Anche l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) ha inserito – nel 2003 – l’attività fisica regolare tra i fattori capaci di ridurre in modo significativo il rischio per alcune patologie di enorme diffusione e costo sociale: diabete di tipo due, malattie cardiovascolari, osteoporosi negli adulti over cinquanta e cancro al colon retto. Quasi il 60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione mondiale, in particolare gli adulti dei paesi in via di sviluppo, però, non riesce a svolgere neanche la minima attività fisica raccomandata: 30 minuti di leggera attività al giorno. Secondo l’OMS, per attività fisica si intende “qualunque sforzo esercitato dal sistema muscolo-scheletrico che si traduce in un consumo di energia superiore a quello in condizioni di riposo”. In questa definizione rientrano non solo le attività sportive ma anche camminare, andare in bicicletta, ballare, giocare, fare giardinaggio e fare i lavori domestici. Per arrivare a 30 minuti di attività fisica moderata al giorno è sufficiente fare quotidianamente una di queste attività: andare al lavoro o a scuola a piedi o in bicicletta; evitare la macchina o il ciclomotore per gli spostamenti inferiori al chilometro (sono 10 minuti a passo normale); fare con gli amici passeggiate o corse nei parchi, sulle spiagge, ovunque non vi siano macchine; salire le scale invece di prendere l’ascensore; scendere prima dall’autobus o parcheggiare il più lontano possibile; fare lavori di casa o di giardinaggio; andare a ballare, portare a spasso il cane; giocare con i bambini. Un’attività fisica regolare è, pertanto, alla portata di quasi tutti noi e rappresenta uno degli elementi più importanti per mantenersi in buona salute. Vediamo perché. Con l’attività fisica regolare: 1.il cuore diventa più robusto e resistente alla fatica, poiché l’attività aerobica aumenta la richiesta di ossigeno da parte del corpo e il carico di lavoro di cuore e polmoni, rendendo la circolazione più efficiente; in questo modo si a riduce il rischio di trombosi e di malattie cardiovascolare; 2.si migliora la pressione arteriosa, facendola diminuire e riducendo il rischio di diventare ipertesi; 3.migliora la funzionalità dell’apparato respiratorio; 4.si bruciano i grassi e si migliora il livello di colesterolo e trigliceridi nel sangue, diminuendo il rischio della ipercolesterolemia e della sindrome metabolica; 5.si previene e si tiene sotto controllo l’iperglicemia e il diabete; 6.si riduce drasticamente il rischio di diventare obesi, poiché si perde peso, riducendo il tessuto adiposo e aumentando la massa muscolare (con conseguente aumento del metabolismo basale); 7.si dorme meglio con minori problemi di insonnia e minori disturbi del sonno (poiché migliora il ritmo sonno-veglia e la regolazione neuroendocrina tramite le beta-endorfine); 8.si riduce il rischio di osteoporosi e di fratture, grazie all’aumento della mineralizzazione del tessuto osseo; 9.ci si muove meglio in generale, per l’aumento della massa muscolare e della flessibilità e della mobilità articolare; 10.si hanno migliori prestazioni intellettive, per l’aumento dell’apporto di sangue al cervello; 11.diminuisce la voglia di fumare e, una volta smesso, si mantiene con relativa facilità la nuova vita senza sigarette; 12.si aumenta la tolleranza al calore, allo sforzo fisico e al dolore (con possibile minor ricorso ai farmaci); 13.ci si rilassa e si affrontano meglio situazioni avverse: l’attività fisica è un potente ed efficace anti-stress e antidepressivo, senza controindicazioni; 14.si rende migliore il nostro aspetto: da sempre il movimento regolare è il miglior cosmetico esistente; 15.si sta insieme agli altri, si impara a fare gruppo: i giochi sportivi e l’attività fisica sono modi semplici, diretti e divertenti per socializzare. Per ciascuno dei benefici legato all’attività fisica possiamo immaginare una possibile diminuzione di alcuni tipi di farmaci; ad esempio, farmaci che inducono il sonno, che riducono ipertensione, ipercolesterolemia, iperglicemia e farmaci analgesici; con una buona attività motoria risultano assolutamente inutili gli inefficaci rimedi dimagranti e gli altrettanto inefficaci integratori alimentari. P.S.: uno studio scientifico svedese eseguito dalla Lunde University Diabetes Centre ha esaminato l’impatto di un’adeguata attività motoria in pazienti sovrappeso a rischio di diabete; il movimento si è dimostrato capace di controllare l’espressione del diabete, con meccanismi epigenetici, aumentando la frequenza di metilazioni del DNA. L’esercizio fisico, pertanto, non solo agisce come un farmaco senza effetti collaterali, ma è anche in grado di influenzare positivamente la nostra genetica (nella foto un’immagine tratta dal sito della Fondazone con il Cuore). (2017)
Adolescenza e alimentazione
Adolescenza e alimentazione, una sfida impegnativa per chi fa il nostro lavoro. L’adolescenza, infatti, è il periodo più difficile della vita di ciascuno, essendo il periodo del cambiamento. Le trasformazioni possono presentare aspetti ambivalenti: da un lato sono opportunità di crescita e miglioramento, dall’altro sono fonte di grande paura e incertezza. La paura di non piacere – al gruppo dei pari età, in particolare – e la paura di non piacersi fa diventare il corpo degli adolescenti una specie di materiale plastico da manipolare e trasformare. I giovani cambiano il loro aspetto e il loro corpo con l’abbigliamento e con l’attività fisica, con il piercing e con i tatuaggi, e – sempre più spesso – con l’alimentazione eccessiva o ridotta. In questa fase della vita nutrirsi ha sempre un valore che va oltre l’aspetto biologico: il cibo si carica di tanti significati, legati soprattutto alle relazioni con la famiglia e con i coetanei. Lavorare con i giovani senza tener conto di questi aspetti non permette di fare alcun cambiamento sugli stili di vita e sull’alimentazione, le uniche due leve di cui noi nutrizionisti disponiamo per favorire il raggiungimento degli obiettivi richiesti. Ai giovani che arrivano allo studio andrebbe chiesto, in primo luogo, di aumentare la spesa energetica, nei modi e nelle forme che per loro sono possibili. La sedentarietà nell’adolescenza presenta numeri impressionanti: i giovani di età compresa tra 11 e 17 anni che fanno poca attività fisica rappresentano circa l’80% a livello mondiale (dati OMS del 2016). I vantaggi di una corretta attività motoria sono notevoli. Oltre a prevenire numerose patologie delle decadi successive (in primis, diabete, malattie cardiovascolari e tumori), il movimento migliora la salute cardiocircolatoria e quella muscolare, riduce il rischio di depressione, rinforza le ossa (diminuendo il rischio di fratture) e, soprattutto, aiuta a mantenere il peso forma. Dopo l’invito ad una vita più attiva, il secondo intervento dovrebbe essere centrato sulla limitazione, piuttosto che sul divieto assoluto, di molti alimenti particolarmente ricchi di zuccheri, grassi o sale. Nei rapporti presentati annualmente dall’associazione Save the Children sugli stili di vita dei ragazzi italiani emerge che spesso viene saltata la prima colazione, si mangia poca frutta e verdura, poco pescato e pochi legumi, molti affettati e salumi, molti dolci, prevalentemente pane e pasta a pranzo e a cena. Molti mangiano fuori casa con gli amici, dando la preferenza – anche per ragioni economiche – ai fast-food, altri utilizzano il cibo pronto del take away per mangiare da soli davanti a uno schermo. Il terzo aspetto importante del rapporto con gli adolescenti è la stimolazione della loro curiosità alimentare; il nutrizionista dovrebbe sempre cercare di allargare la gamma di ciò che si mangia, favorendo la scoperta di gusti e sapori nuovi. Chi mangia male – per quantità e/o per qualità – in genere mangia sempre le stesse cose. In questo senso possono essere molto utili i modelli alimentari dei familiari, soprattutto dei genitori. Delle regole familiari sane, la presenza costante di vegetali, legumi e pesce a tavola, la scelta e la preparazione comune dei piatti a casa possono aiutare gli adolescenti a mangiare meglio e a fare scelte alimentari più consapevoli (nella foto Lucas Cranach il Vecchio – La fontana della gioventù, 1546) (4-2017)
Malattie legate al cibo
Le malattie legate al cibo sono un considerevole problema di sanità pubblica. Ogni anno, circa il 10 % della popolazione mondiale si ammala per aver mangiato cibo contaminato e circa 420.000 persone muoiono per tossinfezioni alimentari. Si tratta grosso modo dello stesso numero dei decessi per malaria e – come nel caso di questa patologia – le popolazioni più colpite si trovano soprattutto nei Paesi dell’Africa e del Sud Est asiatico, con particolare riguardo ai bambini con meno di 5 anni di età (125.000 decessi l’anno). Nel mondo occidentale l’impatto delle malattie legate al cibo contaminato è minore, ma non trascurabile: decine di milioni di malattie alimentari vengono registrate sia in Europa sia negli Stati Uniti causando rispettivamente 5.000 e 9.000 vittime. Il cibo che mangiamo può compromettere la nostra salute in diversi modi. Molte sostanze potenzialmente tossiche, ad esempio, sono presenti in molti vegetali: rappresentano per le piante strumenti di difesa da insetti, parassiti o predatori, ma a volte a farne le spese siamo noi. I rapporti annuali dell’OMS ci dicono che le malattie legate al cibo sono in costante ascesa in tutti i Paesi industrializzati, in particolare per l’enorme diffusione dei pasti consumati fuori casa (soprattutto negli Stati Uniti). L’ambiente domestico rimane, comunque, il luogo dove si hanno il maggior numero di focolai: c’è sempre meno tempo per la preparazione del cibo casalingo, si è persa la capacità di confezionare e conservare gli alimenti, un tempo patrimonio comune, e si sottovaluta l’importanza dell’igiene degli alimenti (oltre il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle intossicazioni alimentari domestiche sono semplicemente dovute alla scarsa igiene). Carni, formaggi, uova e piatti da buffet (nella ristorazione non domestica) sono i cibi più a rischio. Tra i le infezioni alimentari la più diffusa rimane la campilobatteriosi, legata principalmente al consumo di carni di tacchino e salumi contaminate dal Campylobacter; segue la salmonellosi, dovuta al consumo di uova e prodotti derivati contaminati da Salmonella; in forte aumento i casi di listeriosi, una tossinfezione particolarmente insidiosa poiché le Listerie sono batteri adattati alle temperature dei comuni frigoriferi (3-8°) e le loro infezioni sono quelle col maggior numero di casi letali. I batteri e le loro tossine causano le principali malattie legate al cibo, ma non sono i soli pericoli da cui guardarsi. Ci sono i virus dell’epatite A (e della meno nota epatite E) e ci sono i funghi. Le muffe, ad esempio, sono particolari funghi pluricellulari: senza di loro non avremmo formaggi deliziosi come il Gorgonzola né soprattutto potenti antibiotici come le penicilline. Alcuni loro prodotti sono, però, estremamente tossici per la nostra biologia; in particolare le aflatossine prodotte da alcune muffe (Aspergillus flavus) sono capaci di provocare danni molto gravi al fegato, fino al carcinoma epatico. Mais e frutta secca sono i bersagli principali di queste muffe, particolarmente quando aumenta la temperatura e l’umidità: bisogna, pertanto, adottare misure di prevenzione lungo tutta la filiera agro-alimentare, “dal campo al magazzino e alla tavola”. L’Europa ha adottato per la aflatossine una normativa molto severa con limiti ammessi negli alimenti 10 volte inferiori a quelli permessi dalle leggi statunitensi, ma il rischio si ridurrà ulteriormente solo aumentando la frequenza dei controlli nei magazzini e nelle industrie di trasformazione. Ben altri rischi corrono, invece, oltre 500 milioni di persone dell’Africa sub-sahariana, dell’America Latina e dell’Asia, con grandi fattori di rischio: l’alimentazione basata su arachidi, mais e altri cereali, il clima tropicale caldo-umido, controlli assenti o sporadici e, infine, la scelta di consumare localmente i prodotti di minor qualità per esportare quelli migliori, sotto forma di mangimi animali. (3-2017)
Tabù alimentari
I tabù alimentari sono sempre stati un importanti per capire le caratteristiche antropologiche delle popolazioni e delle loro culture. “Il destino delle nazioni dipende dal modo in cui si nutrono.” scriveva nel 1825 Jean Anthelme Brilat-Savarin, il grande gastronomo francese. Verissimo. L‘antropologia culturale, però, si domanda:perché le abitudini alimentari dei popoli cambiano nel tempo e sono così diverse? Perché alcuni popoli mangiano gatti e cani, mentre altri rifiutano la carne di mucca, di maiale o di cavallo? Per alcune popolazioni il latte e i suoi derivati sono da evitare, per altre lombrichi e cavallette sono una prelibatezza. Perché? La risposta – secondo gli antropologi che si rifanno al “materialismo culturale” – sta tutta nel binomio costi-benefici. In altri termini: i cibi ricchi di proteine animali vengono scelti o rifiutati dai popoli non tanto per il loro valore simbolico quanto per precise scelte nutritive e/o ambientali, mentre non sembrano esistere tabù alimentari legati ai cibi di origine vegetale e alle piante. E’ la tesi di fondo di “Buono da mangiare” (1985) di Marvin Harris, caposcuola del materialismo culturale. L’esempio della “vacca sacra” indiana ci può illuminare. Gli agricoltori e allevatori Arii furono le prime popolazioni indiane induiste; dai testi vedici del periodo risulta che per loro era normale mangiare carne bovina. I bramini stessi, la più alta casta della società tradizionale indiana, nei primi secoli offrivano al popolo banchetti di carne bovina, una o due volte all’anno. Verso il 600 a.C. una serie di guerre, siccità e carestie fece drasticamente peggiorare la vita delle grandi masse contadine: nacque e si diffuse allora il Buddismo, religione contraria all’uccisione dei bovini. Secondo Harris, fu un semplice calcolo energetico a imporre il tabù verso la carne di vacca: se si fosse limitato il consumo della carne, sostituendola con latticini, cereali e legumi, si sarebbe potuto nutrire un numero maggiore di persone. Gli Indiani – dice Harris – smisero di mangiare carne bovina, perché capirono che per loro era più conveniente non mangiarla, quindi crearono il tabù alimentare religioso. I tabù alimentari, peraltro, spesso non sono assoluti, ammettendo eccezioni (che confermano la regola generale). Nel caso indiano, per alcune caste è ammesso – in certe circostanza – il consumo di carne di mucca. Un altro esempio interessante riguarda la quasi totale assenza di piatti a base di latte e formaggio nella cucina cinese. Nella storia della Cina l’allevamento dei bovini è sempre stato marginale; ancora oggi nel consumo di carne cinese i tre quarti sono costituiti da carne di maiale: inevitabile l’altissima percentuale di intolleranza al lattosio, che riguarda tra l’80 e il 95{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione. Il passo successivo, stavolta, non è stato il tabù alimentare, ma una forte indifferenza nei confronti di latte e latticini, esclusi da tutte le otto grandi scuole gastronomiche del Paese (nota curiosa: con la globalizzazione è arrivato nelle grandi metropoli cinesi il gelato, unico alimento a base di latte in una società che lo considera più una secrezione che un cibo). Il terzo esempio di scelte alimentari legate ad alimenti di origine animale è il notissimo tabù alimentare dell’Islam per il maiale. Secondo Harris nel periodo storico in cui si stava diffondendo l’Islamismo in Mesopotamia il quadro ecologico era drammatico: da un lato l’ambiente naturale del maiale, il bosco, stava scomparendo, dall’altro la popolazione era in forte crescita. In quel contesto allevare maiali era particolarmente difficile: per il continuo bisogno di idratazione dei suini, reso problematico dal clima sempre più arido, e per il loro essere onnivori, ossia per il fatto che mangiano quello che mangiamo noi. In una situazione di risorse limitate i maiali di fatto utilizzavano le stesse risorse – alimentari ed idriche – degli esseri umani; per avvalorare la scelta razionale di non allevarli, dice Harris, la cultura – attraverso la religione – ha creato il tabù del maiale impuro e sporco (anche qui con le eccezioni di popolazioni dell’Africa Orientale di religione islamica che da secoli mangiano maiale). Gli esempi riferiti alla carne bovina, ai derivati del latte ed ai maiali, si possono estendere alla cacciagione, agli animali da compagnia e, persino, alle forme di cannibalismo. In conclusione, non è vero che non mangiamo ciò che non ci piace: in realtà spesso diciamo che non ci piace ciò che non possiamo mangiare. (3-2017)
Regole della spesa
“Noi siamo ciò che mangiamo”, scrisse nel 1862 il grande filosofo tedesco Ludwig Feuerbach per criticare il dualismo anima-corpo – allora imperante – e ribadire l’unità psicofisica di ogni essere vivente. Oggi potremmo allargare il concetto, sostenendo che “siamo ciò che compriamo”. L’evoluzione in senso consumistico della modernità ci porta, infatti, a definirci sempre più come consumatori. Anche la nostra salute, allora, dipende in larga parte dalle scelte che facciamo quando ci compriamo il cibo. L’80% degli Italiani – va detto – ancora si rivolge ai mercati di quartiere e negozi tradizionali parallelamente a ipermercati e supermercati, scelti dal 97% della popolazione. Le prime regole della spesa potremmo ridurle a tre indicazioni: comprare solo il cibo che ci serve, comprare cibo vero, comprare soprattutto cibo vegetale. Una super regola dovrebbe, comunque, illuminarci tutti i giorni: comperare le materie prime per preparare noi stessi i nostri piatti. Ovvero: cucinare, invece di guardare altri che – in televisione – cucinano. Regola uno: uscire con la lista della spesa, per acquistare soltanto i cibi che cucineremo nei giorni successivi. Niente offerte, niente “prendi tre, paghi due” – considerando che con la logica degli acquisti esagerati le famiglie italiane buttano il 15-20% del cibo. Un consiglio a chi sa cucinare poco: con pochi euro prendete un libro di ricette mediterranee (ne ha pubblicato uno molto ben fatto la Mondadori, con oltre 600 proposte) e impegnatevi a metterle in pratica. Vi divertirete e mangerete sano. Regola due: acquistare solo cibo vero. Questa regola discende, naturalmente, dalla prima: se imparate a cucinarvi i vostri piatti, perché dovreste acquistare e mangiare improbabili imitazioni del cibo vero come “quattro salti in padella”, sughi già pronti o risotti liofilizzati? Se seguite questo consiglio, potete tranquillamente saltare il 60-70% degli scaffali dei supermercati, pieni di prodotti collocati strategicamente per attirare la vostra attenzione ed illudervi che si tratti di qualcosa che assomigli ad un vero piatto cucinato. Regola tre: riempire il carrello di alimenti per prepararsi piatti buoni e salutari, ma soprattutto buoni. Al reparto ortofrutta si dovrebbe fare una buona scorta di frutta e verdura, fresche e colorate (ricordando che i loro colori provengono dalle sostanze protettive presenti). No a verdure fuori stagione – come pomodori e zucchine in inverno – no a verdure già cucinate, no a succhi di frutta: viviamo in un Paese che ad ogni stagione offre verdure e frutta capaci di soddisfare anche il palato più esigente. Passando davanti ai legumi secchi, prendete quelli che preferite in modo da consumarne almeno tre porzioni settimanali, anche sotto forma di minestre; per chi ha poco tempo vanno bene anche i legumi in scatola, possibilmente coltivati in Italia, ricordandosi di sciacquarli a lungo per levare il sale dell’acqua di governo. Dopo verdure, frutta e legumi, possiamo passare al bancone del pane per prendere del pane ai cereali integrali, ed eventualmente a lievitazione naturale. Pane e pasta integrali abbassano il colesterolo e riducono il rischio diabete, contrariamente dal pane in cassetta e dal pane bianco, ricchi di sale e zuccheri aggiunti. Nel reparto prodotti da forno è bene evitare il 90% di quanto esposto, limitandosi all’acquisto di pasta e riso (italiani) o altri cereali per i primi piatti, più fette biscottate integrali – senza olio di palma – e cereali o muesli per la prima colazione, da abbinare a marmellate, anche confezionate purché con almeno il 60% di frutta: se vogliamo mangiare qualcosa di dolce, ci sono gli yogurt – meglio quelli senza zuccheri aggiunti – o una crostata di mele fatta in casa. Per condire e cucinare è importante la scelta diun buon olio extravergine: i produttori locali sono ormai di buon livello ed è facile trovare in zona olio di ottima qualità a prezzi accessibili. Per la scelta degli alimenti più proteici che andranno a costituire i secondi piatti, conviene lasciare alle grandi occasioni le carni rosse e lavorate ed i formaggi: diamo preferenza al pesce di mare, fonte di proteine animali e grassi più salutari della carne, ed ai legumi, riservando a carni bianche, uova e latticini – come la mozzarella di bufala – non più 3-4 porzioni settimanali. Per ultimo, passando al settore frutta secca è bene avere in casa noci o mandorle da utilizzare negli spuntini fuori pasto (15 grammi) o come fonte di ottime proteine e ottimi grassi (30 grammi, abbinati con verdure di stagione). Con questi carrello immaginario abbiamo gli strumenti per difendere la nostra salute, prevenire diabete e obesità, colesterolo alto e ipertensione. Ma ricordiamoci sempre che il cibo è prima di tutto un piacere. Quindi, piatti sani, ma soprattutto molto buoni. (3-2017)
Diete alla moda
Le diete alla moda sono come le vie del Signore: infinite. Ogni giorno ne viene proposta una nuova, sempre e immancabilmente promettendo dimagrimenti miracolosi. Naturalmente senza alcuna fatica. In Australia, ad esempio, da alcuni anni va forte la paleo dieta proposta da un popolare chef televisivo; secondo Pete Evans, l’uomo dovrebbe mangiare solo quello che era disponibile prima dell’avvento dell’agricoltura, circa 10.000 anni fa: tantissima carne e tante verdure, niente cereali, latte e formaggi; nonostante oggi non esista nessun cibo nessuno paleolitico (a parte, forse, il pesce pescato) e nonostante nessuno sappia come effettivamente mangiavano i nostri progenitori nel Paleolitico, la paleo dieta di Evans ha un seguito impressionante: qualcosa come 700.000 sostenitori in rete. Tra le diete alla moda nostrane, oltre alle tante varianti della dieta iperproteica chetogenica – come la dieta tisanoreica dell’imprenditore veneto Mech – sta avendo grande risonanza la dieta Lemme, più volte proposta nel popolare programma televisivo Domenica Live. Il farmacista Alberico Lemme propone una dieta che punta a rinnovare i fasti della dieta dissociata, con un regime alimentare privo di frutta, verdura, dolci e sale; il consumo dei pasti deve avvenire a orari precisi: carboidrati solo a colazione, proteine a pranzo e cena. L’Ordine dei Medici di Roma è intervenuto chiedendo ai vertici di Mediaset di evitare in futuro che nei loro programmi “venga dato spazio e visibilità a chi veicola un’informazione sanitaria equivoca e ingannevole, non priva anche di aspetti commerciali o di interessi personali“, e ha stigmatizzato il fenomeno delle diete alla moda, pubblicizzate anche grazie a testimonial dello spettacolo e dello sport, pur essendo prive di qualsiasi efficacia clinica. Le diete alla moda, d’altronde, funzionano sempre nel breve termine, perché eliminano intere classi di alimenti, tagliano drasticamente tutti i carboidrati e aumentano la già altissima quantità di proteine giornaliera. Di fatto, invitano quasi tutte a mangiare proteine e verdure, spesso proponendo l’acquisto di pasti integrativi o integratori. In realtà le perdite drastiche di peso – i famosi 7 chili in 7 giorni del celebre film di Verdone e Pozzetto – sono possibili solo con la demolizione della massa magra (il tessuto muscolare) e la conseguente disidratazione. Ovvero: si perde acqua e muscoli, mentre la ciccia rimane la stessa. Quando si riprende peso, purtroppo, si ritorna peggio di prima, perché sono diminuite due cose fondamentali: i muscoli (che, se fossimo dei veicoli, sarebbero la nostra cilindrata) e, soprattutto, la nostra autostima. (nella foto: Mangeresti come un uomo delle caverne?) (2-2017)
Epatite C, i farmaci negati
L’epatite C è da molti decenni un’emergenza mondiale di sanità pubblica. L’OMS stima che nel mondo vi siano circa 150 milioni di persone affette da HCV, 3,5 milioni delle quali negli Stati Uniti e circa 8 milioni in Cina. Le morti per tumori del fegato associati all’HCV sono quasi triplicate tra il 1990 e il 2013. In Italia dovrebbero esserci tra un milione e un milione e mezzo di portatori cronici dell’HCV: è il numero più alto in Europa. Dalla fine del 2014 sono disponibili una serie di farmaci capaci di eradicare anche le forme più resistenti di epatite C; tra essi il primo e il più noto è il Sovaldi, nome commerciale del sofosbuvir. Negli USA, e in molti altri Paesi, però, il costo del trattamento è elevatissimo, per cui le assicurazioni forniscono i farmaci solo ai pazienti più gravi. Per l’OMS l’accesso ai nuovi farmaci antivirali anti epatite C è un’urgenza di salute pubblica globale, allo stesso modo in cui lo era l’accesso ai farmaci antiretrovirali contro HIV e AIDS negli anni ‘90. Resta il problema di come garantire la vita a milioni di persone, senza entrare in rotta di collisione con gli interessi delle potenti aziende farmaceutiche che intravedono nei nuovi farmaci anti epatite – le prime molecole veramente utili dopo decenni di ricerche infruttuose – la classica gallina dalle uova d’oro. I malati si trovano nella situazione paradossale di avere finalmente la cura per debellare una delle più terribili malattie infettive e non poterla utilizzare per i costi di mercato imposti dalla logica di mercato, che pone la salute e la vita di milioni di persone alla stregua di una merce qualsiasi. Le Regioni italiane – in questi due anni – hanno dato la terapia ai pazienti più a rischio, oltre 60.000 persone; per altri 250.000 pazienti con la diagnosi conclamata rimane solo l’attesa. Oltre 1.000 di loro – il dato è dell’associazione EpaC – hanno scelto un’altra strada: un viaggio in India o in Egitto per comprarsi con circa 1.500 dollari – invece dei 40.000 euro richiesti in Italia – il generico del Sovaldi, prodotto localmente. Mettere in vendita il Sovaldi e gli altri farmaci salvavita ad un prezzo 25 volte inferiore a quello corrente – come fanno India, Egitto e Sudafrica – è possibile. E’ possibile se il Paese ha una legislazione nel riconoscimento dei brevetti come quella indiana, non a caso presa a modello da molti stati per garantire l’accesso alle cure per le classi meno agiate. Un’altra strada percorribile per dare il farmaco a tutte le persone malate è quella della “licenza obbligatoria”. Se il governo italiano dichiarasse l’epatite C un’emergenza nazionale, potrebbe forzare la Gilead e le altre aziende che possiedono i brevetti dei farmaci antiepatite C a concederne l’uso per il sistema sanitario nazionale. In Francia l’associazione Médecins du Monde ha lanciato nel giugno scorso una campagna per denunciare il prezzo dei farmaci anti epatite e i rischi per il sistema sanitario francese. Con una sanità già in grave crisi e il record europeo di persone positive al virus HCV, perché non lanciare una campagna simile anche in Italia? Un forte movimento dal basso potrebbe spingere le multinazionali ad abbassare i prezzi della terapia, salvando milioni di persone. p.s. sono nato alla fine degli anni ’50; in quegli anni, grazie al vaccino anti-polio del professor Sabin, la poliomielite fu debellata; il medico polacco- statunitense rifiutò di brevettare il vaccino, per contenerne il prezzo e aumentarne il più possibile la diffusione. (nella foto la locandina della campagna della Regione Lazio, Una regione senza l’epatite C) ( 2-2017)
Nuove etichette nutrizionali
La nuova normativa europea sulle etichette nutrizionali è entrata in vigore da poche settimane. Vediamo che cosa cambia per il consumatore e, soprattutto, come leggere queste indicazioni. In linea di massima, le nuove etichette dovrebbero favorire i prodotti di qualità: chi utilizza solo materie prime di valore ha tutto l’interesse a elencarne le proprietà nutrizionali, rispetto ai concorrenti di minor pregio. Un esempio che ci interessa molto a livello locale riguarda l’olio di oliva. Con le nuove etichette sarà importante riconoscere la dicitura “olio extra vergine di oliva di prima spremitura “, che descrive e valorizza un preciso metodo di produzione e una specifica caratteristica del prodotto finito; che scriverà solo “olio di oliva” presenta, invece, un prodotto meno valido dal punto di vista nutrizionale. Ancora sui grassi, non sarà più possibile ingannare il consumatore con definizioni generiche quali “oli vegetali” o “grassi vegetali”: se si utilizzano oli o grassi tropicali a basso costo (come olio di palma e di palmisto o olio di cocco), bisognerà specificarlo. Altra novità, nelle nuove etichette gli ingredienti vanno elencati per ordine decrescente di quantità, a partire da quello più abbondante. Se siamo davanti ad uno scaffale e stiamo valutando due prodotti simili – ad esempio, delle fette biscottate o dei cracker – meglio scegliere quello che presenta maggiori percentuali di nutrienti salutari – come le fibre – e minori valori di nutrienti poco salutari, come grassi saturi, zuccheri semplici, sale o sodio e tutti gli additivi chimici. Anche per la carne le nuove etichette permettono scelte più consapevoli. Finalmente troveremo in etichetta luogo di allevamento e di macellazione di carni suine e pollame, mentre prime l’indicazione di origine era obbligatoria solo per le carni bovine, a seguito dell’emergenza mucca pazza di qualche anno fa. Per il pescato nessuna novità, dato che le zone di pesca sono già indicate da diversi anni; ricordiamo solo che ogni banco del pescato dovrebbe riportare la denominazione della specie ittica in italiano (per esempio, sardine), il metodo di produzione (pescato o allevato) e la provenienza: la nazione per il prodotto allevato, altrimenti il luogo di pesca (37 indica un prodotto pescato nel Mediterraneo). In generale tutte le confezioni dovranno riportare – espresso per 100 grammi di prodotto ed eventualmente per porzione – il valore energetico complessivo (ossia le Calorie), il contenuto di proteine, grassi, carboidrati, fibre, vitamine e sale presenti nel prodotto. Per la piccola percentuale di Italiani che soffre di allergie alimentari, le nuove etichette dovranno indicare con caratteri evidenti gli ingredienti a rischio allergie. Un’ultima osservazione sull’importanza delle etichette. L’Italia da anni è il primo produttore europeo di riso di qualità, ma produrre riso “buono, giusto e pulito” – come dice Slow-Food – ha i suoi costi; quello che fino al mese scorso spesso trovavamo sugli scaffali senza alcuna indicazione d’origine era riso cambogiano; si tratta di un riso che ha viaggiato per settimane o mesi, spesso contiene residui di pesticidi vietati in Italia e arriva sul mercato a costi irrisori, per le misere paghe dei lavoratori asiatici; da dicembre, per fortuna, sapremo la provenienza del riso – cambogiano o italiano – e potremo fare la nostra scelta, qualunque essa sia, con più criterio. Per chi volesse approfondire l’argomento il CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) ha preparato una guida on-line molto ben fatta e di facile consultazione, pensata per i consumatori. (nella foto un confronto tra le etichette nytizionali di due famose creme alla nocciola italiane) (1-2017)
Dieta e tono dell’umore
Dieta e tono dell’umore sono strettamente connessi, in particolare al cambio di stagione. La luce del sole, infatti, è alla base di tutta la biologia dei viventi. Anche per la nostra specie la luce è fondamentale: agisce sulla corteccia cerebrale, sulla temperatura corporea e sulla frequenza cardiaca; le variazioni di luce possono, inoltre, alterare negativamente l’umore e alcune funzioni cognitive, come apprendimento e memoria. L’autunno è la stagione in cui le ore di luce diminuiscono, per raggiungere il minimo invernale. Le minori ore di luce si traducono in una maggior produzione di melatonina, a livello dell’epifisi (o ghiandola pineale), piccola ghiandola endocrina del cervello dei vertebrati; il problema nasce dal fatto che la melatonina viene prodotta a partire dalla serotonina, una molecola legata a molte funzioni biologiche, tra cui la regolazione del tono dell’umore. Quando diminuisce la serotonina, in alcune persone – con maggior frequenza tra le donne – compare un senso di malinconia o irritabilità, che può spingere al consumo di carboidrati. Si tratta dello stesso meccanismo che caratterizza la sindrome premestruale: anche in questo caso il calo della serotonina può portare alla ricerca di cibi ricchi di zuccheri. Che fare, allora, per compensare questi meccanismi così profondi? Nel periodo autunnale – come in tutte le altre stagioni – un’alimentazione attenta ed equilibrata può fornirci le risorse per affrontare le giornate con meno ore solari. Pertanto, se vogliamo tenerci in forma per prima cosa evitiamo le abbuffate autunnali e aumentiamo, invece, l’attività fisica, particolarmente indicata in questo periodo dell’anno per la mitezza del clima. Per l’alimentazione il rischio è legato soprattutto al desiderio di carboidrati ad alto indice glicemico; i cibi che fanno rapidamente aumentare la glicemia nel sangue riempiono file di scaffali dei supermercati: sono i vari tipi di pane bianco, dolci e prodotti da forno, patatine, caramelle, molti cereali della colazione, bibite dolci e succhi di frutta. Essendo stati sottoposti a raffinazione e processi di lavorazione industriale, richiedono tempi di digestione brevissimi ed entrano rapidamente nel circolo sanguigno sotto forma di zuccheri semplici, facendo aumentare i livelli di insulina. La sensazione di benessere, però, dura poco: l’ipoglicemia prodotta dall’insulina ci spinge a mangiare nuovamente, facendoci entrare in un circolo vizioso cha ha spesso – come risultato finale – obesità, diabete e molte patologie croniche. I carboidrati, però, non sono tutti uguali: alcuni ci proteggono, altri meno. Cereali integrali e legumi sono le migliori fonti di carboidrati complessi a basso indice glicemico: pane e pasta integrali, minestre di legumi o piatti “mari e monti”, con combinazioni di legumi, pesce di mare e funghi sono una risposta efficace per aumentare la serotonina e proteggersi dal rischio obesità. In questa stagione anche le verdure e la frutta sono ottimi compagni di viaggio: pur essendo fonti di zuccheri semplici, il loro contenuto in acido folico, zinco e vitamine del gruppo B, favorisce la sintesi di serotonina. Largo, quindi, a spinaci, cavolfiore e broccoli da un lato, arance, mele e kiwi dall’altro. Se cerchiamo un modo ancora più piacevole di aumentare la serotonina, uno o due quadratini di cioccolato fondente fanno a caso nostro, ma attenzione a scegliere prodotti di qualità e con almeno il 70% di cacao. Da non trascurare, infine, le passeggiate al sole – che favoriscono la sintesi di vitamina D e la riduzione della melatonina – e attività piacevoli come il canto, il ballo o i giochi, sportivi e non. Oltre a far rilasciare al nostro cervello serotonina e dopamina, ci fanno conoscere nuove persone e ci tengono in forma. (nella foto Strada di paese di Maurice de Vlaminck, 1926) (12-2016)
Nutella, olio di palma e salute
Nel maggio 2009 il Reputation Institute ha svolto un’indagine in 32 Paesi intervistando 60.000 persone: il marchio Ferrero è risultato quello più affidabile e con la migliore reputazione al mondo, davanti all’aziendasvedese IKEA dalla Johnson & Johnson. La Ferrero è l’azienda che produce dal 1964 la Nutella; fondata da Pietro Ferrero nel 1946 ad Alba, in provincia di Cuneo, si è specializzata in prodotti dolciari, fino a diventare un gruppo multinazionale con un fatturato di oltre 9.5 miliardi di euro, circa 26.000 dipendenti e 20 stabilimenti sparsi per il mondo. La Ferrero commercializza la Nutella, i Ferrero Rocher e i Kinder in oltre 160 Paesi. In queste settimane la Ferrero sta portando avanti una incalzante campagna mediatica a favore dell’olio di palma impiegato nella Nutella e in molti altri prodotti da forno in commercio. I vantaggi dell’olio di palma sono sostanzialmente due. Da un punto di vista economico le sue rese molto alte e la sua prevalente coltivazione in Paesi del terzo mondo lo rendono estremamente conveniente. Dal punto di vista chimico, invece, l’elevata quantità di acidi grassi saturi lo rende solido a temperatura ambiente e stabile nel tempo (la Nutella, infatti, non si conserva in frigo). La sua cattiva reputazione è riconducibile agli stessi motivi per cui ha successo: da un lato la distruzione delle foreste tropicali in Indonesia e Malesia, i principali Paesi produttori, dall’altro il rischio per la salute legata all’eccessivo consumo di cibi ricchi di grassi saturi. Chi muove critichesulla sostenibilità ambientale dell’olio di palma ricorda che tra il 2000 ed il 2012 l’Indonesia ha perso oltre 6 milioni di foresta tropicale – una superficie pari all’Irlanda – per la coltivazione dell’olio di palma e per l’industria del legno. L’olio di palma, inoltre, viene utilizzato anche dall’industria dei cosmetici e per la produzione di biocarburanti. Ferrero e le altre aziende chiamate in causa rispondono che utilizzano un olio di palma sostenibile e certificato, ma i dati sulla deforestazione restano, e l’Indonesia ha ora il più alto tasso di deforestazione al mondo, che prima apparteneva al Brasile. Sul versante salute la Ferrero si affida a ricercatori e nutrizionisti che mettono in dubbio il nesso tra il consumo di acidi grassi saturi e malattie cardiovascolari. Nessuno vuole criminalizzare questo tipo di grassi, presenti tra l’altro in moltissimi cibi della nostra tradizione gastronomica. La vera questione è capire quanti ne possiamo introdurre senza compromettere la nostra salute. Un documento del nostro Istituto Superiore di Sanità ci ha ricordato quale è la fascia di popolazione che rischia di più con gli attuali consumi alimentari: i bambini tra i 3 e i 10 anni. Per loro il consumo stimato di grassi saturi è di circa 28 grammi al giorno, che corrisponde al 14{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle calorie giornaliere, mentre si raccomanda di mantenersi sotto il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, un dato su cui si attesta la popolazione adulta; un terzo di questi 28 g di grassi saturi proviene da alimenti che contengono abitualmente olio di palma – biscotti, merendine, patatine e snack – mentre gli altri due terzi sono dovuti a carni e affettati, uova e latte, latticini e formaggi, alimenti che contengono naturalmente acidi grassi saturi. Con la sostituzione dell’olio di palma presente nei prodotti da forno (ad esempio con olio di mais e girasole, come stanno facendo molte aziende italiane) anche i bambini rientrerebbero nei parametri consigliati. La Nutella a quel punto costerebbe qualcosa di più, ma chi l’apprezza ne mangerebbe un po’di meno, guadagnando in salute e in responsabilità verso l’ambiente. (9-2015)