Sono un appassionato di sport. Da tanti anni sono allenatore di pallavolo (FIPAV, I livello) e, quando posso, ancora gioco. Oggi vi parlerò di sport e movimento attraverso quattro domande. La prima domanda sembra banale, ma non lo è. “Perché tante persone continuano a fare sport per tutta la vita?” Possiamo rispondere perché il movimento e l’attività fisica fanno parte della nostra biologia. Di fatto tutti gli animali – noi compresi – sono programmati per il movimento e quindi l’evoluzione ha selezionato ricompense potentissime che si chiamano dopamina ed endorfine: ogni volta che facciamo attività motorie il cervello produce delle sostanze che ci danno benessere e alleviano la fatica. Questo è il vero motivo per cui gli sportivi si allenano con regolarità; c’è anche un aspetto di salute che è molto importante, ma il gioco sportivo e le attività di moto vengono svolte più volte la settimana per molti anni soprattutto perché danno piacere. Fatta questa premessa, la seconda domanda è : “Perché, allora, tanti adolescenti abbandonano lo sport?” In Italia abbiamo delle cifre abbastanza preoccupanti sull’abbandono sportivo (o drop out): circa un terzo delle ragazze e dei ragazzi che inizia un’attività sportiva smette e non riprende più. Le principali motivazioni dell’abbandono sono due. O perché lo sport non è più divertente o perché ci sono troppe pressioni e troppe aspettative. Un’attività sportiva non divertente sembra un ossimoro, una contraddizione logica, poiché lo sport e il gioco sportivo di per sé danno sempre piacere e divertimento, anche se sono importanti fonti di apprendimento. Per il primo problema dovremmo sempre immaginarci allenamenti divertenti e coinvolgenti per tutti i giovani che partecipano. Il secondo problema riguarda gli allenatori e i genitori. Troppa pressione in questa fase della vita non fa bene. L’agonismo può essere sano, ma può anche bloccare i giovani. I genitori, inoltre, dovrebbero avere come principale aspettativa quella che il giovane atleta continui a fare sport. Se viene fuori il campione va bene, ma non dovrebbe essere questo l’obiettivo principale. Il vero obiettivo è che tutte le ragazze e i ragazzi continuino a fare un’attività così importante per la loro vita. La terza domanda è questa “Perché sport e attività motorie sono importanti negli anni della scuola?” Tutti gli studi che mettono a confronto studenti che fanno attività sportive con studenti sedentari danno risultati migliori per le ragazze e i ragazzi che fanno sport. La spiegazione è abbastanza banale. Imparare le tecniche di gioco di uno sport è una forma di apprendimento e va a modificare e a migliorare le stesse capacità che vengono richieste nelle prestazioni scolastiche. Un aspetto davvero significativo è che durante l’attività fisica si creano neuroni – nella zona dell’ippocampo, in particolare – che saranno utili per tutti i processi cerebrali della vita futura. Quindi lo sport, oltre a rendere migliori le prestazioni scolastiche degli studenti, ha un effetto protettivo fortissimo negli anni successivi, quando aumenta il rischio di malattie neurodegenerative come Alzheimer, Parkinson e demenze senili. Infine, la quarta domanda. “Con le attività sportive possiamo fare prevenzione?” Tutti i Paesi del mondo utilizzano lo sport per prevenire comportamenti poco salutari legati al consumo di sigarette, alcol e altre sostanze stupefacenti. Il modello islandese di prevenzione è stato un’esperienza significativa, perché lo Stato ha deciso di affrontare alla radice l’alto consumo di alcol, sigarette e cannabis dei suoi studenti. Nel giro di pochi anni, obbligando i giovani delle superiori a rimanere a scuola nel pomeriggio con attività prevalentemente sportive – ma anche di altro tipo – l’Islanda ha ridotto il consumo di alcol da quasi il 50% (un giovane su due) al 5% (uno su 20), quello di sigarette dal 25% al 5%, quello di cannabis dal 17% al 2%. Questi dati rappresentano una risposta significativa su quanto – con investimenti pubblici consistenti – si possa fare prevenzione con lo sport. Il messaggio è chiaro: se diamo ai giovani attività piacevoli e coinvolgenti, il richiamo di sigarette, alcol e stupefacenti è molto più basso. (dal portale di prevenzione www.ognidove.org) (nella foto Kirov riceve una parata di atleti di Aleksandr Samokhvalov,1935)
Verso un Movimento di Ecologia della Salute
Nel 2024, dopo la pandemia, il Laboratorio di Ecologia della Salute è riemerso da una specie di letargo, per valorizzare la rete di relazioni sviluppata negli anni precedenti, canalizzando tale patrimonio di risorse nella direzione della nascita di un vero e proprio Movimento di Ecologia della Salute fondato sulla complessità e l’approccio sistemico. I componenti del Gruppo di Coordinamento di tale progetto (Mara Luigia Alunni, Sergio Boria, Serena Dinelli, Simona Gasparetti, Franca Mora, Maria Laura Scarino, Daniele Segnini e Margherita Sestieri), hanno aperto le proprie case organizzando incontri nel segno del dialogo e della convivialità, di volta in volta invitando due o tre realtà operanti nel territorio della città di Roma. Tali incontri si sono rivelati come dei momenti di confronto generativi di profonde intuizioni condivise intorno al tema della salute, frutto di un dialogo interdisciplinare concretamente possibile in quanto radicato in una comune visione complessa e sistemica della vita. Ne è emerso un orizzonte inedito, originale, a tratti sorprendente, del modo in cui può intendersi la salute. Nel momento in cui quest’ultima non sia intesa come assenza di malattia, e sia quindi ridefinita in un modo che non implichi un approccio medico-centrico, ci si lascia infatti alle spalle il pensiero preventivo (cosa fare o non fare per evitare di ammalarsi) e ci si inoltra nel territorio in gran parte inesplorato che riguarda ciò che è necessario e possibile fare per evolvere come individui e come comunità verso livelli sempre più elevati di benessere, senso di integrazione, e pienezza del vivere. Proviamo ad immaginare un mondo in cui le persone abbiano la possibilità concreta, la mentalità e il bagaglio di conoscenze per potersi prendere cura di sé. Un mondo in cui le conoscenze di base che derivano dagli vasti studi sui rapporti fra stress e funzionamento della rete psico-neuro-endocrino-immunologica individuale (PNEI), così come dalle due grandi recenti rivoluzioni rappresentate dall’epigenetica e dagli studi sul microbioma, siano patrimonio comune traducendosi in pratiche ampiamente condivise. Immaginiamo un mondo animato da un prendersi cura, socialmente condiviso, nel contesto dei rapporti di genere, o familiari, o di comunità (condomini, quartieri, ambienti di lavoro, organizzazioni di varia natura). Un prendersi cura fondato sul rispetto, sulla curiosità, sull’ascolto attivo, sulla nonviolenza, sul dialogo aperto e sulla ricerca di forme di convivenza basate sulla costruzione della consensualità. Immaginiamo un mondo in cui partecipazione, cooperazione e mediazione creativa dei conflitti, siano parole chiave del vivere comune intorno alle quali si organizzi un modo nuovo di attraversare l’esperienza della cittadinanza. Una cittadinanza che sia attiva nella pratica della solidarietà e della difesa/cura dei beni comuni. Immaginiamo, infine, un mondo attraversato da una cultura che valorizzi e difenda le diversità (sia biologiche che culturali), e in cui ogni persona abbia la possibilità di esprimere il proprio potenziale umano. Un mondo, inoltre, in cui la ricchezza sia equamente distribuita, e in cui le disuguaglianze a livello sociale siano minimizzate sia all’interno dei singoli paesi, che tra un paese e l’altro. Tutto ciò che va in questa direzione è promozione della salute. Immaginiamo poi un mondo attraversato da una diffusa coscienza ecologica, un mondo in cui Homo Sapiens finalmente giunga a fare propria la consapevolezza della sua posizione nel sistema-Terra e dell’impatto delle sue scelte su di esso. In tale ottica sono promozione della salute tutte quelle pratiche che ci permettono di creare un legame personale sul piano percettivo-sensoriale con l’ambiente naturale, offrendoci gli strumenti per monitorarne direttamente i cambiamenti nel tempo. Infine, possiamo immaginare un mondo in cui l’educazione alla salute inizi sin dai primissimi anni di vita, partendo dalla relazione di attaccamento madre-bambino, per arrivare alla scuola. Nella nostra visione la promozione della salute, evoluzione della storica definizione dell’OMS (1948) e trattata con le chiavi di lettura della complessità e dell’approccio sistemico, mostra una profonda valenza politica. Si tratta, infatti, di ripensare le forme della convivenza e dell’organizzazione sociale, rifondandole secondo l’ottica della salute. Impegnarsi nel partecipare al Movimento di Ecologia della Salute ci appare di per sé come una pratica di salute in quanto portatrice di senso nella vita di ciascuno di noi. (dal documento di presentazione del Movimento di Ecologia della Salute sulla rivista Percorsi)
Luci e ombre dei farmaci secondo Garattini
Oncologo e farmacologo, Silvio Garattini è il fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri. Nel suo nuovo libro (“Farmaci. Luci e ombre“, Il Mulino) spiega cosa sono i farmaci, come si sviluppano e come si approvano, indicando come migliorare la nostra salute e il nostro sistema sanitario. “Usiamo troppi farmaci, impropriamente, perché la pubblicità e le informazioni che riceviamo tendono a medicalizzare la nostra società. Tutta l’informazione deriva da chi vende, non c’è nel nostro Paese un’informazione adeguata e indipendente che aiuti le persone a scegliere. Tante volte il farmaco non è necessario, basterebbe cambiare le abitudini di vita”. “Il problema è che se noi guardiamo alla nostra durata di vita, siamo all’apice: perché abbiamo una durata di vita lunghissima. Ma quello che ci deve interessare di più è la durata di vita sana: in questo caso scendiamo molto in graduatoria, addirittura intorno al 15esimo posto”. “Il calo della longevità in buona salute dipende dal fatto che abbiamo concentrato tutta l’attenzione della medicina nelle cure, che sono importanti, dimenticandoci però che molte malattie sono evitabili. In Italia abbiamo quattro milioni e mezzo di diabetici di tipo 2. E il diabete di tipo 2 è una malattia assolutamente evitabile. Ogni anno muoiono 180.000 persone di tumore. E anche il 40% dei tumori è evitabile”. “È necessaria una grande rivoluzione culturale: dobbiamo spostare la nostra attenzione dalle cure alla prevenzione, perché avere meno malattie vuol dire andare meno dal dottore, prendere meno farmaci, avere meno ricoveri ospedalieri, a beneficio anche del Servizio sanitario nazionale, che non verrebbe sovraccaricato di lavoro evitabile”. “Il vero valore di un farmaco dovrebbe essere l’innovazione, cioè fare qualcosa che farmaci già disponibili non fanno. Ma questo non è quello che è richiesto dalla legislazione europea per l’approvazione dei farmaci. Non si fanno confronti e così abbiamo tanti farmaci per le stesse indicazioni. Questo giova al mercato“. “Per esempio, abbiamo 120 prodotti che agiscono sull’ipertensione, ma sono tutti veramente necessari? Hanno tutti la stessa attività? Non lo sappiamo, ma li dobbiamo tenere tutti, perché non facendo confronti è difficile dire quale sia il migliore. D’altra parte, l’Italia è un paese che fa poca ricerca e quindi non possiamo neanche rispondere a questi quesiti”.. “Il mercato dei farmaci è affollato da «farmaci fotocopia», ma è carente di farmaci per le malattie rare, i cosiddetti “farmaci orfani”. Questo è contro la Costituzione, perché la nostra Costituzione dice che lo Stato protegge la salute di tutti”. “Le donne sono sostanzialmente escluse dal processo che porta all’approvazione di un nuovo farmaco. Tutti gli studi preclinici a livello animale vengono condotti nella stragrande maggioranza dei casi su animali maschi e anche gli studi sui volontari vengono fatti su soggetti maschi. E così le donne subiscono i farmaci studiati negli uomini”. “Quindi condanniamo le donne a usare farmaci non studiati per loro. Dovremmo avere due protocolli, invece trattiamo le donne come se fossero dei maschi e questo a lungo termine comporta maggiore tossicità. Si calcola che la tossicità dei farmaci sia del 40% superiore nelle donne rispetto ai maschi e questo è ingiusto”. “Noi siamo a conoscenza dei benefici dei farmaci. Gli studi sono fatti solo e prevalentemente per capire quali sono i benefici. Gli effetti tossici invece – e non esistono farmaci innocui – li scopriamo solo nel tempo, quando il farmaco entra nella terapia. La farmacovigilanza non funziona Le associazioni dei pazienti e gli ordini dei medici dovrebbero chiedere a gran voce che si ponga più attenzione sugli effetti tossici, ma dato che l’industria in pratica finanzia tutti, è molto difficile che questo avvenga”. (dall’intervista di Simona Regina del 24/01/2025, pubblicata sul sito www.innlifes.com; nella foto L’arrivo dei mercanti di Vasilij Kandinskij, 1905 )
Il miele, un alimento funzionale
Il miele accompagna l’umanità fin dalla preistoria. Prima che comparissero l’agricoltura e l’allevamento, insieme al pesce pescato e alla selvaggina rappresentava una delle poche fonti di energia dolce disponibili in natura. Una celebre pittura rupestre scoperta nei pressi di Valencia, in Spagna, raffigura una figura umana sospesa a una liana, una bisaccia a tracolla e attorno uno sciame di api: sta raccogliendo favi di miele da una cavità nella roccia. Nell’antico Egitto l’allevamento delle api era già un’arte raffinata, praticata lungo il delta del Nilo e il miele veniva consumato per aumentare la virilità maschile e migliorare la fertilità in entrambi i sessi. I Greci lo consideravano cibo degli dèi, mentre per i Romani fu a lungo il dolcificante per eccellenza, usato per dolci, conserve, birre e per l’idromele, bevanda fermentata di acqua e miele, associata agli dei e agli eroi. Nel Medioevo monasteri e abbazie diventarono centri di sperimentazione apistica. Nel Rinascimento il miele trionfa sulle tavole dei ricchi ed è protagonista di piatti dolci e agrodolci, in un’epoca in cui la dolcificazione è un segno di raffinatezza. Con l’arrivo massiccio dello zucchero di canna dopo i viaggi di Colombo, il miele viene progressivamente soppiantato come dolcificante principale, ma oggi è stato riscoperto per le sue proprietà nutrizionali e terapeutiche e continua a rappresentare un affascinante ponte tra storia, natura e alimentazione. Dal punto di vista nutrizionale, il miele è un mosaico di oltre 200 molecole diverse. È ricco soprattutto di zuccheri semplici: fruttosio e glucosio rappresentano circa il 75% degli zuccheri totali. A parità di peso fornisce meno calorie del comune zucchero da cucina (circa 304 kcal per 100 g contro 400), ha un potere dolcificante leggermente superiore e un indice glicemico inferiore (circa 50 contro 60). Il glucosio viene assorbito rapidamente, offrendo energia immediata, mentre il fruttosio si accumula come glicogeno nel fegato rilasciando energia in modo più graduale. Oltre agli zuccheri, il miele contiene piccole quantità di proteine, vitamine (gruppo B, C, A, D, E, K) e sali minerali (potassio, in particolare). Ma l’aspetto più interessante è la presenza di composti fenolici e flavonoidi (galangina, quercetina, kaempferolo, luteolina e altri) che danno al miele una marcata attività antiossidante e anti-infiammatorio. Il miele possiede anche una ben documentata attività antimicrobica, grazie all’elevata concentrazione di zuccheri e al pH tendenzialmente acido. Il miele ha proprietà emollienti, addolcenti, lenitive e lievemente lassative; può dare sollievo in caso di irritazioni gastriche leggere, stipsi occasionali, lievi affezioni bronchiali. Parlare di miele significa necessariamente parlare di api e di impollinatori. Esistono circa 20.000 specie diverse di insetti impollinatori selvatici; il 90% dei fiori spontanei dipende da loro, così come il 75% della produzione alimentare globale. Eppure il 16% degli impollinatori è a rischio di estinzione e il 40% delle specie di api e farfalle selvatiche è particolarmente minacciato. Cambiamento climatico, malattie e uso massiccio di pesticidi rappresentano i principali fattori di rischio. Particolarmente pericolosi per le api sono gli insetticidi neonicotinoidi, che interferiscono con il loro orientamento e la loro riproduzione. Nelle ricette da forno, in molti casi, lo zucchero può essere sostituito con il miele a parità di peso, ricordando però che il miele contiene circa il 17% di acqua. Il miele dona all’impasto morbidezza, colore più intenso, profumo caratteristico e funge da nutrimento per i lieviti, favorendo la lievitazione. Unica accortezza: abbassare leggermente la temperatura del forno (intorno ai 160-180 °C), perché nel miele la caramellizzazione avviene a una temperatura più bassa dello zucchero e rischia di scurire troppo la superficie. In definitiva, il miele è molto più di un dolcificante naturale: è il frutto di un raffinato lavoro di cooperazione biologica, una fonte concentrata di energia, micronutrienti e composti bioattivi, un ingrediente che collega salute, storia, ambiente e piacere della tavola. Come tutti gli alimenti zuccherini va usato con attenzione, ma una buona scelta del miele – possibilmente locale, tracciabile, prodotto nel rispetto delle api – significa anche sostenere gli impollinatori e, con loro, la biodiversità da cui dipende il nostro futuro alimentare. (nella foto La Scoperta del miele di Piero di Cosimo, databile al 1505–1510 circa)
I nuovi LARN
Non tutti conoscono i LARN, una sigla che significa Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti. Qualcuno, forse esagerando, li definisce la “Bibbia” dei nutrizionisti. In realtà, andrebbero letti e diffusi ovunque, soprattutto nelle scuole, perché rappresentano nel nostro Paese il più importante contributo scientifico per una sana alimentazione. Qualche mese fa la Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) ha presentato la V revisione dei LARN, esattamente dieci anni dopo la quarta edizione del 2014. Vediamone i punti più interessanti. Innanzitutto, sono stati rivisti i livelli di assunzione di alcune vitamine (B2, B6, B7, folati, B12, vitamine A e K) e di alcuni sali minerali (in particolare potassio, magnesio, calcio, fosforo, rame e selenio). Più integratori, allora? Assolutamente no. L’indicazione è di mangiare effettivamente le 5 porzioni quotidiane di verdura e frutta consigliate, per raggiungere senza fatica i livelli ottimali di potassio e magnesio e di altri micronutrienti. Per quanto riguarda le proteine si ribadisce l’inutilità di una loro quantità eccessiva nella dieta. Sono sufficienti meno di un grammo di proteine per peso corporeo di riferimento (0,9 g/kg al giorno): per una donna alta 170 cm, il peso di riferimento è di circa 65 kg, quindi 60 grami di proteine al giorno vanno bene, se ha meno di 65 anni; se ha più di quell’età, si arriva a circa 70 grammi. Il messaggio è chiaro, proteine limitate, ma quali proteine? I LARN consigliano di aumentare il consumo di proteine vegetali rispetto a quelle di origine animale. Traduciamo questo fondamentale suggerimento: si tratta di un invito a comprare più legumi, frutta secca e cereali integrali per aumentare la quota vegetale proteica che attualmente per noi italiani si attesta solo ad un terzo del totale (con due terzi di proteine animali da carni, pesce, uova e formaggi). Passando ai grassi si è deciso di eliminare il limite di 300 mg al giorno per il colesterolo; sempre più studi dimostrano la scarsa rilevanza dell’assunzione di colesterolo rispetto ai grassi saturi, ai quali è strettamente correlato, che devono rimanere sotto il 10% dell’energia totale proveniente dai lipidi. Cosa significa tutto questo a tavola? Limitare carni e affettati, formaggi e latticini, pochi dolci e pochissimo cibo industriale; disco verde, invece, a olio extravergine di oliva, frutta a guscio e pescato, in particolare pesce azzurro, insostituibile fonte di acidi grassi omega-3. Per i carboidrati, infine, nessun divieto per quelli complessi, ma una grande attenzione alla loro qualità; sì ai carboidrati a basso indice glicemico e ricchi di fibre, presenti in particolare nei cereali integrali. Confermati i limiti per zuccheri semplici presenti in molti prodotti da forno e nelle bevande zuccherate; per i LARN è bene che non superino il 15%; questa indicazione non mi trova del tutto d’accordo; mi sembra più adeguata la raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che prevede una quantità di zucchero inferiore al 5% dell’energia totale giornaliera (25 grammi di zucchero per un adulto medio, circa 20 grammi per un bambino). Ricordiamo che una bustina di zucchero – nel latte o nel caffè – ne contiene circa 5 grammi, un succo 10 grammi, mentre una bevanda zuccherata circa 40 grammi. I nuovi LARN, in conclusione, propongono un modello di alimentazione basato soprattutto su alimenti vegetali, che non esclude nessun cibo, ma invita alla moderazione per i cibi meno salutari. Se vogliamo tradurre tutte queste importanti indicazioni in un modello alimentare, il risultato è abbastanza evidente: stiamo parlando della dieta Mediterranea.
Invecchiamento femminile e desiderio
La longevità è un privilegio della nostra e di poche altre specie; una lunga longevità oltre il periodo riproduttivo – da un minimo di 30 a oltre 40 anni – è ancora più rara, e ne beneficiamo noi, le orche e pochissime altre specie. Nelle orche – la specie meglio studiata in cui si conosce per certo l‘esistenza della menopausa – le femmine anziane hanno un importante ruolo nel gruppo e non rappresentano assolutamente un peso. Le matriarche orche, infatti, nei momenti di scarsità alimentare, prendono la guida del gruppo, sono depositarie di memoria ecologica e protettrici dei giovani. Come ha scritto qualche anno fa E. O. Wilson (2019) le donne anziane hanno contribuito alla vita sociale dei gruppi umani in due modi: da un lato tramandando ai giovani le loro conoscenze ecologiche e le loro tecniche di caccia, dall’altro accudendo i nipoti, mentre i genitori erano occupati in altre attività. Questo ci consente un parallelo importante: la menopausa non è un fallimento biologico, ma una strategia evolutiva. Stephen Jay Gould avrebbe definito questo fenomeno una exaptation, un exattamento: l’evoluzione che rielabora in modo creativo risorse disponibili, trasformandole in qualcosa di nuovo Le femmine anziane non più fertili, invece di rappresentare un problema – una bocca in più da sfamare – diventano una risorsa che dà vantaggi al gruppo che se ne può avvalere: un nodo di cura, un cervello sociale, un archivio vivente. Alla luce di queste considerazioni, appare davvero anacronistico il fatto che nella nostra cultura ancora – in molti ambiti – prevalga un doppio standard dell’invecchiamento, positivo per i maschi e generalmente penalizzante per le donne. La maturità maschile è spesso celebrata come apice di autorevolezza e fascino intellettuale; quella femminile, al contrario, continua a essere filtrata quasi esclusivamente attraverso la perdita dell’immagine fisica, come se la giovinezza e la fertilità fossero l’unico metro di valore. Per molte donne invecchiare equivale a diventare invisibili. Questo doppio standard investe anche la sessualità oltre i 60 anni: accolta e talvolta ammirata negli uomini, ma ancora poco accettata e considerata nelle donne. Eppure molti studi riportano che la maggioranza delle donne della fascia 60-69 anni mantiene una vita sessuale attiva, che cambia nei modi e nella frequenza, ma non scompare. La qualità della relazione, il partner e la salute fisica restano ovviamente fattori chiave, e continuano a modellare l’intimità. A contrastare la scarsa visibilità novecentesca delle donne mature sta prendendo spazio un rinnovamento culturale importante. La letteratura – basti pensare alla Nobel Annie Ernaux con Gli anni – e soprattutto il cinema degli ultimi anni stanno restituendo visibilità al corpo femminile maturo come spazio di desiderio autonomo, non subordinato allo sguardo maschile. Film di ottima fattura hanno presentato un corpo nudo e sensuale di molte attrici affermate sessantenni: Emma Thompson (Il piacere è tutto mio della regista Sophie Hyde), Valeria Golino (Fuori di Mario Martone), Demi Moore (The substance della regista francese Coralie Farget). Sono tre esempi che affermano il diritto delle donne ad essere sensuali e visibili, a prescindere dall’età. In questo percorso, Gloria (2018) del regista cileno Sebastián Lelio resta una pietra miliare. Paulina García riesce ad offrire al personaggio di Gloria il suo corpo bello e imperfetto, vivo e vulnerabile, permettendoci di vedere una donna sulla sessantina che reclama il proprio desiderio, le proprie relazioni, la propria complessità. Gloria ci ricorda che il desiderio non è un attributo della giovinezza, ma una trama che accompagna tutta l’esistenza.(nella foto le locandine dei film Gloria e The Substance)
Diabete, diete ed educazione alimentare
Il diabete è una uno dei maggiori problemi di salute pubblica. Tra 6 anni – nel 2030 – il numero di diabetici in Europa raggiungerà i 66 milioni: immaginandoli come una nazione, rappresenterebbero il secondo Paese europeo, subito dopo la Germania. Che fare allora? Sempre più studi mostrano che una maggiore attenzione al cibo e l’abbandono della sedentarietà possono ridurre fortemente il rischio di sviluppare il diabete. Guarire dal diabete, oggi, non è possibile; è possibile, invece, prevenire il diabete di tipo 2, la forma più frequente. Per questo motivo, è importante dedicare la Giornata Mondiale del Diabete soprattutto agli aspetti di prevenzione, legati all’educazione alimentare e all’educazione motoria, strumenti efficaci sia per gestire meglio la malattia che per ridurre il rischio di una diagnosi di diabete. In tutte le linee guida degli ultimi anni si ribadisce con forza che la dieta di una persona con diabete è semplicemente una dieta varia ed equilibrata, di tipo mediterraneo, la stessa della popolazione sana. Molti diabetici, invece, credono di dover rinunciare totalmente ai carboidrati o ad altri nutrienti, seguendo diete rigide e monotone, senza gratificazione per il palato, ma anche senza alcuna evidenza scientifica. Direi che abbiamo bisogno di un modo diverso di vedere le cose. Per esempio, dovremmo riflettere sul recente studio inglese che ha raccolto le abitudini alimentari dei bambini di quel paese. Il 50-60% delle calorie dei giovani d’oltremanica proviene da cibo ultra-processato, cioè da prodotti industriali con pochi nutrienti utili e moltissimi grassi saturi, zuccheri raffinati e sale. Secondo lo studio EPIC – la più importante indagine sul rapporto cibo-malattia degli ultimi decenni – ad ogni aumento di calorie da cibo ultraprocessato corrisponde un aumento del rischio per il diabete di tipo 2. Stiamo dando il giusto peso a questo enorme fattore di rischio? Un altro aspetto che non stiamo considerando nei giusti termini nelle politiche di contrasto al diabete e alle altre malattie croniche è il ruolo dell’epigenetica. Negli ultimi anni, sempre più studi hanno mostrato come i fattori epigenetici influenzino non solo la predisposizione al diabete, ma anche la sua progressione e la sua gestione. Un’alimentazione ad alto contenuto di zuccheri raffinati e una persistente inattività fisica possono portare a cambiamenti epigenetici che compromettono la funzione delle cellule beta del pancreas, responsabili della produzione di insulina. Questo meccanismo si trasmette alle generazioni successive ed è stato una delle principali cause del drammatico aumento globale del diabete a partire dagli anni ’60. Questo solleva domande importanti riguardo all’educazione nutrizionale e agli stili di vita, poiché le scelte fatte da una generazione possono avere conseguenze per quelle successive. Per affrontare la pandemia di diabete e obesità (spesso accorpate nel termine diabesità) lo strumento migliore, allora, è l’educazione alimentare. Invece di diete complicate e di difficile mantenimento nel tempo, dovremmo fornire indicazioni sullo stile di vita semplici, sostenibili e supportate da evidenze scientifiche, cioè da studi di popolazione. Il messaggio da portare a casa è semplice. Per la prevenzione del diabete, delle malattie cardiovascolari e di molti tumori disponiamo di due ‘farmaci’ economici e senza effetti collaterali: il movimento e un’alimentazione sana ed equilibrata (sul modello della dieta med). Garantire alle persone attività motoria quotidiana e cibo sano sarebbe lo strumento più efficace nel rimandare o annullare l’appuntamento con il diabete e le altre malattie.
Geografia delle altezze
Nascere sottopeso non è solo un problema medico. Nei gruppi a basso reddito in cui si nasce mediamente sottopeso, questo comporterà nella popolazione adulta una statura inferiore e peggiori condizioni di salute. Attraverso meccanismi epigenetici, inoltre, gli adattamenti ad una insufficiente alimentazione materna e alle precarie condizioni socio-economiche della prima infanzia si trasmettono nelle generazioni successive e ampliano il problema. Essere bassi in tutta la storia umana è sempre stato un chiaro segno di appartenenza a classi sociali svantaggiate: nella seconda metà dell’800 in Gran Bretagna un sedicenne ricco era mediamente 22 centimetri più alto di un suo coetaneo povero (J. Wells, 2018). Gli studi sulla geografia delle altezze, come quello dell’Imperial College di Londra, pubblicato sulla rivista eLife, offrono quindi un importante indicatore della condizione di benessere dei gruppi sociali e delle nazioni del mondo. Se si guarda alle macroregioni del pianeta, colpisce l’arresto dell’altezza della popolazione nel continente americano, legata all’aumento della disuguaglianza di accesso al cibo di qualità; in Estremo Oriente, invece, la situazione è capovolta, con un forte aumento della statura negli ultimi 100 anni (le ragazze sudcoreane hanno guadagnato 20 centimetri e sono diventate molto forti nella pallavolo). Per l’Africa la situazione non è uniforme; preoccupa il fatto che negli ultimi 40 anni in Paesi come l’Uganda e il Niger si registri addirittura una decrescita nell’altezza, riflesso di una condizione socio-economica e nutrizionale in via di peggioramento. Il raffronto tra i due colossi asiatici, India e Cina, spiega ben l’importanza delle politiche sociali nel determinare la stato di salute generale di una popolazione. Nel 1914 altezza media in Cina era sotto i 160 centimetri, circa 2.5 centimetri in meno dell’India (162 cm). In un secolo la Cina ha guadagnato 14 centimetri arrivando quasi ai livelli degli europei (174 cm), mentre la popolazione indiana è rimasta sostanzialmente ai livelli di un secolo fa – al di sotto dei 165 centimetri – con pesanti ripercussioni sanitarie. Una conseguenza di questo enorme scarto la si vede anche nelle competizioni sportive, con la Cina diventata leader mondiale dello sport olimpico, insieme agli Stati Uniti, e l’India praticamente assente dal medagliere olimpico nonostante sia lo stato più popoloso della Terra. Un altro raffronto significativo nell’andamento della statura è quello che possiamo fare tra il nostro Paese e gli Stati Uniti. Nel 1914 gli italiani erano alti in media come gli Indiani di oggi (164,7 centimetri), mentre gli Statunitensi si collocavano ai vertici mondiali (171.1 cm) insieme agli Svedesi. In un secolo la popolazione italiana è cresciuta di oltre 13 cm (da 164,7 a 177,8), raggiungendo la media europea e superando gli statunitensi, che in 100 anni hanno aggiunto solo 6 centimetri. (da 171,1 a 177.1). Il blocco della crescita in altezza degli Stati Uniti, dalla fine degli Anni 60 ad oggi, è dovuto soprattutto a due fattori: da un lato il costante peggioramento della loro alimentazione, dall’altro le crescenti disuguaglianze socio-economiche, con l’aumento del divario sociale tra fasce ad alto reddito – che possono permettersi di mangiare bene – e poveri, che si basano prevalentemente su cibo ultra-processato o fast-food. Pensando alle generazioni future, il mondo di oggi appare ancora suddiviso a metà con le popolazioni dell’emisfero del Sud mediamente più basse di quello del Nord. Il riscaldamento climatico, le tante guerre in corso – non solo in Ucraina e Palestina, ma anche in Etiopia, Sudan e Birmania – e lo spaventoso aumento di ricchezza, assoluta e relativa, dell’1% di supermiliardari non aiuteranno le future generazioni di bambine e bambini ad un migliore accesso al cibo sano, o semplicemente al cibo.
Il Cilento e la dieta mediterranea
Pollica è un piccolo comune di 2000 abitanti del basso Cilento, ma riveste un ruolo cruciale nella storia della dieta mediterranea. Nel 1962, infatti, il biologo Ancel Keys e sua moglie Margaret Keys scelsero Pioppi, una frazione di Pollica, per i loro studi, che avrebbero portato a elaborare il concetto di dieta mediterranea. Sette anni dopo, nel 1969, per iniziativa di Ancel Keys, Pioppi ospitò un importante seminario sull’epidemiologia e prevenzione delle malattie cardiovascolari, finanziato dalla Società Internazionale di Cardiologia e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Alcuni anni dopo, sempre a Pioppi, il Consiglio Nazionale delle Ricerche volle tenere il primo convegno italiano sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari. Nel 1975 Ancel e Margaret Keys pubblicarono “How to Eat Well and Stay Well, the Meditarranean Way’“(‘Mangiar bene e stare bene, con la dieta mediterranea’), il libro nel quale esposero per la prima volta i concetti base della dieta mediterranea, con particolare riferimento ai cibi e ai piatti che la caratterizzano. Il libro fu scritto per buona parte nella casa di Pioppi dei Keys, dove furono sperimentate e trascritte una serie di ricette, molte delle quali tipiche del Cilento. Nel 1998 a Pioppi è stato inaugurato il Museo della Dieta Mediterranea, seguito dall’istituzione del Centro Studi Dieta Mediterranea nel 2011 e da progetti di ricerca come lo studio CIAO (Cilento on Aging Outcomes Study). Nel 2020 per celebrare il decimo anniversario del riconoscimento UNESCO alla Dieta mediterranea, il Future Food Institute e il Comune di Pollica hanno organizzato diversi eventi digitali e programmi di apprendimento dedicati alla Dieta Mediterranea e allo stile di vita. Ad alcune di queste iniziative ha collaborato anche il Centro Studi sulla Dieta Mediterranea dedicato ad Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” di Pollica ucciso dalla criminalità. Nel mese di maggio – con i colleghi di Onconauti Etruria (nella foto) – ho avuto il piacere di conoscere di persona questi luoghi e le persone che si stanno adoperando per vitalizzare e valorizzare lo stile mediterraneo, un modo di vivere fatto di cibi protettivi, attività fisica e convivialità. Oltre alla visita alla casa di Ancel e Margaret Keys e al Salone della Dieta Mediterranea, nell’ex tabacchificio di Capaccio Paestum, abbiamo percorso a piedi questa costa bellissima e mangiato i cibi che ispirarono ai coniugi Keys l’idea della dieta mediterranea. Al Ristorante Lido la Lampara ad Acciaroli abbiamo assaggiato le tante varietà di Acquasale, il piatto povero del territorio, oggi rivisitato e valorizzato; al ristorante della Cooperativa Nuovo Cilento di S. Mauro Cilento ci hanno proposto i primi di pasta fatta a mano con le farine integrali di grani antichi del Cilento, i legumi locali (eccellenza dei presidi Slow Food) o le pizze con impasti di farine integrali. L’ultimo progetto di questo territorio è il Cammino delle Terre della Dieta Mediterranea, una proposta di percorsi dedicati al “vivere mediterraneo” in cui si fondono cultura, storia, natura e gastronomia. Sara Roversi, fondatrice e presidente del Future Food Institute, sta seguendo da vicino il progetto e lo presenta così: “Queste terre rappresentano un campus a cielo aperto perfetto per accogliere tutti coloro che vogliono mettersi in cammino e scoprire il vivere mediterraneo, che è il vero segreto della longevità“.Un invito da raccogliere assolutamente: di giorno si può camminare in paesaggio ricchissimi di storia e cultura, da Velia ai templi di Paestum, la sera ci si ferma per assaporare i piatti mediterranei del Cilento. Un entusiasmante viaggio tra passato e presente, per pensare al futuro.
Il caso Alex Schwazer
Alex Schwazer arrivò al vertice dell’atletica mondiale nel 2008. Dopo due bronzi consecutivi ai mondiali del 2005 e del 2007, alle Olimpiadi di Pechino vinse l’oro nella 50 km di marcia. Schwazer aveva solo 24 anni. Il trionfo olimpico era sembrato il coronamento di anni di lavoro e di sacrifici. Anni dopo, Schwazer , però, racconterà quanto quel successo lo avesse schiacciato psicologicamente. L’oro di Pechino, paradossalmente, era diventato l’inizio della sua fragilità. Nel 2010 agli Europei di Barcellona era arrivato secondo, ma gli era stato assegnato l’oro per irregolarità nel passaporto biologico del vincitore (il russo Emeljanov). Il 6 agosto 2012, a pochi giorni dalle Olimpiadi di Londra, Schwazer risultò positivo all’EPO in un controllo a sorpresa. La notizia travolse il mondo dello sport italiano. La squalifica di tre anni e mezzo travolse la sua carriera di campione della marcia, la sua immagine di ragazzo pulito e timido, la sua vita privata – compresa la relazione con la campionessa del pattinaggio Carolina Kostner – e il rapporto con la sua società sportiva. Due anni dopo, nel novembre del 2014, ancora sotto squalifica, Schwazer scrisse una lettera a Sandro Donati, uno dei tecnici più competenti e più scomodi dell’atletica mondiale, simbolo della lotta al doping. “Buonasera professore, oggi con i giornalisti si è parlato di un mio ritorno alle gare. Vorrei fare una cosa mai vista prima a livello di antidoping. E la prima persona che mi viene in mente è lei” (paradossalmente, era stato proprio Donati — nel 2012 — a segnalare anomalie che contribuirono all’inizio dell’inchiesta che portò alla prima squalifica di Schwazer). Donati accettò la sfida e, nel 2015 iniziò, una clamorosa collaborazione tra un grande campione olimpico squalificato per doping e la storica figura dell’antidoping internazionale, che da decenni denunciava corruzioni, coperture, manipolazioni dentro e fuori le federazioni. Dopo mesi di duro allenamento, alla fine della squalifica, nell’ aprile 2016, Schwazer era rientrato nelle competizioni e – a 32 anni – aveva vinto la 50 km nella Coppa del Mondo di marcia, qualificandosi per le Olimpiadi di Rio. Le cronache dell’epoca concordano: non era mai andato così forte. Anche Schwazer lo ha ribadito: “Non sono mai andato forte come nella primavera del 2016. Potevo vincere tutto, grazie a Donati che ha cambiato i miei allenamenti.” Il 21 giugno 2016, però, il nuovo colpo di scena. La IAAF (oggi World Athletics) ha reso noto una nuova positività di Schwazer: un suo campione di urine, prelevato il 1° gennaio 2016 (quindi, 5 mesi prima del ritorno agonistico), sarebbe risultato positivo al testosterone sintetico dopo analisi e controanalisi. Schwazer e Donati hanno parlato immediatamente di un evidente atto di sabotaggio. Ma nel 2016 non avevano alcuna prova materiale. Le prove arriveranno solo dopo, e cambieranno completamente la narrazione: anomalie nella catena di custodia; discrepanze nelle date e nei registri di laboratorio, ma soprattutto, l’eccesso di DNA nelle urine, quantità incompatibili con un campione fisiologico, come certificherà anni dopo la perizia. A pochi giorni dalle Olimpiadi, Schwazer viene nuovamente squalificato – per 8 anni – e vengono cancellati i risultati del 2016, è la fine della sua carriera. Il resto è storia di oggi. Nel 2021, dopo un’analisi durata 5 anni, il Tribunale di Bolzano ha archiviato il procedimento penale contro Schwazer con la formula “il fatto non sussiste”: secondo il giudice, i campioni sono stati alterati allo scopo di far risultare la positività. Nelle motivazioni della sentenza, inoltre, si precisa che si è inteso colpire non solo Schwazer ma anche Donati, figura ritenuta scomoda nel mondo dell’antidoping. Nonostante l’accertamento giudiziario, le istituzioni sportive internazionali (WADA e World Athletics) non hanno accolto la sentenza italiana e hanno mantenuto la squalifica fino al 2024. Schwazer è rimasto fuori dallo sport ufficiale: di fatto, la sua carriera è finita a tavolino. Paradossalmente, la sua innocenza è stata riconosciuta dalla giustizia ordinaria – la Procura di Bolzano – ma non dalla “giustizia sportiva”. Oggi Alex Schwazer ha 40 anni. È ancora un fuoriclasse: detiene il record mondiale master over 40 sui 10 km di marcia. Ha iniziato a lavorare come allenatore e divulgatore tecnico, e in molti lo considerano un simbolo di resilienza, insieme a Donati. Per chi vuole approfondire la sua storia, il documentario Il caso Alex Schwazer (Netflix) offre una ricostruzione dettagliata e coinvolgente dell’intera vicenda. (nella foto Schwazer e Donati durante un allenamento) (06-2024)