Il diabete è una uno dei maggiori problemi di salute pubblica. Tra 6 anni – nel 2030 – il numero di diabetici in Europa raggiungerà i 66 milioni: immaginandoli come una nazione, rappresenterebbero il secondo Paese europeo, subito dopo la Germania. Che fare allora? Sempre più studi mostrano che una maggiore attenzione al cibo e l’abbandono della sedentarietà possono ridurre fortemente il rischio di sviluppare il diabete. Guarire dal diabete, oggi, non è possibile; è possibile, invece, prevenire il diabete di tipo 2, la forma più frequente. Per questo motivo, è importante dedicare la Giornata Mondiale del Diabete soprattutto agli aspetti di prevenzione, legati all’educazione alimentare e all’educazione motoria, strumenti efficaci sia per gestire meglio la malattia che per ridurre il rischio di una diagnosi di diabete. In tutte le linee guida degli ultimi anni si ribadisce con forza che la dieta di una persona con diabete è semplicemente una dieta varia ed equilibrata, di tipo mediterraneo, la stessa della popolazione sana. Molti diabetici, invece, credono di dover rinunciare totalmente ai carboidrati o ad altri nutrienti, seguendo diete rigide e monotone, senza gratificazione per il palato, ma anche senza alcuna evidenza scientifica. Direi che abbiamo bisogno di un modo diverso di vedere le cose.
Per esempio, dovremmo riflettere sul recente studio inglese che ha raccolto le abitudini alimentari dei bambini di quel paese. Il 50-60% delle calorie dei giovani d’oltremanica proviene da cibo ultra-processato, cioè da prodotti industriali con pochi nutrienti utili e moltissimi grassi saturi, zuccheri raffinati e sale. Secondo lo studio EPIC – la più importante indagine sul rapporto cibo-malattia degli ultimi decenni – ad ogni aumento di calorie da cibo ultraprocessato corrisponde un aumento del rischio per il diabete di tipo 2. Stiamo dando il giusto peso a questo enorme fattore di rischio?
Un altro aspetto che non stiamo considerando nei giusti termini nelle politiche di contrasto al diabete e alle altre malattie croniche è il ruolo dell’epigenetica. Negli ultimi anni, sempre più studi hanno mostrato come i fattori epigenetici influenzino non solo la predisposizione al diabete, ma anche la sua progressione e la sua gestione. Un’alimentazione ad alto contenuto di zuccheri raffinati e una persistente inattività fisica possono portare a cambiamenti epigenetici che compromettono la funzione delle cellule beta del pancreas, responsabili della produzione di insulina. Questo meccanismo si trasmette alle generazioni successive ed è stato una delle principali cause del drammatico aumento globale del diabete a partire dagli anni ’60. Questo solleva domande importanti riguardo all’educazione nutrizionale e agli stili di vita, poiché le scelte fatte da una generazione possono avere conseguenze per quelle successive.
Per affrontare la pandemia di diabete e obesità (spesso accorpate nel termine diabesità) lo strumento migliore, allora, è l’educazione alimentare. Invece di diete complicate e di difficile mantenimento nel tempo, dovremmo fornire indicazioni sullo stile di vita semplici, sostenibili e supportate da evidenze scientifiche, cioè da studi di popolazione. Il messaggio da portare a casa è semplice. Per la prevenzione del diabete, delle malattie cardiovascolari e di molti tumori disponiamo di due ‘farmaci’ economici e senza effetti collaterali: il movimento e un’alimentazione sana ed equilibrata (sul modello della dieta med). Garantire alle persone attività motoria quotidiana e cibo sano sarebbe lo strumento più efficace nel rimandare o annullare l’appuntamento con il diabete e le altre malattie.
