Domenica 27 marzo 2011, davanti a 7500 tifosi del Palaonda di Bolzano, per la terza volta consecutiva la Trentino Volley ha vinto la Champions League di volley. La squadra allenata dal grande ex palleggiatore bulgaro Stoytchev ha sconfitto i russi dello Zenit Kazan, trascinata da un super Juantorena, martello cubano che ha cambiato l’esito della partita con le sue micidiali battute. Trento tre volte campione d’Europa, come Modena e Ravenna negli anni ‘90: il dominio pallavolistico dei club italiani in Europa e nel mondo – considerando anche l’ottimo livello dei club femminili e i prestigiosi piazzamenti delle nazionali agli ultimi mondiali – dovrebbe rendere orgogliosi tutti gli amanti dello sport e tutti coloro che tramite lo sport cercano, allenando, di educare e formare le nuove generazioni. Pallavolo, basket, pallamano, pallanuoto, rugby e hockey sono bellissimi sport di squadra che possono aiutare le ragazze ed i ragazzi a crescere, imparando che gli altri – sia i compagni sia gli avversari – sono una risorsa. Quando ad esempio l’Italia del rugby batte la Francia nel torneo Sei Nazioni, non è solo il mondo della palla ovale che fa un salto in avanti, è tutto il movimento sportivo che ne trae beneficio: potrebbe aumentare il numero di bambine e bambini che vorranno provare a fare un allenamento e magari continuare per tanti anni. Tutto questo, se si desse visibilità anche a tutto quello che non è calcio e motori: né la RAI né Mediaset né Sky hanno, infatti, ritenuto di comprare i diritti di una finale con le 3 migliori squadre europee di volley e la squadra italiana campione in carica. Stiamo parelando di una federazione come la pallavolo con oltre 200.000 tesserati, di cui più del 60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} donne, e circa 3 milioni di praticanti (dati FIPAV). La Rai e le tv commerciali non si perdono un gran premio o una amichevole di calcio, ma dell’unico sport di squadra in cui da oltre 20 anni siamo ai vertici mondiali – a tutti i livelli, con le nazionali e con i club, sia maschili che femminili – non si vede quasi niente. Sky manda in onda il poker 24 ore su 24 (sui canali dedicati alo sport!) e il wrestling, ma non la pallavolo. Si parla tanto di cultura sportiva, ma alla resa dei conti l’unica cosa che sembra contare sono i soldi e quelli girano soprattutto nel calcio e nella Formula Uno. Tutti si adeguano, televisioni e giornali, con poche e lodevoli eccezioni; intanto in Italia oltre il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione non fa nessuna attività fisica (nella foto) e una percentuale altissima di adolescenti abbandona la pratica sportiva. P.S. Grazie a SportItalia 2 che ha trasmesso – con un ottimo commento – la finale di Champions League di volley di Bolzano. (4-2011)
Rivoluzione anticoncezionale
La pillola contraccettiva è il metodo contraccettivo chimico per antonomasia, nonché una delle scoperte scientifiche e delle innovazioni sociali più importanti del ’900. Le diverse formulazioni della pillola contengono ormoni estrogeni e progestinici che impediscono l’ovulazione. Trattandosi di un farmaco, deve essere prescritta dopo accurati esami medici che valutino l’assenza di controindicazioni, soprattutto legate a problemi circolatori. Usata correttamente, ha un’efficacia contraccettiva del 100{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. La storia della pillola inizia nell’America degli Anni ’50, dalla collaborazione di un gruppo di attiviste – tra cui la famosa Margaret Sanger – e un gruppo di figure scientifiche, tra cui il biologo Gregory Pincus e il medico cattolico John Rock. Nel 1957 vide la luce Enovid, con principio attivo il noretisterone (o noretindrone), un progestinico utile contro i disturbi mestruali e capace di evitare l’ovulazione e, quindi, le gravidanze; il farmaco fu sperimentato sulle donne portoricane, con un dosaggio 10 volte maggiore della quantità necessaria a prevenire la gravidanza e forti effetti collaterali (in 17 donne su 100); tre anni dopo, nel 1960, Enovid fu messo in vendita come contraccettivo; nel 1961 la pillola anticoncezionale arrivò in Europa con il nome di Anovlar; da noi fu autorizzata nel 1967, esclusivamente per fini terapeutici; per usarla liberamente le donne italiane dovettero attendere il 1976, quando il Ministro della Sanità abrogò le norme che vietavano la vendita della pillola anticoncezionale. Nei primi anni ’70 le proteste di alcune associazioni di donne statunitensi per il calo del desiderio sessuale, la depressione e i disturbi della coagulazione associati alla nuova pillola portarono a dosaggi molto più bassi e alla presenza di foglietti illustrativi nella scatola. Oggi troviamo in commercio due tipi di pillole: una combinata, composta da due sostanze attive in forma sintetica – estrogeni e progesterone, i due ormoni sessuali femminili – e la minipillola, che contiene soltanto la componente sintetica del progesterone. Nelle pillole di ultima generazione i dosaggi sono molto bassi e, in genere, non causano aumenti di peso, ma possono favorire la ritenzione di liquidi e – secondo molte fonti – cellulite e capillari dilatati. Praticamente nullo, invece, il rischio di tumore al seno, grazie al dosaggio ridotto di estrogeni, 5 volte in meno rispetto alle pillole in uso negli anni’60. Al mondo sono circa 100 milioni le donne che usano la pillola: 12 milioni negli Stati Uniti, oltre il 25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} in Inghilterra. Il nostro Paese è il fanalino di coda in Europa per l’utilizzo della contraccezione orale, con una percentuale del 14,2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, ma non siamo il fanalino di coda nel mondo. In Giappone la pillola è usata da meno dell’1{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione femminile, poiché la maggior parte dei Giapponesi usa il preservativo; ne risulta un tasso di malattie sessualmente trasmissibili e HIV bassissimo e un’altrettanto bassa percentuale di ragazze madri, contro l’altissima percentuale della Gran Bretagna, dove la pillola è molto più utilizzata. Più recenti della pillola sono altri tre sistemi di contraccezione ormonale. Il primo è l’impianto contraccettivo sottocutaneo, un bastoncino morbido e flessibile inserito dal medico nella zona sottocutanea dell’avambraccio con un piccolo intervento ambulatoriale; dopo l’applicazione dell’impianto sottocutaneo, il problema contraccezione è risolto per 3 anni, salvo la possibilità di far rimuovere l’impianto dal medico per ritornare in condizioni di fertilità. L’anello vaginale è un anello, trasparente e flessibile, di materiale biocompatibile che va inserito in vagina, direttamente dalla donna, una sola volta al mese e rimosso dopo tre settimane (esattamente come i 21 giorni di assunzione della pillola). L’anello usa lo stesso meccanismo d’azione della pillola e ha la stessa efficacia; vengono rilasciati quotidianamente una bassissima dose di ormoni, con il vantaggio di effetti collaterali ridotti e assenza di passaggi metabolici nel fegato, dato che l’assorbimento avviene nella mucosa della vagina. Il terzo contraccettivo a base di ormoni è un cerotto quadrato, sottile e flessibile, di colore beige, da applicare sulla pelle (in alcune zone consigliate) una volta alla settimana per tre settimane al mese. Il cerotto contraccettivo libera ogni 24 ore un minimo dosaggio di ormoni che bloccano l’ovulazione, garantisce un’efficacia simile a quella della pillola e ha minimi effetti collaterali (nella foto La speranza II di Gustav Klimt, 1907)
Mangiare cibo vero
I dati presentati a Bruxelles l’8 dicembre nell’ambito della Carta europea sull’azione di contrasto all’obesità confermano le tendenze degli ultimi anni in fatto di malattie e mortalità. In sintesi, sovrappeso e obesità sono in crescita nella maggior parte dei Paesi europei. Quasi il 90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della mortalità è attribuibile a malattie cardiovascolari, tumori, malattie respiratorie croniche e diabete di tipo 2; la pandemia di diabete in Europa riguarda ormai 52 milioni di persone (l’8{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione tra i 20 e i 79 anni d’età). Come ha ribadito recentemente Michael Pollan, tutto questo sembra il risultato del nostro stile di vita occidentale, dato che tutte le popolazioni che hanno lasciato l’alimentazione tradizionale per adottare abitudini occidentali hanno oggi le quattro malattie dell’Occidente: obesità, diabete, disturbi cardiovascolari e tumori. Seguendo il demenziale modello alimentare statunitense, oggi nei supermercati europei ed italiani si trovano migliaia di sostanze commestibili, che imitano i cibi, ma in realtà ci allontanano da quell’alimentazione tradizionale che ci ha sempre protetto dalle malattie, senza bisogno di specialisti, prodotti salutari, piramidi alimentari o quant’altro. Pollan sottolinea che la maggior parte delle raccomandazioni nutrizioniste degli ultimi 50 anni – sostituire i grassi con i carboidrati, ad esempio – ha peggiorato la salute della parte occidentale del pianeta e ha creato una pandemia di obesità e diabete. Abbiamo tutti davanti agli occhi il paradosso degli Stati Uniti: la nazione con la massima preoccupazione per il cibo ha anche la massima frequenza di problemi di salute legati all’alimentazione (malattie coronariche, diabete, patologie cerebro-vascolari e tumori). La domanda è: come siamo arrivati a questa situazione? L’ideologia nutrizionista legata all’industria alimentare e farmaceutica ha fatto credere a milioni di persone tre cose dalle conseguenze assai pericolose: a) ciò che importa non sarebbero i cibi, ma i nutrienti; b) pertanto, per decidere cosa mangiare servirebbero gli esperti, gli unici che conoscono bene i nutrienti; c) infine, dovremmo tutti mangiare per migliorare il nostro stato di salute. I risultati di questo modo di vedere le cose sono sotto gli occhi di tutti; in realtà, ciò che importa non sono i nutrienti, ma i cibi, la loro storia e il modo in cui sono preparati e trasformati; la maggior parte degli “esperti” sinora ha detto un mucchio di cavolate, salvo poi correggersi e dire il contrario, senza ammettere la propria ignoranza in merito; terza e ultima cosa, da sempre si mangia per piacere, per stare insieme agli altri, per esprimere la nostra identità. Gli unici consigli seri in campo alimentare – conclude Pollan – sono tre: mangiare cibo vero (che in genere non si trova nei supermercati); mangiare con moderazione, mangiare soprattutto vegetali. Questo ha funzionato, per migliaia di anni; le pseudo raccomandazioni scientifiche ed i cibi finti ci fanno ingrassare ed ammalare. (nella foto il libro di Michael Pollan del 2008, Il dilemma dell’onnivoro) (1-2011)
Eravamo cannibali
I nostri “cugini” neanderthaliani praticavamo anche il cannibalismo? La natura dei resti ritrovati da un equipe di archeologi nella regione francese dell’Ardeche sembra farlo pensare. Gli studiosi hanno portato alla luce resti ossei di sei individui appartenenti ad una popolazione di Neanderthal vissuta circa 100.000 anni fa con segni evidenti di cannibalismo. Il termine cannibale ha una storia singolare; viene dallo spagnolo canibal, alterazione di caribal; poiché nell’Europa del ‘500 si riteneva che la popolazione dei Caraibi fosse mangiatrice d’uomini, dal loro nome nacque il termine cannibale – uomo dei Caraibi – come sinonimo protorazzista di antropofago. La scoperta francese – riportata dalla rivista Science – aggiunge un tassello importante alla ricostruzione dei modelli alimentari umani succedutisi nel corso dell’evoluzione. I primi Ominidi vissuti 6 milioni di anni fa nel Miocene erano sostanzialmente frugivori; come molte scimmie antropomorfe attuali, si nutrivano principalmente di frutti selvatici e radici. Per oltre 4 milioni di anni l’alimentazione umana rimase vegetariana, con quantità limitate di carne; soltanto nel Pliocene, 2 milioni di anni or sono, si sviluppò la tendenza a mangiare carcasse di animali predati da altri carnivori: iniziò, dunque, la fase onnivora della nostra alimentazione, che tuttora persiste. Passare da dieta solo vegetale ad una comprendente la carne è stato importante dal punto di vista evolutivo, così come è stato importante il primo periodo a dieta frugivora: riducendo la quota vegetale del cibo, infatti, si può ipotizzare la liberazione di energie e strutture anatomiche per permettere lo sviluppo del cervello – mediamente maggiore – degli animali carnivori o onnivori, rispetto agli erbivori (è la tesi del primatologo inglese Richard Wrangham in Catching fire del 2009). Nel nostro DNA portiamo, dunque, sia l’impronta vegetariana delle nostre origini, sia lo sviluppo recente da carnivori. (9-2010)
Terra Madre
Terra Madre riunisce ogni anno a Torino “rappresentanti di comunità del cibo, provenienti da tutto il mondo, impegnati a promuovere una produzione alimentare locale, sostenibile, in equilibrio con il pianeta e rispettosa dei saperi tramandati di generazione in generazione”. La quarta edizione di Terra Madre si è svolta dal 21 al 25 ottobre 2010 ed ha avuto oltre 5.000 partecipanti. Carlo Petrini – ispiratore della manifestazione – ha voluto che Terra Madre 2010 si aprisse con le testimonianze delle popolazioni native, le uniche ormai in sintonia con la natura. Petrini ha ricordato che l’abbandono dei saperi tradizionali “ci rende più poveri, più deboli, ci impedisce di dialogare con la scienza ufficiale”. La sfida dei prossimi anni sarà, infatti, mettere insieme la scienza e le più moderne tecnologie con le culture tradizionali di cui abbiamo entrambe bisogno. Petrini ha indicato gli attuali depositari dei saperi tradizionali: gli indigeni, i contadini, le donne, gli anziani.” Gli indigeni, le donne, i contadini e gli anziani ci indicheranno la strada giusta. Perché le persone più umili sono le più importanti della Terra, sono coloro che ancora conferiscono un senso alla vita comune”. Agli oltre tremila giovani presenti alla manifestazione Carlo Petrini ha rivolto l’invito ad incontrare e conoscere gli anziani, le donne, i contadini e i pescatori, per essere protagonisti di una trasformazione radicale del nostro modo di vivere e di produrre; una trasformazione profonda che sappia difendere la vita, l’eredità delle culture. Petrini ha concluso il suo intervento valorizzando le migliaia e migliaia di buone pratiche che passano sotto silenzio, “il vivaio del futuro”. La grande trasformazione dei prossimi anni dovrà “far crescere i servizi, le energie verdi, i trasporti pubblici, l’economia solidale, l’agricoltura biologica. E nello stesso tempo far decrescere l’intossicazione consumistica, i cibi industriali, la produzione di oggetti inutili, il traffico automobilistico” (12-2010)
Storia del genere Homo
La storia del genere Homo inizia circa 6 milioni di anni di anni fa, dato che la differenziazione tra i nostri antenati e gli scimpanzé (Pan troglodites) è avvenuta tra i 7 e i 4 o 5 milioni di anni fa. Su questo punto c’è abbastanza unanimità di vedute, il problema riguarda la collocazione di una serie di Australopitechi, i cui resti continuano ad essere ritrovati in Africa, ponendo ogni volta dubbi e ripensamenti sull’esatta sequenza che porta all’Homo Sapiens. Una buona, ma temporanea, “ricostruzione” potrebbe essere questa: – 4.5 milioni di anni fa, Australopitecus ramidus (pochissimo “umano”, meno di 1,30 metri di statura, forse neanche “eretto”); – 4 milioni di anni fa, Australopitecus afarensis (la famosa “Lucy“, keniana, piccolissima, cervello da scimpanzè, ma denti già umani); – 3,2 miloni di anni fa, Australopitecus africanus (sudafricano, piccolo ma ormai preumano); – 2 milioni di anni fa, Homo habilis (più alto degli australopitechi, quasi 1,5 metri, cervello da 600 cc, già in grado di costruire rudimentali utensili); – 1,7 milioni di anni fa, Homo erectus (primo esemplare del genere “Homo”, alto quasi come noi, cervello di oltre 1000 cc, in grado di fare strumenti abbastanza elaborati). Dall’estinzione di Homo erectus a noi c’è una specie di buco nero paleontologico: mancano, infatti, per il momento reperti fossili di collegamento per diverse migliaia di anni. Tra qualche anno probabilmente avremo un quadro più preciso, oggi possiamo soltanto schematizzare con buona approssimazione l’evoluzione, dall’Africa al Sud America, del ceppo Sapiens da cui tutti discendiamo. La nostra Eva Sapiens era nera (Eva nera) ed è vissuta in Africa tra i 200.000 e i 150.000 anni fa; 150.000 anni or sono i primi Sapiens iniziarono ad espandersi nel continente africano, verso sud e verso est; dopo un cambiamento climatico che rischiò di far estinguere tutti la popolazione umana, il clima divenne più arido riducendo la disponibilità di alimenti, vi furono le condizioni per le prime migrazioni al di fuori dell’Africa (“Out of Africa“); la data di uscita dal continente africano oscilla tra i 100.000 e i 50.000 anni, sembra invece più sicuro il percorso di questi primi “migranti” africani: lasciarono il loro continente attraverso il Mar Rosso e la penisola arabica, raggiunsero l’Iran, il Pakistan e poi l’India; dall’India, intorno a 40.000 anni fa, una parte puntò a nord e raggiunse la Cina e la Corea, mentre un altro gruppo si dirigeva a sud e arrivava in Indonesia e da lì in Australia; nel frattempo i nostri “cugini” Neanderthal vivevano da oltre 200.000 anni in Europa e parte dell’Asia: l’arrivo dei Sapiens in Europa, attraverso la Turchia, mise spesso in contatto i nostri progenitori con le popolazioni neandertaliane, umane quanto noi, con cervelli di oltre 1300 cc, abili nella caccia e abituati a seppellire i loro morti; per almeno 15.000 anni vi fu coesistenza, non si sa quanto pacifica, poi improvvisamente e abbastanza misteriosamente i Neanderthal si estinsero, lasciandoci unica specie del genere Homo; l’ultima tappa del viaggio fu l’arrivo in Alaska dei Sapiens, probabilmente il ramo europeo che dalla Turchia si era spinto in Siberia e da lì in America attraverso lo Stretto di Bering, allora percorribile a piedi, per l’abbassamento del livello degli oceani; 14.000 anni fa quegli uomini che molte migliaia di anni prima avevano lasciato l’Africa, dopo 5 o 6 milioni di anni di permanenza nel continente, raggiunsero il Cile e completarono la prima “colonizzazione” del nostro pianeta; di lì a poco vi sarà l’ultima glaciazione con la fine del freddo l’inizio dell’agricoltura e della civiltà. (10- 2010)
Mammiferi e Primati
Tutte le donne e gli uomini viventi oggi sulla Terra appartengono alla specie Homo sapiens, alla classe dei Mammiferi e all’ordine dei Primati. All’interno del sottordine delle Scimmie (Simiiformes) facciamo parte della superfamiglia Hominoidea, assieme a Gibboni e Gorilla, Scimpanzé e Orang-utan. Il nostro pianeta si è formato circa 4,6 miliardi di anni fa; per almeno un miliardo di anni la concentrazione di ossigeno è stata insufficiente per originare forme di vita; all’incirca 2,2 miliardi di anni fa l’atmosfera terrestre iniziò ad arricchirsi di ossigeno: 400 milioni di anni fa videro la luce le prime forme complesse di vita terrestre. Nel frattempo, tra i 330 ed i 200 milioni di anni fa, un unico super-continente – Pangea – raccoglieva tutte le terre emerse; Pangea iniziò a suddividersi, originando l’Oceano Atlantico; 70 milioni di anni fa l’attuale India si staccò dall’Antartide e cominciò il suo viaggio verso l’Asia, che si concluse con la saldatura al continente e la nascita delle catene tibetane e himalayane; l’ultimo grande evento geologico fu la chiusura dell’istmo di Panama, con la conseguente unione dei due continenti americani. Un asteroide di circa dieci chilometri di diametro che precipitò sulla Terra 65 milioni di anni fa cambiò il corso della vita ed i rapporti di forza tra i grandi gruppi animali. I Dinosauri, i grandi rettili che avevano dominato la vita sul nostro pianeta nei 100-200 milioni di anni precedenti, si estinsero. Non furono i soli, sembra certo che si estinse oltre il 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle specie viventi, liberando inaspettatamente territori e habitat sinora inavvicinabili: i primi Mammiferi, allora molto simili agli attuali roditori, ebbero l’opportunità di evolvere, diversificandosi, a volte aumentando in maniera consistente le proprie dimensioni, colonizzando gran parte delle terre emerse e parte degli habitat marini. Era cominciata l’era dei mammiferi. Come ha scritto Telmo Pievani “Noi Mammiferi, noi Primati, noi esseri umani non saremmo probabilmente qui, se quell’asteroide non avesse colpito la Terra e non avesse estinto le forme viventi dominanti.” Tra i Mammiferi primitivi, animali di piccole dimensioni simili agli attuali insettivori, alcuni svilupparono un modo di vita arboricolo, dando origine ai Primati. I Primati sono presenti in Africa da almeno 40-50 milioni di anni; poterono svilupparsi ed evolvere perché si adattarono all’ambiente di foresta che presentava pochi predatori pericolosi, come i grandi carnivori. I più antichi progenitori degli attuali Primati sono le tupaie e i lemuri, presenti oramai solamente in Madagascar. Il grande gruppo delle scimmie catarrine si separò dal resto delle scimmie almeno 40 milioni di anni fa. All’interno di questo gruppo, gli Ominidi si differenziarono, circa 20 milioni di anni fa. L’evoluzione degli Ominidi, durata circa 20 milioni di anni, portò alla comparsa di almeno tre grandi caratteristiche nuove per le scimmie, tra loro collegate: postura eretta, aumento del volume cerebrale, uso delle mani. Circa 8 milioni di anni fa, la zona in corrispondenza della Rift Valley, in Africa orientale, subì degli sconvolgimenti tettonici che portarono ad un progressivo inaridimento dell’habitat, con un passaggio dall’ambiente di foresta alla savana. Nella savana, diversamente dalla foresta tropicale, la posizione eretta è un vantaggio in quanto consente, di guardare più lontano, di utilizzare le mani per trasportare oggetti o costruirne. L’antenato comune agli Ominidi e allo scimpanzé potrebbe essere comparso 6 milioni di anni fa; 4 milioni di anni fa, probabilmente, vi fu la conquista della stazione eretta. L’Africa orientale fu la “palestra” per l’evoluzione del genere homo, ed è qui che si ritrovano i resti dei primi Ominidi, appartenenti al genere Australopithecus, molto più vicini alle scimmie che all’uomo, ma ormai incamminati su un percorso evolutivo ben delineato. (10-2010)
A scuola a piedi-bus/OKkio alla Salute
Per il terzo anno, ad ottobre migliaia di scuole e centinaia di migliaia di ragazzi di 43 Paesi andranno a scuola a piedi. L’iniziativa ecologica vuole ridurre il trasporto automobilistico individuale da casa a scuola che, negli orari di inizio e fine attività scolastiche, rappresenta quasi un quarto del traffico. Fino agli anni ’60 tutti gli studenti andavano a scuola a piedi, da soli o in compagnia, essere accompagnati dai genitori era una sorta di “marchio di infamia” che ti qualificava come “piccolo” e ti esponeva al dileggio dei compagni. Oggi, succede il contrario: arrivare a scuola con la macchina dei genitori è la normalità, come, purtroppo è normale essere in sovrappeso o obeso, per oltre un terzo degli studenti italiani. L’indagine OKkio alla Salute ha rilevato nel 2010 una confortante diminuzione dell’obesità infantile (dal 12,0 all’11,2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) e un sostanziale mantenimento (intorno al 23{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) della percentuale di bambini italiani in sovrappeso. Sembrano in leggero miglioramento anche gli indicatori dell’attività fisica dei nostri bambini: diminuiscono sensibilmente – dal 26 al 18{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} – gli alunni che non fanno nessuna attività fisica e quelli che fanno non più di un’ora di spor a settimana (dal 25 al 22{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}); cala l’uso della Tv in camera (dal 48 al 46{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) e cala moltissimo la percentuale di chi passa più di due ore al giorno con tv e videogiochi (dal 47 al 38{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}); diminuiscono di poco, purtroppo, anche i bambini che vanno a scuola a piedi o in bicicletta (dal 27 al 26{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}). A Londra, Berlino, Lione, ma anche negli Stati Uniti, i piedi-bus stanno diventando un’immagine familiare: un gruppetto di scolari che camminano compatti, con un adulto autista davanti e un adulto controllore dietro. In Italia, per il momento, i primi piedibus sono stati attivati in Emilia, a Ravenna. Speriamo che diventi una moda, una sana abitudine e un gioco per stare insieme e fare movimento. (10-2010)
Occidente e multiculturalismo
Occidente e multiculturalismo, un rapporto difficile, ma ormai inevitabile in ragione dei sempre più diffusi fenomeni di migrazione senza assimilazione di oggi. Le recenti ondate migratorie hanno portato – e continuano a portare – in Occidente persone che spesso mantengonoo in una certa misura la propria cultura d’origine. Siamo, quindi, sempre più spinti a rinunciare alla nostra arroganza di pensarci come punto di arrivo della storia. Alcuni esempi in questo senso possono aiutarci a capire la relatività dei nostri valori occidentali. l filosofo Umberto Galimberti si è trovato alcuni anni fa presso i Dogon, una delle ultime popolazioni primitive dell’Africa, stanziata tra Mali e Burkina Faso.“Ho incontrato verso sera, ai bordi di un campo, una figura bianca, un giovanetto di 12 anni a cui il gruppo di appartenenza aveva praticato la circoncisione, fatto indossare una tunica bianca, assegnato una ciotola e allontanato per almeno un anno perché iniziasse la sua vita. Lontano dal gruppo, dai padri, dalle madri, dalle matrici.”. Secondo Galimberti l’iniziazione è un congedo dalla pigrizia di rimanere tra le cose note, una sfida lanciata all’ignoto, raccolta e istituzionalizzata dal rito Dogon. Il filosofo si domanda se noi occidentali siamo ancora capaci di avvicinarci alle forme di sapere poco rassicuranti delle pratiche iniziatiche, o se siamo ormai vincolati a forme di sapere che ci confermino nelle nostre sicurezze senza esporci alle crisi. Ma senza crisi – sostiene Galimberti – non c’è nascita perché non c’è separazione dal mondo genitoriale. Noi, i genitori occidentali, siamo ancora capaci di iniziare i nostri figli? Siamo ancora in grado di allontanarli, come fanno i padri Dogon? L’angoscia di separazione – conclude Galimberti – è innanzitutto la nostra angoscia di genitori che, ad ogni distacco dei nostri figli, perdiamo la loro proprietà. Un’altra esperienza significativa è quella dell’antropologo torinese Alberto Sanza, antropologo torinese autore di molti libri, in particolare di Niente. Come si vive quando manca tutto. Antropologia della povertà estrema (2009, Sperling & Kupfer) “Vivevo con i Boscimani del Kalahari da un anno quando chiesi all’uomo più vecchio del gruppo di avere anch’io un ruolo nella comunità. Volevo cacciare, come facevano gli uomini, ma il vecchio rispose di no: “Tu puzzi e fai un sacco di chiasso con le scarpe, gli animali scappano” Allora proposi di partecipare alla raccolta di vegetali spontanei con le donne. Altro rifiuto del vecchio: “Qui è pieno di piante velenose, le conosci tutte?”. Avrei almeno potuto avere lo status del bambino? Nemmeno: non ero abile nel catturare le lucertole e i bruchi che integravano la dieta. Il vecchio rilanciò: “Potresti fare la bambina”. Le bambine preparavano gli ornamenti per le cerimonie: fui ammesso a fare le perline”. L’esperienza di Salza è illuminante a contatto con culture diverse dalla nostra, saltano tutti i parametri cui siamo abituati e non riusciamo neanche ad apprezzare i riconoscimenti; il vecchio boscimano aveva ammesso l’occidentale Sanza nella comunità degli umani, anche se nel rango più basso: nella loro cultura la distinzione tra uomini ed animali passa propr io il saper o meno ricavare perline dalle uova di struzzo. Nelle condizioni estreme in cui vivono i Boscimani (nella foto) – un deserto che da 20.000 anni almeno ospita questo popolo di cacciatori-raccoglitori – gli status non si regalano, perché un rango sbagliato può significare la non sopravvivenza, Come ha più volte ribadito il biologo Jared Diamond – che ha trascorso per lavoro oltre 30 anni in Nuova Guinea – in ambienti naturali come i deserti e le foreste solo i più intelligenti possono sopravvivere e riprodursi. In compiti che richiedano capacità superiori, come crearsi una mappa mentale di un ambiente non familiare, i guineani mostrano in media più intelligenza degli europei o degli americani medi. I bambini guineani, inoltre, passano gran parte della loro giornate a “fare”, i nostri occidentali a contemplare passivamente uno schermo. Se usassimo le argomentazioni dei razzisti – conclude Diamond – potremmo rovesciarle sui gruppi umani da cui per lo più provengono. (2010)
Biologia e affari
Craig Venter, il biologo e biotecnologo statunitense autore della prima mappatura del DNA ( con il Progetto genoma umano della sua Celera Genomics) ha annunciato questa estate di aver sintetizzato cellule “capaci di autoreplicarsi”. La notizia ha fatto il giro del mondo, data la notorietà dello scienziato. Molti mass media hanno parlato di un passo decisivo verso la creazione della vita artificiale. The Economist ha sobriamente titolato “E l’uomo creò la vita. Il primo organismo artificiale e le sue conseguenze”. Più modestamente secondo Venter questa ricerca “ha cambiato il punto di vista sulla definizione della vita”. In mezzo a tanto clamore mediatico, qualche voce critica ha fatto notare che si stava esagerando la portata effettiva dello studio e che lo si stava facendo per motivi ben precisi (in particolare Livio Giuliani dell’ICEM e A. Giuliani, I. Licata e Carlo Modonesi del Gruppo Scienza Semplice). Vediamo perché si esagera. Nell’articolo scientifico originale, pubblicato su Science, i ricercatori dicono di aver inserito in un batterio un DNA la cui sequenza era stata progettata “copiando” – quindi, non creando – quella di un micoplasma. Niente “vita artificiale” o vita sintetica, allora, ma un notevole progresso tecnologico, visto che l’ingegneria genetica finora aveva costruito solo pezzi di genoma e non il genoma tutto insieme. Seconda domanda: perché in questi casi si diffondono quasi sempre semplificazioni al limite della “bufala”? Secondo L. Giuliani la spiegazione potrebbe essere economica: “dopo le mirabolanti promesse degli anni ‘80, la biotecnologia versa in una crisi profonda. C’è bisogno di illudere gli investitori con l’illusione di controllo totale sul vivente”. Siamo al vecchio copione della scienza-spettacolo che funziona sempre per ottenere consensi e finanziamenti. Molti hanno paragonato l’annuncio di Venter alle altisonanti promesse sulla sconfitta del cancro nel giro di tre anni. Tanto poi nessuno poi va a verificare se questi annunci sono seguiti dall’effettivo raggiungimento di quanto viene dichiarato. Nel frattempo si raccolgono soldi velocemente, si crea un consenso favorevole nell’opinione pubblica e si ripropone la solita ideologia riduzionista della scienza. (9-2010)