici abbiano familiarità con la documentazione di ricerca, mentre in realtà gran parte di essa viene tenuta nascosta dalle compagnie farmaceutiche. Ci piace credere che i medici abbiano una formazione adeguata, mentre in realtà buona parte della loro formazione è finanziata dall’industria. Ci piace pensare che le autorità di controllo consentano di immettere sul mercato soltanto farmaci efficaci, mentre in realtà danno l’approvazione a medicinali senza alcun valore, tollerando che i dati sui relativi effetti collaterali siano nascosti a medici e pazienti. L’intero edificio della medicina è compromesso, perché i dati di cui ci serviamo per prendere le decisioni sono irrimediabilmente e sistematicamente falsati.” (Ben Goldacre, Effetti collaterali, 2013 Mondadori) Ben Goldacre è giunto alla notorietà internazionale con un ottimo libro di qualche anno fa (Bad science, tradotto in italiano La cattiva scienza, 2009 Mondadori). Con una documentazione rigorosa racconta una serie di storie inquietanti sul perverso rapporto che oggi esiste tra l’industria farmaceutica (big-pharma), i medici, le riviste mediche e le autorità di controllo. Analizzando le vicende di farmaci diffusissimi – le statine per il colesterolo, gli antidepressivi reboxetina e paroxetina, il vaccino contro l’influenza aviaria (Tamiflu) e i farmaci anticancro – Goldacre denuncia un sistema profondamente corrotto che oggi alimenta un giro di affari di circa 600 miliardi di dollari, non limitandosi alla denuncia, ma proponendo anche possibili soluzioni. In Italia il suo libro trova un terreno fertile, perché da oltre 40 anni è attivo un ampio movimento sul rapporto tra salute, scienza e potere: da Medicina Democratica, fondata a Milano negli anni ’70 alla recente Slow Medicine ci sono oltre 40 anni di impegno e di battaglie per una medicina ed una scienza libere da condizionamenti economici, dato che come diceva il fondatore di Medicina Democratica “fare scienza, vuol dire oggi e in ogni caso, lavorare per o contro l’uomo, e ogni uomo è oggi raggiunto dalla scienza per esserne fatto più libero o più oppresso” (Giulio Maccacaro). Goldacre dal 2003 tiene una rubrica per il quotidiano inglese The Guardian per chi è interessato ad approfondire Bad Science è il suo blog scientifico. (2013)
Dieta e menopausa
Invecchiamento e menopausa sono caratteristiche biologiche quasi uniche della nostra specie (per la menopausa ne abbiamo prove ben documentate soprattutto nelle orche) della nostra specie. Nel Novecento, per la prima volta nella storia, l’aspettativa di vita delle donne ha superato quella degli uomini e oggi nei Paesi occidentali è 4-5 anni superiore. La nostra società fa vivere a lungo molte più persone rispetto al passato: le donne sembrano più giovani, perché sono più sane e più attive; rispetto alle loro madri e alle loro nonne sono più indipendenti a livello economico e più scolarizzate; in Italia ogni 10 laureati 6 sono donne. L’aumento della longevità e il miglioramento dello stato di salute delle donne dipendono anche dalla loro attenzione nei confronti del cibo, dell’attività fisica e degli stili di vita. Da interviste dell’Istituto Superiore di Sanità emerge che la maggior parte delle donne italiane ritiene la menopausa non un problema di salute ma una delle tappe evolutive nella vita; talvolta può presentarsi in forma critica, con disturbi e malessere, ma in definitiva è vista come un’occasione per cambiamenti salutari dello stile di vita. Mangiare bene, fare una vita attiva, non fumare e limitare l’alcol sono, infatti, la premessa indispensabile per affrontare questo periodo; la menopausa non è una malattia, è solo un periodo in cui si riducono gli ormoni sessuali femminili (estrogeni); bisogna dare tempo all’organismo per ritrovare un nuovo equilibrio. Un’alimentazione adeguata in menopausa non è molto diversa da quella che tutti – donne e uomini – dovrebbero seguire in qualsiasi fase della vita. Il primo consiglio è quello di mangiare meno, per la minor massa magra, limitando soprattutto grassi e dolci. Una buona abitudine sarebbe quella di usare regolarmente piccole quantità di frutta secca (non salata) – come le noci – e di olio extravergine d’oliva, per apportare all’organismo i grassi migliori. Senza diventare vegetariane, converrebbe riservare alle occasioni speciali carni rosse e insaccati; per le proteine meglio puntare sul pesce di mare, le carni bianche e i formaggi magri. Andrebbero limitati il sale, i cibi salati e le bevande gassate. Facendo la spesa bisognerebbe rifornirsi soprattutto di alimenti vegetali di buona qualità – cereali integrali e legumi, frutta fresca e verdure di stagione – per seguire il più possibile una dieta mediterranea che ci protegga dal diabete, da molti tumori, dalle malattie cardiovascolari e anche – secondo recenti studi – da depressione, morbo di Parkinson e Alzheimer. L’alimentazione è importante, ma non può funzionare da sola. Bisogna accompagnarla con altre due buone abitudini: imparare a fare un po’ di movimento ogni giorno e cercare di avere buone relazioni con gli altri. Non esistono formule magiche per invecchiare bene, sicuramente non servono farmaci né integratori, ma una buona socialità, un’adeguata attività fisica e un’alimentazione attenta possono aiutare. (nella foto Simon Vouet, 1623, Ritratto di Artemisia Gentileschi, da Wikipedia) (5-2013)
Metterci la faccia
Metterci la faccia significa che ci mettiamo in gioco senza paura, mostrandoci per quello che siamo, da giovani, da adulti e da vecchi. Lo psicologo statunitense B. F. Skinner (1904-1990) ha studiato per 60 anni i meccanismi del comportamento e del condizionamento umano; verso gli 80 anni ha scritto un libro intitolato “Enjoy old age” (1983), ossia godersi la vecchiaia, che inizia così: “Che cosa si prova ad essere vecchio? Facile, basta spalmarsi dell’unto sugli occhiali, mettere dei batuffoli di cotone nelle orecchie, indossare scarpe pesanti e molto più grandi della nostra misura, infine mettersi dei guanti”. Il volume contiene una serie di suggerimenti per affrontare bene un periodo della vita sempre più alla portata di molti e sempre più lungo. L’Italia – insieme al Giappone – è il Paese più longevo del mondo; tra 15 anni l’Italia e gli altri Paesi occidentali avranno tra il 20 e il 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione sopra i 65 anni. Al dicembre 2012 erano presenti in Italia oltre 15.000 ultracentenari (il triplo rispetto a 10 anni fa, con un rapporto uomini-donne 5:1: 84{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} donne, 16{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} uomini); il 21{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} aveva più di 65 anni (meno del 19{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} 10 anni fa); quasi il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} aveva più di 75 anni e quasi il 3{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} (2.8{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) aveva più di 85 anni; nella popolazione di ultracentenari colpisce. Ma è possibile definire con precisione quando inizia la terza età? Di fatto, ogni società definisce la vecchiaia con criteri propri; non esiste nessuna soglia anagrafica accettata universalmente; negli Stati Uniti si diventa vecchi a 65 anni, perché a quell’età si ha diritto alla pensione; nelle culture aborigene della Nuova Guinea, invece, si è vecchi già a 50 anni. Se definire la vecchiaia è problematico, ci sono meno difficoltà nel definire i luoghi del pianeta dove vivono popolazioni longeve ed in buona salute; tutte le popolazioni che vivono in queste aree hanno almeno quattro elementi comuni: buone relazioni familiari e profondo rispetto per gli anziani; assenza o scarsa diffusione del fumo; notevole attività fisica e diete basate sui vegetali. Una vecchiaia in salute, pertanto, sembra essere la risultante di un triplice stato di benessere: fisico, psichico e sociale. A proposito del benessere psichico, il grande psicologo statunitense James Hillman (1926-2011), ha scritto nel libro “The force of character” (1999) parole illuminanti: “Invecchiando io rivelo il mio carattere, non la mia morte”: la vecchiaia, dunque, non è una tara da nascondere e da odiare, una condizione da sacrificare sull’altare dell’odierno “culto della giovinezza” ma un’età della vita da riconsiderare benevolmente, con numerosi vantaggi psicologici”. Secondo Hillman l’invecchiamento aiuta a definire e maturare il carattere delle persone; ci permette un salutare distacco dalla frenesia del presente; ci offre la possibilità di esprimere liberamente anticonformismo e autonomia di giudizio; ci consente, inoltre, di rinunciare alla insensata competizione quotidiana per il successo. Infine, la proposta provocatoria: “Bisognerebbe proibire la chirurgia cosmetica e considerare il lifting un crimine contro l’umanità”. Parole sacrosante, anche se in forte controtendenza. Come ha osservato il filosofo Umberto Galimberti: “La faccia dei vecchi è un atto di verità, mentre la maschera dietro cui si nasconde un volto, trattato con chirurgia, è una falsificazione che lascia trasparire l’insicurezza di chi non ha il coraggio di esporsi alla vista con la propria faccia”. Siamo completamente d’accordo, pensando alla bellissima faccia di Rita Levi Montalcini, neurologa, Premio Nobel per la Medicina (1909-2012) e a quella di Margherita Hack, astrofisica di fama mondiale che, a proposito della vecchiaia, ha detto “Essere curiosi, cominciare a fare cose che abbiamo sempre desiderato, la pensione ha i suoi vantaggi: un tempo da occupare felicemente” (nella foto Giovanni Bellini, Ritratto del doge Loredan, 1501). (2013)