Occidente e multiculturalismo, un rapporto difficile, ma ormai inevitabile in ragione dei sempre più diffusi fenomeni di migrazione senza assimilazione di oggi. Le recenti ondate migratorie hanno portato – e continuano a portare – in Occidente persone che spesso mantengonoo in una certa misura la propria cultura d’origine. Siamo, quindi, sempre più spinti a rinunciare alla nostra arroganza di pensarci come punto di arrivo della storia. Alcuni esempi in questo senso possono aiutarci a capire la relatività dei nostri valori occidentali.
l filosofo Umberto Galimberti si è trovato alcuni anni fa presso i Dogon, una delle ultime popolazioni primitive dell’Africa, stanziata tra Mali e Burkina Faso.“Ho incontrato verso sera, ai bordi di un campo, una figura bianca, un giovanetto di 12 anni a cui il gruppo di appartenenza aveva praticato la circoncisione, fatto indossare una tunica bianca, assegnato una ciotola e allontanato per almeno un anno perché iniziasse la sua vita. Lontano dal gruppo, dai padri, dalle madri, dalle matrici.”. Secondo Galimberti l’iniziazione è un congedo dalla pigrizia di rimanere tra le cose note, una sfida lanciata all’ignoto, raccolta e istituzionalizzata dal rito Dogon. Il filosofo si domanda se noi occidentali siamo ancora capaci di avvicinarci alle forme di sapere poco rassicuranti delle pratiche iniziatiche, o se siamo ormai vincolati a forme di sapere che ci confermino nelle nostre sicurezze senza esporci alle crisi. Ma senza crisi – sostiene Galimberti – non c’è nascita perché non c’è separazione dal mondo genitoriale. Noi, i genitori occidentali, siamo ancora capaci di iniziare i nostri figli? Siamo ancora in grado di allontanarli, come fanno i padri Dogon? L’angoscia di separazione – conclude Galimberti – è innanzitutto la nostra angoscia di genitori che, ad ogni distacco dei nostri figli, perdiamo la loro proprietà.
Un’altra esperienza significativa è quella dell’antropologo torinese Alberto Sanza, antropologo torinese autore di molti libri, in particolare di Niente. Come si vive quando manca tutto. Antropologia della povertà estrema (2009, Sperling & Kupfer) “Vivevo con i Boscimani del Kalahari da un anno quando chiesi all’uomo più vecchio del gruppo di avere anch’io un ruolo nella comunità. Volevo cacciare, come facevano gli uomini, ma il vecchio rispose di no: “Tu puzzi e fai un sacco di chiasso con le scarpe, gli animali scappano” Allora proposi di partecipare alla raccolta di vegetali spontanei con le donne. Altro rifiuto del vecchio: “Qui è pieno di piante velenose, le conosci tutte?”. Avrei almeno potuto avere lo status del bambino? Nemmeno: non ero abile nel catturare le lucertole e i bruchi che integravano la dieta. Il vecchio rilanciò: “Potresti fare la bambina”. Le bambine preparavano gli ornamenti per le cerimonie: fui ammesso a fare le perline”. L’esperienza di Salza è illuminante a contatto con culture diverse dalla nostra, saltano tutti i parametri cui siamo abituati e non riusciamo neanche ad apprezzare i riconoscimenti; il vecchio boscimano aveva ammesso l’occidentale Sanza nella comunità degli umani, anche se nel rango più basso: nella loro cultura la distinzione tra uomini ed animali passa propr io il saper o meno ricavare perline dalle uova di struzzo. Nelle condizioni estreme in cui vivono i Boscimani (nella foto) – un deserto che da 20.000 anni almeno ospita questo popolo di cacciatori-raccoglitori – gli status non si regalano, perché un rango sbagliato può significare la non sopravvivenza,
Come ha più volte ribadito il biologo Jared Diamond – che ha trascorso per lavoro oltre 30 anni in Nuova Guinea – in ambienti naturali come i deserti e le foreste solo i più intelligenti possono sopravvivere e riprodursi. In compiti che richiedano capacità superiori, come crearsi una mappa mentale di un ambiente non familiare, i guineani mostrano in media più intelligenza degli europei o degli americani medi. I bambini guineani, inoltre, passano gran parte della loro giornate a “fare”, i nostri occidentali a contemplare passivamente uno schermo. Se usassimo le argomentazioni dei razzisti – conclude Diamond – potremmo rovesciarle sui gruppi umani da cui per lo più provengono. (2010)
