“Nel corso degli anni Ottanta e Novanta gli scritti di Karl Marx non erano del tutto dimenticati; se ne occupavano, però, soprattutto gli specialisti. Oggi viene riscoperto perché siamo rimasti per decenni ostaggio di un discorso che non permetteva di vedere il capitalismo da “fuori”, prigionieri della logica per cui il capitalismo è il capitolo definitivo della storia senza possibilità di appello, e senza la capacità di immaginarsi altro che il perpetrarsi dello status quo”. “Marx punta l’indice contro l’infamia del capitale che riduce tutto a merce e rende estraneo l’essere umano persino alla sua umanità. Il denaro divinizzato diventa l’anima del mondo”. “A Marx non sfugge il carattere contraddittorio del progresso. Per molti versi l’operaio che lavora in fabbrica vive molto peggio del contadino nella vecchia comune rurale. Il che non significa essere nostalgici di quell’epoca, ma guardare criticamente la “civiltà”. “Per Marx la storia non è un cammino rettilineo, bensì un processo pieno di improvvise svolte, interruzioni, retromarce. Noi oggi non possiamo non riconoscerlo. Basti un solo esempio: il cambiamento climatico, risultato dello sviluppo capitalistico-industriale, mostra con evidenza che il mito del progresso, come si poteva intendere qualche decennio fa, non regge più”. “Per Marx il comunismo è, e resta, un concetto filosofico, legato al comune, alla comunanza, alla comunità, un concetto imprescindibile e incancellabile da qualsiasi realizzazione politica. Dopo l’eccidio dei comunardi giunse l’ennesima delusione”. “Il capitalismo ci condanna alla reiterazione del presente, un presente che si dilata, cancella il passato e chiude il futuro. La chiusura al futuro è un fatto politico decisivo ed è il risultato del discredito in cui il liberalismo ha gettato l’utopia, perché l’utopia porterebbe sempre al totalitarismo. Così, non appena si tenti di guardare oltre il liberalismo, si viene tacciati di essere totalitari”. “Tutta la tradizione della sinistra ha sempre analizzato gli eventi in un’ottica mondiale, di rado nazionale, o peggio, nazionalistica. L’idea che debba prevalere l’interesse di un proletariato nazionale, francese o italiano, non è mai stata di sinistra. La sinistra è internazionalista o non è”. “Per Marx il proletariato è una classe “con catene radicali”, un ceto su cui viene esercitata non una “ingiustizia particolare”, bensì “l’ingiustizia senz’altro”, la completa perdita dell’umanità. I suoi dolori sono universali, universale è il ruolo che può svolgere. Sarebbe sbagliato vedere nel proletariato solo la massa concreta dei proletari, perché è piuttosto una forza storica”. “Sul migrante si esercitano due discriminazioni che si saldano in modo inedito, quella di «razza» e quella di «classe». Non è un nemico, è un alleato. L’alleanza degli sconfitti è ampia: comprende i calpestati, gli infimi, i disoccupati, i senza-stato, i rifugiati, le scorie della globalizzazione, le donne”. “Marx può aiutarci a guardare oltre il capitalismo. Mi piace parlare in tal senso di un Marx quasi profetico, un profeta ultramoderno”. (dall’intervista sull’Espresso di Wlodek Goldkorn del 1-3-2019 alla filosofa Donatella Di Cesare)
Legumi e salute
Insieme alle Graminacee – che comprendono tutti i cereali – le Leguminose (o Fabaceae) sono le piante commestibili più importanti per l’alimentazione umana. Fagioli, piselli, ceci, lenticchie e fave sono da migliaia di anni una fonte proteica vegetale salutare e sostenibile, per tutte le popolazioni del mondo, in particolare nei Paesi nei quali non tutti possono mangiare regolarmente carne o pesce. I legumi sono stati chiamati la “carne dei poveri” per gli oltre 20 grammi di proteine vegetali presenti in un etto di prodotto secco. Oltre alle proteine i fagioli e gli altri legumi sono una buona fonte di carboidrati complessi e grassi di qualità, grassi polinsaturi, utili per le dislipidemie; completano il profilo nutrizionale dei legumi tre importanti componenti protettive: fibre, vitamine (acido folico, vitamina B1, vitamina H) e sali minerali (ferro, zinco e magnesio). I legumi fanno bene a tutti e se ne consigliano almeno 3 porzioni a settimana; per chi ha scelto regimi senza carne, invece, il loro consumo dovrebbe essere quotidiano: senza legumi qualsiasi regime vegetariano non sarebbe equilibrato. I legumi hanno altre importanti qualità; aumentano il senso di sazietà – importante per non prendere peso – e sono consigliati ai diabetici per il loro indice glicemico moderato, dovuto all’abbondanza di fibra alimentare. Naturalmente, come per qualsiasi altro alimento, anche i legumi hanno alcuni punti deboli, legati ad alcuni composti, in particolare l’acido fitico, gli oligosaccaridi fermentabili e le lecitine. L’acido fitico può ridurre l’assimilazione del ferro e di altri minerali, ma il suo effetto negativo si riduce con la cottura, che per i legumi è sempre consigliata; alcuni oligosaccaridi presenti nei legumi possono fermentare nell’intestino e provocare disturbi intestinali; in questo caso conviene utilizzare legumi senza buccia (ceci e lenticchie); per le lectine – che possono favorire infiammazione e disturbi intestinali – è utile (nel caso dei fagioli) l’ammollo in acqua per almeno 12 ore prima della cottura, il cambio dell’acqua, l’aggiunta del bicarbonato di sodio e l’uso della pentola a pressione per la cottura. In conclusione i legumi sono la miglior fonte proteica in assoluto, per la nostra salute e per quella dell’ambiente: hanno un ottimo profilo nutrizionale, sono estremamente gustosi e versatili in cucina, sono reperibili a costi accessibili, crescono e si adattano a qualunque clima, fertilizzando naturalmente i terreni. Per questi motivi la il massimo organismo mondiale in materia di cibo e agricoltura – la FAO, Food and Agricultural Organization – li ha definiti “semi nutrienti per un futuro sostenibile“ e “alleati strategici” per agricoltura e alimentazione sostenibili”. (1-2020)
Malattie croniche e sanità pubblica
Secondo il Global Burden of Disease i 4 principali gruppi di malattie croniche – le patologie cardiovascolari, i tumori, le malattie respiratorie croniche e il diabete – sono responsabili complessivamente del 63% delle malattie non trasmissibili totali. Fino agli anni ‘70 la crescita delle malattie croniche era strettamente legata all’aumento di longevità delle popolazioni. Da almeno tre decenni, però, l’incremento delle malattie croniche è di gran lunga superiore alla crescita della longevità. Negli Stati Uniti si osserva da alcuni anni una stasi dell’aumento della longevità, proprio a causa delle malattie croniche. In Italia le cose vanno meglio, ma – secondo i dati Istat – il 40% della popolazione ha almeno una patologia cronica e la percentuale raddoppia tra gli over-65 (80%). Per Margaret Chan, ex Direttore Generale dell’OMS, la spiegazione di questo fenomeno non va ricercata in ambito biomedico: «Esiste un motivo, tutto politico, della sottovalutazione delle malattie croniche. Nella prevenzione delle malattie infettive a fianco della sanità pubblica c’erano diversi settori “amici”: l’ istruzione, la casa, la nutrizione, l’acqua e l’igiene. Nelle malattie croniche, invece, non abbiamo nessun settore “amico”. In compenso, la scena globale è occupata da attori che traggono enormi profitti dal commercio di tabacco e di cibo-spazzatura, nel silenzio e nell’inerzia, spesso complice, dei governi”. Il 2003 è stato un anno importante. In tutto il mondo 110 milioni di persone hanno provato a dire no alla guerra. Ma il 2003 è stato anche un anno di svolta per la longevità in buona salute della popolazione italiana. Nel corso degli anni 90, infatti, l’aspettativa di vita era cresciuta regolarmente, passando dagli 80 agli 84 anni per le donne, dai 74 ai 79 anni per gli uomini. Dopo il 2003 , invece, l’aspettativa di vita sana – ossia senza patologie – è crollata dai 74 ai 62 anni per le italiane e dai 70 ai 63 anni per gli italiani. Per Gavino Maciocco, direttore della rivista Salute Internazionale (www.saluteinternazionale info) “L’attuale sistema sanitario ha organizzato e investito quasi esclusivamente nel settore delle malattie acute, secondo il paradigma dell’attesa e del modello biomedico di sanità”. La pneumologa tedesca Dogmar Rinnenburger ha pubblicato un libro importante sulle malattie cronico-degenerative (“La cronicità. Come prendersene cura, come viverla”, Il Pensiero Scientifico, 2019). Rinnenburger affronta la questione della cronicità da varie angolature e prospettive, mettendosi dalla parte dei pazienti. “Gli operatori sanitari, non solo il medico, ma anche gli altri professionisti della cura, – scrive – sono orientati verso un modello di medicina acuta, dove sono competenti e gratificati, rispettati nei loro ruoli, utili, perché portano alla salute. La cronicità esaurisce e, ciò che è peggio, annoia. La cronicità significa sempre lo stesso problema, nessuna sfida diagnostica o intellettuale. Benché la cronicità coinvolga la stragrande maggioranza delle richieste fatte alla medicina, la formazione che ricevono i medici sembra non tenerne conto. Anche la formazione infermieristica va in questa direzione”. Per Rinnenburger le risposte vanno in due direzioni: educazione del paziente e autogestione della malattia da un lato, cure primarie (medicina incrementale e medicina d’iniziativa) dall’altro. Resta da aggiungere che il problema delle malattie croniche nei prossimi decenni sarà un’emergenza sanitaria nei Paesi meno industrializzati, nei quali la crescita delle patologie croniche è stata molto più rapida all’occidente industrializzato. In India il diabete di tipo 2 è passato dal 2% degli anni ’70 al 12% del 2000. La mortalità per patologie croniche, inoltre, in questi Paesi interessa gruppi di popolazione più giovani. Le reti di protezione sanitaria, infine, in India e in molti Paesi africani sono molto deboli o quasi insistenti. Per chi vive là avere una malattia cronica significa quasi sempre pagarsi tutte le prestazioni con la conseguenza di rinunciare a curarsi per non impoverire la famiglia. Questo perché nella lotta contro le malattie croniche gli Stati sono quasi assenti, incapaci di intervenire in un settore ormai dominato dal mercato. Esistono – come scrive Lancet – “soluzioni molto efficaci e a basso costo”, ma manca la capacità e la volontà politica di adottarle. (nella foto: Sunday di Edward Hopper, 1926) Luciana Cacciotti e Daniele Segnini
Tre buoni motivi per amare il verde
“Ogni cittadino ha diritto ad una vita sana e integrata nel proprio contesto urbano. Bisogna rendere la salute dei cittadini il fulcro di tutte le politiche urbane”. Così recita il primo punto del manifesto “La Salute nelle città: bene comune”. Ma è possibile una vita sana senza foreste, senza boschi, senza aree verdi urbane? Da oltre 2 milioni di anni decine di migliaia di generazioni (qualcuno ne ha contate 84.000) hanno vissuto dell’economia di caccia-raccolta, una condizione che prevedeva allora – e oggi per chi ancora la pratica – una spesa energetica giornaliera non indifferente, soprattutto per le grandi distanze percorse a piedi: tra i 6 e i 16 km giornalieri. La nostra biologia – genetica ed epigenetica – corrisponde a questo stile di vita, non a quello delle ultime 2-3 generazioni: corpo e cervello sono stati plasmati – generazione dopo generazione – per correre, camminare, muoversi. Per questo oggi la salute e la buona longevità richiedono almeno 10.000 passi al giorno, ossia i 6 km, che erano la distanza minima percorsa dai nostri antenati. Il primo motivo per cui fa bene andare nei boschi è questo: nella natura ritroviamo le nostre radici biologiche e la nostra lunga storia evolutiva. Negli anni ‘80 il governo giapponese ha promosso – su basi scientifiche – l’antica tradizione del Shinrin-yoku, ovvero del “bagno nella foresta”, come strumento per promuovere la salute, ridurre lo stress e prevenire malattie. Camminare nel bosco, infatti, contribuisce a rinforzare le nostre difese immunitarie, prevenendo e affrontando meglio le malattie. Come da anni ci ricorda Stefano Mancuso, le piante comunicano tra di loro e sono in grado di riconoscere la presenza di altri organismi vicini, modificando la propria crescita. Le piante comunicano, come molti insetti, per mezzo di molecole chimiche, che vengono riconosciute e interpretate dalle altre piante e anche da molti animali, in particolare dagli insetti. Tra le molecole usate nella comunicazione vegetale ci sono i terpeni, un gruppo numerosissimo di idrocarburi alifatici volatili che piante, muschi e funghi producono per parlarsi. Il mentolo, presente in molti dentifrici, è uno degli oltre 10.000 terpeni conosciuti. Quando camminiamo nel bosco, entriamo in contatto con queste molecole, assimilandole soprattutto attraverso i polmoni. I terpeni agiscono sia sul sistema immunitario sia nei circuiti ormonali, riducendo il livello degli ormoni dello stress (cortisolo, adrenalina e noradrenalina) e diminuendo i sintomi della depressione; camminare nel verde, inoltre, riduce la pressione arteriosa e il rischio di malattie cardiovascolari. Il secondo motivo per frequentare i boschi è il beneficio che ci danno in termini di salute, in particolare – alle nostre latitudini – quando camminiamo nei boschi di latifoglie, come lecceti (Quercus ilex), querceti (da sughero e spinose) e faggeti. Il terzo motivo per camminare nei boschi è legato alla crisi climatica attuale. Le piante – le foreste in particolare – sono capaci di assorbire grandi quantità di anidride carbonica, il principale responsabile dell’attuale riscaldamento. Riforestare e ripristinare habitat naturali sembra realisticamente l’unica possibilità di ridurre di un terzo i gas serra e mantenere il riscaldamento del pianeta sotto i 1,5°, in attesa della transizione planetaria verso le energie pulite e rinnovabili. Il gruppo di Thomas Crowther, ecologo del Politecnico federale di Zurigo, ha calcolato che sulla Terra c’è abbastanza spazio per altri 1.200 miliardi di alberi. La riforestazione dovrebbe riguardare prevalentemente terreni degradati e abbandonati; Stefano Mancuso aggiunge a questi luoghi anche gli spazi urbani, poiché le città tra 30 anni ospiteranno il 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione mondiale (oggi siamo al 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}). Piante dappertutto, allora: sui tetti delle case, sulle facciate dei palazzi, negli stadi, nelle scuole, lungo ogni strada. Mille miliardi di alberi in più, sembra un’utopia. Eppure, in molte parti del mondo hanno già iniziato. La Trillion tree campaign (Campagna per 1000 miliardi di alberi) si propone l’obiettivo di piantare almeno 1000 miliardi di alberi in 30 anni. Al momento i cinque paesi più attivi sono i due colossi asiatici – Cina e India – l’Etiopia, il Pakistan e il Messico; anche l’Italia non si difende male con il 12° posto nella virtuosa classifica dei Paesi che piantano più alberi. Riforestare, infine, aiuta il clima ma aiuta anche la salute delle classi più basse: nei territori ricchi di verde le disuguaglianze di salute tra ricchi e poveri sono meno accentuate.
Mangiare bene e spendere poco (intervista a Vivere Sani)
Mangiare bene e spendere poco. Diversi studi hanno messo in relazione l’obesità con un basso potere economico, perché il cibo spazzatura e i prodotti industriali costano poco a differenza di pesce, carne, frutta e verdura freschi, biologici e di qualità. Si può invertire questa tendenza, si può mangiare sano e low cost? “Il primo consiglio per mangiare bene e spendere meno è levare dal carrello o dalla busta della spesa 3 tipi di prodotti: a) tutti i piatti pronti; b) la maggior parte dei prodotti da forno; c) tutto il cibo-spazzatura (snack, bevande zuccherate e simili. Seguite il consiglio di Michael Pollan e andate al supermercato con vostra nonna, prendendo solo quello che lei riconosce come cibo”. Ci sono innumerevoli informazioni sul cibo, cosa fa bene e cosa fa male, alcuni studi puntano il dito su alimenti potenzialmente cancerogeni, altri invece su super-food difficili da reperire e costosissimi. Tutte queste informazioni spingono le persone a eliminare completamente alcune categorie di cibi o a spendere fortune per altri esotici e sopravvalutati. Che ne pensa? “Il secondo consiglio è quello di non seguire diete vegane, fruttariane, macrobiotiche o crudiste a meno che non vi siano alla base motivazioni etiche. Infatti, da un punto di vista nutrizionale la strategia vincente è mangiare un po’ di tutto, ruotando all’interno della settimana tutte le fonti proteiche e variando i vegetali scegliendoli di ogni colore e qualità”. Se si vuole seguire una dieta sana senza spendere poco, non si deve cadere nell’errore di scegliere il prodotto più economico, soprattutto se il risparmio è di poche decine di centesimi a confezione oppure se si tratta di cibi che si mangiano saltuariamente o in piccole dosi. E’ d’accordo? “Certamente, quindi per esempio se ci si vuole togliere lo sfizio di mangiare una crema alle nocciole è preferibile scegliere quella di qualità superiore, leggendo attentamente l’etichetta e scegliendo quella con la percentuale maggiore di frutta secca contenuta, la provenienza delle materie prime e le dosi inferiori di zucchero”. In una dieta equilibrata non possono mancare i cereali, alternando orzo, farro, riso, grano saraceno alla pasta. Quest’ultima è migliore se integrale, ma dal momento che costa di più si può anche optare per quella di grano duro, scegliendola però di qualità e fatta con farina italiana. Come comportarsi per il pane? “Sarebbe meglio acquistare sempre pane appena sfornato, invece di quello confezionato e soprattutto di tutti i suoi succedanei (cracker, grissini, pane in cassetta, ecc.), che contengono molti additivi e conservanti. Inoltre, anche in questo caso vale la pena spendere un po’ di più per avere un buon pane integrale o di segale, a lunga lievitazione e fatto con lievito madre, tutte caratteristiche che lo fanno durare più giorni evitando così di sprecarlo”. I legumi sono la fonte proteica più economica e inoltre è ottima per la salute per via delle fibre e di tutti i nutrienti di cui fagioli, ceci e lenticchie sono ricchi. Quali legumi scegliere? “L’ideale è comprare i legumi secchi che hanno un’ottima resa, ma scegliere quelli di qualità, che significa comprarli italiani evitando quelli che provengono da Canada, Cina e Usa. Infatti, questi ultimi sono un po’ più economici ma possono contenere più pesticidi”. Una dieta sana deve essere ricchissima di frutta e verdura (bisognerebbe portarne in tavola 5 porzioni al giorno) ma in questo modo si arriva a spendere gran parte del budget destinato alla spesa settimanale. Dal momento che non si può rinunciare o diminuire le dosi bisogna come trovare alternative che concilino qualità e prezzo? “Frutta e verdura vanno sempre scelte fresche e di stagione, non solo perché contengono più nutrienti rispetto a quelle coltivate in serra, o quelle che arrivano da altri Paesi (che vengono conservate molti giorni nelle celle frigorifero), ma anche perché costano molto meno. Quindi, per esempio, in inverno sarebbe meglio evitare zucchine, pomodori e cetrioli a favore di finocchi, cavoli, cavolfiori, broccoli e rape. E lo stesso vale per la frutta, meglio optare per mandarini, mele e pere al posto dei frutti di bosco, delle banane e di tutti i frutti esotici che arrivano da lontano, ma anche dell’uva che dopo ottobre è già fuori stagione”. Tutto ciò che è biologico costa mediamente il 20-30% in più degli alimenti coltivati in modo tradizionale. In questo caso quindi non è possibile acquistare tutto bio se si vuole spendere cifre ragionevoli, ma si può comunque puntare alla qualità affidandosi a fornitori locali e comprando in negozi fidati. “Le verdure si possono acquistare anche al supermercato con alcune accortezze: scegliere quelle intere (perché quelle pronte, lavate e tagliate costano molto di più al chilo), scegliere prodotti italiani o europei, perché le regole in fatto di pesticidi sono più rigide rispetto ad altri Paesi, rimuovere la buccia, perché è la parte più esposta ai diserbanti, oppure si vuole tenere lavarla molto bene con acqua e bicarbonato o amuchina. Infine, anche per quanto riguarda i contaminanti è bene variare spesso le qualità dei cibi perché anche i pesticidi cambiano in base al tipo di coltura e, dal momento che i rischi si hanno quando se ne assumono dosi considerevoli e nel lungo periodo, se si cambia ogni giorno tipo di frutta e verdura si corrono meno rischi”. Da un punto di vista nutritivo il pesce è un ottimo alimento, e sarebbe da portare in tavola più volte rispetto alla carne, tuttavia soprattutto se fresco e pescato può costituire una voce piuttosto costosa all’interno dello scontrino “Questo perché si finisce per comprare quasi sempre salmone, spada, sogliole e tonno tutti pesci cari e che, essendo di grossa taglia (eccetto le sogliole), potrebbero contenere metalli pesanti, mercurio e Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA). Per questi due motivi sarebbe meglio optare per pesci locali meno nobili, ma anche meno costosi, oppure preferire quelli di taglia piccola, come alici e sardine, che contengono omega-3 pur essendo più economici e meno inquinati. A volte sono sufficienti piccole variazioni per risparmiare, ad esempio, si può optare per i calamari al posto dei totani, mentre è da preferire lo
Food Inc. l’inganno del cibo industriale
Tra i tanti e interessanti documentari sul tema del cibo bisogna segnalare Food Inc. dello statunitense Robert Kenner, uscito nelle sale nel 2008. Con la consulenza e la partecipazione di Michael Pollan – autore di libri fondamentali sul cibo – questo lavoro va al cuore della drammatica crisi sanitaria statunitense con l’epidemia di obesità e diabete e i tassi altissimi di tumori e malattie cardiovascolari. La tesi del film è che la radice di tutto sia in quello che arriva a tavola dai supermercati. “Prodotti al 100{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} naturali provenienti dalle fattorie”: questo si legge negli scaffali dei supermercati, ma è l’inganno pubblicitario dell’industria alimentare, capace di controllare tutta la filiera produttiva e far arrivare negli scaffali di un supermercato una media di 47.000 prodotti alimentari, creando l’illusione della diversità. In realtà, la maggior parte del cibo industriale statunitense proviene dal mais: nel 90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle migliaia di prodotti statunitensi in vendita almeno un ingrediente è derivato da mais o soia o da entrambi. In 100 anni i raccolti di mais sono decuplicati (da 12 q per ettaro a 125), grazie all’uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi. Attraverso leggi governative favorevoli e continue sovvenzioni, oggi il 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del territorio degli USA è coltivato a mais; l’enorme eccesso di mais viene poi acquistato sottocosto da poche grandi compagnie, poco conosciute al grande pubblico (come Tyson, Cargill) per essere utilizzato nello sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio,onnipresente nei cibi industriali ultra-processati; l’altro grande impiego del mais riguarda i mangimi animali. Il mais, infatti, è il componente principale dei mangimi negli allevamenti intensivi, compresa la piscicoltura; con il mais venduto sottocosto, la carne può essere venduta a prezzi così bassi negli USA da raggiungere consumi di oltre 250 grammi ogni giorno, 6-7 volte le quantità consigliate. Le mucche naturalmente non mangiano mais, ma erba; il mais viene dato perché costa poco e le fa ingrassare rapidamente. Food Inc. ci fa vedere il momento della macellazione con le mucche tenute per moltissime ore nel letame, e le conseguenti continue malattie e contagi; inevitabile in questo tipo di filiera la presenza di escrementi nella carne e di E. Coli negli hamburger; negli States sono continui i ritiri di carne avariata e, ormai, E. Coli è presente anche in prodotti ortofrutticolo come spinaci e mele (il film cita 20 epidemie da E. Coli degli ultimi anni). Come si è arrivati a questa follia? Con quella tragedia che si chiama “organizzazione tayloristica del lavoro”, o semplicemente taylorismo, applicata all’industria alimentare e della ristorazione. I primi fast-food risalgono agli anni ’30, all’inizio sotto forma di drive-in; con l’arrivo di Ray Kroc da McDonald’s (descritto nel film The Founder) fu adottato il sistema della fabbrica alla cucina dei ristoranti (taylorismo), ossia lavoro parcellizzato, svolto da lavoratori che sanno fare una sola cosa e possono, pertanto, essere pagati poco e sostituiti con facilità. In parallelo, per rifornire McDonald’s e gli altri giganti della ristorazione, sono stati creati mostruosi allevamenti intensivi di pollame con pulcini che crescono in metà del tempo e con galline due volte più pesanti (nella foto). L’industria del pollame è diventata un modello di profitti per le altre industrie. “Grandi quantità di cibo a prezzi stracciati; che cosa c’è di sbagliato in questo?” dice un manager durante il film. Tutto, verrebbe da dire, tutto è sbagliato in questo modello produttivo. Si inquina il territorio, si impoveriscono gli stessi allevatori (con redditi da fame, sotto i 20.000 dollari), si maltrattano gli animali (cannibalismo e beccature continue), si offrono prodotti scadenti e pericolosi (per l’uso massiccio di antibiotici), si danneggia in modo irreversibile la salute dei consumatori. Un americano su 3 nato dopo il 2000 – uno su due tra le minoranze – avrà un diabete precoce. Questo è il danno che l’industria alimentare statunitense sta facendo al proprio Paese, un danno che avrà ripercussioni epigenetiche per molte generazioni a venire; Questa l’amara conclusione di Michael Pollan alla fine di Food Inc.“Abbiamo sviluppato il nostro sistema alimentare sulle calorie “cattive”, le uniche che abbiamo fortemente sovvenzionato. L’industria, però, dà la colpa alle scelte alimentari individuali. Con la modifica del cibo, abbiamo toccato i pulsanti dell’evoluzione. La nostra ipersensibilità a sale, grasso e zucchero – rari in natura – è all’origine del problema. Stiamo introducendo chili e chili di zucchero, con sciroppi di mais e carboidrati raffinati, con picchi di insulina che provocano obesità, diabete malattie cardiovascolari e tumori”
Epidemia di oppioidi e big-pharma
Secondo l’ultimo rapporto della Direzione centrale dei servizi antidroga per il secondo anno consecutivo in Italia sono aumentate le morti per overdose, arrivate nel 2018 a quota 334, 38 in più del 2017; nella metà circa dei casi il decesso è da attribuire al consumo di eroina e oppiacei, nel 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} a cocaina. A Filadelfia, sesta città degli Stati Uniti per popolazione (un milione e mezzo di abitanti) il governatore della Pennsylvania ha dichiarato lo “stato di emergenza sanitaria”. Motivo: le morti per overdose da oppioidi. A Filadelfia, infatti, nel 2017 ci sono state 1200 morti per overdose, 4 volte il numero – comunque inaccettabile – del nostro Paese. Filadelfia è la punta dell’iceberg di una vera e propria epidemia di oppioidi che sta colpendo gli Stati Uniti. Nel biennio 2016-2017 i casi di morte per overdose hanno oscillato tra i 64.000 e 70.000 casi l’anno, più o meno lo stesso numero delle vittime delle guerre in Iraq, Vietnam e Afghanistan. Secondo alcuni epidemiologi questo spaventoso numero di decessi ha dato un consistente contributo al secondo calo consecutivo – dopo quello del 2016 – dell’aspettativa di vita, come non succedeva dagli anni Sessanta. Gli oppioidi rappresentano i due terzi delle morti totali per overdose (42.000 casi), con una responsabilità condivisa tra l’eroina illegale e – per almeno il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei decessi – gli oppioidi prescritti legalmente dai medici (nella foto). Questi ultimi sono farmaci antidolorifici molto potenti, come hidro-codone (Vicodin), ossi-codone, (OxyContin, Percocet, Percodan, Tylox) e, soprattutto, Fentanyl e Carfentanyl (un anestetico veterinario). Tutti danno forte dipendenza: una volta prescritti, è facile averne ancora bisogno e rivolgersi al mercato nero. Grandissima responsabilità di questa tragedia ricade sui medici statunitensi, che hanno più che raddoppiato le ricette di antidolorifici in 20 anni, e sulle aziende farmaceutiche, che hanno spinto a all’abuso di antidolorifici per incrementare i loro fatturati. Ad agosto lo stato dell’Oklahoma ha ritenuto la Johnson & Johnson responsabile della diffusione degli oppioidi nello stato e l’ha condannata a pagare 572 milioni di dollari di multa, per aver organizzato una frode di marketing “sviluppando e realizzando un piano per influenzare direttamente e convincere i medici a prescrivere sempre più oppioidi”, nonostante fosse al corrente del loro abuso, del loro cattivo uso, della dipendenza creata e delle morti causate. La Johnson & Johnson non è stata l’unica azienda finita sotto accusa; anche la Purdue Pharma, produttrice di OxyContin e la Teva hanno pagato rispettivamente 270 e 85 milioni di dollari di multa per lo stesso motivo; nei prossimi mesi molte altre aziende di big-pharma finiranno sul banco degli accusati. Il terzo grande imputato dell’epidemia di oppioidi è il sistema sanitario statunitense, uno dei peggiori e più iniqui – nonché più costosi – al mondo. La sanità made in USA non prevede la copertura universale e favorisce la prescrizione di medicinali al posto delle terapie riabilitative; per le assicurazioni sanitarie private i farmaci sono sempre più convenienti dei trattamenti. Non tutti i farmaci, però. Gli antidolorifici – che possono indurre dipendenza – sono elargiti con manica larga. I farmaci salvavita, come l’insulina, le medicine per l’epatite C e l’HIV sono a pagamento e sempre più cari. L’AIDS sta imperversando da anni nello stato della Louisiana: per chi che non ha un’assicurazione sanitaria curare il virus HIV costa migliaia di dollari al mese. Discorso analogo per chi ha l’epatite C e per chi ha il diabete. Negli ultimi anni il prezzo dell’insulina è rincarato tra il 100 e il 120 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}: oggi negli Stati Uniti un diabetico può arrivare a spendere fino a 1.300 dollari al mese. Alec Smith-Holt, malato di diabete di tipo 1, è morto quest’anno perché non riusciva a pagare le fiale di insulina, vitali per la sua sopravvivenza. Lo stato del Minnesota – dove Alec viveva – ha deciso di fare causa a tre delle più grandi aziende farmaceutiche produttrici di insulina; il senatore Bernie Sanders ha chiesto un’indagine federale. Viene da domandarsi come sia possibile che la più grande potenza economica del mondo lasci morire i propri cittadini, privandoli delle cure necessarie pur di non ridurre i profitti miliardari delle grandi aziende. Ha ancora significato la parola democrazia, quando a 26 anni ti fanno morire perché non hai le risorse per comprarti l’insulina? In molte, troppe parti del mondo questa parola così importante, questo termine che significa il potere della gente, sembra solo una formula vuota, per nascondere cinismo, ferocia e ipocrisia.
Jonathan S. Foer su carne e clima
“Penso che molte persone non sappiano qual è il vero problema dell’allevamento intensivo: sanno che è un problema, ma non sanno come, perché, non sono consapevoli dei diversi aspetti e delle implicazioni del caso. Questo perché abbiamo focalizzato la nostra attenzione sui combustibili fossili, le macchine, gli aerei, anche i principali ambientalisti, come Al Gore o Greenpeace, non hanno affrontato il problema della carne, quasi per nulla. Anche se ora stanno decisamente cominciando a farlo”. “Non possiamo mantenere il tipo di alimentazione cui siamo abituati, e al tempo stesso mantenere il pianeta cui siamo abituati. Dobbiamo rinunciare ad alcune abitudini alimentari oppure dobbiamo rinunciare al pianeta”. “Ci sono state 5 estinzioni di massa. Tranne quella che sterminò i dinosauri, furono tutte provocate da cambiamenti climatici. L’attività umana è responsabile del 100{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del riscaldamento globale avvenuto dall’inizio della Rivoluzione industriale, intorno al 1750, Stiamo assistendo alla sesta estinzione di massa, l’estinzione dell’Antropocene”. “Il nostro pianeta è una fattoria. L’umanità sfrutta il 59{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di tutta la terra coltivabile per crescere foraggio per il bestiame. Un terzo di tutta l’acqua potabile usata dall’uomo è destinata al bestiame. Il 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} degli antibiotici sono utilizzati per il bestiame”. “I nostri metodi di allevamento sono estremi. Nel 1960 furono inventate lenti a contatto deformanti che rendevano più difficile per i polli vedere l’ambiente sempre più innaturale da cui erano circondati, per ridurre lo stress che causava beccature violente e cannibalismo. Costava troppo. Il metodo standard divenne il debeccamento con una lama rovente”. “Il nostro modo di mangiare è estremo. Nel 2018 più del 99{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} degli animali consumati negli Stati Uniti proveniva da allevamenti industriali. Negli USA un pasto su 5 viene consumato in macchina. Gli statunitensi consumano il doppio del fabbisogno di proteine raccomandato”. “Nel corso dei loro processi digestivi, bovini, pecore e capre producono quantità significative di metano. Il protossido di azoto è emesso dall’urina del bestiame, dal letame e dai fertilizzanti usati per coltivare il foraggio. Il bestiame è la fonte principale delle emissioni di metano e protossido di azoto. Se le mucche fossero un Paese, sarebbero seconde in classifica per l’emissione dei gas serra, dopo Cina e Stati Uniti”. “Le 4 cose di maggior impatto che un individuo può fare per contrastare il mutamento climatico sono: un’alimentazione a base vegetale, evitare di viaggiare in aereo, vivere senza macchina, fare meno figli. Solo un’alimentazione a base vegetale affronta immediatamente il problema del metano e del protossido d’azoto”. “Il contrario di mangiare molti prodotti di origine animale è essere attento alla frequenza con cui si mangiano prodotti di origine animale. Il modo migliore per sottrarsi a una scelta impegnativa è far finta che le opzioni siano solo due”. “Niente prodotti di origine animale prima di cena. Non porterà esattamente alla riduzione necessaria, ma grossomodo ci si avvicina, ed è facile da ricordare. L’allevamento intensivo non nutre il mondo: lo affama e, intanto, lo distrugge. Mentre la popolazione denutrita che vive in povertà potrebbe mangiare una quantità leggermente maggiore di carne e latticini, il cittadino medio statunitense e britannico dovrebbe tagliare i consumi di carne bovina del 90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} e di latticini del 60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}”. (dal libro di J. S. Foer “Possiamo salvare il mondo prima di cena (perché il cibo siamo noi, Guanda 2019) (nella foto un’immagine tratta dal film “Ogni cosa è illuminata”, ispirato al libro di J. S. Foer)
Salute e società: le notizie di ottobre
Salute e società, un binomio strettissimo, da quando abbiamo capito che noi non siamo solo il nostro DNA, ma il prodotto dei nostri stili di vita – in particolare di ciò che mangiamo – e di ciò a cui siamo esposti nell’ambiente (inquinanti, stress, ma anche terapie). L’epigenetica ha aggiunto un grado di complessità alla visione deterministica “un gene, una proteina”. Noi siamo, soprattutto, il nostro epigenoma e l’espressione dei nostri geni è trasmissibile ma reversibile. Le malattie croniche di oggi sono soprattutto malattie a base epigenetica, la cui prevalenza e la cui gravità è legata al ruolo cha abbiamo nella società. Ecco una parzialissima scelta di notizie – tra quelle pubblicate nel mese di ottobre 2019 – su salute e società. L’inquinamento continua a essere la più grande causa ambientale di malattia e morte. L’Agenzia europea per l’ambiente (AEA) ha presentato il suo rapporto annuale sulla qualità dell’aria. Nei 41 paesi europei si sono avuti circa 500.000 decessi prematuri per l’esposizione a PM2,5 (polveri sottili), NO² (biossido di azoto) e O³ (ozono); l’Italia è ai vertici di questa classifica con oltre 75.000 morti premature per inquinamento: 58.600 morti per polveri sottili, 14.600 per biossido di azotoe 3.000 a causa dell’ozono. L’obesità è una condizione che predispone a tutte le malattie croniche di oggi. Il nuovo rapporto dell’OCSE pubblicato in occasione della Giornata mondiale dell’obesità: oltre la metà della popolazione in 34 dei 36 paesi OCSE è in sovrappeso e quasi una persona su quattro è obesa. L’obesità adulta è aumentata dal 21{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nel 2010 al 24{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nel 2016. L’Italia continua a mantenere un prevalenza di obesità adulta inferiore alla media europea, ma siamo il 4° paese al mondo per obesità infantile, preceduti solo da Usa, Nuova Zelanda e Grecia. Per limitare gli effetti della pandemia di obesità l’OCSE propone due strategie. Da un alto etichettatura obbligatoria delle confezioni alimentari, regolamentazione pubblicitaria e campagne di informazione. Dall’altro riduzione del 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle calorie negli alimenti ad alto contenuto di zucchero, sale, calorie e grassi saturi. Le indicazioni dell’OCSE e di altre agenzie della sanità – OMS in primis – non sono certamente presenti nelle numerose diete alla moda, prive di evidenze scientifiche diffuse nel web e in televisione. Per la denuncia alla procura della Repubblica fatta lo scorso anno dall’Ordine del Medici di Roma, rischia fino a 3 anni di carcere per esercizio abusivo della professione medica il giornalista Adriano Panzironi, inventore di un regime alimentare quasi totalmente privo di carboidrati e basato su integratori venduti dalla sua stessa società. A proposito di integratori un numero speciale a rivista francese 60 Millions de consommateurs ha analizzato 120 integratori tra i più venduti presenti sul mercato, evidenziando le lacune normative, rese ancora più gravi dalla scarsità delle informazioni disponibili sugli effetti biologici di tali integratori. Solo il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei prodotti analizzati sono stati promossi dalla rivista. Non ci sono solo diete assurde e integratori inutili a limitare la lotta all’obesità. Un terzo fronte è quello – sempre più diffuso sui giornali e in rete – di opporsi alla tassa sui cibi ricchi di zuccheri semplici (sugar tax), sostenendo che non funziona, per giustificare la posizione contraria ribadita dall’industria alimentare. La realtà è molto diversa. Uno studio sui circa 50 paesi in cui è in vigore una sugar tax – pubblicato su Obesity Reviews – rileva in media che a una tassa del 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} corrisponde un calo del consumo di bevande zuccherate della stessa entità. Moltissimi nutrizionisti – tra cui il sottoscritto – e le più autorevoli società scientifiche italiane si sono schierate a favore della sugar tax. L’ultima notizia di ottobre viene dall’industria farmaceutica (big pharma). Il programma tv Falò della tv svizzera RSI del 17 ottobre ha raccontato l’indagine vede coinvolta l’azienda farmaceutica svizzera Novartis accusata di aver pagato migliaia di medici in Grecia per far prescrivere i loro medicinali a pazienti sani che sarebbero così stati sottoposti a cure del tutto inutili. Sarebbero coinvolti nello scandalo anche ministri e alti funzionari dello Stato per aver fatto omologare nuovi farmaci a prezzi proibitivi. A puntare il dito contro la multinazionale farmaceutica ci sono anche tre ex manager che hanno rivelato l’esistenza di veri e propri “programmi di corruzione”, camuffati da normali progetti di marketing, in parte finanziati direttamente dalla sede centrale di Basilea in Svizzera (nella foto una lista dei Paesi che hanno adottato tasse su cibi e bevande zuccherate)
Carestie e capitalismo
Oggi le carestie sono meno frequenti – e meno gravi in termini di vittime – rispetto al passato. Non sappiamo però, se – con l’aggravarsi del cambiamento climatico – saranno meno probabili in futuro. Oltre alle carestie scoppiate in Unione Sovietica e Cina, altre gravi crisi alimentari hanno colpito nel Novecento l’Europa, l’Africa e l’Asia. Negli anni ’40 del Novecento la II Guerra mondiale scatenata da nazisti e giapponesi ha provocato in Europa almeno 3 carestie ben documentate, legate all’occupazione nazista in Grecia (1941-42) e in Olanda (1944) e all’invasione dell’Unione Sovietica (l’assedio di Leningrado del 1944); analogamente in Asia l’occupazione giapponese di gran parte del continente ha fatto scoppiare la carestia del Bengala (1943) e quella del Vietnam (1944-45). La carestia del Bengala del 1943 fece oltre 3,5 milioni di vittime anche per l’inflessibilità del governo inglese – e del Primo ministro Churchill – nell’impedire che scorte di cereali provenienti da altre zone dell’Impero fossero dirottate per soccorrere le masse indiane (John Newsinger, Libro nero del colonialismo britannico, 2015). La carestia olandese dell’inverno 1944 fu causata da pesanti riduzioni delle razioni alimentari da parte dell’esercito nazista; una parte della popolazione, complice un inverno durissimo, soffrì gravemente le fame, scendendo ad apporti giornalieri di 500 calorie; la povertà di nutrienti sulle donne olandesi in gravidanza ha avuto una serie di effetti sulla generazione successiva (in particolare una maggiore incidenza di obesità e diabete) che hanno riguardato anche la seconda generazione, con meccanismi di tipo epigenetico. Negli anni ’60 del secolo scorso, dopo la carestia dell’India nel 1965-66, la prima dopo l’indipendenza, il mondo è stato scosso dalla carestia del Biafra. La scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie nel 2006 (Metà di un sole giallo) ha raccontato la storia tragica degli Ibo (o Igbo) che abitavano nella regione sud orientale della Nigeria e proclamarono la repubblica indipendente del Biafra, subendo un blocco economico di 3 anni che costò la vita a oltre un milione di persone, per lo più bambini, lasciati letteralmente morire di fame. Negli ultimi 50 anni si sono succedute la siccità del Sahel – un milione di morti negli anni ’70 e ’80 per i cambiamenti climatici – la carestia del Bangladesh – 25.000 morti nel 1974 per le gravi inondazioni e l’instabilità politica – le due carestie dell’Etiopia – nel 1973-74 e nel 1983-86, entrambe a cavallo di guerre civili – e, infine, la carestia della Corea del Nord negli anni ’90, per alluvioni, siccità e fine degli aiuti sovietici. L’economista indiano Amartya K. Sen, Nobel per l’economia nel 1998, ha scritto un libro sulle cause delle fame e delle carestie (Fame e rapporti di scambio, 1977), facendo notare che la riduzione della disponibilità pro capite di cibo non spiega in modo soddisfacente le ondate di carestia nelle economie di scambio del capitalismo. I dati sula mortalità delle carestie dimostrano che solo alcuni gruppi sociali vengano colpiti e decimati; nella carestia del Bangladesh sono morti soprattutto salariati agricoli, pescatori e artigiani; in quella etiope degli anni ’70 sono morti prevalentemente servi agricoli e pastori; in entrambi i casi il vero problema è stato la diminuzione dei redditi da lavoro agricolo. Per Sen le cause delle carestie che si sono abbattute in Asia e Africa nel Novecento non vanno cercate nella mancanza di cibo, ma nelle disuguaglianze di reddito. Mentre milioni di persone morivano di fame in Etiopia e in Bangladesh, i loro Paesi hanno continuato a esportare alimenti. La fame non è quindi un fatto naturale e nemmeno una conseguenza di carenze tecnologiche, ma un fenomeno economico e sociale.