Alex Schwazer arrivò al vertice dell’atletica mondiale nel 2008. Dopo due bronzi consecutivi ai mondiali del 2005 e del 2007, alle Olimpiadi di Pechino vinse l’oro nella 50 km di marcia. Schwazer aveva solo 24 anni. Il trionfo olimpico era sembrato il coronamento di anni di lavoro e di sacrifici. Anni dopo, Schwazer , però, racconterà quanto quel successo lo avesse schiacciato psicologicamente. L’oro di Pechino, paradossalmente, era diventato l’inizio della sua fragilità. Nel 2010 agli Europei di Barcellona era arrivato secondo, ma gli era stato assegnato l’oro per irregolarità nel passaporto biologico del vincitore (il russo Emeljanov). Il 6 agosto 2012, a pochi giorni dalle Olimpiadi di Londra, Schwazer risultò positivo all’EPO in un controllo a sorpresa. La notizia travolse il mondo dello sport italiano. La squalifica di tre anni e mezzo travolse la sua carriera di campione della marcia, la sua immagine di ragazzo pulito e timido, la sua vita privata – compresa la relazione con la campionessa del pattinaggio Carolina Kostner – e il rapporto con la sua società sportiva.

Due anni dopo, nel novembre del 2014, ancora sotto squalifica, Schwazer scrisse una lettera a Sandro Donati, uno dei tecnici più competenti e più scomodi dell’atletica mondiale, simbolo della lotta al doping. Buonasera professore, oggi con i giornalisti si è parlato di un mio ritorno alle gare. Vorrei fare una cosa mai vista prima a livello di antidoping. E la prima persona che mi viene in mente è lei” (paradossalmente, era stato proprio Donati — nel 2012 — a segnalare anomalie che contribuirono all’inizio dell’inchiesta che portò alla prima squalifica di Schwazer). Donati accettò la sfida e, nel 2015 iniziò, una clamorosa collaborazione tra un grande campione olimpico squalificato per doping e la storica figura dell’antidoping internazionale, che da decenni denunciava corruzioni, coperture, manipolazioni dentro e fuori le federazioni.

Dopo mesi di duro allenamento, alla fine della squalifica, nell’ aprile 2016, Schwazer era rientrato nelle competizioni e – a 32 anni – aveva vinto la 50 km nella Coppa del Mondo di marcia, qualificandosi per le Olimpiadi di Rio. Le cronache dell’epoca concordano: non era mai andato così forte. Anche Schwazer lo ha ribadito: “Non sono mai andato forte come nella primavera del 2016. Potevo vincere tutto, grazie a Donati che ha cambiato i miei allenamenti.” Il 21 giugno 2016, però, il nuovo colpo di scena. La IAAF (oggi World Athletics) ha reso noto una nuova positività di Schwazer: un suo campione di urine, prelevato il 1° gennaio 2016 (quindi, 5 mesi prima del ritorno agonistico), sarebbe risultato positivo al testosterone sintetico dopo analisi e controanalisi. Schwazer e Donati hanno parlato immediatamente di un evidente atto di sabotaggio. Ma nel 2016 non avevano alcuna prova materiale. Le prove arriveranno solo dopo, e cambieranno completamente la narrazione: anomalie nella catena di custodia; discrepanze nelle date e nei registri di laboratorio, ma soprattutto, l’eccesso di DNA nelle urine, quantità incompatibili con un campione fisiologico, come certificherà anni dopo la perizia. A pochi giorni dalle Olimpiadi, Schwazer viene nuovamente squalificato  – per 8 anni – e vengono cancellati i risultati  del 2016, è la fine della sua carriera. Il resto è storia di oggi. Nel 2021, dopo un’analisi durata 5 anni, il Tribunale di Bolzano ha archiviato il procedimento penale contro Schwazer con la formula “il fatto non sussiste”: secondo il giudice, i campioni sono stati alterati allo scopo di far risultare la positività. Nelle motivazioni della sentenza, inoltre, si precisa che si è inteso colpire non solo Schwazer ma anche Donati, figura ritenuta scomoda nel mondo dell’antidoping. Nonostante l’accertamento giudiziario, le istituzioni sportive internazionali (WADA e World Athletics) non hanno accolto la sentenza italiana e hanno mantenuto la squalifica fino al 2024. Schwazer è rimasto fuori dallo sport ufficiale: di fatto, la sua carriera è finita a tavolino. Paradossalmente, la sua innocenza è stata riconosciuta dalla giustizia ordinaria – la Procura di Bolzano – ma non dalla “giustizia sportiva”.

Oggi Alex Schwazer ha 40 anni. È ancora un fuoriclasse: detiene il record mondiale master over 40 sui 10 km di marcia. Ha iniziato a lavorare come allenatore e divulgatore tecnico, e in molti lo considerano un simbolo di resilienza, insieme a Donati. Per chi vuole approfondire la sua storia, il documentario Il caso Alex Schwazer (Netflix) offre una ricostruzione dettagliata e coinvolgente dell’intera vicenda. (nella foto Schwazer e Donati durante un allenamento) (06-2024)