Perché tante diete propongono di eliminare i carboidrati dalla tavola? La principale accusa da parte dei promotori delle diete con pochi o pochissimi carboidrati (low carb o no carb) è che essi siano responsabili di picchi glicemici, ossia di alti livelli di glucosio nel sangue. Una successione di picchi di glicemia protratta nel tempo è effettivamente responsabile di una risposta sempre meno efficace all’insulina e della conseguente deposizione del glucosio sotto forma di grasso corporeo, con alto rischio di diabete e obesità. Chi lancia queste accuse, però, non tiene conto delle grandi differenze tra i vari tipi di carboidrati e della composizione complessiva degli alimenti. I carboidrati complessi a lento assorbimento sono l’alimento base di tutti gli sportivi, perché forniscono energia pulita, innalzano gradualmente la glicemia e danno una duratura sensazione di sazietà. In un pasto che comprenda un piatto di pasta cotta al dente, accompagnata da abbondanti verdure troviamo, infatti, tutti alimenti con indice glicemico (IG) basso, minore di 55. Tutti i pasti con carboidrati complessi e fibra (almeno 25-30 grammi al giorno) favoriscono il controllo dell’IG, soprattutto quando aggiungiamo olio extravergine di oliva che, oltre ad apportare potenti molecole antinfiammatorie, riduce la risposta glicemica. Anche la struttura degli alimenti condiziona la risposta glicemica: in cereali, semi e verdure crude la probabilità che la parete cellulare si fratturi durante la cottura (o la lavorazione) o è più elevata, e questo fa aumentare l’IG: le patate schiacciate possono avere un IG maggiore del 20% rispetto alle patate intere bollite. I carboidrati hanno un ruolo fondamentale nell’alimentazione umana, dato che rappresentano la principale fonte di energia per l’organismo. In media forniscono 4 kcal per grammo (esattamente come le proteine e molto meno dei lipidi) e, secondo le Linee guida per una corretta alimentazione, dovrebbero fornire il 45-60% delle calorie giornaliere. Di questo importante apporto calorico non più del 10% dovrebbe provenire da zuccheri semplici. Uno studio pubblicato su The Lancet nel 2018, che ha studiato le abitudini alimentari e la salute di oltre 15.000 adulti tra i 45 e i 64 anni, conforta e supporta queste indicazioni. Un rischio di mortalità maggiore è risultato associato sia a bassi consumi di carboidrati (<40% dell’apporto calorico) sia ad alti consumi di carboidrati (>70%) rispetto a chi li assumeva secondo le indicazioni della Dieta mediterranea (50-55%). Anche se andiamo a esaminare le abitudini alimentari delle aree dove si vive più a lungo (le Blue Zones), vediamo che i più longevi sono tutti magri e il consumo di carboidrati va dal 50 al 60%. A Okinawa, in Giappone, si consumano il 58% di carboidrati a basso IG (patate, verdure e legumi); nell’Ogliastra, in Sardegna, il consumo di carboidrati è tra il 62 e il 67%, soprattutto grano duro, orzo e patate. Dovrebbe essere chiaro, allora, che chi parla di carboidrati senza specificarne il tipo, non sa di che parla. Chi è interessato ad un’alimentazione sana e bilanciata deve, invece, imparare a conoscere le differenze tra carboidrati complessi e zuccheri semplici e le differenze tra alimenti integrali e non. Nel caso del riso, insieme ad un bassissimo apporto proteico (utile per chi ha insufficienza renale), è importante conoscere il grande apporto di fibre della varietà Venere (5 grammi) rispetto al riso brillato (solo 1 grammo): il primo ha basso IG, il secondo alto. Anche per la pasta di semola la presenza di molte fibre nel prodotto integrale (ben 7 grammi) abbassa il valore energetico (330 Kcal contro le 356 della pasta non integrale), ma entrambi i prodotti presentano un IG basso e sono adatti al consumo quotidiano. Per il pane, infine, IG basso per le varietà integrali e di segale, intermedio per il pane a lievitazione naturale, alto (e molte calorie in più, circa 40 per 100 g) per il pane bianco. (nella foto Le vagliatrici di grano di Gustave Courbet, 1854)
Metadinamiche secondo Laura
… cosa potrei dire in merito al progetto metadinamiche che ancora non è stato comunicato, esposto, argomentato? Ho sempre desiderato intraprendere un cammino, dicendomi che prima o poi lo avrei fatto. Quando le condizioni sarebbero state più favorevoli, col lavoro, con il tempo, magari mio figlio più grande … così via rimandando a data e luogo imprecisi. Quanti desideri; pensieri e sogni non ancora esauditi, che alla diagnosi del mio cancro al seno metastatico, ho rinchiuso in un cassetto del quale ho per un po’ gettato la chiave. Convinta che non si sarebbe più riaperto, non in questa vita. Eppure il mio percorso mi ha portato, a 3 anni da quel giorno di consapevolezza di malattia, a infilarmi un paio di scarpe da trekking, caricarmi lo zaino in spalla e salire su un volo dal Piemonte alla Puglia. Percorrendo strade sterrate, godendo del sole, del mare, della compagnia di donne che convivevano con un quotidiano simile a quello a me capitato, fianco a fianco con chi si prendeva cura di noi, lavorando per noi… ecco confesso che il mio pensiero andava spesso a quelle che quel cammino non potevano percorrerlo. Perché troppo debilitate dalle terapie e dai sintomi o ancora perché non più qui in questa dimensione… Le immaginavo come sagome trasparenti: le sentivo nel calore del sole, le respiravo nel soffiare del vento. Come se la loro invisibile presenza mi desse una carica non spiegabile a parole. Pensavo poi a quelle che avevano appena avuto notizia di essere di questa “famiglia” non scelta, rivedendo così quella “me” seduta davanti all’oncologa la quale si apprestava a darmi la notizia che mi avrebbe ribaltato l’esistenza… in quei primi tempi cercavo disperatamente sperimentazioni, nuovi farmaci, vie miracolose di salvezza. Mi arrabbiavo (questo ancora oggi) quando prendevo coscienza di quanta ignoranza esista sul cancro al seno, figuriamoci poi quello metastatico. Perciò, durante il cammino, passo dopo passo mi sentivo testimone e partecipe di qualcosa di grande, piccola rappresentante di un universo di emozioni intense come non mai e lì ho sentito la potenza di METADINAMICHE, utile non solo per il volermi farmi un regalo ma per far conoscere a TUTTE e TUTTI chi siamo e come viviamo noi, donne consapevoli di portarsi appresso un cancro al IV stadio. Amiche, sorelle, amanti, mogli, figlie UMANE a cui improvvisamente la paura della sofferenza e della MORTE viene sbattuta in faccia. E c’era anche lei a camminare con me, strana compagna sconosciuta… fa paura ?? SI! Ma allo stesso tempo anch’ella mi urlava VAI, MUOVITI, CAMMINA e VIVI ma soprattutto GODI del paesaggio e di quello che ti viene qui offerto, ADESSO. Così io, ma penso tutte noi, non ce lo siamo fatto ripetere 2 volte: con le molte difficoltà e la fatica del nostro essere fragili ma soprattutto con tanta gioia, sorellanza e una meraviglia che rimarranno in me fino all’ultimo dei miei giorni su questa Terra, CI SIAMO FATTE COCCOLARE, CURARE E ACCOMPAGNARE DA QUESTI FANTASTICI OPERATORI, MEDICI E TERAPISTI che si sono messi in gioco in questa esperienza, lasciando il camice a casa ma portando braccia e spalle forti per sostenerci e accompagnarci lungo tutto il percorso… arrivo a conclusione che non è essere tanto META ma quanto l’essere DINAMICHE a fare differenza. La meta è solo un punto, tutto ciò che lo circonda è INFINITO … quell’infinito che abbiamo possibilità di scegliere ogni giorno: citando IL MIO AMATO DAVID BOWIE “la verità è di sicuro che non c’è nessun viaggio. Arriviamo e partiamo allo stesso tempo”. Immensamente GRAZIE al nostro General Maggiore, detta Claudia. Ai terapisti tutti, a Onconauti ovviamente e ai favolosi e simpaticissimi videomaker (le nostre veline). Al Salento per averci accolte con tanto amore. ESSERCI STATA E’ UN PRIVILEGIO ENORME. Laura (nella foto il manifesto del docufilm Metadinamiche presentato al Policlinico Gemelli e alla Race for the Cure)
La corsa alle armi per Carlo Rovelli
Carlo Rovelli è tra i fisici teorici più importanti del mondo. E’ membro dell’Institut universitaire de France e dell’Académie internationale de philosophie des sciences. E’ responsabile del Gruppo di Ricerca in gravità quantistica del Centre de physique théorique dell’Università di Aix-Marseille. Alcuni suoi libri – Sette brevi lezioni di fisica e Helgoland, in particolare – sono diventati libri cult di alta divulgazione scientifca. “Penso che ci troviamo su una china drammaticamente pericolosa. L’“Orologio dell’Apocalisse”, la valutazione periodica del rischio di catastrofe planetaria iniziata nel 1947 dagli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists, non ha mai indicato un livello di rischio alto come ora”. “Le tensioni internazionali sono cresciute bruscamente. Molti governi moltiplicano forsennatamente le spese militari. Si parla apertamente di una possibile guerra atomica”. “La demonizzazione reciproca si è impennata: nelle narrazioni di molti paesi, “gli altri” vengono dipinti come criminali pazzi e pericolosi, in perfetta simmetria”. “C’era un tempo in cui i leader mondiali, da Clinton a Gorbaciov, da Mandela ai politici che hanno fermato la guerra civile in Irlanda, pensavano in termini di “risolvere i problemi senza spargere sangue”. “Oggi i politici parlano in termini di “vincere e abbattere il nemico, non importa se costa spargere sangue”. Queste sono le parole che vengono pronunciate sempre più spesso a Washington come a Tel Aviv, a Mosca come a Berlino, Un esasperato nazionalismo si diffonde in vari paesi del mondo, dall’India agli Stati Uniti, e cresce ovunque”. “La catastrofe climatica è già in corso, e le contromisure che stavamo iniziando a prendere sono già state accantonate, messe in secondo piano dall’urgenza di litigare”. “La fonte dell’instabilità recente è chiara. Il piccolo gruppo di nazioni composto da America, Canada, Europa, Australia e Giappone, minuta minoranza dell’umanità, disponeva fino a ieri di una gigantesca supremazia economica ereditata dal colonialismo, che dalla fine della guerra fredda ha permesso un controllo politico pressoché completo del pianeta”. “Il diffondersi della prosperità nel mondo sta modificando radicalmente la situazione, lasciando a questo piccolo gruppo ormai praticamente la sola supremazia militare“. “Su questo scenario pericoloso si sovrappone l’immensa e scellerata pressione esercitata dai fabbricanti di armi di tutto il mondo. Gli smisurati proventi dell’industria militare generano un potere che spinge all’incremento degli armamenti e al loro uso, per il solo motivo che qualcuno ci guadagna”. “L’Italia ha nel suo DNA culturale e politico una profonda avversione alla guerra, rinforzata nel secolo scorso dalla chiara consapevolezza del disastro generato dall’esaltazione della guerra e dalla glorificazione delle armi che hanno caratterizzato il ventennio di Mussolini. Esiste un’Italia vasta che desidera un mondo più pacifico, ma che al momento non trova un riferimento politico da sostenere, se non nelle parole del Papa. Esiste un’Italia consapevole che non vuole la corsa agli armamenti che ci sta portando alla catastrofe”. (dalla prefazione all’e-book “L’economia a mano armata”, pubblicato dal Corriere della Sera il 1/5/2024; nella foto Bibliothequ diMaria Helena Vieira da Silva, 1949)
Digiuno intermittente: tra moda e scienza
La prima associazione che viene in mente quando si parla di digiuno è con la religione. Il ramadan è sicuramente la forma di digiuno più conosciuta, essendo praticata da oltre un miliardo di musulmani, ma anche le altre religioni praticano diverse forme di astinenza dal cibo. Nel calendario ebraico sono previsti alcuni giorni di digiuno, come memoria di avvenimenti storici, mentre nell’induismo il digiuno è uno strumento di autodisciplina per raggiungere l’armonia tra corpo e spirito. Tra i cattolici il digiuno simboleggia la partecipazione alla passione e alla morte di Cristo, soprattutto nei giorni che precedono la Pasqua. Da alcuni anni chi studia la longevità ha scoperto che in molti animali il digiuno regolare allunga la vita e migliora il metabolismo e la salute cardiovascolare. Dai modelli animali il digiuno è passato alla nostra specie, con testimonial famosi che praticano il digiuno intermittente. Il libro sul digiuno della biologa Antonella Viola sta avendo molto successo, come il testo La dieta della longevità del biologo Valter Longo, per non parlare del lavoro di 10 anni fa del professor Umberto Veronesi, La dieta del digiuno. Le varie forme di digiuno in effetti sembrano strategie semplici ed efficaci per allungare la vita e mantenersi in forma e in salute. Ma esistono prove scientifiche a loro favore? Intanto, vediamo che cosa si intende per digiuno intermittente. Una prima versione è la dieta 5:2, nella quale si assumono 500- 600 calorie – tra un terzo e un quarto del fabbisogno quotidiano – in due giorni non consecutivi della settimana. Una seconda versione è il modello 16:8, nel quale il consumo di cibo è concentrato in otto ore. Una terza versione – meno impegnativa – prevede di allungare il digiuno notturno ad almeno 12 ore, evitando spuntini dopo una cena anticipata. Tutti e tre i modelli si basano sul fatto che i nostri antenati hanno vissuto la maggior parte del tempo con un’economia di caccia e raccolta, nel quale il digiuno era un evento del tutto naturale e frequente. L’idea di proporre un modello di consumo selezionato dall’evoluzione ha sicuramente dei punti di forza. Vediamo, però, anche gli aspetti critici. 1) La prima criticità è semplice: i vari modelli di digiuno non sono adatti a tutti, in particolare non sono adatti ai bambini, agli anziani e a tutte quelle persone con particolari condizioni cliniche, come anemia, bassa pressione, calcoli biliari. 2) Il digiuno potrebbe favorire disturbi del comportamento alimentare (DCA) o riattivarli in chi ne ha sofferto. Chi riesce a non mangiare per 8-12 ore, può provare a digiunare per 16-20 ore, secondo il modello più estremo di digiuno intermittente; in ogni caso saltare i pasti può creare isolamento e danneggiare la socialità. 3) Per alcune persone il digiuno rischia di far saltare la prima colazione, un pasto fondamentale. Lo stesso Longo ricorda che “Saltare la colazione è associato a una vita più breve, a più malattie cardiovascolari e a molti altri problemi”. 4) Nel digiuno prolungato la possibilità di perdere massa magra è notevole. Dopo molte ore di digiuno il corpo inizia a scomporre sia le riserve di grasso sia i muscoli. Si ha una iniziale perdita di peso – per il grande contenuto in acqua del tessuto muscolare. Nel tempo il peso viene recuperato, ma non la massa muscolare. 5) In alcune persone, infine, il digiuno potrebbe essere visto come un disco verde per abbuffarsi di cibo spazzatura nelle ore in cui si ha libero accesso al cibo. Gli sforzi sarebbero tutti concentrati nel rispettare gli intervalli di restrizione, liberando al momento dei pasti aspetti compulsivi – stimolati dalla protratta ipoglicemia – con conseguenti assunzioni inadeguate di cibo. In conclusione, sappiamo da anni che la riduzione del 20-30% del fabbisogno quotidiano, comporta un miglioramento dello stato di salute complessivo. Ma questi dati sono supportati da forti evidenze scientifiche solo negli animali, in particolare nei topi e nei primati. Per la nostra specie i dati sono ancora insufficienti. Servono studi condotti per tempi più lunghi e con campioni più ampi (persone con peso normale o in eccesso, con malattie metaboliche e non) per arrivare a conclusioni significative. Nel frattempo un recente report del Centers for disease control and prevention ha sollevato molti interrogativi. L’indagine ha riguardato 20.000 statunitensi, seguiti per oltre un decennio. Per loro il digiuno intermittente non ha avuto alcun beneficio, ma ha aumentato il rischio di morte. Secondo il professor Giuseppe Remuzzi “Questo studio è importante perché l’idea di limitare entro poche ore l’assunzione del cibo sta diventando molto popolare da noi e dappertutto, ma a lungo termine può fare male, anche a chi è malato di cuore o ha un tumore.”. (nella foto la pagina Facebook del prof. Valter Longo)
Le diete non bastano
Oggi nel mondo circa un miliardo di persone sono obese: una persona su sette convive con una condizione che predispone a diabete, disturbi cardiovascolari, tumori e molte altre malattie. Tra poco più di 10 anni – nel 2035 – gli obesi saranno quasi 2 miliardi. Siamo di fronte a un grave problema di sanità pubblica, che dovremmo affrontare con strumenti adeguati. Per questo motivo lo slogan della Giornata mondiale dell’Obesità – “Cambiare le prospettive: parliamo di obesità” – fa sorgere alcune domande. La prima domanda riguarda i motivi che hanno permesso questo aumento vertiginoso del numero di persone con tanti chili in eccesso. Proviamo ad elencarne alcuni. Iniziamo dal cibo che arriva sulle nostre tavole: la quantità oggi non è più un problema – almeno nel mondo occidentale – ma sulla qualità ci sarebbe molto da dire. Agricoltura e allevamenti sempre più industrializzati hanno comportato una diminuzione del valore nutritivo e del sapore del cibo, con le eccezioni del settore biologico. Passando al versante spesa la diffusione capillare delle grandi catene di distribuzione ha favorito gli acquisti anonimi – che spingono a consumi eccessivi di cibo voluttuari. Nel corso degli anni sono aumentati in modo esponenziale i pasti fuori casa, soprattutto nei locali fast food, dove il rispetto dei pasti sani ed equilibrati non è certo una priorità. Un fenomeno ancora più preoccupante è la tendenza a ridurre i negozi di cibo fresco – frutta, verdura, pane e farinacei – dalle zone povere, aumentando in chi ci vive la quota di cibi lavorati nel carrello della spesa. L’ultimo aspetto negativo è l’eccessivo potere contrattuale delle grandi aziende multinazionali del cibo che – come nel caso della tassa sugli zuccheri – possono fare causa agli Stati che cercano di limitare i danni del cibo-spazzatura. Naturalmente, negli ultimi decenni non ci sono stati solo aspetti negativi. Possiamo registrare in positivo la scomparsa della fame in larga parte del pianeta, la riduzione della monotonia alimentare, la maggior sicurezza del cibo. In una inchiesta alimentare degli anni ’50 in una comunità agricola di Rofrano – in provincia di Salerno – il mio professore Massimo Cresta e gli altri ricercatori scrivevano: «Nella situazione attuale la popolazione è costretta a vivere in gran parte con i soli prodotti locali e ciò caratterizza anche la povertà e l’uniformità dei consumi alimentari che influiscono negativamente sulle condizioni di sviluppo degli abitanti». Nessuna nostalgia del passato pertanto, ma se dobbiamo cambiare “prospettive” nell’affrontare la pandemia di obesità, una domanda va posta: le diete classiche sono ancora uno strumento efficace? Lasciamo la parola a chi con l’obesità fa miliardi di profitti, ovvero alle aziende di prodotti dimagranti: “Quest’anno, 231 milioni di europei hanno fatto una dieta. Solo l’1% otterrà un calo di peso permanente”. (Datamonitor, importante azienda di marketing). Ogni 100 diete – dicono i leader delle aziende del settore – 99 non portano a risultati duraturi. Forse è per questo che nel Paese da dove proviene la quasi totalità delle diete più in voga – gli Stati Uniti – l’obesità è passata dal 15% del 1980 ad oltre il 40% attuale. Vivere senza diete, allora? Certo, ma vanno potenziati due strumenti essenziali. Da un lato va estesa capillarmente l’educazione alimentare ai singoli e ai gruppi, dall’altro vanno realizzate efficaci politiche di difesa della salute pubblica, iniziando con una tassa su tutto il cibo spazzatura per finanziare campagne per scelte alimentari alternative. Il passaggio dalle diete all’educazione alimentare è importante perché la maggior parte delle diete sono nate e pensate per essere seguite solo per brevi periodi (ed è per questo che – a livello di popolazione – danno risultati non esaltanti); serve, invece, un’educazione a scelte alimentari e stili di vita, che si adatti ad ogni fase della vita, dalla nascita alla terza età, e che non porti a forme di dipendenza dallo specialista. Quasi tutte le diete, inoltre, in cambio della perdita di peso, penalizzano il gusto e il piacere di mangiare. Noi italiani viviamo nel Paese la cui cucina è considerata la migliore del mondo; secondo Tasteatlas Awards 2023/24 l’Italia è al primo posto come nazione e la Campania è la regione del mondo dove si mangia meglio con Emilia, Sicilia, Lazio, Toscana, Lombardia, Liguria e Puglia ai vertici di questa classifica. Rinunciare a questo patrimonio di ricette e cultura gastronomica non ha senso e non affronta seriamente il problema dell’obesità. (nella foto la classifica di Tasteatlas Awards 2023-2024 sulle 100 regioni del mondo dove si mangia meglio)
Olimpiadi di Tokyo (3)
Gli sport di squadra delle Olimpiadi di Tokyo 2020 avevano visto sorprese nel volley e conferme nel basket. Le atlete USA avevano vinto il settimo oro consecutivo nel basket, battendo in finale le giapponesi, mentre in campo maschile la finale USA – Francia aveva assegnato il quarto titolo di fila al “dream team“. La squadra maschile italiana – con Fontecchio, Gallinari e Polonara – era arrivata ai quarti perdendo, perdendo di misura con la Francia. Nel basket 3×3 – all’esordio olimpico – l’oro era andato alla Lettonia, nel maschile, e agli USA, nel femminile, con doppio argento per le squadre russe. Nella pallavolo maschile finale assolutamente inedita tra Francia e Russia (3 – 2). Primo titolo per i transalpini con un gruppo di giocatori legati al nostro campionato: Ngapeth e Grebennikov (Modena), Brizard e Clevenot (Piacenza), Barthelemy, Patry e Chinenyeze (Milano). Da segnalare la continuità della squadra russa che – dopo la fine dell’URSS – aveva raggiunto 7 volte su 7 le semifinali olimpiche, ottenendo un titolo e due secondi posti. Terza l’Argentina di De Cecco, Conte e Solé – che ci aveva eliminato 3-2 nei quarti – quarto il Brasile di Leal e Lucarelli. Nel volley femminile, vittoria per gli USA sul Brasile (3-0) e italiane, vicecampionesse del mondo in carica, fuori ai quarti con la Serbia, campione del mondo e grande favorita. Da ricordare la grande impresa di Karch Kiraly al quarto oro olimpico personale: due da giocatore di volley, uno nel beach volley, l’ultimo come allenatore USA. Nel beach volley vittorie della Norvegia nel maschile e degli USA nel femminile. Nella pallanuoto maschile la Serbia aveva confermato l’oro di Rio, battendo in finale la Grecia, e aveva eliminato il nostro Settebello nei quarti; nella pallanuoto femminile c’era stato lo storico terzo successo consecutivo delle atleteUSA. Nella pallamano doppietta francese, con argento maschile per la Danimarca e femminile per la Russia; l’hockeysu prato aveva visto due successi europei: il Belgio aveva battuto l’Australia nel maschile (terza l’India che con 8 vittorie rimane la squadra più titolata); nel femminile l’Olanda aveva vinto il suo quarto titolo sulle argentine, finaliste per la terza volta. Nel calcio maschile Brasile si era imposto sulla Spagna, mentre nel calcio femminile c’era stata la vittoria a sorpresa de Canada sula Svezia, con le favorite statunitensi terze; il baseball, complice l’assenza dei campioni USA, aveva assegnato l’oro al Giappone sia in campo maschile sia nel softball femminile; nel rugby a sette le Isole Figi avevano bissato l’oro di Rio; tra le donne vittoria della Nuova Zelanda sulla Francia. Nel tennis Zverev aveva vinto l’oro, dopo aver battuto in semifinale il favorito e numero 1 al mondo Djokovic. Nel badminton i cinesi avevano vinto due ori su 5 e 4 su 5 nel tennis tavolo. Il medagliere finale aveva visto prevalere – all’ultima giornata – gli USA con 39 ori, uno in più della Cina; terzi i padroni di casa del Giappone, poi Gran Bretagna, Russia e Australia; tra i 4 Paesi con 10 medaglie d’oro l’Italia aveva ottenuto il maggior numero di medaglie totali, ben 40, superando le 36 di Los Angeles del 1932 e di Roma del 1960. Una settimana dopo la fine delle Olimpiadi, il 15 agosto, i Talebani avevano conquistano Kabul, capitale dell’Afghanistan. Le truppe statunitensi avevano annunciato il loro ritiro e l’esercito afghano aveva deposto le armi in poche ore. Il 2021 si era concluso – in piena pandemia – con una notizia di speranza: Gabriel Boric, in passato leader del movimento studentesco, aveva vinto il ballottaggio ed era diventato Presidente del Cile.
Olimpiadi di Tokyo (2)
Alle Olimpiadi di Tokyo 2020 il nuoto aveva visto il consueto predominio di USA e Australia, che avevano preso 20 ori su 37. In campo maschile i giochi avevano trovato l’erede di Michael Phelps nello statunitense Caleb Dressel, che era riuscito a vincere 5 medaglie d’oro. Per l’Italia uno storico secondo posto nella staffetta 4×100 stile libero con Miressi, Cecconi, Zazzeri e Condorelli e un ottimo bronzo nella staffetta 4×100 misti (ancora Ceccon e Miressi, con Martinenghi e Burdisso). Per Gregorio Paltrinieri, oro nei 1500 a Rio, medaglie sia in vasca (argento negli 800 m) sia in acque libere (bronzo nei 10 km). Per il nuoto italiano nessun oro, ma la conferma di avere nuotatori di assoluto valore: 9 titoli mondiali per Paltrinieri, 7 per Ceccon, 6 per Miressi e 4 per Martinenghi. La statunitense Katie Ledecky (4 ori e 1 argento a Rio) era tornata a casa con 2 ori e 2 argenti. Federica Pellegrini non aveva vinto medaglie ma era stata la prima nuotatrice a disputare una finale nella stessa disciplina (i 200 stile libero) in 5 Olimpiadi consecutive. Per Simona Quadrarella, vincitrice di 3 titoli mondiali e 11 europei, un bronzo negli 800 metri. Nei tuffi solito dominio cinese con 7 ori su 8: l’ottavo titolo era stao lasciato al britannico Tom Daley nella piattaforma 10 metri. Restando in acqua, Gran Bretagna in testa al medagliere della vela (per noi un oro con Ruggero Tita e Caterina Banti), Nuova Zelanda, invece, in testa negli ori del canottaggio; per noi prima medaglia nel canottaggio femminile, con l’oro di Valentina Rodini e Federica Cesarini. Ungheria e Nuova Zelanda si erano divise 3 ori a testa nella canoa-kayak; l’Italia aveva vinto l’argento nel K1-200 m con Manfredi Rizza. Nella ginnastica artistica il medagliere aveva visto primeggiare la Cina, davanti alla squadra non ufficiale russa, che aveva vinto entrambi i concorsi a squadre. Per Vanessa Ferrari (nella foto), già campionessa del mondo, l’argento nel corpo libero, era stata la prima medaglia italiana individuale nella ginnastica femminile. Per la statunitense Simon Biles, 4 ori a Rio, solo un argento nel concorso a squadre. Nel ciclismo inglesi e olandesi avevano fatto razzia di ori vincendone 11 su 22. Per noi c’era stata la splendida vittoria nell’inseguimento a squadre con Consonni, Lamon, Milan e Filippo Ganna, l’unico ciclista capace di vincere per 6 volte il mondiale di inseguimento individuale. Negli sport di combattimento la scherma italiana era rimasta senza ori, ma aveva collezionato 5 podi, tra cui l’argento nella sciabola a squadre di Aldo Montano (per lui 5 medaglie in 5 Olimpiadi, il doppio argento per Luigi Samele nella sciabola e l’argento di Daniele Garozzo, campione olimpico uscente, nel fioretto; in campo femminile solo un bronzo nella spada per Rossella Flamingo, due volte campionessa del mondo. Nel medagliere primi gli atleti del Comitato Olimpico Russo, davanti ai francesi. Nel pugilato la grande scuola cubana era tornata alla ribalta con 4 ori; per l’Italia prima medaglia nel pugilato femminile grazie al bronzo di Irma Testa. La Corea del Sud aveva confermato la sua leadership nel tiro con l’arco (4 ori su 5); per noi la prima medaglia femminile con Lucilla Boari, bronzo individuale. Due atleti russi avevano vinto l’oro nelle categorie più pesanti del taekwondo, ma in quella più leggera aveva vinto l’oro l’italiano Vito Dell’Aquila. Nel judo il Giappone aveva giocato in casa e si era aggiudicato 9 ori su 15; situazione di assoluto equilibrio nel karate: 8 paesi avevano vinto ciascuno un oro e tra questi il nostro Luigi Busà. Infine, atleti giapponesi e russi si erano divisi la testa del medagliere della lotta, mentre nel medagliere del tiro – dominato da cinesi e statunitensi – solo un argento per l’Italia. Nel sollevamento pesi 7 ori su 14 erano stati cinesi; per noi 2 podi dopo 37 anni con Mirko Zanni e Antonino Pizzolato; nel sollevamento pesi femminile prima medaglia di sempre con l’argento di Giorgia Bordignon. (segue)
Olimpiadi 2020 di Tokyo (1)
Nel 2021 nel mondo continuava la pandemia da Coronavirus, con oltre 5 milioni di morti ufficiali. L’anno si era aperto con le immagini dei sostenitori di Donald Trump che davano l’assalto al Congresso USA. A febbraio un ennesimo colpo di stato in Birmania aveva portato all’arresto di Aung San Suu Kyi; a marzo una delle più grandi navi portacontainer al mondo si era incagliata nel Canale di Suez e aveva bloccato oltre 280 navi per 6 giorni. Il 23 luglio, tra molte perplessità, erano iniziate a Tokyo le trentaduesime Olimpiadi moderne, con le gare in gran parte a porte chiuse. In passato le due guerre mondiali avevano fatto cancellare tre edizioni dei Giochi: a Berlino nel 1916, a Tokyo nel 1940 e a Londra nel 1944. Questa volta le Olimpiadi erano stati posticipate di un anno, mantenendo – per ragioni di marketing – il nome Tokyo 2020. Avevano partecipato 204 comitati olimpici nazionali, più la squadra degli Atleti Olimpici Rifugiati e gli atleti russi sotto la sigla ROC, per la squalifica legata al doping di stato nel loro Paese; in totale circa 11.500 atleti e 5 nuovi sport: baseball e softball, karate, arrampicata sportiva, surf e skate-boarding, Nell’atletica leggera maschile c’era stato l’incredibile primo posto dell’Italia con 5 medaglie oro. Marcell Jacobs, madre italiana e padre texano, era stato il primo italiano ad arrivare in una finale olimpica dei 100 metri e vincerla con 9’80”, davanti a Fred Kerley e al canadese Andre De Grasse, che aveva vinto i 200 metri in 19’62”. Oro clamoroso anche nella staffetta 4×100 (nella foto) con Lorenzo Patta, Jacobs, Fausto Desalu e Filippo Tortu, ultimo frazionista, che aveva recuperato e superato di un centesimo gli inglesi (poi squalificati per doping). Terzi i canadesi, quarti i cinesi; disastrosi i favoriti statunitensi – fuori dalla finale per i cambi – e i giamaicani. Da segnalare l’oro nel giavellotto di un atleta indiano (Chopra). L’unico record mondiale lo aveva stabilito il norvegese Karsten Warholm nei 400 ostacoli con 45’94”; per lui – fortissimo anche nei 400 piani – il titolo di atleta dell’anno. Oro nell’asta allo svedeseArmand Duplantis, detentore del mondiale con 6.24 m. Per l’ugandese Cheptegei – primatista mondiale dei 5000 e 10.000 metri – oro nei 5000 metri. Oro condiviso con Barshin per Gianmarco Tamberi, prima medaglia olimpica italiana nel salto in alto maschile, 41 anni dopo Sara Simeoni. Per il keniotaEliud Kipchohge, capace di scendere sotto le due ore nella maratona, secondo oro olimpico consecutivo nella maratona. Il quarto oro italiano era arrivato dal marciatore puglieseMassimo Stano, nella 20 km. Nell’atletica leggera femminile le atlete giamaicane avevano dominano la velocità. La regina di Tokyo era stata Elaine Thompson-Herah vincitrice di 3 ori – 100, 200 metri e 4×100 – dopo la doppietta di 4 anni prima a Rio; nei 100 metri il podio era stato tutto giamaicano. La velocista statunitense Allyson Felix, a 36 anni, con l’oro nella staffetta 4×400, era diventata la donna con più medaglie olimpiche nell’atletica leggera. Per l’Italia femminile un solo podio, ma d’oro, nella marcia 20 km con Antonella Palmisano. (segue)
Un piatto “buono, giusto e pulito”
Mangiare più pesce fa bene alla salute. Le due diete riconosciute dall’UNESCO patrimonio dell’umanità – la dieta mediterranea e quella giapponese – hanno il pescato come fonte proteica consigliata. Già basterebbe questo per proporre – a casa o al ristorante – un piatto unico come la zuppa di pesce civitavecchiese. Ma c’è un altro aspetto – altrettanto importante – a favore di piatti di questo tipo ed è la composizione non rigida dei principali ingredienti, ossia i prodotti della pesca. Tutti noi nutrizionisti, infatti, consigliamo di consumare più pesce per il contenuto di omega-3 e per l’alto valore di proteine, vitamine e minerali. Ma quasi tutte le riserve dei pesci che consumiamo abitualmente sono ormai al collasso. La zuppa di pesce civitavecchiese propone, invece, pesci meno conosciuti ma locali, meno pubblicizzati ma stagionali. Potrebbe, pertanto, rappresentare tra qualche anno l’unico modo di mangiare pesce non allevato. Insieme alle tante specie ittiche dei nostri mari – in questo caso il Tirreno – la zuppa civitavecchiese prevede una adeguata porzione di pane casereccio (circa 200 grammi), di pomodori e di aromi, come aglio, prezzemolo e peperoncino. Le circa 600 calorie provenienti dal pane locale – in genere l’ottimo pane giallo di Allumiere – bilanciano bene il notevole apporto proteico-calorico del pescato. I pomodori e l’aglio danno un buon contributo in fibre e antiossidanti alla zuppa e a molti altri piatti mediterranei simili (come il cacciucco alla livornese). Insieme al pescato locale, l’altro grande asso nutrizionale della ricetta è l’olio extravergine di oliva, di cui la zuppa fa un uso abbondante. I Paesi mediterranei come la Grecia, la Spagna e l’Italia che presentano il massimo consumo annuo di olio d’oliva – 12 chilogrammi per noi e gli spagnoli, ben 24 per i Greci – hanno da sempre minori malattie cardiovascolari. Per questo motivo l’olio è considerato un alimento nutraceutico. ossia qualcosa che nutre benissimo, ma al tempo stesso protegge dalla maggior parte delle patologie croniche. Qualcuno, infine, potrebbe obiettare sul valore energetico del piatto, che supera di poco le 1000 calorie. Rispondiamo con tre osservazioni di buon senso. La prima riguarda la frequenza di consumo. Non stiamo parlando di un piatto quotidiano – come una pasta al pomodoro – ma di una ricetta squisita da apprezzare periodicamente, la domenica o in altre occasioni conviviali. La zuppa civitavecchiese, inoltre, non prevede né antipasti né dessert: è un piatto unico e completo, che non ha bisogno di abbinamenti. La terza osservazione riguarda il concetto di porzione e fabbisogni nutrizionali. Un piatto da 1000 calorie – purché ben bilanciate tra carboidrati, grassi e proteine – rappresenta un pranzo adeguato per un adulto mediamente attivo. Per chi ha minori esigenze nutrizionali è sufficiente ridurre la porzione di un terzo o della metà, mantenendo tutte le caratteristiche di sapore del piatto. In conclusione, la zuppa di pesce civitavecchiese è un esempio eccellente della grande tradizione mediterranea, che sa abbinare ai valori nutrizionali elevati e alla sostenibilità ambientale di tutti gli ingredienti il piacere di una ricetta unica che si tramanda da generazioni. Utilizzando il celebre slogan di Slow Food, siamo di fronte a un piatto “buono, giusto e pulito”.
Dipendenze e diritto alla cura (E. Perazzini)
Diritti naturali di uomini e donne dipendenti da uso di sostanze “Il diritto di venire considerati come malato e non come viziosi . Il diritto di ricevere spiegazioni chiare e semplici sulla propria patologia da persone che ne abbiano studiato e capito i meccanismi. Il diritto di vedere la propria patologia inserita come materia di insegnamento accademica, al pari di tutte le malattie che affliggano il genere umano. Il diritto di essere pensati come malati curabili piuttosto che casi disperati. Il diritto di ricevere cure appropriate e integrate da personale competente e non giudicante. Il diritto alle sfumature, ogni paziente è diverso dagli altri. Il diritto di ricevere un ricovero nei casi gravi, senza che qualcuno lo debba implorare. Il diritto alla comprensione da parte di tutti i sanitari, che la dipendenza è una malattia cronica recidivante quindi soggetta a ricadute, che non vanno quindi colpevolizzate. Il diritto di ricevere attenzione adeguata alla qualità della vita e non solo all’astinenza dalle sostanze. Il diritto di riuscire a sperare in un avvenire migliore”. Emilio Perazzini, tossicologo clinico (nella foto l’immagine di Addictus 2023, il 5’ Forum Nazionale sulle Dipendenze Patologiche, promosso dal Servizio di Medicina delle Dipendenze dell’Azienda Ospedaliera di Verona, il Centro Lotta alle Dipendenze Onlus e l’Unità Operativa Dipendenze e Alcologia dell’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari di Trento)