Il biologo somalo Tedros Ghebreyesus, ha dichiarato che quella legata al SARS-Cov-2 (coronavirus) è una pandemia. Per il direttore dell’OMS siamo ormai in presenza di un‘emergenza sanitaria con un virus che si sta diffondendo in tutto il mondo e contro il quale la maggioranza delle persone non presenta difese immunitarie. Il passaggio dallo stato di epidemia a pandemia non è una novità. Negli ultimi 11 anni abbiamo avuto altre 5 situazioni analoghe: nel 2009 per il virus H1N1, nel 2014 per il virus Polio wild type e per il virus Ebola, nel 2018 per il virus Zika, l’anno scorso per il virus Ebola nel Congo. La dichiarazione di pandemia è legata a 4 aspetti dell’emergenza sanitaria. Innanzitutto, siamo in presenza di un virus nuovo. Secondo, la trasmissione interumana è stata ampiamente accertata. Terzo, per l’assenza di anticorpi tutta la popolazione umana è potenzialmente suscettibile di infezione. Infine, al momento siamo del tutto privi di strumenti di prevenzione (vaccini) e di risposta (terapie farmacologiche specifiche). Se proviamo a guardare in modo sistemico alla pandemia, dobbiamo partire dal ruolo biologico-evolutivo dei virus. Il filosofo della biologia Telmo Pievani (Il Bo, 9/3/2020) ha ricordato che tutti i virus a RNA sono organismi molto antichi; in oltre 3 miliardi di anni hanno avuto “tanto tempo a disposizione per infettare dapprima i batteri e poi iniziare e proseguire la lotta con gli organismi pluricellulari, noi compresi. I virus sono antichissimi, noi siamo una specie giovanissima. Hanno, quindi, un certo vantaggio”. Dal punto di vista antropologico, purtroppo,ci siamo resi speciali per il coronavirus e per molti altri virus. Spiega Pievani “Noi siamo 7,5 miliardi di potenziali ospiti, diffusi in tutto il mondo e abbiamo inventato mezzi di trasporto in cui ci ammassiamo e viviamo in città e metropoli: l’ospite perfetto per diffondersi”. L’attuale pandemia ha un’accertata origine animale (zoonosi); una visione sistemica impone di capire quali possono essere stati i fattori che hanno determinato il salto di specie (spillover) per il virus. Il biologo Gianni Tamino si è soffermato sul rapporto della pandemia con l’ecologia. Per lui “Il Covid-19 è una reazione (tra le altre) allo stato di stress che abbiamo causato al pianeta e quindi per prevenire nuovi eventi simili dobbiamo ridurre le alterazioni dell’ambiente, come la perdita di biodiversità, l’alterazione degli habitat e i cambiamenti climatici, favorendo processi produttivi industriali ed agricoli basati sull’economia circolare, sostenibili, con ricorso a fonti energetiche rinnovabili”. Tamino propone di “ripensare i trasporti e le produzioni industriali ed agricole, in particolare ridurre gli allevamenti animali” perché – oltre al notevole inquinamento e agli sprechi alimentari – comportano un “forte aumento di virus e batteri che possono fare il salto di specie”. Tamino, inoltre, mette in guardia dall’abuso di antibiotici in zootecnia: “Oltre a nuove pandemie virali, il futuro potrebbe riservarci una diffusione pandemica di nuovi batteri resistenti ad ogni trattamento farmacologico”. Un terzo punto di vista sulla pandemia riguarda la scelta del modello di cura. Nell’approccio inglese e statunitense sembra prevalere la strategia di non contrastare il contagio, puntando tutto sulla cura dei tanti che inevitabilmente si ammaleranno. Marco Bascetta (il Manifesto, 15-3-2020) ha fatto notare che ciò comporterà molto probabilmente “la scomparsa di un buon numero di anziani, di malati, di emarginati esclusi da profilassi e cure” e che tutto questo “faccia gola a chi vagheggia un alleggerimento degli istituti previdenziali e assistenziali, liberando così risorse da destinare ad altri più profittevoli settori. Questo inconfessabile cinismo si porrebbe perfettamente in linea di continuità con le politiche di taglio e ridimensionamento delle strutture sanitarie perseguite in molti Paesi negli ultimi decenni”. L’altro modello è quello della Cina e – con le opportune modifiche – il nostro. Roberto Buffagni (www.italiaeilmondo.com, 14-3-2020) ha spiegato questo approccio con il forte senso comunitario della cultura cinese e con il rispetto confuciano per vecchi e antenati. Il vero motore della scelta cinese, però, sarebbe in una visione a lungo termine delle conseguenze di come si affronta oggi la pandemia. “Penso che la direzione cinese abbia valutato che il vantaggio strategico di lungo periodo di preservare e anzi rafforzare la coesione sociale e culturale della propria popolazione superasse il costo di breve-medio periodo del danno economico, e della rinuncia a profittare nell’immediato delle difficoltà degli avversari”. E l’Italia? Il nostro governo ha scelto fin dall’inizio di seguire le indicazioni dell’OMS contrastando l’epidemia prima e la pandemia poi con l’isolamento delle persone sintomatiche e con misure di distanziamento sociale per tutta la popolazione, ricevendo apprezzamenti in più occasioni dalle massime autorità sanitarie internazionali. Per Buffagni “siamo stati senz’altro umani e civili, e forse anche strategicamente lungimiranti, senza sapere bene perché”. Come lui siamo tutti contenti che l’Italia abbia scelto di “salvare tutti i salvabili”, perché – anche se il prezzo sociale ed economico sarà altissimo – era ed è l’unica scelta di civiltà, di solidarietà e di coesione sociale.
COVID-19: il silenzio di ASSIMSS
ASSIMSS – Associazione Italiana di Medicina e Sanità Sistemica è un’associazione scientifica interdisciplinare e interprofessionale, senza scopo di lucro, che riunisce tutti gli interessati in un approccio rigoroso e scientificamente fondato in grado di includere la complessità in medicina, nelle pratiche di cura e in sanità. “In questo momento storico così delicato per la nostra nazione, in cui regnano confusione, paura e smarrimento, ogni comunicazione mediatica non ci lascia indifferenti. Si vogliono risposte, si cercano sicurezze. Colpevoli, talvolta. Questi momenti ci fanno riscoprire l’importanza della prevenzione e della cura, ma ci ricordano anche che la condizione dell’essere umano è sempre stata quella del doversi confrontare con innumerevoli fattori (ambientali, genetici, sociali ecc.) che quotidianamente ci espongono al rischio di ammalarci. Siamo esseri strutturalmente fragili, ma anche incredibilmente resilienti. Tali momenti sono anche evidenza del fatto che la complessità non è mai, totalmente, governabile. Ovunque, si sente parlare dell’incombente e grave malattia virale in modo prolisso o superficiale, delicato o perturbante, a volte contrastante: spesso diseducativo. E un’informazione non responsabile dei suoi effetti sulle persone che la ricevono è teratologica, genera mostri. Questo grande Leviatano, sconosciuto e spaventoso, sembra “mietere vittime” nel frastuono assordante, stordente della comunicazione. Allora “l’uomo diventa lupo per l’altro uomo”, parafrasando Hobbes. Aumenta il sospetto reciproco. Nei mezzi pubblici, un naso arrossato e degli occhi lucidi sono motivo di allerta, ostracismo e allontanamento anche quando, invece, potrebbe essere la tristezza di un amore perduto. Forse sì, forse no. Nel dubbio, non scambiamoci un segno di pace. Stiamo conoscendo il buio della notte dell’uomo moderno e ipertecnologico. Siamo sempre connessi via social, ma separati nei fatti. La distanza suggerita per prevenire il rischio di ammalarsi diventa, talvolta, distanza empatica. In tutto questo smarrimento, abbiamo un desiderio. Imparare a vivere la precarietà dell’esistenza dai malati cronici, dalle persone con le malattie rare, dai bambini piccoli che si ammalano delle più impensabili malattie. Imparare il significato dell’incertezza da coloro che vivono la propria, devastante, sofferenza in silenzio e con dignità. Allo stesso modo, il silenzio di ASSIMSS vuole essere davvero molto umile. Farsi pensoso e rispettoso di una situazione che richiede ascolto profondo. Anche scegliere le parole da non dire, talvolta, è segno di impegno e responsabilità: sociale, sanitaria, civile. Alle vittime e ai loro cari, a chi è in quarantena, a chi aspetta l’esito di un tampone va tutta la solidarietà di ASSIMSS, così come a tutti gli ammalati del mondo, a chi governa il Paese e chi le proprie case, agli operatori che ogni giorno lottano in prima linea negli ospedali e sul territorio con coraggio: tra la vita e la morte”. Alfredo Cesario (Presidente, fondatore), Leonardo Calò, Andrea Vannucci (Vice-Presidenti), Christian Pristipino (Past-President, fondatore), Stefano Ivis (Past-President), Daniele Segnini, Enrico Peterle, Giuseppe Fradella, Laura Cancellara, Maurizio Turturo, Mirko Manchia, Oscar Nicolaus, Sergio Pillon (Consiglio Direttivo), Sergio Boria (Fondatore) P.S. La non esplicita menzione alla nomenclatura della malattia virale è in linea con la nostra scelta di collaborare con un silenzio consapevole, affinché i motori di ricerca non aggiungano anche questa comunicazione al già sfinente rumore esistente. (nella foto Camille Pissarro, La fiera di Dieppe, 1901)
Epigenetica e nuova biologia
Speranze e delusioni della nuova biologia è il sottotitolo del libro della sociologa Hilary Rose e del neurobiologo Steven Rose Geni, cellule e cervelli (2013 Codice). I due autori – che nella vita sono moglie e marito – si pongono domande non scontate sugli effettivi beneficiari della grande scienza (big science) di oggi: dal Progetto Genoma Umano alle banche del DNA, dalla grande espansione delle neuroscienze alle promesse di farmaci personalizzati. “Karl Marx e Friedrich Engels, parlando di Darwin, si riferirono al suo materialismo come ‘meccanico’ e distinto dal loro, storico e dialettico, Il sovrannaturale e, di conseguenza, le credenze religiose erano semplicemente ‘di troppo’ nel modo in cui la biologia descriveva la natura umana. Marx anticipa – riconoscendo l’influenza di Malthus e Darwin – un presupposto centrale negli studi sulla scienza, ossia il fatto che scienza e società si plasmano reciprocamente”. “Secondo Herbert Spencer, il massimo ideologo del capitalismo del XIX secolo, la selezione naturale darwiniana spiegava perché il liberalismo estremo richiedeva un brutale ‘lotta per la sopravvivenza’. Se Darwin avesse adottato l’approccio della ‘lotta per la vita’ del principe Peter Kropoktin, anarchico e biologo russo, in cui la forza propulsiva dell’evoluzione era il mutuo soccorso, e non la mera sopravvivenza, sarebbe stato possibile evitare il lato oscuro connaturato al darwinismo”. “L’idea che non soltanto la competizione, ma anche la cooperazione – tra specie diverse e all’interno della specie – sia stata una forza propulsiva fondamentale dell’evoluzione scorre sotterranea come un’eresia in gran parte delle teorie evoluzionistiche dell’ultimo secolo” “Il mendelismo fornì all’eugenetica degli albori un modello molto semplice: la criminalità, la debolezza mentale e la turpitudine morale erano viste come singole cartteristiche ereditarie, che avrebbero potuto essere eliminate dalla popolazione impedendo a chi le possedeva di riprodursi. All’inizio del XX secolo, fatta eccezione per i cattolici, l’eugenetica aveva il sostegno della maggior parte degli intellettuali euro-americani- non soltanto i razzisti e i reazionari ma anche le femministe, i riformisti e i marxisti “E’ stato ‘La doppia elica di Watson’ del 1968 a dare il DNA in pasto al pubblico. Nel discorso di accettazione del premio, tenuto durante la cerimonia di consegna dei Premi Nobel (nel 1962), nessuno (tra James Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins) aveva parlato del contributo di Rosalind Franklin. I libro di Watson rivela una totale mancanza di correttezza nei confronti della Franklin, scienziata la cui fondamentali competenze nel campo dei raggi x avevano reso possibile l’elaborazione del modello (del DNA)”. “Il grande clamore pubblicitario che ha seguito il Progetto Genoma, sia al suo lancio nel 1990 sia al suo culmine nel 2003, ci ha accompagnato in un’era di determinismo genetico e di promesse degne di Prometeo. I discorsi sui geni hanno invaso i mezzi di comunicazione anche grazia alla brillante penna di Richard Dawkins, con la sua convinzione che non saremmo altro che robot, guidati dai nostri geni, che si muovono con difficoltà” “Persino sociobiologi come O. Wilson da tempo sono critici nei confronti di questo tipo di riduzionismo molecolare che vede il progetto complessivo delle scienze della vita come volto alla disaggregazione: frazionare la natura in parti costituenti sempre più piccole spiegando fenomeni macroscopici di ‘alto livello’ – come lo sviluppo o il comportamento – con gli strumenti di scienze specializzate su livelli più bassi, come la biochimica.” “Come avrebbe detto Michel Foucault, la genomica non ha esteso e intensificato lo sguardo biomedico: è successo invece che il programma di disaggregazione ha perso di vista l’organismo in quanto tale, il suo essere connesso nel tempo all’intero sistema socio-ecologico (sia nel ciclo di vita di un dato individuo sia per quanto riguarda l’evoluzione della specie nel suo complesso)”. “Non è il DNA a determinare l’attività cellulare, bensì la cellula in cui il genoma è incorporato a ‘scegliere’ quali pezzi di DNA usare per costruire determinate proteine, ed è sempre lei a decidere quando e come farlo durante le varie fasi di sviluppo. Questo processo si chiama epigenetica, termine coniato da H. Weddington negli anni ‘50 e attualmente uno degli ambiti di ricerca più caldi della biologia molecolare” “Se, come S.J. Gould ha più volte insistito, si potesse ‘riavvolgere il nastro dell’evoluzione’, fino al Precambriano e poi farlo ripartire, è molto improbabile che comparirebbero mammiferi senzienti come gli esseri umani. Un altro modo per dire che il futuro evolutivo è imprevedibile”.
Dieta anti-acne
Esiste una dieta anti-acne? Esiste un modello alimentare che protegga da una delle malattie che più condiziona la vita sociale dei giovani? L’adolescenza è un periodo di grandi cambiamenti, fisici e mentali nel quale giovani sono sottoposti a vere e proprie tempeste ormonali, grazie alle quali acquisiscono i caratteri sessuali secondari; una caratteristica comune a tutti gli adolescenti è l’aumento di volume delle ghiandole sebacee e l’inizio della produzione del sebo, una fondamentale secrezione oleosa, che difende la pelle dalle infezioni. In alcuni adolescenti il sebo, però, ha un’azione irritante e si formano strutture (dette comedoni o punti neri) che – come un tappo – ostacolano il suo transito dalle ghiandole alla superficie della pelle. In tal modo i grassi del sebo ristagnano, si degradano e creano un ambiente favorevole ad alcune popolazioni di batteri, causando le manifestazioni più spiacevoli dell’acne, la distruzione dei follicoli e le cicatrici. L’acne è, dunque, una malattia infiammatoria che tende a cronicizzarsi o a presentarsi con recidive. Il 90% delle volte l’acne arriva durante l’adolescenza, ma spesso (quasi nel 40% dei casi) rimane fino ai 30 anni. Oltre a fattori familiari, igiene, inquinamento ambientale e stress giocano un ruolo chiave. Ma, probabilmente, il fattore più importante è l’alimentazione. L’acne, infatti, non è diffusa in tutti gli adolescenti del mondo. Molte popolazioni aborigene che escludono dalla loro dieta i cibi raffinati dei supermercati e dei fast-food sono praticamente prive di acne. Con la tipica dieta occidentale – ben diversa dalla dieta mediterranea – si mangiano quantità eccessive di carni rosse provenienti da allevamenti industriali (quasi 3 etti al giorno negli USA), cereali raffinati, alimenti e bevande ricchi di zuccheri semplici e grassi processati, in particolare grassi trans. Che cosa centra tutto questo con l’acne? Il discorso è un po’ complesso, ma possiamo riassumerlo così. Questo tipo di alimentazione – attraverso alcune molecole (aminoacidi ramificati, glutammina, acido palmitico) – stimola una proteina (mTORC1) che fa aumentare la produzione di sebo e la sua composizione in acidi grassi pro-infiammatori. Da qui parte il fastidioso processo che i giovani ben conoscono. Oggi abbiamo finalmente capito il meccanismo e possiamo intervenire per modificarlo. Diversi studi mostrano che seguendo un’alimentazione a basso carico glicemico – di tipo mediterraneo – già dopo 3 mesi si ha una riduzione delle ghiandole sebacee e dell’acne facciale. La dieta anti-acne, allora, prevede abbondanti quantità di verdura e frutta (non succhi di frutta), pescato, legumi, frutta secca e olio d’oliva, poca carne (magra), pochi prodotti caseari, con i prodotti industriali e il cibo-spazzatura eliminato o ridotto al minimo. Provare per credere, anche perché è un modo di mangiare che oltre all’acne, previene il diabete e l’obesità. (nella foto Felice Casorati, Ragazza su un tappeto rosso del 1912) (2-2020)
Legumi, nutrienti e sostenibili
Insieme alle graminacee – che comprendono tutti i cereali – le leguminose sono le piante commestibili più importanti con 5 specie alimentari molto utilizzate nelle cucine di tutto il mondo: fagioli (Phaseolus vulgaris), piselli (Pisum sativum), ceci (Cicer arietinum), lenticchie (Lens culinaris) e fave (Vicia faba); fanno parte dei legumi anche lupini (Lupinus), arachidi (Arachis hypogaea), soia (Glycine max) e piante oggi poco usate come le cicerchie o le carrube; la caratteristica botanica comune dei legumi è la presenza di un baccello, il frutto della pianta, con all’interno i semi, ricchissimi di nutrienti, poiché da loro si formeranno le nuove piante. L’ONU ha dichiarato il 2016 “anno internazionale dei semi dei legumi”, perché i legumi sono una fonte proteica vegetale salutare e sostenibile, diversamente delle proteine animali di carne e latticini; le coltivazioni di legumi sono fondamentali soprattutto nei Paesi in cui la maggior parte della popolazione non abbia risorse per mangiare regolarmente carne o pesce. Il valore ecologico delle leguminose sta nel fatto che non richiedono fertilizzanti chimici a base di azoto, avendo nelle loro radici batteri capaci di fissare l’azoto atmosferico che aumentano la fertilità dei terreni agricoli, riducendo l’impiego di concimi chimici; per questi motivi la coltivazione di leguminose è presente in tutti i continenti, spesso in rotazione con altre colture. Dal punto di vista dei nutrienti oltre alle proteine i legumi forniscono carboidrati complessi e grassi polinsaturi, utili per le dislipidemie, fibre, vitamine (acido folico, vitamina B1, vitamina H) e sali minerali (ferro, zinco e magnesio); senza legumi qualsiasi regime vegetariano non sarebbe equilibrato; fagioli, lenticchie e altri legumi aumentano il senso di sazietà – importante per non prendere peso – e sono utili ai diabetici per l’indice glicemico moderato, dovuto all’abbondanza di fibra alimentare. Come qualsiasi altro alimento, anche i legumi hanno criticità legate ad alcuni composti, in particolare l’acido fitico, gli oligosaccaridi fermentabili e le lectine. L’acido fitico è un anti-nutriente che può ridurre l’assimilazione del ferro e di altri minerali; il suo effetto negativo si riduce con la cottura, che per i legumi è sempre consigliata; raffinosio e stachiosio sono due zuccheri a catena corta (oligosaccaridi) che fermentando nell’intestino crasso possono dare disturbi intestinali; per limitare questi effetti conviene utilizzare legumi senza buccia (ceci e lenticchie). Per le lectine il discorso è un po’ più complesso; sono proteine presenti in tutti i tipi di piante, dato che forniscono un meccanismo di difesa naturale da microrganismi, predatori animali e funghi; alcune di loro favoriscono stati infiammatori e disturbi intestinali; le troviamo soprattutto nei legumi e nei cereali integrali, nei semi di pomodori e peperoni, nei cereali, nelle patate, ma anche nel latte di mucca e nelle carni degli animali alimentati con mais; nel caso dei fagioli, è utile l’ammollo in acqua per almeno 12 ore prima della cottura, il cambio dell’acqua e l’aggiunta del bicarbonato di sodio; per la cottura la pentola a pressione è il miglior strumento per neutralizzare le lectine dei legumi. Conosciuti da sempre con l’appellativo di “carne dei poveri”, i legumi sono la miglior fonte proteica in assoluto, per la nostra salute e per quella dell’ambiente: hanno un ottimo profilo nutrizionale, sono estremamente gustosi e versatili in cucina, sono reperibili a costi accessibili, crescono e si adattano a qualunque clima, fertilizzano naturalmente i terreni. Per questi motivi la FAO li ha definiti “semi nutrienti per un futuro sostenibile ” e “alleati strategici” per agricoltura e alimentazione sostenibili”.
Numeri in medicina
Numeri e medicina, un binomio non scontato anche nella medicina moderna, basata sulle evidenze scientifiche (Evidence-Based Medicine). I numeri, infatti, sono un dato oggettivo, ma non sempre lo è il modo di presentarli. In ambito sanitario si gioca molto sulla possibilità di dire una cosa oggettiva – come un dato statistico– in un modo che possa influenzare i nostri criteri di scelta. Se ne parla nel libro “Farmaci che ammalano” del giornalista scientifico Ray Moyniham, scritto con il ricercatore Alain Cassels. Vengono riferiti tre modi diversi di presentare dati di interesse medico. Il primo esempio riguarda un farmaco anti ipertensivo. Se questa medicina viene presentata come capace di ridurre del 33{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} un infarto, la sua accettazione è molto alta. Se si aggiunge che questo 33{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di riduzione del rischio deriva dal fatto che il rischio di infarto senza farmaco è del 3{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} e scende al 2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} con il farmaco, però, le cose cambiano. Da 3{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} a 2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} la differenza in termini assoluti è, infatti, dell’1{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, ma diventa del 33{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} in termini relativi: stiamo dicendo la stessa cosa, in due modi diversi. Se usciamo dalle percentuali e riportiamo i dati su 1000 persone, possiamo usare un terzo modo di esprimere il rischio: 970 persone non si ammaleranno mai, 20 avranno l’infarto comunque, 10 lo eviteranno con i farmaci. Chi vuole spingere al consumo di quel farmaco probabilmente tenderà a presentare la sua efficacia in termini relativi, perché una riduzione del 33{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} colpisce gli interlocutori, una dell’1{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} molto meno. Bisognerebbe, inoltre, aggiungere che non c’è modo di sapere chi saranno le 10 persone su 1000 beneficiate dalla terapia, perché i dati statistici sono inutili sul piano individuale. Esempi analoghi li troviamo nel bel volume del cardiologo torinese Marco Bobbio “Il malato immaginario”. Bobbio racconta come interpretare il valore di rischio cardiovascolare ricavato dall’algoritmo di “Progetto Cuore” (www.cuore.iss.it ). Un paziente di mezza età, con pressione normale, assenza di diabete, non fumatore, ma colesterolo totale piuttosto alto (272 mg/dL), ottiene un rischio cardiovascolare di 4,4 nei successivi 10 anni. Il programma spiega che con la dieta il colesterolo può scendere del 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} (230 mg/dL), abbassando il rischio di infarto da 4,4 a 3,7; prendendo ogni giorno per 10 anni i principali farmaci anticolesterolo (le statine), la riduzione del colesterolo è, invece, del 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} (190 mg/dL) e la possibilità di infarto scende dal 4,4 al 2,7. Si pone di nuovo la scelta di interpretare i numeri. Se diciamo che con le statine ha un rischio ridotto del 61{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} (differenza relativa tra 2,7 e 4,4), è immaginabile un’accettazione della terapia senza riserve. Se, invece, diciamo che il rischio scende dell’1,7{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} (differenza assoluta tra 4,4 e 2.7), il vantaggio della terapia decennale sembra meno convincente. Anche in questo caso il terzo modo di presentare il rischio di infarto risulta più comprensibile. Prendendo in esame 1.000 persone con le caratteristiche di salute del nostro paziente, nei prossimi 10 anni 956 di loro non avranno infarti (il 95,6{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, tutto il campione meno il 4,4{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} a rischio); 44 avranno un infarto, se non ridurranno il colesterolo (4,4{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), ma 27 avranno comunque l’infarto anche con i colesterolo normalizzato, poiché le statine riducono ma non annullano il rischio cardiovascolare; naturalmente, anche in questo caso nessuno potrà dire in anticipo chi saranno i 17 risparmiati dall’infarto. Si può giocare con i numeri anche nel presentare il rischio associato ad alcune scelte alimentari. Nel 2015 lo IARC, massima autorità mondiale sui tumori, ha concluso che “ci sono prove convincenti” sul fatto che le carni lavorate aumentino il rischio di contrarre il cancro, mentre le carni rosse risultano “probabilmente cancerogene”. Per lo IARC un consumo giornaliero di 50 grammi di carni lavorate può aumentare il rischio di contrarre un tumore al colon del 18{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Come interpretare questo numero? Pensare che se mangio molte carni lavorate ho quasi una probabilità su cinque (il 18{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} tradotto in frazione) di avere il cancro al colon è evidentemente un errore, perché questo 18{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di aumento si riferisce all’aumento del rischio individuale che è intorno al 5 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nel corso di una vita; il 18 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} in più del 5{{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} vuol dire circa il 6 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} il rischio. Tornando al nostro campione di 1000 persone, 940 non avranno tumori, 60 (il 6{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) avranno un tumore al colon se mangeranno molte carni conservate, ma 50 di loro (il 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) lo avranno comunque anche senza questi consumi eccessivi. Restando in tema, molti sostengono che mangiare carni rosse sia pericoloso quanto fumare sigarette. Ma è davvero così? Sono davvero due fattori di rischio della stessa entità? Appare difficile sostenerlo, se si guarda ai decessi per tumori; nel caso del consumo di carni lavorate nel 2013 sono morte 34.000 persone in tutto il mondo, nel caso del fumo un numero 30 volte maggiore, circa un milione, mentre sono 600.000 – 18 volte di più – i decessi per tumori collegati al consumo di alcol. Anche qui sarebbe bene riportare i numeri assoluti, per non rischiare di mettere sullo stesso piano comportamenti comunque poco salutari ma con conseguenze molto diverse.
Fumo e diabete (Luciana Cacciotti)
Fumo e diabete hanno più legami di quanto si possa pensare. Per prima cosa, da sempre i produttori di sigarette aggiungono zucchero al tabacco per rendere meno spiacevole l’asprezza del fumo e per facilitarne l’inalazione. Senza zucchero il tabacco produce un fumo alcalino irritante per le mucose e stimolante la tosse; con lo zucchero, invece, il tabacco produce un fumo acido che da un lato aumenta la quantità di nicotina e sostanze dannose aspirabili, dall’altro aggrava – se mai ce ne fosse bisogno – la dipendenza del tabagista. La cosa sorprendente è che quasi nessun fumatore sa che le sigarette contengono anche zucchero e che lo zucchero fa aumentare le circa 4.000 sostanza tossiche nel fumo. Il secondo punto di contatto tra fumo e diabete è che l’uno può provocare l’altro. Insieme all’obesità anche il tabagismo è un fattore di rischio per la ridotta risposta delle cellule all’azione dell’insulina (detta insulino-resistenza), da cui spesso ha origine il diabete di tipo 2. Qualcuno ha provato a quantificare questo rischio; è emerso che chi fuma ha circa il 44{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di rischio in più di sviluppare il diabete rispetto a chi non fuma. Il terzo legame, infine, riguarda chi già ha già avuto una diagnosi di diabete e continua a fumare. In questo caso le sigarette possono aggravare le complicanze della malattia, soprattutto quelle cardiovascolari. Il motivo è semplice. Le sostanze tossiche del fumo e gli alti livelli di glucosio nel sangue tipici del diabete agiscono sull’apparato cardiocircolatorio in modi non troppo diversi, danneggiando le pareti delle arterie e favorendo la formazione di placche aterosclerotiche. Le placche riducono la capacità dei vaso sanguigni, aumentando i rischi di ictus e infarto, malattie renali e disfunzione erettile (impotenza). Per i diabetici fumatori queste complicanze sono quasi doppie rispetto ai diabetici che non fumano. Il diabete di tipo 2 è una malattia sociale, anzi la malattia sociale per eccellenza. Contano, infatti soprattutto le cose che mangiamo e beviamo, l’attività fisica che riusciamo a fare, le dosi di inquinamento e stress cui siamo esposti e – in modo non trascurabile – la scelta di fumare o di smettere. (nella foto un poster con la scritta: diabete e fumo, un connubio pericoloso) (Luciana Cacciotti)
Razzismo e scienza
Razzismo e scienza oggi sono in netta contrapposizione e il razzismo scientifico sembra un evidente ossimoro, ma non è stato sempre così. Il pensiero razzista si è sempre basato sull’esistenza di razze e sulla possibilità di classificarle. L’ideologia razzista ha giustificato tre secoli di schiavismo e ha avuto il suo culmine nello sterminio degli Ebrei europei (Olocausto) del ‘900. Nonostante ciò, forme più o meno esplicite di razzismo sono ancora presenti in ogni parte del mondo. Il pensiero razzista come fenomeno occidentale moderno nasce nel ‘700, ma è stato anticipato da alcune forme di “proto-razzismo”. Nella Spagna e nel Portogallo del ‘400 si era affermata l’ideologia del “sangue puro”; nel 1449 venne impedito agli ebrei convertiti l’accesso alle cariche pubbliche; nel 1492, pochi mesi prima della partenza di Colombo per le Indie, il “decreto dell’Alhambra” legittimò l’espulsione delle comunità ebraiche dai regni spagnoli e dai loro possedimenti; 7 anni dopo una sorte analoga toccò ai musulmani spagnoli. L’altro grande filone proto-razzista fu la legittimazioni dello schiavismo e dello sfruttamento coloniale dei “popoli di colore”, considerati privi di anima e, pertanto, meritevoli di essere trattati come animali. La Giunta di Valladolid si riunì per 2 anni (1550-1551) cercando di dirimere la controversia sulla presenza o meno dell’anima degli Indios, ma non arrivò a nessuna conclusione, nonostante l’intervento di Bartolomeo de Las Casas a favore delle popolazioni locali. L’Illuminismo fu davvero poco illuminato sui diritti delle popolazioni indigene: Voltaire divideva la specie umana in diverse razze, superiori e inferiori, e considerava le popolazioni native americane animali degne di essere deportate e schiavizzate (Diderot, invece, sosteneva l’uguaglianza di tutte le razze e vedeva il modello di vita selvaggio complementare al modello di vita civilizzato). La prima formalizzazione scientifica del razzismo la dobbiamo a Linneo (nella foto) che, nel 1758, divise la nostra specie in 4 sottospecie o “razze” geografiche (europei bianchi, asiatici gialli, americani rossi e africani neri), in cui caratteri biologici, psicologici e culturali erano accorpati e validi per tutti gli individui del gruppo. Da allora – per almeno due secoli – antropologi, biologi, medici e scienziati hanno costruito cataloghi razziali di ogni tipo per dimostrare la superiorità della razza bianca caucasica sulle altre. Tra gli scienziati qualcuno, per fortuna, ha preso le distanze da questo atteggiamento dominante. Nell’antropologia la figura di maggior spicco è stata quella di Franz Boas (1858 – 1942), capace di misurare 13.000 crani di bambini americani di genitori europei per confutare le teorie razziste dei suoi colleghi; per Boas le evidenti differenze tra i diversi gruppi umani erano dovute solo alla cultura e alla storia, non alla biologia o alla razza. La sua opera fondamentale – L’uomo primitivo – pubblicato in tedesco nel 1914, farà parte dei volumi bruciati da nazisti il 10 maggio 1943. Un altro antropologo che ha preso le distanze dal razzismo scientifico è stato l’inglese Ashley Montagu (1905-1999) che vedeva preoccupanti analogie fra i pregiudizi razziali e i pregiudizi contro le donne. Montagu, inoltre, ha ricordato al mondo che gli ebrei non sono – e non sono mai stati – una razza o un gruppo etnico, ma un’entità sociologica, accomunata dalla cultura. Anche il francese Claude Lévi-Strauss in Razza e storia (1952) ha affrontato senza mezze misure le dottrine razziali, definendole copertura ideologica dei rapporti di dominio e di sfruttamento delle potenze coloniali. In questa parta di scienziati antirazzisti un posto d’onore anche per il biologo statunitense Richard Lewontin che ha dato la prima grande spallata al concetto biologico di razza, mostrando agli inizi degli anni ‘70 come la maggior parte della variabilità genetica (80-85{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) delle popolazioni umane si trovi all’interno di gruppi geografici locali e non caratterizzi nessuna delle presunte “razze” umane. Le ultime citazioni sono per gli scienziati italiani. Luigi Cavalli-Sforza (1922 – 2018), massimo esperto mondiale sulla diversità genetica delle popolazioni, ha detto in intervista del 2006: «La genetica dimostra in maniera chiara che l’uomo appartiene a una sola e unica razza, affermazione dimostrata dal fatto che la differenza genetica tra africani, europei, cinesi e via dicendo è analoga in tutto e per tutto alla variabilità genetica interna a ciascun gruppo». Gli hanno fatto eco – nel 2008 – gli scienziati del Manifesto Antirazzista. Per il premio Nobel Rita Levi Montalcini, E. Alleva, G. Barbuiani, M. Buiatti, E. Gagliasso, M. Livi Bacci, A. Piazza. A. Pirella, F. Remotti “Le razze umane non esistono. L’esistenza delle razze umane è una astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze “psicologiche” e interpretate sulla base di pregiudizi secolari”. Le razze, dunque, non esistono e non sono mai esistite, il pensiero razzista, invece, non più supportato dalla scienza, oggi continua ad alimentarsi con la paura e con l’ignoranza.
Epatite C, una malattia sistemica
L’epatite C è una malattia sistemica da eradicare e un grave problema di salute pubblica in tutto il mondo. Le malattie legate ai virus dell’epatite virale (A, B, C, D, E) provocano milioni di morti ogni anno insieme ad altre importanti malattie infettive. Mentre, però, la mortalità legata a HIV, tubercolosi e malaria è in calo, quella dovuta alle epatiti virali continua ad aumentare. Un motivo non trascurabile di questa letalità risiede nel fatto che tutti i virus epatici possono causare malattie anche in organi diversi dal fegato, in modo diretto o indiretto; sono note, infatti, patologie renali per il virus dell’epatite B e neurologiche per quello dell’epatite E. Per il virus dell’epatite C (HCV) la nostra conoscenza delle manifestazioni patologiche extraepatiche è tale da giustificare il termine di “malattia sistemica da HCV”. Un primo importante effetto dell’infezione da HCV riguarda il metabolismo degli zuccheri, con la comparsa di insulino-resistenza nel fegato e nelle cellule muscolari; non stupisce, pertanto, la maggior prevalenza di diabete tra le persone HCV positive; l’iperglicemia, inoltre, nel tempo peggiora il decorso dell’epatite cronica e favorisce eventi cardiovascolari. Un secondo macroeffetto del virus HCV è sul metabolismo dei grassi, con conseguenti ipercolesterolemia e steatosi epatica (prevalenza del 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nel caso del genotipo 1); diabete e steatosi epatica a loro volta possono accelerare la progressione dell’epatite verso i tumori del fegato (epatocarcinomi). La terza grande manifestazione extraepatica è la crioglobulinemia mista, presente nel 40-60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei pazienti con HCV; si tratta di una condizione benigna che, però, in circa il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi predispone ai linfomi non Hodgkin. Lo stato di infiammazione cronica legato al virus HCV può interessare anche i vasi sanguigni portando ad aterosclerosi e malattie cardiovascolari (aumentate anche dall’eventuale concomitanza di diabete e insulino-resistenza). L’infezione da HCV è, infine, associata a insufficienza renale e – con meccanismi non ancora ben identificati – a patologie psichiatriche di vario genere. Tutte queste comorbilità vengono drasticamente ridotte nel momento in cui – con le nuove terapie disponibili – si riesce a rendere inoffensivo il virus azzerando nel sangue la sua presenza (viremia). Tutto bene allora? Assolutamente, no. Prendendo come riferimento il rapporto dell’OMS riferito al 2015, scopriamo che solo il 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di tutte le infezioni da epatite C (una su cinque) sono state diagnosticate: in 4 casi su 5 la malattia è senza diagnosi e il virus viaggia indisturbato. La prevalenza delle infezioni da epatite C nel nostro Paese è intorno al 2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, la metà di Ucraina e Romania, ma 10 volte i valori scandinavi. Al dicembre 2019 erano stati trattati con i nuovi farmaci quasi 200.000 pazienti. Un buon risultato senza dubbio, ma restano ancora moltissimi casi da trattare, per una malattia che rappresenta da decenni un importante problema di salute pubblica. La disponibilità di terapie estremamente efficaci – nel 96{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi si arriva all’eradicazione del virus – ha fatto diventare l’eliminazione mondiale del virus HCV un obiettivo realistico, purché si riesca a interrompere la trasmissione dell’infezione. La soluzione è molto semplice, ma al momento inattuabile per le logiche esclusivamente economiche delle grandi aziende farmaceutiche (big Pharma). A questo si aggiunge il fatto che dall’inizio dell’anno le costosissime terapie anti HCV sono uscite dalla lista dei farmaci innovativi e sono di nuovo all’interno della spesa farmaceutica ordinaria. Difficile a questo punto raggiungere – antro il 2030 – i due ambiziosi obiettivi dell’OMS: una riduzione globale della mortalità correlata alle epatiti del 65{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} e una riduzione del 90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di nuove infezioni. La Società Italiana di Gastro Enterologia (SIGE) ha giustamente detto che “il progetto di eliminazione richiede un salto concettuale, spostando l’attenzione dalla cura del singolo paziente ad un approccio di sanità pubblica”. Parole sacrosante, da sottoscrivere e da girare al Ministro della Salute Roberto Speranza, perché i governi europei trovino un modo di limitare i profitti miliardari delle aziende farmaceutiche, garantendo a milioni di esseri umani il diritto alla cura. (febbraio 2020)
Medaglieri olimpici e politica
Volendo parlare di medaglieri olimpici e politica, la frase del barone Carl von Clausewitz “La politica come prosecuzione della guerra con altri mezzi” può essere applicata allo sport del ‘900 sostituendo alla politica lo sport olimpico. Negli anni della “Guerra fredda,”, infatti, i medaglieri olimpici sono stati utilizzati come espressione della potenza politica dei Paesi del “socialismo reale” legati all’Unione Sovietica nei confronti dell’Occidente. Oggi, con la fine della contrapposizione Est-Ovest e con l’emergenza della potenza economica della Cina, i successi sportivi olimpici sembrano riflettere la regola generale secondo cui anche nello sport primeggiano i Paesi con più risorse e più popolazione, per la disponibilità sia di molti atleti potenziali sia di strutture e soldi per la preparazione dei campioni. Se guardiamo il medagliere delle Olimpiadi di Rio, vediamo in effetti ai primi 10 posti una sorta di G10 con Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina, Russia, Germania, Giappone, Francia, Corea del Sud, Italia e Australia; tra le grandi potenze economiche manca l’India, che ha quasi 1,3 miliardi di abitanti ma ha conquistato solo due medaglie a Rio, confermando una tendenza storica (26 medaglie – 9 d’oro – in 27 partecipazioni). Lo scarsissimo peso nelle discipline sportive olimpiche dell’India ha evidentemente spiegazioni complesse, tra cui l’apparente assenza di una cultura sportiva diffusa, ma in realtà gli Indiani non sono così insensibili alle attività sportive; il problema è che vengono praticati sport non presenti tra le discipline olimpiche (cricket e kabaddi, sport di contatto a squadre a metà tra rugby e wrestling) o che danno al massimo 2 medaglia (hockey su prato maschile e femminile) o attività – come yoga e scacchi, entrambi originari dell’India – non considerate di tipo sportivo. Lo sport moderno è di fatto un’invenzione occidentale, soprattutto inglese, come le stesse Olimpiadi moderne. Questo è il primo motivo che spiega il tradizionale primeggiare dei Paesi occidentali nei medaglieri olimpici. Se, però, dagli sport olimpici passiamo agli sport di squadra più diffusi al mondo, le cose cambiano notevolmente; nelle classifiche e nei ranking troviamo molti Paesi che sono al di fuori del Gotha olimpico; nel calcio maschile, ad esempio, troviamo ai vertici mondiali Paesi come Brasile, Argentina, Uruguay, Croazia, Portogallo e Belgio; nel calcio femminile Olanda e Svezia; nel volley femminile Serbia, Brasile e Olanda; nel volley maschile Polonia, Brasile e Iran; nel basket maschile Argentina, Serbia, Grecia e Lituania; nella pallanuoto i paesi della ex Jugoslavia; nel rugby Galles, Irlanda, Nuova Zelanda e Sudafrica; nel baseball Cuba, Taiwan, Venezuela e Messico e l’elenco potrebbe continuare. Dov’è, allora, la cultura sportiva di un Paese? Solo nei medaglieri olimpici o anche nei grandi e diffusi sport di massa, di squadra o individuali? Se prendiamo il caso della Gran Bretagna (seconda nel medagliere di Rio con 27 ori e 67 medaglie totali, dopo il terzo posto delle Olimpiadi di Londra), vediamo che a partire dagli anni ’30 gli atleti inglesi hanno sempre vinto molte meno medaglie di Italia, Francia e Germania, con il picco negativo di Atlanta nel 1996 (un solo oro e 38° posto nel medagliere finale). L’inversione di tendenza è arrivata nel 2008 in vista della terza Olimpiade casalinga prevista per il 2012. Il governo inglese ha deciso di investire grandi risorse economiche quasi esclusivamente nelle discipline che assicurano più medaglie olimpiche – atletica, pugilato o ciclismo – lasciando le briciole a sport come pallavolo, basket e pallamano in cui l’Inghilterra non ha alcun peso sportivo. Questa modalità di gestione dello sport è stato da molti paragonata a quello dell’Unione Sovietica e dei Paesi socialisti che, fra gli anni Settanta e Ottanta, avevano allestito un sistema – fatto anche di doping di stato – per ottenere il primato nei medaglieri olimpici. A questo proposito va ricordato che anche nella Germania Ovest molti atleti olimpici ricorsero al doping in maniera sistematica a partire dagli anni ’70, come emerge dallo studio di 800 pagine della Humboldt-Universitat di Berlino (“Doping in Germania dal 1950 a oggi”). Esperimenti con anabolizzanti, testosterone, estrogeni ed EPO furono finanziati con fondi pubblici tramite l’Istituto Federale per le Scienze dello Sport, creato nel 1970 e alle dipendenze del Ministero dell’Interno. Il doping fu impiegato anche nel calcio, in particolare nella finale del Mondiale del 1954 a Berna, vinta sulla favorita Ungheria, anche grazie alle iniezioni di metamfetamina (pervitina) ai giocatori tedeschi. In conclusione, nello sport olimpico di alto livello conta solo vincere. Non se ne abbia il barone De Coubertin, ma arrivare ottavi (cioè entrare in una finale) o arrivare quarti (fuori dal podio) non conta niente. Con questa concezione dello sport, però, i finanziamenti privilegiati alle discipline olimpiche che danno più medaglie – a scapito delle attività motorie e sportive più diffuse – e il ricorso a pratiche dopanti saranno sempre più il modello da seguire. (nella foto la premiazione della squadra indiana di kabbadi dei Patna Pirates)