Paul Connet è un professore statunitense; insegna chimica ambientale nel New Jersey: oltre ad essere professore emerito, Connet è anche un ambientalista convinto. Il suo nome è associato alla strategia “rifiuti zero” che ha di recente presentato alla Commissione per la sostenibilità ambientale dell’Onu. La prima sua proposta è, naturalmente, l’organizzazione della raccolta differenziata. Il passo successivo è una raccolta differenziata porta a porta, con contenitori per 4 tipi di scarti: organico, carta, multi materiale (vetro, metallo, lattine, plastiche) e scarti non riciclabili. Il terzo passo prevede la realizzazione di un impianto per trasformare gli scarti organici in un materiale detto compost, da utilizzare come fertilizzante in agricoltura. Nella quarta mossa si realizzano impianti per recuperare e riutilizzare la carta, i metalli, il vetro e le plastiche. La quinta e la sesta mossa comportano una radicale messa in discussione del nostro modello di vita iperconsumistico; da un lato bisogna ridurre alla fonte l’immensa quantità di rifiuti giornalmente prodotta (ad esempio, sostituendo stoviglie e bottiglie di plastica, con la diffusione di sistemi alla spina nella vendita di latte, bevande, detergenti e prodotti alimentari); dall’altro andrebbero realizzati centri per la riparazione e il riutilizzo delle cose, compresi gli edifici (mobili, porte, finestre, materiali in legno, in ceramica ed edilizi andrebbero riparati e riutilizzati). Le ultime tre mosse: tariffe che facciano pagare tantissimo chi produce grandi quantità di rifiuti non riciclabili, realizzazione di impianti di selezione e recupero dei rifiuti residui sfuggiti alla raccolta differenziata e, infine, il risparmio e il recupero energetico tramite digestione batterica anaerobica. Seguendo questo iter si potrebbe raggiungere entro il 2020 l’azzeramento dei rifiuti. Fantascienza? Utopia? Sicuramente un progetto impegnativo, ma va ricordato che a Brescia e a Milano, a Terni e a Brindisi, a Colleferro e forse a Fiumicino, l’alternativa sono stati o saranno gli inceneritori, l’invenzione più assurda degli ultimi anni: impianti che si limitano a ridurre il volume dei rifiuti, con combustioni a temperature altissime, trasformandoli in ceneri e buttando il resto –diossine comprese – nell’atmosfera. Centinaia di studi scientifici sulle popolazioni esposte agli inceneritori hanno dimostrato la presenza di danni gravi per la salute. Gli inceneritori funzionano come delle gigantesche sigarette: se ha un senso la scritta “Il fumo uccide”, possiamo comprendere la secca affermazione di Dominique Belpomme, presidente dell’Associazione francese per la ricerca contro il cancro: “L’incenerimento dei rifiuti è un crimine contro l’umanità”. (1-2012)
Verso una Slow Medicine
“La stragrande maggioranza delle malattie di oggi sono malattie che non guariscono.” Questa semplice e chiara frase di Giorgio Bert ha efficacemente sintetizzato il motivo per cui oggi è necessario un diverso approccio al tema della salute. I fondatori di Slow Medicine si sono visti a Torino per due giorni ed hanno provato a dare corpo ad una idea della cura molto diversa da quella ufficiale; questa scommessa è stata riassunta da Silvana Quadrino all’inizio dei lavori: provare ad indicare un percorso di cura “sobrio, giusto e rispettoso“, per una medicina “slow”, lenta come Slow Food, il movimento di Carlo Petrini, intervenuto a portare il saluto. Antonio Bonaldi ha stilato un prezioso campionario di atteggiamenti medici apparentemente corretti, ma non supportati da evidenze scientifiche. Li ha chiamati i sette veleni. Ad esempio, l’idea diffusissima che il nuovo in medicina sia sempre meglio (in realtà la maggior parte delle novità in campo medico risponde, soprattutto, ad esigenze commerciali). Oppure la percezione che tutte le procedure cliniche siano efficaci e sicure; leggendo con attenzione fonti indipendenti, ne emerge invece che meno della metà delle procedure cliniche sono sicuramente utili, un’altra metà non lo è, una parte è francamente dannosa. Fare di più aiuterebbe a guarire e migliorerebbe la qualità della vita. Sembrerebbe scontato, ma anche qui siamo in presenza di un’affermazione ideologica, non scientifica: a volte fare di più, peggiora la qualità della vita e non guarisce. In generale – come ha sottolineato spesso Marco Bobbio in questi anni – le aspettative che si nutrono per la medicina sono irrealistiche. Si è fatto di tutto per creare la pericolosa illusione che si possa godere di una salute illimitata, che si possa risolvere ogni problema; più le aziende farmaceutiche ed i medici prospettano soluzioni straordinarie, più i pazienti pretendono miracoli. Come ha ricordato il sociologo Domenighetti, il settore sanitario è il settore più sottoposto a conflitti di interesse e corruzione: la crescente commercializzazione della medicina va di pari passo con la progressiva medicalizzazione della vita quotidiana. Roberto Satolli ha ricordato la figura di Giulio Maccacaro, che 40 anni fa con le rivista Sapere ed Epidemiologia & Prevenzione, con la collana di libri Medicina e Potere e con il movimento Medicina Democratica aveva anticipato tutti questi temi. Sul rapporto tra medicina e potere Maccacaro diceva che bastava mettere un accento per chiarire la faccenda (non medicina e potere, ma “medicina è potere”); oggi Slow Medicine sembra un buon punto di partenza per dare un limite a chi decide arbitrariamente il confine tra malattia e salute, creando dall’oggi al domani milioni di potenziali malati bisognosi di costosi e spesso inutili farmaci per malattie che – come dice Giorgio Bert – non guariscono. (12-2011)
Acqua bene comune
Acqua bene comune, sembra assurdo doverlo ricordare, eppure il capitalismo liberista di oggi la considera smpre di più una merce. Riccardo Petrella, economista-politico dell’Università Cattolica di Lovanio, da molti anni si batte per un diritto negato a oltre un miliardo e mezzo di donne e uomini e ha costituito il Comitato internazionale per il Contratto Mondiale sull’Acqua. La storia dell’umanità è la storia del suo rapporto con l’acqua, segnata da quattro “conquiste”, succedutesi nel tempo. La prima “conquista dell’acqua” è stata quella delle antiche civiltà – i Romani, in particolare – che con pozzi e cisterne di raccolta dell’acqua piovana riuscivano a raccogliere l’acqua e poi distribuirla con canalizzazioni e acquedotti. Le tecnologia idrauliche trasformarono l’acqua in una fonte di energia: fu la seconda “conquista” – dice Petrella. La terza conquista, forse la più importante, fu la conquista “microbica”: grazie a Louis Pasteur fu possibile la potabilizzazione dell’acqua, sino ad allora bevanda pericolosissima. La quarta conquista, la più recente, è quella che, in questi ultimi anni, ha imposto il concetto che l’acqua è un merce come le altre e che sia quindi possibile e conveniente privatizzarla. Il comitato preseduto da Petrella ha presentato nel 1998 un manifesto che tutti dovrebbero leggere e conoscere. Eccone i punti salienti. “Veniamo dall’Africa, dall’America Latina, dal Nord America, dall’Asia e dall’Europa. Ci siamo riuniti con nessun’altra legittimità o rappresentatività se non quella di essere cittadini preoccupati dal fatto che 1 miliardo e 400 milioni di persone del pianeta non hanno accesso all’acqua potabile. Questo è intollerabile. In quanto fonte di vita insostituibile per l’ecosistema, l’acqua è un bene vitale che appartiene a tutti gli abitanti della Terra in comune. A nessuno, individualmente o come gruppo, è concesso il diritto di appropriarsene a titolo di proprietà privata. L’acqua è patrimonio dell’umanità. La salute individuale e collettiva dipende da essa. L’agricoltura, l’industria e la vita domestica sono profondamente legate ad essa. Il suo carattere «insostituibile» significa che l’insieme di una comunità umana — ed ogni suo membro — deve avere il diritto di accesso all’acqua, e in particolare, all’acqua potabile, nella quantità e qualità necessarie indispensabili alla vita e alle attività economiche. Mentre nel passato la condivisione dell’acqua è stata spesso una delle maggiori cause delle ineguaglianze sociali, la civilizzazione di oggi riconosce l’accesso all’acqua come un diritto fondamentale, inalienabile, individuale e collettivo. Il diritto all’acqua è una parte dell’etica di base di una buona società e di una buona economia”. Emilio Molinari – Presidente del Comitato Italiano per un Contratto Mondiale sull’Acqua – ha ricordato che va tutelato e garantito a tutti – senza alcuna tariffa – il minimo necessario di acqua per garantire la vita, quantificato dall’OMS in 50 litri al giorno a persona. In secondo luogo, bisogna contrastare lo spreco idrico, incentivando il risparmio e penalizzando il consumo eccessivo. In Italia il 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dell’acqua potabile viene sprecato per l’inefficienza delle infrastrutture idriche. Infine, va ribadito che l’acqua non è una merce, ma un diritto esattamente come l’educazione, la sanità e la giustizia. L’acqua è un diritto fondamentale. Nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo c’è il diritto alla vita: senza acqua non c’è diritto alla vita. (12-2011)
Salute e politica
Sempre più persone pensano che la chiave di molti nostri problemi risieda nei conflitti d’interessi di chi prende decisioni per la collettività. Il biologo Jared Daimond (nella foto in un’immagine di qualche anno fa) li ha ben descritti qualche anno fa. I conflitti in questione sono quelli che si instaurano tra gli interessi delle élite al potere ed il resto della società. Scrive Diamond: “I potenti perseguono senza ritegno i propri interessi (anche se così facendo possono danneggiare il resto della comunità) soprattutto se hanno la possibilità di non subire le conseguenze delle loro azioni”…Viceversa nelle società in cui anche l’élite è costretta a subire le conseguenze delle sue azioni è più difficile che si verifichino conflitti d’interesse tra la classe al potere e il resto della comunità e, dunque, è più difficile che i problemi ambientali , una volta percepiti, siano lasciati irrisolti”. Sarebbe interessante, ad esempio, “obbligare” tutti gli eletti alle cariche pubbliche a viaggiare esclusivamente con i mezzi pubblici: treni normali e autobus di linea per i lunghi tragitti, tram, biciclette e a piedi per distanze più brevi; penso che molti amministratori e politici si porrebbero – per la prima volta – il problema della mobilità, dell’inquinamento urbano, della pericolosità degli spostamenti non motorizzati; costretti a “subire le conseguenze delle proprie azioni” magari si renderebbero conto che la salute pubblica, la loro e quella dei loro concittadini, è legata alla possibilità di fare movimento nelle città, alla possibilità di poter passeggiare, correre, andare in bici o uscire con la carrozzina, senza rischiare di essere investiti e senza respirare gli scarichi dei motori. Viviamo da anni il paradosso, tutto occidentale, di una vita sempre più lunga, ma sempre più malata; mentre, infatti, l’aspettativa di vita alla nascita è sempre più alta, collocandoci con il Giappone ai vertici mondiali, l’aspettativa di vita sana è in calo; a partire dal 2003 per gli Italiani (per le donne soprattutto) vi sono progressivamente sempre meno anni di vita “sana”, cioè senza patologie croniche e senza medicine (dati della Commissione Europea per la Salute). Qualcosa evidentemente non funziona: chi dovrebbe tutelare la nostra salute fa finta di niente o per conflitto di interessi – in troppi hanno tornaconto dall’aumentare a dismisura il mercato della salute – o per ignoranza, e non si sa che cosa sia peggio (7/2011)
Dipendenze e guerra alla droga
E’ possibile affrontare la sempre maggiore diffusione delle dipendenze nel mondocon la startegia della “guerra alla droga“?. Cominciamo a chiarire il moderno concetto di dipendenza, all luce delle acqisizioni delle moderne neuroscienze. Quando fumiamo sigarette o beviamo alcol, quando usiamo cocaina o eroina, in fondo facciamo sempre la stessa cosa, ossia attiviamo un meccanismo biochimico di gratificazione – legato al rilascio della dopamina – che ci spingerà a ripetere il consumo o l’abuso di quella sostanza. Le droghe, pertanto, innescano precisi meccanismi biochimici nel cervello, che possono portare a dipendenza, con conseguenti situazioni di tolleranza, craving e astinenza Alla luce di questi aspetti sembra importante lo studio per l’ONU della Global Commission on Drug Policy (6-2011), firmato da numerosi esponenti internazionali della società politica e civile internazionali che in questi anni si sono confrontati con il problema (tra loro l’ex presidente dell’ONU Kofi Annan). Il documento si propone di fermare la fallimentare guerra alla droga che va avanti da mezzo secolo e sostituirla con l’amministrazione di una “questione sanitaria”, sostenendo che i tossicodipendenti sono, soprattutto, persone da assistere come “malati”. La scelta di puntare tutto sulla repressione non ha funzionato. “Le politiche repressive presso i produttori, i trafficanti e i consumatori hanno fallito nello sradicarla e le apparenti vittorie nell’eliminare una fonte di traffico sono annullate quasi istantaneamente dalla nascita di altre fonti e trafficanti”. Lo studio sottolinea, inoltre, che le politiche repressive degli ultimi anni hanno impedito misure di sanità per ridurre l’HIV, le vittime da overdose e altre pericolose conseguenze. Le statistiche globali riportate dallo studio parlano di un fallimento globale della lotta alla droga: il consumo di tutti i tipi di droghe è aumentato in 10 anni con oscillazioni dall’8,5 al 35,5 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} a seconda della sostanza. L’invito ai grandi del mondo è chiaro: “sperimentare forme di regolarizzazione al fine di minare il potere delle organizzazioni criminali salvaguardando salute e sicurezza dei cittadini. Sostituire la criminalizzazione e la punizione con il trattamento sanitario, incoraggiare la sperimentazione di modelli di legalizzazione, a partire dalla cannabis” . Se errare è umano, ma perseverare è diabolico, questo è il momento di cambiare strategie e affrontare la presenza delle droghe – legali e e illegali – nella nostra società in modo laico e realistico, lasciando le crociate ideologiche a un passato fallimentare da non ripetere. (7/2011)
Referendum e salute
Emilio Molinari è il presidente del Comitato Italiano per il Contratto Mondiale sull’Acqua, l’organismo ispirato e presieduto dall’economista Riccardo Petrella. In vista dei due referendum del 12 e 13 giugno Molinari ha ricordato i termini della questione: la gestione pubblica dell’acqua in Italia è stata messa in crisi da una legge del 1994 (la c.d. legge Galli che ha aperto le porte ai privati); con il recente decreto Ronchi il governo di centro-destra ha puntato alla completa privatizzazione del servizio idrico su tutto il territorio italiano. Che cosa succederà se non si raggiunge il quorum nei referendum? Per Molinari la gestione dell’acqua si giocherà tra le quattro maggiori s.p.a. a capitale misto già esistenti (tra cui Acea di Roma) dentro le quali sono presenti privati come Caltagirone e multinazionali francesi come Suez e Veolia. Aumenteranno le tariffe – di almeno il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} – e peggiorerà la qualità del servizio. Precedenti esperienze di privatizzazione del settore idrico all’estero (Bolivia, Inghilterra, Francia) e in Italia (Latina, Arezzo, Roma) hanno portato a queste 4 conseguenze negative: tariffe più alte, qualità scadente, niente lotta agli sprechi, riduzione del personale. Peggiorare la qualità dell’acqua potrebbe far comodo a molti: per risparmiare sulla manutenzione delle infrastrutture e per aumentare la domanda di acqua in bottiglia, business gestito da multinazionali come Nestlè e Coca Cola. Lo spreco – continua Molinari – va contrastato favorendo il risparmio, facendo pagare progressivamente l’utilizzo dell’acqua oltre il minimo garantito per diritto, penalizzando il consumo eccessivo. In Italia 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dell’acqua potabile viene persa per l’inefficienza delle infrastrutture idriche: nel decennio 1996-2005 sono stati investiti solo 700 milioni di euro (meno della metà del decennio precedente): servirebbe un piano di investimenti con cifre molto maggiori. Alla battaglia contro la mercificazione dell’acqua si unisce la battaglia contro il ritorno al nucleare in Italia. In Francia dove il 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dell’energia viene dall’atomo (contro il 5-9{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} mondiale) oltre il 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di tutta l’acqua consumata serve per raffreddare i reattori nucleari. Padre Alex Zanotelli – primo firmatario dell’appello che ha promosso la manifestazione del 26 marzo a Roma – ha detto che questi referendum sono fondamentali per chi guarda ad un altro modello di società, di sviluppo e al futuro del pianeta. Impedire la mercificazione dell’acqua, impedire il ritorno al nucleare: due battaglie sacrosante da vincere, per non pagarne le conseguenze nei prossimi anni. Ma la vera sfida – non da oggi – è costituire un movimento permanente che non si limiti a sacrosanti no. Un movimento strutturato ed articolato capace di dire dei sì, capace di proporre alternative credibili e vantaggiose per tutti, nelle grandi questioni dell’ambiente e dell’energia, dell’alimentazione e del tempo libero. La salute pubblica è una cosa troppo seria per lasciarla in mano a medici e politici. (6-2011)
Olimpiadi e medaglie
Olimpiadi e medaglie, ovvero lo sport come prosecuzione della guerra (ideologica) con altri mezzi. I medaglieri sono quegli elenchi assai parziali di primi, secondi e terzi posti che attribuiscono valore soltanto alle eccellenze di una certa disciplina. Arrivare in una finale olimpica in specialità a larga diffusione è impresa titanica, ma non viene conteggiata nei medaglieri; per chi arriva quarto nei 100 metri piani, cioè per l’atleta quarto al mondo nella velocità, si parla di medaglia di legno; se una nazione ha una grande scuola di atleti di livello mondiale, ma sfortunatamente questi gareggiano in anni in cui alcuni atleti occupano sempre i podi, per la contabilità del medagliere è come non avere nessuno. I medaglieri, pertanto, per definizione sono poco rappresentativi del livello di “sportività” di una nazione; se poi li prendiamo senza le opportune correzioni statistiche, sono addirittura fuorvianti. La prima banale correzione da apportare ai medaglieri, considerando per semplicità le sole medaglie d’oro, è quella di ponderare i titoli alle effettive partecipazioni. Non ha senso mettere a confronto in termini assoluti le vittorie di chi partecipa ad un evento 25 volte con quelle di chi lo fa 9 volte; è il caso di Stati Uniti e dell’ex Unione Sovietica; considerando le medaglie in assoluto gli Stati Uniti primeggiano dall’alto dei 929 ori conquistati; se, però, li rapportiamo alle presenze olimpiche, dividendo le medaglie d’oro per le partecipazioni, il discorso cambia; in questo caso è l’Unione Sovietica ad avere il miglior rapporto medaglie d’oro/partecipazioni, con 43,8 ori per olimpiade (395/9), oltre 7,5 punti in più degli Usa (929/25), secondi a 37,2; terza l’ex Germania orientale con 30,6 (153 ori per 5 sole partecipazioni), quarta la Cina con 23,2; poi, molto distanziate l’ex Germania Federale e la Germania (11,2) e il Regno Unito (8,0); l’Italia con 7,6 medaglie d’oro per olimpiade è settima, davanti alla Francia (7,3). Il medagliere ponderato per le partecipazioni è un po’ più attendibile di quello assoluto, ma potremmo fare un altro passo per renderlo ancora più significativo e capire quanto un Paese investe, con motivazioni più o meno condivisibili, nello sport olimpico. Si tratta di ponderare ulteriormente il rapporto medaglie/partecipazioni mettendolo in relazione alla popolazione del Paese; le oltre 23 medaglie per olimpiade della Cina, una nazione di oltre 1.300 milioni di abitanti, danno un rapporto di una medaglia ogni 57 milioni di abitanti; le 62 medaglie di Cuba dopo la rivoluzione castrista, nelle 11 partecipazioni dal 1960 a oggi, danno un valore 5,6 – un quarto di quello cinese – ma se si considera la piccola popolazione dell’isola caraibica (5,6 milioni di abitanti), si arriva al dato di una medaglia ogni milione di abitanti, un rapporto che è 57 volte maggiore di quello cinese. Ecco allora un medagliere “ponderato” per popolazione e partecipazioni. Ai primi posti troviamo una serie di piccoli Paesi che per diverse ragioni hanno sicuramente investito moltissimo nello sport, sia di massa sia di alto livello. Al primo posto la ex Germania Orientale – con un incredibile rapporto di una medaglia d’oro ogni mezzo milione di abitanti – e tanti dubbi su molti atleti e allenatori di quel periodo per i tanti casi accertati di “doping di stato”; poi tutti i Paesi scandinavi di impronta socialdemocratica – Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca – alcuni ex satelliti sovietici – Ungheria, Bulgaria ed ex Cecoslovacchia – due Paesi caraibici, uno socialista l’altro no – Cuba e Giamaica; un’isola dell’altro emisfero, la Nuova Zelanda, infine l’Olanda; tra le grandi potenze all’undicesimo posto l’Australia, poi la Russia/CSI, la Germania Federale e quella unita, poi ancora l’ex URSS, l’Inghilterra, l’Italia, gli Stati Uniti (ventiduesimi) e la Francia. Verso il trentesimo posto il Giappone, oltre il trentesimo la Cina, la nazione “emergente” dello sport olimpico, con i suoi 51 ori di Pechino. (2012)
Razzismo e leggi razziali
Il razzismo e la xenofobia – l’odio o la paura degli stranieri – sembrano essere atteggiamenti antichi quanto l’umanità. Persino i Greci, padri della democrazia, consideravano con disprezzo chiunque fosse straniero: chi non era greco veniva definito “barbaro”, cioè balbettante. Nella Spagna di fine Quattrocento le persecuzioni di musulmani (mori) ed ebrei (marrani) furono compiute in nome della “purezza di sangue” cristiana; allo stesso modo – dopo lo sbarco di Colombo in America – la riduzione in schiavitù degli Indios fu giustificata definendoli esseri non del tutto umani. Lo stesso disprezzo razzista fu riservato ai neri africani, portati come schiavi nel Nuovo Mondo. Il razzismo moderno si sviluppò, però, nell’Ottocento, per legittimare la superiorità dell’imperialismo europeo bianco sui popoli assoggettati con argomentazioni scientifiche e con una lettura distorta dell’evoluzionismo di Charles Darwin. I testi fondamentale del razzismo ottocentesco furono scritti dal francese Joseph-Arthur de Gobineau (Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, 1853-55) e dall’inglese germanizzato Houston Stewart Chamberlain (I fondamenti del 19° secolo, 1899). Negli anni ’30 del Novecento le teorie di Gobineau e Chamberlain sulla superiorità della razza ariana e l’antisemitismo – l’odio per gli Ebrei – diventarono l’ideologia ufficiale della Germania nazista di Hitler. In Italia il razzismo ebbe un tragico epilogo con le leggi razziali fasciste; il 4 luglio 1938 comparve sulla stampa “Il manifesto degli scienziati razzisti”; in esso vi si sosteneva che: le razze esistono (grandi e piccole); il concetto di razza è puramente biologico; l’attuale popolazione italiana è di origine ariana (mentre sarebbe una leggenda l’apporto di grandi masse umane nel corso della storia); gli Italiani devono proclamarsi francamente razzisti e distinguersi nettamente dagli orientali e dagli africani; gli ebrei non appartengono alla razza italiana e dei semiti venuti a contatto per secoli con gli italiani non sarebbe rimasto nulla; i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati. Le leggi antisemite furono promulgate tra il settembre e il novembre 1938 e suscitarono forti contrasti anche all’interno del fascismo. La scienza oggi è compatta contro ogni forma di razzismo e di discriminazione basata su presunti parametri biologici. Ma non è sempre stato così. Una medicina ed una biologia razzista, favorevoli al miglioramento genetico della popolazione con l’eugenetica, hanno avuto larga cittadinanza fino a pochi decenni fa. Per secoli gli scienziati hanno classificato gli esseri umani in base alle caratteristiche fisiche e, soprattutto, intellettuali. Stephen Jay Gould ha ripercorso la storia del razzismo scientifico e dei goffi tentativi di calcolare quell’entità sfuggente che è l’intelligenza nel suo lavoro (Intelligenza e pregiudizio, 1996). Oggi, per fortuna, in campo scientifico l’uso del termine razza qualifica negativamente solo chi lo usa ancora. Siamo tutti quanti figli di un gruppo molto piccolo di persone che 100.000 anni fa è uscito dall’Africa e ha colonizzato la Terra: per questo motivo, ciascuno di noi ha il 99,9{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del DNA in comune con qualsiasi altra persona sulla Terra. (2008)
“Razze” e razzismo
“Razze” e razzismo: le prime non esistono e non sono mai esistite, il secondo ha una storia lunghissima e ciclicamente riemerge in forme diverse. Che cosa significa esattamente il termine “razza“? Secondo il dizionario etimologico di Cortellazzo e Zolli con il termine “razza” si intende l’insieme degli individui di una specie animale o vegetale che si differenziano da altri gruppi per “uno o più caratteri costanti e trasmissibili ai discendenti”. Il problema, già notato da Darwin, è che passando da una popolazione ad un’altra vicina vi è sempre una gradualità nella variazione di tutti i caratteri. Anche l’analisi più precisa mostra che discontinuità di caratteri genetici nelle mappe geografiche si riscontrano di rado. Il “razzismo”, invece, è la convinzione che una razza sia biologicamente superiore alle altre. I razzisti si preoccupano di “mantenere la purezza della razza” perché questa supposta superiorità non venga a cessare. La realtà – dice uno dei maggiori genetisti viventi, Luigi Luca Cavalli Sforza – è che nella specie umana il concetto di razza non serve a nulla. Il concetto di razza è, infatti, così vago che potremmo arrivare a considerare una popolazione come “razza” solo se fossimo pronti a definire migliaia di razze diverse con piccolissime differenze tra le une e le altre. La struttura delle popolazioni umane è estremamente complessa e varia da regione a regione, da popolo a popolo; vi sono sempre sfumature, dovute a continue migrazioni entro e attraverso i confini di tutte le nazioni che rendono impossibili separazioni nette. Le persone sono simili a quelle geograficamente vicine e diverse da quelle geograficamente lontane. Dividere le popolazioni umane in 5,6 grandi “razze” o gruppi razziali è un fatto arbitrario, non naturale. Si tratta di politica, di bassissima politica, non di biologia. Alla sacrosanta domanda di chi si interroga sul perché le popolazioni umane sembrino così diverse tra loro, va risposto che la diversità è il risultato dell’adattamento ai diversi climi ed ambienti. Un nigeriano, uno svedese ed un italiano sembrano diversissimi perché vivono lontani e si sono pertanto adattati ad ambienti diversissimi. Persino le popolazioni di Homo neanderthalensis praticavano forme di scambio commerciale. Come ha scritto qualche anno fa Jonathan Marks (2003), “dove viaggiano le merci, viaggiano anche i geni”. Sembra, infatti, che non ci sia mai stato un periodo storico o preistorico nel quale gli uomini abbiano vissuto soltanto negli angoli più remoti del mondo. La purezza genetica, pertanto, non esiste nelle popolazioni umane; se per assurdo predisponessimo un “programma di allevamento” che preveda il continuo incrocio tra parenti molto stretti, come il matrimonio tra fratelli e sorelle, cosa vietata da tutte le leggi, anche dopo 20, 30 generazioni non si riuscirebbe comunque ad ottenere un ceppo perfettamente “puro” in cui la variazione genetica sia scomparsa. In conclusione: in tutti gli ambiti biologici gli individui somigliano a quelli che sono loro vicini geograficamente e differiscono da quelli che sono loro lontani; anche la nostra specie presenta delle variazioni graduali e continue che, nel passato, a cominciare da Linneo a metà ‘700, sono state arbitrariamente trasformate in razze, nello stesso modo in cui il tempo – entità continua – è stato diviso in ore, giorni e settimane. (5-2011)
Nuove “guerre dell’oppio”
Le “guerre dell’oppio” sono stata una delle pagine più vergognose della storia inglese moderna e del capitalismo ottocentesco. L’uso politico dell’oppio, però, non è limitato alla tragica vicenda che vide l’Impero britannico imporre il commercio di oppio alla Cina nell’Ottocento. Cento anni dopo la vergognosa guerra coloniale inglese, nel 1937, il fascismo imperiale del Giappone decise di invadere la Cina e e di utilizzare la droga per indebolire la resistenza all’occupazione; fu, pertanto, ordinata la riapertura delle fumerie d’oppio con pesanti ripercussioni sulla popolazione. Il leader cinese Mao Tse Tung, negli anni della “lunga marcia”, ebbe ben presente il binomio oppio-sfruttamento coloniale e dichiarò che la guerra per la liberazione nazionale avrebbe dovuto essere anche una guerra contro l’oppio. Le guerre dell’oppio, però, non finirono con la rivoluzione cinese del 1949 e la vittoria di Mao. Venti anni dopo vi fu un nuovo boom della produzione di oppio ed eroina nel cosiddetto “triangolo d’oro” compreso tra Laos, Birmania e Cambogia. Il tutto avvenne mentre infuriava la sanguinosa guerra del Vietnam che causò oltre un milione di morti tra i soldati vietnamiti e quasi 4 milioni di vittime civili tra il 1962 e il 1975 (oltre a 50.000 vittime militari statunitensi,). Nella “sporca guerra” del Vietnam i guadagni ottenuti della produzione di oppio ed eroina finanziarono le operazioni militari contro i Vietcong del Nord e lasciarono un’altissima percentuale di tossicodipendenti tra i soldati statunitensi. L’ultimo capitolo delle moderne “guerre dell’oppio” inizia nel 1989, quando le truppe dell’allora Unione Sovietica si ritirarono dall’Afghanistan, dopo 10 anni di invasione. Lasciarono quasi 14.000 militari uccisi, un alto numero imprecisato di vittime civili e il Paese in mano ai Talebani. La resistenza anti-sovietica dei mujahidin fu in larga parte finanziata – dai servizi segreti statunitensi e pakistani – con i proventi del commercio clandestino di oppio afghano, che prosperò fino al 2000, quando il mullah Omar, allo scopo di guadagnare sostegno internazionale al suo regime, decise di vietare la coltivazione di oppio. Nel 2001 la produzione di oppio crollò, ma riprese a pieno ritmo nel 2002, dopo la sconfitta dei Talebani e l’insediamento del leader Karzai ad opera delle truppe statunitensi; oggi l’Afghanistan è il principale produttore mondiale di eroina con il 93{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della produzione mondiale. Le “guerre dell’oppio” non si fermano mai, cambiano solo i protagonisti. (2007)