La pandemia da coronavirus ha generato una grande quantità di notizie false (bufale) e disinformazione attraverso stampa, televisione e Internet (in particolare tramite WhatsApp e Facebook, dove è possibile condividere messaggi e video senza alcuna verifica). Questa mole di informazione – chiamata infodemia – ha contribuito a creare ansia e allarmismo, confusione e rinforzo di convinzioni errate. Vediamo, sotto forma di domande, la reale utilità di alcune scelte nel campo del cibo e della salute. Il coronavirus può trasmettersi anche con gli alimenti? Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il pericolo non viene dal cibo, anche se la pandemia è partita da un mercato di animali selvatici in Cina. Le malattie respiratorie – come l’attuale pandemia da coronavirus – non si trasmettono con gli alimenti, ma con la vicinanza tra persone; in cucina bisogna seguire le consuete regole di igiene, soprattutto il lavaggio delle mani con acqua e sapone, prima e dopo il contatto con gli alimenti. Con l’arrivo della stagione calda è molto importante cucinare bene i cibi come carne e pesce e fare attenzione a cibi molto deperibili come i latticini. Integratori, sì o no? Salvo specifiche carenze – peraltro rare – di vitamine o minerali, gli integratori sono assolutamente inutili, dato che forniscono, in modo meno efficace, quello che è giù presente negli alimenti. Non servono integratori, non servono supplementi di vitamina C o vitamina D. Se vogliamo rinforzare il sistema immunitario, basta seguire un’alimentazione varia ed equilibrata con presenza quotidiana di cibi ricchi di fibre, vitamine e sali minerali. Esistono cibi – come aglio o miele – che ci proteggono dal coronavirus? Contro il corona virus non ci sono al momento farmaci efficaci: in attesa del vaccino possiamo solo contare sulla prevenzione. Nessun cibo e nessun nutriente, peraltro, ha un’azione diretta sui virus. L’aglio, ad esempio, ha accertate proprietà antimicrobiche e antibatteriche – come il miele e altri alimenti -ma nessun effetto su specifici agenti patogeni. Mangiare molte proteine può rinforzare il sistema immunitario? Gli anticorpi sono la parte molecolare del sistema immunitario (mentre linfociti e macrofagi sono la parte cellulare) e dal punto di vista chimico sono delle proteine. Questo è vero, però superare la normale dose giornaliera di proteine raccomandata (0,8 g/kg di peso corporeo) non fornisce benefici al sistema immunitario, cioè non aumenta la nostra risposta in termini di anticorpi; in compenso abbiamo un lavoro supplementare per il fegato e costringiamo i reni a un lavoro extra per eliminare gli scarti azotati. Infine, si rischia facilmente di ingrassare, dato che 1 grammo di proteine e 1 grammo di carboidrati forniscono entrambi 4 calorie. Che fare, allora, per stare in salute e avere buone difese immunitarie? Intanto, diciamo cosa sarebbe meglio non fare. Per prima cosa, evitiamo o limitiamo abitudini che abbassano in modo pesante le difese immunitarie, come il fumo o quantità eccessive di alcol. Per l’alimentazione ricordiamo l’importanza delle fibre e la loro grande utilità per un intestino in salute. Nei circa 300 metri quadrati del nostro intestino sono presenti una quantità altissima di popolazioni batteriche “amiche” e tra il 60 e il 70% delle cellule deputate alla difesa da patogeni estranei, virus compresi. Legumi e cereali integrali, verdure e frutta (con la buccia se biologica) ci garantiscono un intestino sano e migliorano il tono dell’umore, un altro aspetto importante per affrontare questo momento difficile. (nella foto: un’immagine del Financialexpress che si chiede se il corona virus possa diffondersi con il cibo) ( 6-2020)
Storia delle diete: dagli anni ’90 a oggi
L’ultima parte della storia delle diete è una breve rassegna delle proposte dietetiche degli ultimi anni. A metà anni ’90 Peter J. D’Adamo – naturopata statunitense – pubblicò il libro Mangia in modo sano in base al tuo gruppo (sanguigno) in cui – riprendendo un’idea del padre James – proponeva la dieta dei gruppi sanguigni. Per D’Adamo l’evoluzione dei 4 principali gruppi sanguigni sarebbe collegata alle abitudini alimentari dei nostri avi. Essendo il gruppo 0 il gruppo sanguigno più antico, chi ne è dotato dovrebbe dare molto spazio alla carne; il gruppo A, invece, in quanto espressione della rivoluzione neolitica che portò all’agricoltura, avrebbe bisogno maggiormente di frutta e verdura; carne e prodotti del latte sarebbero i cibi più adatti al gruppo B, erede dei nomadi pastori di 10.000 anni fa; più complessa, infine, la dieta del gruppo AB, il più recente e il più raro, comparso solo 1000-1200 anni fa con la fusione di popolazioni di sangue A e B. Le basi scientifiche di questa dieta e dei suoi presupposti sono pari a zero. Il sistema ABO del sangue umano è antichissimo, risalendo a oltre più di 20 milioni di anni fa, molto prima della separazione fra ominidi e primati non umani. Le forme alleliche A, B e 0 erano già presenti fra 200.000 e 300.000 anni fa e quando Homo sapiens cominciò la sua migrazione fuori dall’Africa, più di 100.000 anni fa, era già presenti tutti gli attuali gruppi sanguigni. Al momento, nessuno studio ha mai dimostrato la validità e i benefici sulla salute di questa dieta. Dopo la pseudo-scienza di D’Adamo il millennio si chiuse con il boom – nel 2000 – del crudismo e delle diete crudiste (raw food), per le quali sarebbe poco salutare tutto il cibo portato a temperature oltre i 42°: nessuna cottura, allora, per non compromettere vitamine, sali minerali e altri nutrienti presenti nel cibo. Le critiche a questa impostazione sono facili: ricordiamo solo che senza cottura non è possibile mangiare cereali, legumi, patate e castagne; la mancanza di cottura, inoltre, aumenta enormemente il pericolo di tossinfezioni alimentari da virus, batteri, muffe e parassiti. Il primo decennio del nuovo millennio ha visto tornare di moda la paleo-dieta (2010), ma è stato soprattutto segnato dal successo planetario della dieta Dukan (2011), il regime iperproteico ideato dal medico francese Pierre Dukan, poi radiato dall’Ordine, di cui abbiamo già parlato altrove. L’ultima dieta di cui ci occupiamo è la dieta delle sirtuine, o dieta del gene magro. Basata su studi condotti ad inizio millennio, il successo è arrivato nel 2016 con l’uscita del libro di due nutrizionisti inglesi A. Goggins e G. Matten, (Sirt, la dieta del gene magro, 2016) e con la grande pubblicità dei 30 chili persi dalla cantante Adele. La dieta Sirt dà spazio a cibi ricchi di polifenoli, molecole vegetali in grado di attivare le sirtuine, enzimi che simulano gli effetti della restrizione calorica e dell’attività fisica. Secondo gli autori seguendo questo regime si perderebbe solo grasso, lasciando intatto il muscolo, poiché i cibi Sirt imitando gli effetti del digiuno, stimolerebbero i cosiddetti geni magri. I polifenoli che aiuterebbero questo meccanismo sono diversi: resveratrolo (vino rosso), catechine (cacao fondente e tè verde); acido gallico (noci e caffè), acido clorogenico (caffè), apigenina (sedano e prezzemolo), luteolina (radicchio, sedano e peperoncino); miricetina (peperoncino e prezzemolo); quercetina (cipolle rosse, cavoli, rucola e capperi), kaempferol (cavoli, rucola e capperi), fisetina (fragole), oloreupina e idrossitriosolo (olio d’oliva); altri polifenoli, infine, provengono da soia, curcuma e datteri. Che dire di questa dieta? Sicuramente sembra positiva l’indicazione di tantissimi cibi vegetali, caratteristici della dieta mediterranea; molto discutibile, invece, l’indicazione del vino rosso, sia per la pericolosità accertata dell’alcol etilico sia per la sopravvalutazione del resveratrolo, capace di azioni benefiche solo a dosi massicce non prive di effetti collaterali. Come altre diete del passato, la dieta delle sirtuine utilizza uno studio scientifico serio (effettuato, però, su lieviti, insetti e topi) e ne trae conclusioni prive di qualsiasi riscontro o evidenza, ma capaci di generare grandi profitti e grande risonanza sui social: l’ennesima dieta alla moda, in inglese fad diet. La nostra breve storia delle diete finisce qui. Siamo partiti da lontano, con una delle prime indicazioni per dimagrire prese da un testo di Brillat-Savarin nel 1825; siamo arrivati agli anni ‘60 ricordando che l’obesità negli USA riguardava solo il 13{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione. Poi – insieme alle tante diete arrivate sul mercato – l’obesità ha iniziato a salire (nella foto) , arrivando al 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di fine anni’70, al 22{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di fine anni ’80, al 31{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di fine millennio. Oggi il tasso di obesità degli Stati Uniti è arrivato al 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, con un tragico 18{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di persone con obesità grave, ossia uomini che, se sono alti 180 cm, pesano più di 130 chili (BMI superiore a 40); tra 10 anni – dice uno studio del New England Journal of Medicine – in 29 stati degli USA l’obesità arriverà al 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} e l’obesità grave al 25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Nel frattempo verranno proposte altre centinaia di diete dimagranti, perfettamente inutili sino a quando il cibo spazzatura dei fast-food e dei supermercati costerà molto meno del cibo vero che abbiamo sempre mangiato per tutta la nostra storia. (fine) (6-2020)
Storia delle diete: anni ‘80 e ‘90
Penultima parte della storia delle diete, con i regimi alimentari degli anni ‘80 e ‘90. Nel 1981 uscì un libro che raccontava il forte dimagrimento – circa 30 chili – di Judy Mazel; fu subito un grande successo e diede il via alla dieta di Beverly Hills, dal nome del quartiere di Los Angeles dove vivono molte star del cinema che allora la adottarono. Nel regime di Judy Mazel – detto anche dieta delle combinazioni alimentare – si mangiava una solo gruppo di alimenti per volta: i primi 10 giorni solo frutta, la seconda decade alla frutta si aggiungeva mais e prodotti da forno; nella la terza decade, infine, si inserivano anche carne e pesce; dopo la seconda edizione del libro (1997, New Beverly Hills Diet) la Mazel ebbe abbastanza fondi da aprire una clinica privata. Il principio secondo il quale per assimilare correttamente il cibo servono gruppi di enzimi differenti – che potrebbero ostacolarsi in caso di errate combinazioni alimentari – è suggestiva, ma priva di qualsiasi fondamento scientifico. L’altra dieta famosa degli anni ’80 è la dieta del cavernicolo, uscita nel 1985 e abbastanza simile all’attuale paleo-dieta. Di questo regime, ancora oggi molto seguito, ricordiamo due aspetti critici; primo, ricostruire il menù giornaliero dei nostri antenati non è per niente semplice, dato che attraversano i millenni solo le ossa degli animali e alcuni semi; secondo, la composizione di tutto quello che si mangiava allora è molto diversa da oggi, poiché la domesticazione di piante e animali ha cambiato quasi tutto il cibo attuale. Gli anni ’90 hanno visto venire alla luce due diete che hanno riscosso un notevole successo e sono ancora molto utilizzate: la dieta chetogenica (nella foto) e la dieta a zona. Il regime chetogenico, in realtà, risale agli anni ’20; nel 1994 è tornata alla ribalta negli USA grazie a un famoso produttore di Hollywood, Jim Abrahams, che riuscì a far curare con successo l’epilessia resistente ai farmaci del figlio al John Hopkins Hospital con una dieta chetogenica. Si tratta, pertanto, di un regime che nasce – negli anni ’90 – in ambito neurologico per una malattia verso la quale a volte i farmaci antiepilettici sono poco efficaci. L’utilizzo della chetogenesi come meccanismo dimagrante è, invece, legato alla drastica riduzione di carboidrati – non più di 50 grammi al giorno – con forte aumento dei grassi (dal 25-30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} consigliato al 75-80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) come fonte primaria di energia; in tal modo si forza l’organismo – cellule nervose escluse – a utilizzare i grassi come fonte di energia, con conseguente produzione di corpi chetonici, che andranno smaltiti, in quanto tossici, attraverso i reni. Il sudafricano Tim Noakes, professore di scienze motorie e maratoneta, ha dato un consistente contributo al successo attuale della dieta chetogenica come regime per perdere peso. A questo proposito ricordiamo i tre aspetti critici delle diete chetogenetiche. Innanzitutto, sono regimi alimentari che richiedono menù non semplici da seguire, dato che appena si supera la quota minima di carboidrati, la chetosi si interrompe e riprende l’utilizzo energetico degli zuccheri. Il secondo limite è la difficoltà a proporla per periodi lunghi, superiori a due-tre settimane. L’ultimo aspetto negativo è la presenza di sintomi come nausea, alito cattivo (alitosi da acetone), crampi e stitichezza (da disidratazione), stanchezza e difficoltà respiratorie. L’altra importante dieta degli anni ’90 è la dieta a zona, proposta nel 1995 dal biochimico statunitense Barry Sears. In questo regime le proporzioni tra i tre macronutrienti energetici – carboidrati, proteine e grassi – sono modificate per raggiungere uno stato fisico migliore. Rispetto alle indicazioni internazionali i carboidrati scendono dal 55{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} al 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, le proteine salgono dal 15-20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} al 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, i grassi rimangono intorno al 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. La riduzione del grasso corporeo in eccesso dovrebbe avvenire per il controllo dell’insulina, legata secondo Sears all’assunzione di calorie in eccesso provenienti dai carboidrati. La dieta a zona favorirebbe, inoltre, il rilascio di glucagone, antagonista dell’insulina, stimolato da una dieta povera di calorie e carente di carboidrati. Sulla “zona” possiamo fare almeno due osservazioni. La prima riguarda la regolazione dell’insulina: il suo controllo è sicuramente essenziale in qualsiasi regime alimentare, ma tutte le evidenze disponibili dicono che il suo eccessivo rilascio non dipende tanto dalla fonte di macronutrienti – carboidrati, amminoacidi o acidi grassi – quanto dalla loro quantità. Chi introduce troppe calorie, pertanto, qualunque ne sia la fonte, fa aumentare la produzione di insulina, con tutti gli effetti negativi. La seconda critica riguarda la mancata distinzione tra carboidrati complessi e zuccheri semplici, tra zuccheri naturali e zuccheri artificiali. Tutti i carboidrati sono considerati allo stesso modo, pur avendo impatti metabolici diversi. Gli scadenti prodotti industriali statunitensi a base di sciroppo di mais sono effettivamente nocivi per la salute, ma non possono rappresentare anche i carboidrati provenienti da legumi e cereali integrali. La dieta a zona e le altre diete iperproteiche non spiegano come mai le popolazioni che consumano molti carboidrati – come quella italiana – hanno tassi di obesità, diabete e tumori del tratto digerente molto più bassi degli statunitensi. Forse la qualità del cibo che mangiamo è più importante delle formule percentuali dei nutrienti. Intanto, alla fine degli anni ’90 l’obesità statunitense era passata dal 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} al 31{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}: in 20 anni era raddoppiata, nonostante il proliferare di diete, più o meno basate su evidenze scientifiche e studi di popolazione, gli unici elementi che dovrebbero giustificare la proposta di modelli alimentari. (segue)
Storia delle diete: gli anni ’70
Nella storia delle diete gli anni ’70 si aprono con una “rivoluzione dietetica” legata a un cardiologo di nome Robert C. Atkins. Il dottor Atkins si occupava delle malattie cardiovascolari, ma la dieta che ideò nel 1972 era rivolta soprattutto ai pazienti con diabete, una malattia cronica che stava iniziando la sua diffusione planetaria, proprio a partire dagli Stati Uniti. La dieta Atkins (nella foto), pertanto, nasceva come regime a basso contenuto glucidico, iperproteico e iperlipidico, con i carboidrati – di qualsiasi genere – fortemente penalizzati. In un giorno medio era prevista la colazione tipicamente nordamericana con uova fritte e pancetta, uno spuntino di formaggio e pranzo con secondo (soprattutto carne) accompagnato da verdure. Naturalmente le attuali linee guida internazionali per il diabete prevedono un menù completamente diverso; la dieta Atkins, tuttavia, è stata molto seguita come dieta dimagrante e ogni tanto rispunta fuori una qualche sua variante con nomi più accattivanti (dieta metabolica, ad esempio), ma con lo stesso impianto di fondo: eliminare i carboidrati, considerati il male assoluto. L’errore di fondo di questa impostazione sembra legata alla provenienza degli autori. In un Paese come gli Stati Uniti dove i prodotti a base di cereali integrali sono riservati alle élites, dove un piatto di verdura costa più di un panino da fast-food e dove le bevande zuccherate sono molto più economiche dell’acqua, zuccheri e carboidrati vengono percepiti molto più pericolosi della carne degli allevamenti industriali. Parlando di diete made in USA degli anni ’70, non può mancare un breve cenno a tre diete oggi poco conosciute. La prima è la dieta del burro d’arachidi (peanut-butter diet), una dieta lampo lanciata nel 1974 che prevedeva un menù con tre pasti al giorno a base di panini con crema di arachidi e latte intero. Ogni commento pare inutile. L’anno dopo ritornò in auge – dopo i biscotti dimagranti degli anni 20 – un’altra dieta dei biscotti (cookie diet), L’aspetto interessante di questa dieta proposta da un medico della Florida (il dr. Siegal) è che si basava su pasti sostitutivi; i biscotti della dieta, infatti, erano preparati con una miscela di aminoacidi e zuccheri che avrebbe dovuto eliminare gli attacchi di fame. La terza dieta sarebbe passata inosservata, se non avesse avuto un famosissimo testimonial in Elvis Presley. La rock star negli ultimi anni della sua vita, con una grave obesità legata all’abuso di psicofarmaci (era arrivato a oltre 140 chili), provò a dimagrire mettendosi a letto per alcuni giorni, sotto sedazione, per non mangiare: era la dieta dei sonniferi (sleeping beauty diet), comparsa nel 1976 e scomparsa rapidamente senza lasciare traccia. Ben altro successo ebbe Slim Fast, la nuova dieta dimagrante, arrivata sul mercato USA nel 1977 e poi diffusasi in tutto il mondo. Il nuovo approccio all’obesità era quello di puntare sui pasti sostitutivi preconfezionati: nel caso di Slim Fast si trattava di bibitoni ipocalorici – o barrette – al sapore di fragola e cioccolato che dovevano sostituire due dei tre pasti principali, lasciando il terzo libero; erano previsti anche tre spuntini nonché, per la gioia degli orfani dei fast-food, patatine fritte (e cioccolato). Anni dopo Herbalife, Dukan, Melch e la sua dieta tisanoreica, Panzironi e molti altri riprenderanno l’idea di Slim Fast di sostituire un pasto cucinato con un preparato da acquistare. Gli anni ’70 si chiusero con il ritorno – nel 1980 – della dieta della zuppa di cavolo (cabbage soup diet), lanciata negli anni’50 e più volte ripresa. L’obesità nel frattempo era leggermente salita dal 13 al 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Niente faceva presagire l’esplosione degli anni successivi. (segue)
Storia delle diete, dal dopoguerra agli anni ‘60
Storia delle diete: gli anni 50 e ’60 hanno visto l’affacciarsi – come nel periodo precedente – di moltissime proposte dietetiche più o meno serie e quasi tutte provenienti dagli Stati Uniti. Una di queste è la dieta della zuppa di cavolo (Cabbage Soup Diet). Molti pensano che sia un’invenzione recente della conduttrice televisiva statunitense Oprah Winfrey, in realtà risale agli anni 50 ed è stata più volte riproposta negli anni successivi con alcune varianti (in Italia sotto forma di dieta del minestrone); è una classica dieta lampo, ossia uno di quei regimi molto restrittivi per perdere peso in pochi giorni; in sostanza si mangiano solo le verdure della zuppa, frutta e carne magra (anche 2 o 3 bistecche); niente cereali e legumi, niente pesce e olio d’oliva: l’antitesi della dieta mediterranea, con la promessa di perdere fino a 5 kg in una settimana. Possibile? Sì, a volte accade, ma solo smontando la massa magra muscolare e riducendo l’acqua associata. Poi si ingrassa nuovamente, con meno muscoli e quindi con meno bisogni energetici, per cui dimagrire diventa sempre più difficile. Dalla dieta del cavolo (in tutti i sensi) alla dieta della gomma da masticare: non è uno scherzo ma negli USA, a metà anni ’50, è stata pubblicizzata la Dr. Phillips Chewing Gum Diet, sostenendo che le gomme in vendita avrebbero aiutato a sopprimere l’appetito, facendo saltare i pasti e perdere peso (“suppress your appetite, making you skip meals and shed the pounds”). Al di là dell’assurdità di inserire le gomme da masticare in un piano dietetico, ricordiamo qualche limite di questi prodotti. Gli additivi delle gomme possono alterare la flora batterica, la masticazione continua fa introdurre aria nello stomaco, ma soprattutto con le gomme si tende a mangiare meno frutta e meno cibi naturali, preferendo cibo industriale ai pasti principali. Gli anni ’60 vedono la comparsa da un lato di diverse diete di moda e diete lampo, dall’altro il ritorno di modelli alimentari del passato. La maggior parte delle nuove diete nascono negli USA, che nel 1962 avevano un tasso di obesità del 13{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, di poco superiore a quello attuale dell’Italia (10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}). In un Paese in cui si erano proposte per il dimagrimento sia le sigarette sia le gomme da masticare, perché non avrebbe dovuto farlo anche l’industria dello zucchero? L’ha fatto. Per opporsi alla diffusione dei dolcificanti artificiali i grandi produttori statunitensi finanziarono una massiccia campagna nella quale si sosteneva che piccole quantità di zucchero avrebbero dovuto far parte di piani dietetici per limitare l’appetito e sopprimere attacchi di fame. Si fa fatica a crederlo, ma lo zucchero – il più potente stimolo per l’insulina – veniva consigliato per non ingrassare. I risultati si sono visti, sia per l’obesità successiva sia per l’epidemia di diabete. Nel 1963 arrivò una dieta di grande successo e la propose una casalinga statunitense in sovrappeso. Jean Nidetch – dopo la solita trafila delle diete fai da te – aveva seguito un regime ipocalorico, perdendo 9 chili; per mantenere i risultati ottenuti aveva fondato un gruppo di supporto e lo aveva definito le “sentinelle del peso”: era nato il sistema Weight Watchers, ancora oggi molto seguito. Nel metodo Weight Watchers si paga l’iscrizione, si riceve una dieta standardizzata che assegna un punteggio agli alimenti (in base alle calorie) e si partecipa a incontri nei quali ci si confronta altre persone che vogliono perdere peso. La dieta non personalizzata di Weigh Watchers può essere considerata l’antesignana delle successive diete a punti. Gli anni ’60, infine, sono anche gli anni in cui è tornata in auge la dieta o filosofia macrobiotica, in qualche modo collegata alle culture millenarie dell’Asia. Nel 1961, il giapponese Nyioti Sakurazawa, divulgatore autodidatta (conosciuto in Occidente come G. Ohsawa), scrisse il libro Zen Macrobiotic, cui ne seguirono molti altri, diffondendo le prime teorie sulla salubrità della dieta macrobiotica, basate sul modello di vita dei monaci buddisti. Il modello macrobiotico (nella foto) prevede un largo uso di cereali, legumi e semi oleosi; niente cibi industriali con preferenza ad alimenti di produzione naturale; niente zucchero e dolci, sì a frutta e verdure (con l’eccezione del gruppo della Solanacee: pomodori, melanzane e patate); prodotti della pesca preferiti alla carne, poco latte e derivati, no caffè, poco vino; la scelta dei cibi viene effettuata bilanciando cibi acidi-Yin ricchi di potassio (latte e derivati, frutta, tè e spezie) e cibi alcalini-Yang ricchi di sodio (sale, carne, pesce, pollo, uova). Secondo l’oncologo Franco Berrino “La macrobiotica ha un impatto positivo sull’intero organismo, perché riduce le infiammazioni (all’origine di molte malattie), tiene sotto controllo l’innalzamento della glicemia e aiuta a prevenire problemi cardiaci, diabete, demenza senile”. Per il professore la filosofia macrobiotica – così come la dieta mediterranea – è efficace nella prevenzione del cancro poiché segue la raccomandazione internazionale (WCRF) di basare l’alimentazione quotidiana prevalentemente su prodotti vegetali. (segue)
Storia del volley: gli ultimi anni (22)
Gli anni ‘10 del 2000 erano iniziati con il Mondiale di pallavolo svoltosi dal 24 settembre al 10 ottobre 2010 in Italia con la partecipazione dii 24 nazionali; erano arrivate in semifinale Cuba, Serbia, Brasile e Italia; la giovanissima nazionale cubana trascinata da Simon aveva sconfitto al tie-break la Serbia di Grbic, il Brasile aveva battuto l’Italia; la finale era stata senza storia: Brasile-Cuba 3-0 e terzo tiolo per i carioca; Italia quarta. Alle Olimpiadi di Londra del 2012 erano salite sul podio le tre squadre simbolo della pallavolo mondiale: la Russia, erede dell’Unione Sovietica, l’Italia e il Brasile. La finale Brasile – Russia era stata magnifica, con la clamorosa rimonta russa, trascinata da Tetjuchin, Michajlov e Apalikov dopo i primi 2 set persi; sul podio tutti i giocatori italiani avevano indossato la maglietta di Vigor Bovolenta, da poco scomparso; per l’Italia erano scesi in campo Travica e Lasko, Zaytsev e Savani, Mastrangelo e Birarelli, Fei e Papi (Bari libero). I Mondiali del 2014 si erano giocati in Polonia, dove la pallavolo è popolarissima; battendo nettamente il Brasile, la Polonia aveva conquistato il suo secondo mondiale; terza la Francia, male l’Italia di Berruto uscita nella fase a gironi con 5 sconfitte in 7 partite. Alle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016 la vittoria finale era andata per la terza volta al Brasile, alla quarta finale olimpica consecutiva, con un successo in finale sull’Italia (da cui era stato nettamente battuto nel girone eliminatorio); terzi gli USA e quarta la Russia. Per noi avevano giocato Giannelli e Zaytsev, Juantorena e Lanza, Birarelli e Buti (Colaci libero) con Gianlorenzo Blengini nuovo allenatore dopo Berruto. Al di là del rammarico per la sconfitta, la nostra nazionale maschile portava a casa la sesta medaglia olimpica (3 argenti e 3 bronzi, dall’84 a oggi) in 9 partecipazioni. I Mondiali del 2018 si erano svolti per metà in Italia e per metà in Bulgaria; erano arrivate alla terza fase Brasile, Russia, USA, Italia, Polonia e Serbia; in semifinale netto successo del Brasile sulla Serbia; la Polonia aveva faticato moltissimo con gli USA, ma aveva battutto il Brasile con un 3-0 che era valso il terzo titolo mondiale; quinto posto per l’Italia. In campo femminile i tre Mondiali disputati avevano visto la vittoria di Russia (2010), USA (2014) e Serbia (2018) con i piazzamenti di Brasile (finalista nel 2010, terzo nel 2014), Cina (finalista nel 2014, terzo nel 2014) e Giappone (terzo nel 2010). Alle Olimpiadi di Londra del 2012 vittoria del Brasile sugli USA; terze le giapponesi, quarte le sudcoreane, quinta l’Italia della palleggiatrice Eleonora Lo Bianco, atleta italiana con più presenze in qualsiasi squadra nazionale italiana, sia maschile che femminile; alle Olimpiadi di Rio del 2016 terzo oro per la Cina, allenata da Lang Ping, una della più forti schiacciatrici di sempre, eletta nel 2000 miglior pallavolista del XX secolo; seconda la Serbia, terze le statunitensi, quarte le olandesi; soltanto none le italiane. Per l’Italia il decennio si era aperto con la seconda Coppa del Mondo nel 2011 – dopo quella del 2007 – con in squadra Lo Bianco e Costagrande, Arrighetti e Anzanello, Bosetti e Del Core (Di Gennaro libero); il punto più alto era stato la finale mondiale nel 2018 persa al tie-break con la Serbia della Boskovic con una nazionale – guidata dal nuovo Ct Davide Mazzanti – completamente rinnovata: Malinov e Egonu, Sylla e Bosetti, Chirichella e Danesi, libero De Gennaro. Per capire il valore del volley femminile azzurro a partire dal 1998 negli ultimi 6 mondiali disputati l’Italia è sempre arrivata tra le prime 5. Le nostre giocatrici non sono solo l’orgoglio di tutto il movimento, ma sono anche tra le protagoniste più significative dell’impegno nella lotta al razzismo e alle discriminazioni. P.S. L’edizione numero 32 delle Olimpiadi si sarebbe dovuti tenere a Tokyo dal 24 luglio al 9 agosto 2020. Per la pandemia di COVID-19 le date sono state posticipate di un anno, anche se per ragioni di marketing verrà mantenuto il nome Tokyo 2020. Nel 1916 per la Prima Guerra Mondiale furono cancellati i Giochi di Berlino, nel 1940 per la Seconda Guerra Mondiale furono annullate le Olimpiadi di Tokyo; per la prima volta i Giochi Olimpici sono stati posticipati e non cancellati; coronavirus permettendo, se ne riparlerà in Giappone l’anno prossimo (nella foto Egonu, Bosetti e Sylla) (8-2020)
Acqua e salute
Acqua e salute, diciamo subito che per la maggior parte degli organismi viventi l’acqua è – insieme all’ossigeno – la molecola più importante. Possiamo sopravvivere diverse settimane facendo a meno di grassi, proteine o carboidrati, ma solo pochi giorni senza acqua. Siamo fatti, soprattutto, di acqua: dall’80% al momento della nascita al 50% della vecchiaia avanzata, con una media del 60%. In un certo senso l’invecchiamento è principalmente un lento disidratarsi, una progressiva perdita dell’acqua corporea. Chi fa molta attività fisica ha in genere più acqua dei sedentari, per la maggior massa muscolare; per la minor percentuale di massa magra e la maggior percentuale di tessuto adiposo, le donne hanno in media meno acqua degli uomini. Elencare le funzioni dell’acqua in biologia è un’impresa quasi impossibile, dato che la vita nasce in acqua ed è tale per il suo rapporto con l’acqua; l’acqua è il solvente della maggior parte dei nutrienti, è il mezzo per eliminare i rifiuti metabolici, regola la temperatura corporea, favorisce lo sviluppo muscolare (il 75% del muscolo è fatto di acqua), dà forma e rigidità ai tessuti, dà bellezza alla pelle, riduce il fenomeno dell’alito cattivo (alitosi), presente soprattutto al risveglio. Quanta acqua bere? In condizioni normali di temperatura e attività fisica la quantità consigliata al giorno è compresa tra 1,2 e 2 litri (tra 6 e 10 bicchieri). Quando bere? A colazione, ai pasti, fuori pasto, l’importante è bere quello che ci serve e scegliere la bevanda giusta, ossia l’acqua a temperatura ambiente. L’acqua tiepida o calda del mattino – anche sotto forma di tè – stimola la peristalsi intestinale, riducendo la stitichezza. L’abitudine di bere acqua fredda, invece, può causare problemi digestivi a cavallo dei pasti, crampi e dolori addominali lontano dai pasti. Nella quantità di acqua da bere conta moltissimo la scelta giornaliera dei cibi. Molti alimenti – in particolare modo frutta e verdura – possiedono abbondanti quantità d’acqua al loro interno, generalmente attorno all’80% con punte del 95% per cetrioli, lattuga e pomodori; anche spaghetti e riso – dopo la cottura – sono composti per il 60% circa da acqua; la carne cotta ne contiene il 50% e il pane il 30%; una parte non trascurabile del nostro fabbisogno idrico è, pertanto, soddisfatto dagli alimenti e con le 5 porzioni raccomandate di frutta e verdura abbiamo anche un buon apporto di acqua. Quale acqua bere? L’acqua migliore è l’acqua di rubinetto, scelta da 3 italiani su 4 (74%), sia filtrata sia non trattata. Nonostante questo, siamo primi in Europa, e terzi al mondo, per consumo di acqua minerale in bottiglia (dossier Legambiente Acqua in bottiglia). In realtà, ci sono 3 buoni motivi per preferire l’acqua del rubinetto. Per prima cosa, si fa una scelta ecosostenibile, con un risparmio fino a 250 volte in emissioni di CO2 e gas serra. In secondo luogo, abbiamo un prodotto più sicuro: i controlli effettuati sulla rete idrica sono maggiori e più frequenti che nell’acqua minerale in bottiglia. Infine, si risparmia: l’acqua minerale in commercio ha un prezzo 1.000 volte maggiore di quella di rubinetto. (3-2018)
Storia delle diete, l‘800 e il primo ‘900
La storia delle diete è una storia recente, dato che l’obesità per gran parte della nostra storia è stato un fenomeno marginale, circoscritto ai pochissimi privilegiati che avevano abbondanza di cibo. Il concetto di utilizzare una dieta – nel senso greco di “regola” – per dimagrire e ridurre l’obesità è presente nella Fisiologia del gusto di Jean Anthelm Brillat-Savarin; pubblicata nel 1825, con una nota di Honoré de Balzac, nell’opera si leggeva: “Ogni cura dell’obesità deve cominciare con questi tre precetti di teoria assoluta: sobrietà nel mangiare, moderazione nel sonno, moto a piedi o a cavallo. Fra le carni preferite il vitello e il pollo; del pane mangiate solo la crosta”. Dunque: carni magre e pochi carboidrati, una formula che avrà moltissimi emuli negli anni a venire. Brillat-Savarin è stato il padre della gastronomia ottocentesca, anche se la sua formazione culturale era di tipo giuridico. Dopo di lui due contributi rilevanti alla nascente scienza dietetica arrivarono da altri due personaggi atipici, prima un religioso, poi un impresario di pompe funebri. Nel 1830 il pastore protestante Sylvester Graham propose negli Stati Uniti un prototipo di dieta vegetariana, con farina, pane e cracker di sua invenzione (i cracker Graham, ancora oggi utilizzati); nel suo stile di vita sobrio e senza carne, è significativa la scelta di consumare cibi integrali, compreso il pane integrale. Nel 1863 William Banting, impresario di pompe funebri londinese, in piena era vittoriana, fece pubblicare a sue spese la Lettera sulla pinguedine (Letter on corpulence) in cui proponeva una dieta dimagrante – da lui stesso sperimentata con successo – con pochi carboidrati e molti grassi: di fatto, era la prima dieta di tipo chetogenico. Il primo contributo in ambito medico-biologico arrivò nel 1890 da parte di Emmet Densmore, un medico inglese che soffriva di forti dolori di tipo lombalgico; Densmore pubblicò “Il cibo naturale dell’uomo” (The natural food of man), in cui propugnava uno stile alimentare puramente vegetariano a base di frutta e noci, latte, uova e formaggi. Finito l’800, nei primi anni del ‘900 va segnalato Dieta e salute (Diet and health della dottoressa Lulu Hunt Peters, che approfondiva per la prima volta il concetto di dieta ipocalorica; il libro della Peters, pubblicato nel 1918, è stato il primo libro per dimagrire divenuto un successo editoriale. Qualche anno dopo, nel 1925, sempre negli USA, l’azienda produttrice di sigarette Lucky Strike diffuse una serie di manifesti con lo slogan “Reach for a Lucky instead of a sweet” (Cerca una sigaretta, invece di un dolce); per quanto possa oggi apparire insensato, la Lucky Strike propose a tutti gli effetti una sorta di dieta delle sigarette (cigarette diet) e lo fece per alcuni anni in numerose riviste di moda e quotidiani (nella foto), con modelli femminili snelli che mettevano in guardia dai pericoli del consumo di zucchero. Da notare che in realtà – già allora – fumo di sigaretta e zucchero non erano assolutamente alternativi: lo zucchero veniva aggiunto al tabacco per rendere il fumo meno aspro e aumentare l’inalazione si nicotina e delle altre migliaia di sostanze della combustione. Sempre negli anni ‘20 negli USA uscì il libro di Hebert Shelton “Il Sistema igienista” (Human Life, its philosophy, and laws, 1925), con la proposta di uno stile alimentare basato su digiuno e cibi crudi, il precursore dei successivi movimenti per l’igiene naturale e delle diete crudiste. Le ultime proposte degli anni ’20 furono davvero singolari: una dieta ispirata alle popolazioni Inuit (Artic diet) e dei biscotti dimagranti (Slimming Biscuts). Nel 1928 l’antropologo canadese Vilhjalmur Stefansson, propose ai nordamericani il modello alimentare degli Inuit, ovvero una dieta quasi priva di carboidrati, con un fortissimo consumo di prodotti animali, come pescato, caribu, grasso di balena e uccelli acquatici; la dieta artica, però, non ottenne molto successo in un periodo in cui l’alimentazione a base vegetale riscuoteva molto favore; i “biscotti dimagranti”, invece, promettevano di essere uno spuntino salutare, con una leggera azione lassativa, utile per perdere liquidi. Due diete ebbero una certa notorietà negli anni ’30, una legata al mondo del cinema, l’altra a un prodotto ancora oggi molto consumato. La dieta del pompelmo (Grapefruit diet), era meglio conosciuta come la dieta di Hollywood, per la sua diffusione nel mondo del cinema; era basata sull’assunzione di pompelmo – anche sotto forma di succo – a ogni pasto, per le presunte proprietà brucia-grassi del frutto; naturalmente, insieme al pompelmo, c’erano pochissimi carboidrati. Due osservazioni su questa proposta; la prima: il pompelmo è un agrume il cui consumo apporta indubbi benefici, ma le furano-cumarine presenti lo fanno interagire con moltissimi farmaci (in particolare con gli psicofarmaci), potenziandone l’effetto; seconda osservazione: siamo di fronte alla prima o a una delle prime proposte di fantomatici cibi miracolosi brucia-calorie, mai trovati, perché insistenti. La seconda dieta degli anni 30 è legata a John Harvard Kellogg, un Avventista del Settimo Giorno che nel 1876 aveva preso la gestione di un centro nutrizionale fallito nel Michigan, il Battel Creek. Chiamando la sua teoria alimentare The Battle Creek Idea (l’Idea Battle Creek), Kellogg promosse una dieta priva di carne, uova, zucchero raffinato, alcool, tè, caffè, tabacco, cioccolato, permettendo solo piccole quantità di latte e formaggio. Il suo Sanitarium Kellogg ebbe un enorme successo, nonostante alcune proposte dietetiche e comportamentali stravaganti o pericolose, con molti pazienti ricchi che seguivano il suo regime alimentare, ascoltavano musica dal vivo e passeggiavano nel centro. Oggi i prodotti Kellogg’s sono presenti in tutti i supermercati del mondo e con essi viene proposta la dieta Special K, una delle tante diete lampo che dovrebbe garantire risultati notevoli in poco tempo; per perdere 5 chili in due settimane la dieta prevede due colazioni con latte e cereali Kellogg’s (la seconda colazione sostituisce il pranzo) più una cena libera e due merende composte da barrette Kellogg’s. Educazione nutrizionale, zero. Valore nutrizionale, zero: una tipica dieta per perdere massa magra e autostima. (segue)
Ripensare il mondo per Marco Revelli
Marco Revelli, allievo di Norberto Bobbio, insegna Scienza della politica all’Università del Piemonte Orientale “Alla velocità della luce siamo arrivati a una sorta di ‘ground zero’. La decisione del Governo di trasformare l’intero Paese in un’unica “zona rossa” – di arrestare la vita sociale ed economica per salvare la vita biologica – ne è l’emblema. Nell’arco di meno di una settimana il mondo consueto in cui vivevamo si è rovesciato, e siamo regrediti, d’un balzo, a un grado zero non solo dell’attività – dei movimenti, del lavoro, della produttività – ma della relazionalità. E anche – vogliamo dirlo? – della civiltà”. “La politica si rivela come bio-politica. E più che le regole umanizzate della Polis valgono quelle elementari della sopravvivenza, del Bios. Il fatto che il provvedimento preso appaia al tempo stesso terribile e ragionevole – un ossimoro – ci dice quanto a fondo in effetti il male sia arrivato a toccarci, polverizzando d’un colpo ogni nostra consolidata abitudine”. “Il documento pubblicato il 6 marzo dalla Società degli anestesisti e rianimatori (SIAARTI) è da questo punto di vista esemplare. I medici impegnati in prima linea ci dicono, in poche parole, che “può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva. In presenza di un afflusso superiore alle possibilità di ricovero la selezione tra chi salvare e chi no avverrà con criteri anagrafici e biologici, anziché in base al puro (e casuale) ordine di arrivo”. “Venire in soccorso alla disperazione etica di chi, sul terreno, è chiamato a scegliere tra “sommersi e salvati”. Per non farlo sentire solo di fronte a una responsabilità “dis-umana”. E losi fa evocando l’etica delle catastrofi e, appunto, principii da stato d’eccezione, consapevoli degli scenari d’altri tempi che quel pensato fino a ieri impensabile può evocare”. “Per la mia generazione è inevitabile rivedere sullo sfondo del nostro triage la rampa di Auschwitz dove avveniva appunto l’orrenda “prima selezione” in base alle condizioni fisiche e anagrafiche dei nuovi arrivati per “decidere” se mandarli ai forni o al lavoro”. “Se un’osservazione mi permetterei di fare non è tanto su quanto il documento dice, ma su quanto non dice. In esso lo “squilibrio tra necessità e risorse disponibili” è dato come un presupposto di fatto. Una sorta di dato di natura, come il virus in fondo. Così però non è. Se i posti in rianimazione sono scarsi, è perché qualcuno (decisori pubblici, politici di governo, poteri economici nazionali e internazionali, opinion leaders, operatori dell’informazione) ha deciso così per anni”. “Se in Italia abbiamo 5.000 posti in rianimazione di contro ai 28.000 della Germania e agli oltre 20.000 della Francia, è in conseguenza di scelte: quelle che hanno portato in 10 anni a negare 37 miliardi dovuti alla Sanità e a tagliare 70.000 posti letto chiudendo quasi 800 reparti. Se i nostri rianimatori sono costretti ad affrontare “dilemmi mortali” è perché altri, sopra di loro, o intorno a loro, hanno determinato la scarsità che obbliga e rende feroce la selezione”. “In questa luce anche il virus probabilmente si “umanizzerebbe”. Non nel senso di diventare meno feroce. Ma di rivelare quella specifica ferocia tipica di noi “ultimi uomini”. Di offrire davvero, come aveva intuito Susan Sontag, la malattia come metafora di una condizione umana e sociale. In fondo, la sua logica selettivamente darwiniana in base alle chances di sopravvivenza, non è la stessa che almeno un paio di decenni di egemonia neoliberista ci hanno inculcato con il principio di prestazione, dichiarando inutili gli improduttivi (i “vecchi”, in primis) e meritevoli i vincenti (i “forti”)?” “In fondo, di questa “capacità rivelativa delle catastrofi”, chiamiamola così, aveva un po’ da sempre parlato chiaro, e meglio, la letteratura più che la saggistica. Mi è venuto in mente, in questi giorni, il Bertold Brecht allegorico e sferzante di ‘Ascesa e caduta di Mahagonny’. La sua Mahagonny non è, in realtà, molto diversa dalla Orano di Camus, colta alla vigilia della peste, anch’essa disseccata nell’anima prima che il morbo la colpisse nei corpi” “Tutto questo finirà, prima o poi. E può darsi persino che il virus oggi in azione si riveli meno feroce di quanto appaia, limitando il suo prezzo in vite e sofferenze umane. Sarebbe comunque un crimine non coglierlo, quel segnale minaccioso. Per correggerci, finché si è in tempo. Quando tutto questo sarà finito, dovremo ben ripensare l’intero nostro universo di senso: il primato del fare sul pensare; del privato sul pubblico; dell’economico sul sociale anzi su tutto il resto; del consumare sul conservare; del prevalere sul condividere; la forza della competitività contro la cooperazione… Una “visione del mondo”, da rovesciare. E per farlo servirà anche a noi un cambiamento, radicale, di sguardo, linguaggio, categorie e progetto” (dall’articolo di Marco Revelli del 11-3-2020 su il Manifesto ) (nella foto Solitudine di Paul Delvaux, 1956)
Coronavirus: quando sarà finito
Ora abbiamo bisogno di collaborare tutti per superare l’emergenza. Domani questa pandemia ci farà riflettere sui modelli di economia, di agricoltura e di sistema sanitario che ci servono per evitarne altre. Questa è la riflessione di ASSIMSS, Associazione Italiana di Medicina e Sanità Sistemica “Quando sarà finito, certamente avremo imparato qualcosa. Ad esempio, cosa significa “resilienza” e quali sono gli strumenti che ci servono davvero. Forse faticheremo a riconvertire alcune risorse (professionali e tecnologiche) che oggi si stanno focalizzando su un aspetto delicato dell’intervento sanitario: quello del ricovero in acuzie finalizzato, in un ampio numero di casi, a risolvere condizioni critiche. Se per rispondere all’emergenza abbiamo dovuto trascurare molte considerazioni importanti sulla sostenibilità finanziaria del Sistema Sanitario Nazionale, questa sarà la prima sfida che dovremo affrontare con grande efficacia, perché la congiuntura economica sarà ardua e perché la possibilità degli italiani di ricorrere alle cure pagando di tasca propria (oggi tra le più alte dei Paesi europei) sarà ridotta. Ma proviamo ad immaginare alcuni spiragli di possibilità. È possibile che la cooperazione tra Governo e Regioni ne uscirà migliorata, per un’indispensabile maturazione dei meccanismi di governance. È possibile che il ruolo della medicina generale e territoriale si rinnoverà profondamente sviluppando l’idea di “piccola comunità” da presidiare, adottando nuovi strumenti affinché il paziente non debba sempre necessariamente presentarsi in studio. Forse progetteremo in modo nuovo gli ospedali, senza aumentare i posti letto ma aumentando quelli intensivi e sub intensivi, realizzando camere ad un solo letto (come ormai avviene in tanti Paesi) e attivando nuovi modelli di cure “distribuite”, domiciliari e non residenziali. È possibile che faremo un maggior uso degli strumenti di sanità digitale, in particolare la telesalute, che la prescrizione elettronica finalmente funzionerà e che guarderemo con la giusta attenzione alle app, ai Big Data e all’Intelligenza Artificiale. Quest’ultima (se sapremo impiegarla davvero bene) avrà un ruolo importante per l’intelligenza collettiva, perché migliorerà la nostra capacità di essere informati ed aggiornati correttamente e d’interagire meglio con le risorse disponibili, dentro e fuori il sistema. Essa avrà inoltre un ruolo di “assistente”, affiancandosi al professionista sanitario in alcuni frangenti. È possibile, poi, che per molti professionisti del sistema sanitario, a tutti i livelli, questa crisi divenga un “corso accelerato” di competenze finora parzialmente allenate. “Salute 4.0” non è solo uno slogan prestato dagli industriali ma un nuovo modello efficace, efficiente, appropriato e resiliente di salute pubblica che in altri Paesi sta diventando operativo. È possibile che aumenti la consapevolezza che l’innovazione costante (e quindi la ricerca) costituisca un elemento di continuità e progresso del Sistema e che sarà importante possedere capacità di visione, di pensiero e di progettazione per poter mettere in pratica i suoi frutti. Per innovare, dopotutto, occorre apertura superando le ormai limitanti barriere fra le discipline. È possibile che i molti che già oggi pensano che alla fine ci sarà una “catarsi” del Paese rimarranno, forse, un po’ delusi: sicuramente, ne usciremo trasformati guadagnando nuove consapevolezze che ci auguriamo rigenerino tutto il tessuto mondiale al più presto. Infine, è possibile che sentiremo ancora molta enfasi sul discorso e una consueta retorica: ma sopravvivere allo shock cui siamo sottoposti ci chiama, pazientemente e responsabilmente, ad essere capaci di pensare e progettare il futuro eticamente: per tutti”. (nella foto Dopo il gioco di Fausto Zonaro, 1887) Andrea Vannucci (Vice-Presidente) Alfredo Cesario (Presidente, Fondatore) Leonardo Calò (Vice-Presidente) Oscar Nicolaus, Sergio Pillon, Giuseppe Fradella, Daniele Segnini, Mirko Manchia, Enrico Peterle, Laura Cancellara, Maurizio Turturo (Consiglio Direttivo ASSIMS) Christian Pristipino (Past President, Fondatore) Stefano Ivis (Past President) Sergio Boria (Fondatore) Marika D’Oria (Chief of Communication and Outreach)