Il prossimo gennaio si terrà a Milano il Convegno nazionale “A 40 anni dalla fondazione di Medicina Democratica” con due giornate di lavoro: la prima su salute e sicurezza sul lavoro; la seconda sulla difesa del Sistema Sanitario Nazionale. Medicina Democratica è presente in Italia da oltre 40 anni; è stata fondata a Milano negli anni ’70 – da Giulio Maccacaro – e da allora ha portato avanti ininterrottamente centinaia di battaglie per la salute dei lavoratori e dei cittadini e per una medicina e una scienza libere da condizionamenti economici. L’atto costitutivo di Medicina Democratica, movimento di lotta per la salute, risale ai primi anni settanta; il suo primo congresso nazionale si è tenuto a Bologna nel 1976 preceduto da un pre-convegno tenutosi a Milano nel 1975 (al quale ho avuto l’onore di partecipare, in rappresentanza della sezione toscana). La grande novità di Medicina Democratica è stata il suo essere, soprattutto, un’aggregazione spontanea e autonoma di gruppi di lavoratori e popolazione auto-organizzati sul territorio, assieme a tecnici, ricercatori e intellettuali. In questi primi quattro decenni di vita l’associazione ha avuto tre grandi linee-guida. Innanzitutto, la partecipazione diretta delle lavoratrici e dei lavoratori – e della popolazione auto-organizzata nel territorio – alle indagini in fabbrica sulle su tutta la catena produttiva. In secondo luogo, il rifiuto della monetizzazione dei rischi e della nocività nei luoghi di lavoro e nel territorio. Terzo principio, il rifiuto di delegare la propria salute ai tecnici, non accettando la cosiddetta neutralità della scienza e della tecnica, dalle quali discenderebbe l’oggettività dei cicli produttivi e l’impossibilità di modificarli. “Il contrasto fra lavoro e salute è presente da sempre; la salvaguardia salute, agli inizi della rivoluzione industriale, era un fatto del tutto privo di interesse; successivamente la perdita di salute constatata è diventata monetizzazione salariale e solo negli anni 69-73 è stato posto il problema e si è operato per eliminare o ridurre l’impatto della nocività nei luoghi di lavoro e nell’ambiente. Ma tale dato è stato tutt’altro che definitivo” Quanto si afferma in questo documento di MD è evidente, se si pensa a quanto è accaduto in questi anni all’ILVA di Taranto, alla Caffaro di Brescia, alle centrali ENEL a carbone di Vado Ligure e Brindisi, alla fabbrica di amianto Eternit di Casale Monferrato. L’elenco potrebbe continuare con lo spaventoso inquinamento della discarica abusiva di rifiuti tossici più grande d’Italia nella Val Pescara o – andando un po’ indietro nel tempo – con i casi della Icmesa di Seveso, delle industrie chimiche di Porto Marghera e di molti altri siti industriali inquinanti. Il messaggio forte che ha sempre caratterizzato Medicina Democratica – ieri a Seveso e a Porto Marghera, come oggi a Taranto – è che la salute operaia e la salute del territorio sono valori sui quali non si può trattare; le morti e le malattie dei lavoratori, le morti e le malattie di chi vive in prossimità degli impianti industriali, i disastri ambientali non sono mai incidenti imprevedibili o singoli errori umani, ma quasi sempre conseguenze inevitabili di logiche produttive che sfruttano e danneggiano lavoratori e ambiente, da studiare, comprendere e combattere. Per tutto questo è prezioso il lavoro svolto da Medicina Democratica in questi primi 40 anni e per tutto questo va detto grazie a un movimento che ha sempre messo al primo posto la lotta per il diritto più importante, la lotta per la salute. (2016)
Colesterolo, dieta e salute
Il colesterolo, nel senso di colesterolo alto nel sangue, è uno dei principali problemi di salute di oggi. Secondo i dati dello studio Progetto Cuore (www.cuore.iss.it) nel 2002 la percentuale di popolazione adulta con valori di colesterolo maggiore di 240 mg/dl era del 21% tra gli uomini e del 23 % tra le donne (con un picco del 36% dopo la menopausa); considerando un valore di colesterolo tra 200 e 240 mg/dl la percentuale saliva al 37% per gli uomini e al 34% per le donne. Un aspetto di cui si parla poco è che la maggior parte del colesterolo necessario ce la produciamo da soli, per biosintesi, mentre una piccola parte – non più del 20% – arriva dall’esterno con l’alimentazione. Il colesterolo, inoltre, viene generalmente considerato in modo negativo, ma è una molecola che svolge funzioni della massima importanza biologica. Ad esempio, è il precursore della vitamina D, di tutti gli ormoni sessuali e del cortisolo (l’ormone dello stress). Per le sue caratteristiche chimiche la molecola di colesterolo non è solubile nel sangue e deve essere in un certo senso imballata in complessi sistemi di trasporto, detti lipoproteine; la colesterolemia o colesterolo totale è la concentrazione nel sangue di tutte queste proteine e del loro contenuto. Il colesterolo LDL misura le lipoproteine che liberano il colesterolo sulla parete dei vasi per distribuirlo alle cellule; il colesterolo HDL, invece, misura, le lipoproteine che rimuovono il colesterolo dalle arterie e lo riportano al fegato, che è l’organo centrale del metabolismo del colesterolo. Ecco perché si parla di “colesterolo buono” per le lipoproteine HDL e di “colesterolo cattivo” per le lipoproteine LDL. Quando leggiamo le analisi del sangue, comunque, è importante sapere anche un altro valore, ossia qual è il rapporto tra colesterolo totale e HDL: dividendo il valore del colesterolo totale per il valore di HDL il valore ottenuto non dovrebbe essere superiore a 5 per gli uomini e a 4,5 per le donne. Le statine sono oggi i farmaci più usati per chi ha problemi di colesterolo alto; alcune statine sono di origine naturale (ad esempio, il lievito di riso rosso), quelle maggiormente in uso, però, sono di origine chimica. Simvastatina, atorvastatina e le altre statine agiscono bloccando sia la produzione di colesterolo – l’effetto terapeutico voluto – sia quella del Coenzima Q10 – l’effetto collaterale problematico che potrebbe spiegare il dolore muscolare, presente nel 5-10% dei pazienti in terapia con questi farmaci. Secondo molti specialisti della prevenzione sarebbe meglio prescrivere le statine alle persone che hanno già avuto disturbi cardiaci; per la maggioranza delle persone sane con alti valori di colesterolo bisognerebbe promuovere tre cambiamenti molto più economici, sicuri ed efficaci: migliorare la dieta, fare più movimento e smettere di fumare. La dieta per abbassare il colesterolo è un regime alimentare di tipo mediterraneo con molti vegetali, cereali integrali e grassi di buona qualità. Traducendo nel menù giornaliero: olio d’oliva invece di burro e altri condimenti, più pescato di mare rispetto a carni grasse, uova e formaggi; inoltre, legumi e frutta secca come fonti proteiche alternative. Sarebbe bene, infine, limitare al massimo il cibo spazzatura, i piatti pronti, i fast-food e la maggior parte di dolci e prodotti da forno, riservando la minima quantità di grassi saturi concessa a cibi di qualità. Tutto questo dovrebbe consentire di contenere l’apporto di colesterolo della dieta entro i 200 mg giornalieri raccomandati. La cessazione del fumo, naturalmente, avrebbe un impatto estremamente favorevole, così come l’abitudine a una quotidiana passeggiata o altra attività motoria, perché da sempre prevenire è meglio di curare. (10-2016)
Storia del pane
La storia del pane è una storia lunga e antica, quasi quanto quella dell’umanità. Le prime coltivazioni di grano ben documentate sono state trovate in due regioni oggi martoriate dalla guerra: Siria e Palestina. Dal Medio Oriente il grano arrivò in Egitto, dove già si produceva l’orzo, e si diffuse rapidamente perché permetteva una panificazione migliore: le classi superiori iniziarono a mangiare pani di farina di grano duro o tenero, lasciando la farina di orzo ai poveri. Gli Egizi divennero i maestri nell’arte della panificazione, dopo aver scoperto che per ottenere la lievitazione della farina bisognava aggiungere ai chicchi macinati e all’acqua un pezzetto di pasta avanzata il giorno prima. La panificazione fu importante anche per gli Ebrei; il loro pane – diversamente da quelli egiziani – era nero e non lievitato, pertanto era chiamato pane azzimo. Dagli Egizi la tecnologia della panificazione arrivò in Europa, in Grecia; gli antichi Greci perfezionarono la costruzione dei forni e crearono una grande varietà di prodotti sia con l’impasto base sia con impasti più complessi, anticipando per certi versi la pasticceria moderna. A Roma l’uso quotidiano del pane arrivò tardi; nei primi secoli il popolo usava quasi esclusivamente impasti non lievitati di farina, delle specie di polente chiamate puls; sotto Traiano, intorno al 100 d. C., però, il pane era diventato l’alimento base per gran parte della popolazione ed era possibile acquistare frumento in pubblici granai ad un prezzo inferiore a quello di mercato. Le invasioni barbariche segnarono la fine dell’arte panificatoria romana: nel Medio Evo rimasero pochi panifici pubblici, quasi tutti nei monasteri, mentre i signori feudali imponevano ogni sorta di tasse sul pane e sulla farina. Nei secoli successivi le cose non migliorarono. Nei periodi di carestia si macinava e s’impastava con svariati surrogati del grano: farine di farro, d’avena, di miglio o di grano saraceno, aggiungendo al bisogno ghiande, carrube, castagne, legumi. Sul pane continuarono a gravare tasse e imposizioni vessatorie: l’obbligo di macinatura obbligava tutti i contadini a servirsi del mulino del feudatario lasciandovi come dazio i 4/5 della produzione. Il protrarsi delle ingiustizie spinse ciclicamente le popolazioni affamate a rivoltarsi e a dare l’assalto ai forni. Le testimonianze non mancano. Dall’assalto al forno di Milano nella carestia del 1628 – descritto magistralmente da Manzoni nei Promessi Sposi – alla marcia delle donne dei mercati di Parigi dell’ottobre del 1789, la cui protesta per l’aumento dei prezzi del pane e per la sua scarsità fu la scintilla che portò alla Rivoluzione francese. E oggi? Per molti il pane quotidiano è ancora una chimera – come ci ricorda la rivolta del pane in Tunisia del dicembre 2010 – per altri il problema del pane è legato soprattutto alla sua qualità. Un esempio sono i falsi pani integrali presenti in molti supermercati; essendo ottenuti da farine 00, molto raffinate con successiva aggiunta di crusca devitalizzata, hanno tutti un colore base molto chiaro inframmezzato da punti scuri; il vero pane integrale ha, invece, un colore scuro e omogeneo e ben altro sapore e fragranza. Nei pani industriali arricchiti con crusca gli additivi non servano a migliorare il prodotto ma a facilitarne lavorazione e conservazione. Le farine raffinate industrialmente – come la 00 – hanno avuto successo perché – essendo prive dei principali nutrienti – si conservano a lungo, mentre le farine integrali dopo pochi mesi irrancidiscono. Il paradosso dei cereali, sempre più sul banco degli accusati per l’attuale pandemia di obesità e diabete, sta tutto qui. I cereali integrali, il vero pane integrale, sono alimenti protettivi sia rispetto al diabete, avendo un basso indice glicemico, sia rispetto alle malattie cardiovascolari. La prova? Noi Italiani consumiamo grande quantità di cereali, sotto forma di pasta e pane, diversamente dagli Statunitensi. Il confronto di questi due modelli alimentari in termini di salute non lascia spazio a equivoci: abbiamo in percentuale 3 volte meno obesi e 6 volte meno diabeteci di loro. (9-2016)
Zuccheri e salute
Zuccheri raffinati ancora – giustamente – sul banco degli accusati. La stampa estiva ha recentemente dato spazio alla direttiva dall’American Heart Association rivolta ai genitori statunitensi. I cardiologi americani hanno detto una cosa semplice e comprensibile a tutti: ai bambini fino ai due anni di età è meglio non dare zucchero, mentre per bambini e giovani fino all’età di 18 anni è bene mantenere il tetto dei 25 grammi al giorno, circa 5 cucchiaini. Chiariamo subito che lo zucchero di cui si parla non è lo zucchero presente in frutta, yogurt o latte, alimenti il cui consumo va invece incoraggiato, ma quello aggiunto alle bevande e ai cibi, soprattutto quello presente in tutti i prodotti da forno dei supermercati. Da diversi anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ribadisce la pericolosità degli zuccheri raffinati aggiunti ai cibi e delle bevande zuccherate. Sono pieni di zucchero i cereali della colazione, i biscotti, le merendine e gli snack, ma il picco lo troviamo nelle lattine di aranciata e Coca-Cola, rispettivamente con 40 e 35 g di zucchero: l’equivalente di 8 cucchiaini per una Fanta e di 7 per una Coca. Lo zucchero in eccesso fa male ai ragazzi, ma non fa bene neanche agli adulti; infatti, OMS l’anno scorso ha rivisto le sue linee guida, chiedendo agli adulti di non superare i 50 grammi giornalieri. Torniamo ai 25 grammi di zucchero raccomandati e vediamo qual è il consumo medio attuale dei ragazzi italiani. L’anno scorso sono stati pubblicati i risultati di uno studio europeo su un vasto campione di bambini europei; un bambino europeo nel 2015 ha consumato in media quasi 100 g di zuccheri semplici, il quadruplo di quanto raccomandato; i bambini italiani ne consumano 10 grammi in meno, in media 87 grammi, 3 volte e mezzo la quantità raccomandata; questi 87 grammi corrispondono a una quindicina di cucchiaini di zucchero e al 20% del fabbisogno di calorie giornaliere, contro il 5-10% consigliato. L’indagine europea si accorda perfettamente con il più importante studio italiano in materia. I dati di OKkio alla Salute dell’Istituto Superiore di Sanità dell’anno passato ci dicono, infatti, che il 40% dei ragazzi italiani fra 8 e 9 anni beve almeno una bibita zuccherata al giorno, mentre uno su due non mangia abitualmente frutta. Che fare, allora? Molti pensano che l’unica arma disponibile sia tassare le attività di mercato che danneggiano l’interesse pubblico: la tassa sui superalcolici ne è un esempio. La Gran Bretagna – che ha tassi di obesità notevoli – ha introdotto una tassa sulle bibite zuccherate (sugar tax). Entrerà in vigore l’anno prossimo e i ricavo saranno usati per costruire strutture sportive o promuovere stili di vita salutari. La stessa strada stanno seguendo Messico, Francia, Belgio, i Paesi scandinavi e alcune città americane come Philadelphia. Qualunque strumento si pensi di utilizzare, l’importante è che arrivi forte e chiaro il messaggio sulla pericolosità dell’abitudine a cibi dolcificati artificialmente. Le bibite gassate sono piene di zuccheri e sono ipercaloriche, dissetano poco e quindi si tende a berne di più. I bambini devono trovare a tavola l’acqua.Se fanno sport, finito l’allenamento o la partita, niente succhi di frutta o integratori: acqua e frutta vanno benissimo, per loro e per noi. (nella foto un elenco dei Paesi che hanno già adottato tasse sullo zuchero) (9-2016)
Servono ancora le calorie?
Servono ancora le calorie? Leggiamo sempre più spesso che il concetto di caloria – come misura dell’energia contenuta in un dato alimento – non è più valido e va abbandonato. Ma è proprio così? Dobbiamo davvero fare a meno della grandezza inventata a fine ‘700 dal padre della chimica moderna, il francese Antoine Lavoisier? In realtà le calorie sono utili, oggi come allora, ma dobbiamo evitare di utilizzarle in modo rigido, trascurando gli altri aspetti nutrizionali di ciò che mangiamo. A fine ‘800 il chimico statunitense Wilbur Olin Atwater ha misurato le calorie contenute in 100 grammi di oltre 4.000 alimenti: le sue tabelle rappresentano ancora oggi un riferimento per i nutrizionisti di tutto il mondo. Le calorie che noi utilizziamo si riferiscono al calore prodotto dalla combustione degli alimenti in un dispositivo chiamato calorimetro. Le nostre cellule, i nostri corpi, evidentemente, non sono calorimetri: utilizzando gli alimenti non produciamo calore ma energia chimica. Inoltre, tutti gli studi degli ultimi anni ci dicono che un ruolo fondamentale nel metabolismo energetico è svolto dai microrganismi che popolano il nostro intestino, il nostro microbiota. Ancora: i valori energetici di un cibo cambiano a seconda che i cibi siano cotti o crudi e a seconda della composizione molecolare, legata al grado di maturazione e al tipo di coltivazione. Infine, le tabelle delle calorie valutano male i cibi ricchi di fibre, come noci, mandorle e frutta secca, aumentando di circa il 25% l’effettivo potere energetico. Nonostante tutte queste limitazioni e imprecisioni, le calorie servono. Servono a darci un’idea generale di quanta energia contiene un alimento. Sapere, ad esempio, che le verdure hanno circa 20 calorie per 100 grammi – un po’ di più la frutta fresca – ci può aiutare a comporre un pasto equilibrato con abbondanti quantità di vegetali e ridotte quantità di grassi e zuccheri. In un buon regime alimentare è normale mangiare più di prima, ma ridistribuendo in modo corretto i nutrienti: molti vegetali e quantità adeguate di grassi e carboidrati. Usare in modo intelligente le calorie significa anche tener conto del potere saziante di un cibo. Tutti i cibi ricchi di fibre hanno un indice di sazietà alto, anche se contengono notevoli quantità di energia, come i legumi secchi e la frutta secca o disidratata; al contrario, molti dei prodotti che vediamo negli scaffali dei supermercati contengono pochissime fibre, ma molto sale e molte calorie in poco peso o volume: non ci saziano, ma ci fanno ingrassare. Per concludere: sì alle calorie, ma con intelligenza. (nella foto l’impatto di alcuni cibi contenenti 400 Calorie sul riempimento dello stomaco) (8-2016)
Estate e gelati
Estate, tempo di gelati. Per noi Italiani si tratta di uno degli alimenti preferiti, un fuori pasto che piace al 95% della popolazione e che viene mangiato spesso dal 40% dei nostri concittadini. Il gelato è un alimento semplice, in fondo. Per fare un gelato – industriale o artigianale – abbiamo bisogno di tre elementi base: latte fresco, zucchero e uova; poi, dobbiamo aggiungere ingredienti specifici per il gusto di gelato che si deve preparare. Se prendiamo un gelato allo yogurt o alla frutta, le calorie per 100 grammi di prodotto vanno dalle 130 alle 150, un valore adatto ad uno spuntino pomeridiano (magari dopo un po’ di attività motoria); se le nostre preferenze vanno alle creme, le calorie salgono a quasi 200, per salire ulteriormente a 240 per un gelato al cioccolato. Inutile aggiungere che sono decisamente troppe per uno spuntino. L’eccesso di calorie e l’eccesso di zuccheri non sono le uniche pecche del gelato. Nella maggior parte dei gelati industriali vengono, infatti, aggiunti oli e grassi vegetali idrogenati – come la margarina – che migliorano la cremosità del gelato nonché aromi, coloranti, addensanti ed emulsionanti per ridurre i costi di produzione e diminuire la deperibilità del prodotto. Nonostante il rischio di assumere troppe calorie – ma a questo si può sempre ovviare con una buona attività fisica, in qualunque fase della vita – possiamo dire sì al gelato d’estate, ma con qualche accorgimento. Innanzitutto, è bene preferire gelati di qualità, prodotti usando ingredienti freschi: cerchiamo, pertanto, nel nostro territorio gelaterie artigianali che espongano con chiarezza la lista delle materie prime utilizzate (tra l’altro prevista per obbligo di legge), verificando l’assenza di margarine, aromi, coloranti e additivi di ogni genere. In secondo luogo è bene evitare il gelato serale post-cena: sono calorie e zuccheri in più che si aggiungono alle calorie e agli zuccheri del pasto serale. Meglio un piccolo gelato – alla frutta o allo yogurt – come spuntino pomeridiano o – una volta ogni tanto – una coppa gelato al posto della cena. Una possibile alternativa – sempre più diffusa – sono i gelati preparati con il latte di soia: sono adatti anche ai vegani, non contengono lattosio, colesterolo e grassi animali, hanno in genere poche calorie. D’estate attenzione, invece, all’aumento del consumo di bevande zuccherate come Coca Cola, aranciate, tè freddo. La pubblicità ci ha convinto ad associarle alla freschezza e alla sensazione di dissetarsi, ma in realtà nessuna di queste bevande toglie la sete. Al contrario, si tratta di veri e propri cibi mascherati da bibita: ogni lattina ci fornisce, infatti, dai 35 ai 40 grammi di zuccheri semplici, un eccesso di calorie vuote che, oltre a far male ai denti, fa aumentare nel tempo il rischio di diabete e malattie cardiovascolari. (7-2016)
Antibiotici, carne e salute
In questi ultimi giorni di maggio due notizie hanno colpito la nostra attenzione. La prima riguarda il pericolo di non avere più nei prossimi anni antibiotici efficaci. Se ciò effettivamente accadrà, il rapporto Review on antimicrobial resistance commissionato dal Governo britannico, prevede nel 2050 dieci milioni di morti legati alla resistenza agli antibiotici, una cifra superiore ai decessi provocati da tutti i tipi di cancro. L’altra notizia – riportata all’interno della puntata del programma di Rai Tre Report del 29 maggio – è che gli allevamenti intensivi degli animali di cui ci nutriamo ricevono il 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} degli antibiotici prodotti nel mondo. Il collegamento delle due notizie sta nel fatto che gli antibiotici per animali ed esseri umani sono gli stessi; quando si mangiano carni così trattate, rischiamo di vanificare l’efficacia degli antibiotici attualmente disponibili e si possono selezionare batteri resistenti a qualsiasi terapia, con conseguenze facilmente immaginabili. Dopo la notizia di qualche mese fa sull’aumento del rischio di tumore del colon-retto legato ad un uso eccessivo di carni insaccate, questi dati ci inducono a riflettere su quanto sia ancora sostenibile per la salute – nostra e del pianeta – l’attuale consumo di carne. Dobbiamo mangiare meno carne, ma soprattutto dobbiamo scegliere carni di qualità, da allevamenti controllati e sicuri. L’eccessivo consumo di carni rientra nel più generale modello di alimentazione ipercalorica e iperproteica. Introduciamo grosso modo il doppio delle proteine necessarie ai nostri fabbisogni. Sono, infatti, sufficienti 0,8 grammi di proteine per chilogrammo di peso (60-70 g di proteine in una persona di altezza media): tutto il resto viene trasformato in energia, con affaticamento epatico e renale. Oltre all’eccesso proteico la nostra alimentazione si caratterizza per l’eccesso di proteine animali su quelle vegetali; pochi italiani consumano porzioni adeguate di legumi e frutta secca, ottime fonti di proteine vegetali, il cui consumo si riduce quasi esclusivamente ai cereali, spesso raffinati e quindi con profilo proteico non ottimale. Il terzo eccesso riguarda la ripartizione delle proteine animali; una volta ridotto l’apporto proteico totale e una volta introdotto quantità opportune di proteine vegetali, dovremmo ribaltare la frequenza dei consumi di carni e dei prodotti del mare. I consumi di carne (bianca, rossa e conservata) andrebbero ridotti a 3, massimo 4, porzioni settimanali; il consumo di pesce e prodotti ittici dovrebbe salire ad almeno 3 volte la settimana. Le 3-4 porzioni di carne, infine, andrebbero acquistate scegliendo nel territorio produttori che diano garanzie di sistemi di allevamento rispettose della salute degli animali. Rispetto a quest’ultimo punto sarebbe bene che si parlasse un po’ di più del Partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP), il più importante accordo internazionale degli ultimi 50 anni sul commercio tra Unione Europea e Stati Uniti. Nella più assoluta segretezza, violata solo dalla pubblicazione da parte di Greenpeace di documenti destinati a restare nascosti al pubblico, si sta cercando di indebolire le norme riguardanti la sicurezza nel settore alimentare e agricolo, compreso l’uso di antibiotici su larga scala per favorire l’aumento di peso degli animali da macello, pratica legale negli Usa e in Canada, ma vietata in Europa. Se passa questo accordo, mangiare sano sarà ancora più difficile e trasmissioni coraggiose come Report saranno inutili, perché verrà legalizzato tutto quello che oggi ci scandalizza e ci indigna. (nella foto la pubblicità delle carni Coop senza antibiotici)(6-2016)
Benessere in tarda età
Benessere in tarda età. L’Italia – insieme al Giappone – è il Paese più longevo del mondo; tra 15 anni l’Italia e gli altri Paesi occidentali avranno tra il 20 e il 30% della popolazione sopra i 65 anni. Nel Belpaese sono presenti oggi oltre 15.000 ultracentenari, il triplo rispetto a 10 anni fa, con un rapporto donne-uomini di circa 5 a 1. Molti si chiedono come definire con precisione i confini della terza età. Di fatto, ogni società definisce la vecchiaia con criteri propri; non esiste nessuna soglia anagrafica accettata universalmente; negli Stati Uniti si diventa vecchi a 65 anni, perché a quell’età si ha diritto alla pensione; nelle culture aborigene della Nuova Guinea, invece, si è vecchi già a 50 anni. Molte meno difficoltà, invece, nel definire le caratteristiche delle popolazioni longeve e in buona salute, dato che presentano quasi sempre quattro elementi comuni: buone relazioni familiari e profondo rispetto per gli anziani; assenza o scarsa diffusione del tabagismo; notevole attività fisica; diete basate sui vegetali. Tutto ciò sembra l’ennesima conferma del fatto che la nostra salute sia la risultante di un triplice stato di benessere: benessere psichico, benessere biologico, benessere sociale. Benessere psichico. Il grande psicologo James Hillman ha scritto parole illuminanti sul significato dell’invecchiamento: “Invecchiando io rivelo il mio carattere, non la mia morte”: la vecchiaia, dunque, non è una tara da nascondere e da odiare, una condizione da sacrificare sull’altare dell’odierno culto della giovinezza, ma un’età della vita da riconsiderare benevolmente, con numerosi vantaggi psicologici. Secondo Hillman l’invecchiamento aiuta a definire e a maturare il carattere delle persone; ci permette un salutare distacco dalla frenesia del presente; ci offre la possibilità di esprimere liberamente anticonformismo e autonomia di giudizio; ci consente, inoltre, di rinunciare alla insensata competizione quotidiana per il successo. Benessere biologico. Invecchiare bene dipende anche dai nostri geni, ma non è l’aspetto principale: nessuno di noi è un semplice prodotto del suo DNA. La nostra biologia, insieme alle cure mediche e all’ambiente in cui viviamo decide una parte della nostra salute; molto dipende dai noi, ossia dai nostri stili di vita e dalla società in cui viviamo. E questo ci porta al terzo aspetto, al benessere sociale. Molte società occidentali sono arrivate alla soglia di 80 anni di speranza di vita alla nascita. Il rischio oggi è quello di ritornare indietro, a dispetto dei progressi medici ed igienici degli ultimi 70 anni; il peso delle disuguaglianze economiche ancora oggi è fondamentale nel decidere quanto ci ammaleremo e quanto vivremo. Per rendere l’idea, se dividiamo la società inglese in 5 classi di reddito, le donne più ricche vivono in media sino a 80 anni, quelle più povere fino a 68 anni: il reddito in questo caso toglie 12 anni di vita e altrettanti, probabilmente, di vita in buone condizioni di salute alle donne meno agiate. La mia esperienza di nutrizionista mi fa pensare che vi sia una terna di elementi che ci possono aiutare a invecchiare bene. Il primo elemento è la socialità. Sentirsi vivi e importanti per gli altri – siano figli, amici, parenti o conoscenti – ci mantiene giovani a livello emotivo e intellettivo; le relazioni umane gratificanti – sessualità inclusa – vanno sempre valorizzate e apprezzate. Il secondo elemento è l’attività fisica. Per milioni di anni i nostri antenati dalla mattina alla sera hanno camminato, hanno corso, si sono spostati per lunghe distanze, senza autobus, taxi o autovetture. L’evoluzione ha preso atto di questa realtà e l’ha scritta nella nostra biologia. Fare movimento in modo progressivo, costante e piacevole è l’unico modo che abbiamo per rispettare la nostra storia biologica. Il terzo elemento è l’alimentazione. Anche qui la maggior parte dei problemi vengono dalla nostra storia. La nostra è una storia di umanità affamata, alla disperata ricerca di cibi calorici per sopravvivere alle carestie, alle guerre, alle gelate e alle siccità che portavano fame. Oggi abbiamo il paradosso di disporre di troppo cibo e di troppa poca qualità. Potremmo imparare dal passato, mangiando meglio e di meno. Il modello di alimentazione che mette insieme qualità e appetibilità esiste e l’abbiamo inventato – insieme ad altri popoli vicini – noi Italiani: si chiama dieta mediterranea. (nella foto: un’immagine dal film Up della Pixar del 2009) (6-2016)
Alimentazione in gravidanza
Alimentazione in gravidanza. Il periodo della gravidanza può rappresentare per molte donne un periodo problematico per il controllo del proprio peso. La difficoltà a valutare correttamente la quantità di calorie supplementari giornaliere porta molte future mamme a mangiare troppo, con aumenti di peso irragionevoli che hanno conseguenze sulla loro salute e su quella del nascituro. Per una donna con il peso nella norma (Indice di Massa Corporeo, IMC tra 18,5 e 25) servono poche calorie in più al giorno: 300-350, se mantiene la stessa attività di prima della gravidanza, la metà se diminuisce l’attività fisica. Gli incrementi ponderali in gravidanza o al momento del concepimento predispongono le donne al diabete e all’aumento della pressione arteriosa (ipertensione), favoriscono varici e smagliature della pelle; aumenta, inoltre, il rischio di parto prematuro o cesareo e di obesità del nascituro.In gravidanza il rischio maggiore consiste nel mangiare sempre gli stessi alimenti (ritenuti, a torto o a ragione, più adatti), mentre invece servirebbe un’alimentazione varia ed equilibrata per avere tutti nutrienti necessari; come nelle altre fasi della vita, i pasti dovrebbero essere cinque, tre principali più due spuntini; con lo schema dei pasti frazionati si limita la nausea ed i problemi digestivi, ma soprattutto si riduce la sensazione di fame che stimola le abbuffate; l’idratazione, sempre importante, in gravidanza va aumentata per ridurre il problema delle cistiti, per aiutare l’intestino tendenzialmente stitico delle gravide e per la sua generale azione depurante (attraverso i reni), idratante e nutriente su tutti i tessuti. I carboidrati da preferire sono quelli complessi contenuti nel pane integrale, nei legumi secchi, nella pasta, nel riso e negli altri cereali; meglio limitare dolci, dolciumi e bevande dolcificate che sono fonti di zuccheri semplici; altrettanto da limitare i grassi di origine animale (burro); le proteine sono fondamentali per l’accrescimento del feto: in gravidanza aumenta il loro fabbisogno, comunque coperto dalla nostra alimentazione normale; le proteine dovrebbero fornire circa il 15% dell’energia totale ed essere assunte da fonti sia animali che vegetali; in gravidanza non ci sono le mestruazioni – e le perdite di ferro ad esse associate – e l’assorbimento di ferro aumenta di tre volte; ma il ferro materno scende ugualmente, perché il fabbisogno del feto ha la priorità (alla nascita un neonato ha riserve di ferro per 3-6 mesi); oltre alle necessarie integrazioni di 30 mg/die di ferro nel secondo e terzo trimestre, va ricordato che alcune sostanze ne limitano l’assorbimento (tè, caffè e cacao, fitati dei legumi), altre lo favoriscono (vitamina C e acidi di frutta e verdura che contrastano i fitati); per prevenire le malformazioni del tubo neurale del nascituro nella gestazione sono previste integrazioni di acido folico (400 microgrammi al giorno); aumenta anche il fabbisogno di calcio; per le future madri da tenere presenti i cosiddetti ladri di calcio, sostanze che ne riducono l’assorbimento: alcol, caffè, fumo e troppe proteine. In conclusione, la gravidanza è un evento naturale che non richiede troppi aggiustamenti; basterebbe limitare i cibi troppo salati e quelli troppo ricchi di zuccheri semplici (dolci e dolciumi), quelli troppo grassi (fritti, insaccati, merendine, creme) e quelli piccanti e speziati. Bisogna, invece, eliminare il fumo e la presenza di fumatori in casa – la gravidanza è un’ottima occasione per smettere di fumare – e ogni forma di alcol. L’opzione più sicura per le future madri, infatti, è non bere alcool in gravidanza. Come bisogna astenersi da salumi e pesce crudo in gravidanza, così bisogna astenersi da vino, birra e liquori: un piccolo sacrificio per non far correre alcun rischio al nascituro (nella foto I coniugi Arnolfini di Jan van Eyck, 1434)
Referendum no triv
Domenica 17 aprile saremo tutti chiamati a votare il cosiddetto referendum sulle trivelle, (No Triv) per decidere la durata dei permessi per estrarre idrocarburi in mare entro 12 miglia dalla costa. Se il referendum raggiugerà il quorum dei votanti e ci sarà la vittoria del sì, le piattaforme piazzate oggi in mare a meno di 20 chilometri dalla costa – circa 90 strutture – verranno smantellate, una volta scaduta la concessione, nell’arco di circa 20 anni, senza poter sfruttare completamente il gas e il petrolio nascosti sotto i fondali. Non cambierà nulla, invece, per le circa 45 perforazioni oltre le 12 miglia, che proseguiranno la loro attività. Le 90 piattaforme interessate dal voto forniscono una piccola quota del fabbisogno energetico nazionale: meno dell’1{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del fabbisogno di petrolio, circa il 3{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di quello di gas (dati Legambiente). La nostra dipendenza dall’estero, pertanto, non verrà messa in discussione dall’esito del voto, che può, invece, diventare un importante strumento di pressione per cambiare radicalmente le attuali politiche energetiche. Al vertice sul clima di Parigi 192 Paesi si sono impegnati a mantenere l’aumento della temperatura del pianeta sotto i 2 gradi centigradi, possibilmente vicino a 1,5 gradi. Questo significa lasciare sottoterra – o sotto il fondale marino – buona parte delle riserve attuali di combustibili fossili per sostituirle con fonti rinnovabili e pulite (eoliche e fotovoltaiche); in questo senso l’Italia ha fatto molto: nel 2015 il 17,3{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei consumi nazionali di energia proveniva da fonti pulite, con una crescita di oltre 10 punti percentuali; negli ultimi due anni, però, stanno calando sia le installazioni eoliche sia quelle fotovoltaiche. L’altro aspetto del problema riguarda l’impatto ambientale delle energie fossili. L’estrazione di idrocarburi è storicamente un’attività inquinate, con un forte impatto ambientale e pesanti effetti sul territorio. L’esperienza storica di oltre un secolo e mezzo di industria estrattiva ha sempre ricalcato lo stesso schema: per le aziende minerarie grandi profitti e nessuna responsabilità sui danni ambientali provocati; per le popolazioni locali pochi vantaggi economici e danni permanenti al territorio. Danni nelle acque del mare e nella fauna marina, danni nel pescato e nei litorali. Per noi popoli del Mediterraneo questo significa avere oggi 38 milligrammi di catrame per metro quadrato sui fondali marini, il massimo inquinamento mondiale da petrolio, frutto di oltre 10.000 perdite accidentali (dal 1970 ad oggi), dal lavaggio delle cisterne in mare aperto, dall’enorme traffico di petroliere nei nostri porti. Le circa 90 piattaforme sottoposte a referendum contribuiscono all’inquinamento marino in misura non trascurabile; nei ¾ dei sedimenti marini vicini alle strutture è presente almeno una sostanza chimica pericolosa (dati Greenpeace); quasi la metà delle piattaforme – 42 su 88 – non è mai stata sottoposta a valutazioni di impatto ambientale (VIA), essendo state costruite prima del 1986, anno dopo il quale la VIA è divenuta obbligatoria; l’età media delle piattaforme è un alto punto critico: il 48{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} ha oltre 40 anni e non è mai stata sottoposta a VIA; 8 piattaforme, infine, non sono operative: sono impianti obsolescenti inattivi, con rischi per la navigazione e impatto paesaggistico (dati WWF). Sembrano motivi più che sufficienti per andare domenica a votare al seggio e dire sì al referendum: un sì per un futuro che punti decisamente sulle energia rinnovabili e sul risparmio energetico, un sì per la salute, per l’ambiente, per l’occupazione (aprile 2016)