Abolire le macchine? Fare a meno delle automobili private? Il problema qualcuno già lo poneva oltre 50 anni fa. “Ai 5.281 morti in incidenti stradali del 1954 possiamo contrapporre i 6.262 morti nelle guerre del Risorgimento, dal 1848 al 1870. E’ come se combattessimo ogni anno senza scopo e senza gloria, una sanguinosa guerra che lascia sul terreno migliaia di morti e decina di migliaia di feriti” (Quattroruote 1/1956). Guido Viale nel suo libro del 2007 Vita e morte dell’automobile definisce l’automobile insostenibile dal punto di vista economico, ambientale e anche sociale. L’auto privata – dice Viale – è il mezzo di trasporto più stupido che ci sia: promette la libertà e ti imprigiona nel traffico – e per di più in una corazza di lamiera, in mezzo ai gas più mefitici che ci siano. È stata inventata per agevolare gli spostamenti e rappresenta oggi il principale ostacolo alla mobilità, sia in città che fuori porta. È sempre più dotata di comfort e apparati di sicurezza, ed è una delle principali cause di scomodità della vita moderna e di incidenti. Vediamo punto per punto i problemi di cui parla Viale. Intanto va premesso che il peso dell’auto sull’economia, come prodotto interno lordo, in Italia si aggira intorno al 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} e lo stesso vale per l’occupazione, nonostante la tendenza a delocalizzare la produzione in Paesi con meno tutele sindacali e salari più bassi. Per Viale il primo aspetto critico dell’auto è il consumo di spazio. Ogni posto-auto occupa uno spazio di 10 metri quadrati. In una città come Milano questi 10 metri quadrati vanno moltiplicati per 1.600.000 (il numero di macchine circolanti, metà di residenti, metà di pendolari); per far posto alle macchine spariscono oltre 16 km quadrati, più di 2.200 campi da calcio, il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del territorio comunale. Sono spazi sottratti all’uso pubblico, destinati a veicoli privati che rimangono fermi e inutilizzati per gran parte della giornata. Trasformare le strade e le piazze in uno spazio riservato alle auto significa sottrarle agli umani, cacciare gli uomini, le donne, e soprattutto i bambini e gli anziani, per far posto alle protesi meccaniche degli automobilisti, esseri nati bipedi e trasformati in robot a quattro ruote. Secondo aspetto critco dell’auto, gli incidenti stradali. Nel 1990, a 100 anni dal primo incidente mortale con una macchina, sono stati calcolate i costi dei primi 100 anni di mobilità con le automobili: 17 milioni di vittime e un numero molto più alto di invalidi e feriti (solo per gli incidenti stradali); una guerra mondiale di cui quasi nessuno parla (L’ imperialismo dell’auto di Hosea Jaffe, 2004). Negli ultimi anni ci siamo assestati su una media mondiale di 200.000 morti l’anno, di cui 6-7.000 in Italia con oltre 150.000 gravi incidenti. Non servono commenti. Terzo punto critico, l’inquinamento. Stime prudenti calcolano in 15 milioni le vittime del ‘900 per le patologie legate all’inquinamento da traffico; una cifra significativa che, però, rischia di avere poca importanza, se consideriamo un dato banale. Che succederà nei prossimi anni se Paesi come Cina, India o Brasile raggiungeranno il tasso di motorizzazione dell´Italia? Quale potrebbe essere l’impatto sull´atmosfera terrestre, con un carico così elevato di emissioni? Nel 2000 circolavano per le strade del mondo quasi 550 milioni di macchine, di cui 400 nei Paesi OCSE (Europa, Nordamerica, Oceania, Giappone e Corea). Ma le cose stanno cambiando. La Cina, infatti, ha superato il Giappone nella produzione di auto e gli Stati Uniti nel numero di immatricolazioni; nel 2009 il mercato cinese è stato il primo mercato di auto al mondo con quasi 14 milioni di auto automobili prodotte sui 62 milioni complessivi – il 22{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} e quasi il 50 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} in più rispetto al 2008- il Giappone al secondo posto con 8 milioni, in terza posizione gli Stati Uniti con meno di 6 milioni, poi Germania, Corea del Sud, Brasile, India, Spagna, Francia e Messico; l’Italia è 18° con una produzione di 850.000 automobili. Per quanto riguarda il mercato dell’auto, in Cina nel 2009 sono state venduti 13,6 milioni di veicoli – automobili, bus e camion – rispetto ai 9,4 milioni del 2008; negli Usa, invece, le vendite sono scese a 10,4 milioni. Secondo gli ultimi dati l’Italia risultava nel 2006 al primo posto al mondo come numero di vetture circolanti per mille abitanti con 59 auto in circolazione ogni 100 abitanti. In Europa la densità automobilistica di Berlino, Londra e Parigi è di circa 30 auto ogni 100 residenti: in Italia due terzi delle città si collocano su un livello doppio, oltre le 60 auto ogni 100 abitanti. Il problema è il presente, con oltre 36 milioni di auto circolanti, ma è soprattutto il futuro. In molte città scandinave, olandesi, tedesche – ultimamente anche francesi e spagnole – si sta investendo in piste ciclabili, bici a noleggio (il bike-sharing), parcheggi per biciclette e modello di mobilità che associano il trasporto pubblico alla bici. In Italia nessuna grande amministrazione ha ancora realmente fatto una scelta in tal senso e tutte le piste ciclabili delle città italiane equivalgono alla rete di piste ciclabili di Vienna, Helsinki e Copenaghen. C’è davvero molta strada da fare. (9-2010)
Storia dell’automobile
La storia dell’automobile è la storia del 900, la storia del secolo breve. Oggi in molti si chiedono se l’auomobile privata abbia o meno un futuro. Guido Viale ha pochi dubbi. Nel suo Vita e morte dell’automobile (2007, Bollati Boringhieri) scrive: “Bisogna convincersi che l´automobile, come mezzo di trasporto privato, non ha futuro. Che possiamo procrastinarne la fine ma solo per poi accorgerci che abbiamo buttato una montagna di denaro (pubblico e privato), di tempo, di risorse (intellettuali e ambientali) in un pozzo senza fondo”. Ma come siamo arrivati a questo punto? L´invenzione del motore a combustione interna, circa 100 anni fa, ha permesso ai primi veicoli a motore di sostituire i cavalli, i carri e le carrozze nei percorsi urbani e in quelli dove non arrivava la ferrovia. Negli anni ‘20 e ‘30 negli Stati Uniti vi fu la svolta che portò alla diffusione di massa dell’auto; la grande industria statunitense dell´auto comprò le società private che gestivano il trasporto pubblico locale, le fece chiudere e obbligò chi voleva o doveva muoversi a comprarsi una vettura privata (in quegli anni prodotta dagli stabilimenti di Henry Ford a prezzi accessibili anche agli operai, grazie all’aumento di produttività e alla diminuzione dei costi della catena di montaggio fordista e taylorista). Iniziò allora lo smantellamento del trasporto pubblico, in particolare di quello ferroviario, per imporre l´auto privata come veicolo esclusivo della mobilità interurbana. Negli anni Cinquanta, 20 anni dopo il modello autostradale tedesco, gli Stati Uniti misero in funzione la loro rete nazionale di autostrade. Mandare in pensione i tram elettrici e rendere marginale il trasporto ferroviario non è stata solo una questione legata a un particolare modello di mobilità. Per Viale imporre l´auto come modello privilegiato di mobilità, ha comportato anche imporre “le principali caratteristiche dell´epoca in cui viviamo: individualismo, consumismo, lavoro ripetitivo, parcellizzato e controllato meccanicamente “ L’automobile ha distrutto le piazze, intese come luoghi di ritrovo della comunità, del quartiere o del paese; il traffico impedisce la socialità. Il problema non è solo trovare auto pulite, a idrogeno che emettono solo acqua, o auto elettriche, silenziosissime. Non vivremmo bene neanche con 36 milioni di auto ecologiche. Va ripensata tutta la mobilità, partendo dalla necessaria riduzione delle auto circolanti e dalla rinuncia alla proprietà individuale dei mezzi di locomozione (ad esempio, con l’auto in comproprietà, il car-sharing, e con l’auto a noleggio), favorendo il trasporto pubblico sostenibile. Con l’enorme spazio liberato dalle auto private parcheggiate si avrebbero più spazi pubblici e più verde per tutti; più panchine e tavolini per godersi la città e il quartiere; marciapiedi più larghi per camminare meglio, piazze e piazzette per incontrarci e per far giocare i bambini. Come scriveva profeticamente Aurelio Peccei nel 1971 “L’automobile vive i suoi ultimi anni di gloria in quanto bene personale, proprietà privata, espressione di status sociale. L’assurda situazione delle nostre grandi città – Parigi, Roma, New York o Tokyo – è legata al retaggio del passato e cioè alla sopravvivenza di una vecchia mentalità, dura a morire. Non c’è dubbio che l’automobile individuale, che utilizziamo due o tre ore al giorno, che occupa spazio e inquina i luoghi in cui passiamo la parte più importante della nostra vita, è un anacronismo. L’automobile deve diventare semplicemente un bene d’uso con le seguenti caratteristiche: massima sicurezza; minimo inquinamento, minimo ingombro”. (nella foto: la Ford Model T del 1908) (2010)
Olimpiadi di Pechino del 2008 (2)
Alle Olimpiadi di Pechino del 2008 nel canottaggio solo Gran Bretagna e Australia erano riuscite a vincere 2 ori (per l’Italia argento nel 4 di coppia); nella canoa/kayak 3 ori per tedeschi e slovacchi ed ennesima medaglia per la naturalizzata Josefa Idem, a 44 ancora sul podio (aveva iniziato 24 anni prima a Los Angeles, quando gareggiava per la Germania Ovest). Nella scherma si erano imposti atleti italiani, francesi e tedeschi, con 2 titoli per ciascuna nazione; Matteo Tagliarol aveva vinto l’oro nella spada individuale; Valentina Vezzali si era imposta nel fioretto femminile. Nel tiro la Cina aveva vinto 5 titoli sui 15 assegnati; per noi 2 medaglie d’argento e l’oro alla Cainero nello skeet; nel tiro con l’arco prestigioso argento a squadre dell’Italia del campione olimpico uscente Galiazzo, dietro ai maestri sudcoreani. Gli inglesi avevano vinto 4 medaglie d’oro nella vela; per noi l’argento di Alessandra Sensini, alla quarta medaglia olimpica consecutiva nel windsurf (oltre ai 3 titoli mondiali). Senza storia il tennis tavolo; triplette cinesi nel singolo maschile e femminile, vittorie nette nei tornei a squadre, 4 ori su 4 e una giocatrice cinese di tennis tavolo – Zhang Yining, 4 ori olimpici e 11 titoli mondiali (nella foto) – a leggere il giuramento degli atleti. Successi cinesi anche nel badminton, con 3 titoli su 5 (uno all’Indonesia). Nel pugilato tre pugili a medaglia per l’Italia; Roberto Cammarelle, supermassimo, era stato il pugile più apprezzato dell’intero torneo; argento per Clemente Russo, campione mondiale uscente dei massimi; i pugili cubani – maestri indiscussi della specialità – avevano portato 8 atleti in semifinale senza riuscire a vincere un solo oro. Dominio cinese nel sollevamento pesi maschile e femminile con 8 ori su 15. Nella lotta 6 medaglie d’oro su 18 alla Russia, nel taekwondo 4 titoli su 8 ai sudcoreani e 2 al Messico. Giappone e Cina con 7 ori su 14 si erano spartiti il bottino olimpico nel judo; Giulia Quintavalle aveva vinto l’oro nei pesi leggeri, mentre i judoka cubani avevano emulano i loro colleghi sul ring: 6 semifinalisti e nessun oro. Nei tornei a squadre a il comitato olimpico internazionale aveva deciso di togliere il baseball dal programma olimpico: quindi l’inedita finale tra coreani e cubani, vittoriosi in semifinale su Giappone e Usa, era stata l’ultima finale olimpica con la vittoria di misura della Corea sui campioni olimpici uscenti di Cuba; ultimo torneo olimpico, dopo solo 4 edizioni, anche per il softball, la versione femminile del baseball: vittoria delle giapponesi sulle statunitensi. Nell’hockey su prato maschile – presente alle olimpiadi dal 1920 – aveva vinto la Germania sulla Spagna, nel torneo femminile successo dell’Olanda sulla Cina. Nella pallamano primo successo della Francia sull’Islanda tra i maschi, vittoria della Norvegia sulla Russia tra le donne. Nella pallanuoto maschile vittoria netta dell’Ungheria: nono titolo olimpico, terzo consecutivo; in campo femminile oro all’Olanda, argento gli Usa, Italia sesta. Nel torneo di basket maschile gli Stati Uniti dovevano far dimenticare la figuraccia di Sidney ed avevano presentato uno squadrone con LeBron James, Kobe Bryant e Carmelo Anthony; in semifinale avevano battuto i campioni uscenti dell’Argentina; la finale con la Spagna di Gasol e Rubio era stata una bellissima partita, con gli iberici capaci di tener testa agli avversari per quasi tutto l’incontro; alla fine Stati Uniti vittoriosi per 118-107; bronzo all’Argentina, quarta la Lituania; tra le donne terza finale consecutiva Usa – Australia e terza vittoria statunitense. Nel calcio maschile l’Argentina di Messi, Lavezzi e Di Maria aveva replicato il successo di Atene vincendo tutte le partite del torneo; argento alla Nigeria, bronzo al Brasile; tra le donne stessa finale di 4 anni prima, con le statunitensi ancora vittoriose sulle brasiliane. Nella pallavolo maschile in semifinale gli statunitensi avevano avuto la meglio dei russi al tie-break, mentre i brasiliani avevano battuto abbastanza nettamente l’Italia; nella finale i brasiliani erano favoriti ma avevano vinto i loro avversari con una partita perfetta. Oro agli Usa di Ball, Millar e Stanley, argento al Brasile di Dante, Gustavo, Heller e Murilo; terzi i russi, quarta l’Italia. Nella pallavolo femminile finale tra Brasile e Stati Uniti; per le brasiliane primo oro olimpico; terzo posto alla Cina, campione uscente, quarta Cuba. Il 24 agosto venivano dichiarati chiusi i XXIX giochi olimpici. Come era prevedibile già a Sidney, la Cina era diventata la nuova superpotenza sportiva: con 51 medaglie d’oro aveva surclassato gli Stati Uniti, fermi a 36. Terza la Russia, con 23, quarta la Gran Bretagna, che aveva superato la Germania e avrebbe ospitato la Londra a successiva olimpiade del 2012; poi Australia, Corea e Giappone; nona l’Italia con 8 ori e 20 medaglie di altri metalli, decima la Francia. A settembre il fallimento della banca statunitense Lehman Brothers aveva provocato ingenti perdite nelle borse di tutto il mondo. L’astronauta cinese Zhai Zhi Gange aveva fatto la prima passeggiata nello spazio; nella Repubblica Democratica del Congo si era riacceso il sanguinoso conflitto del Kivu. Negli Stati Uniti Barack Obama era stato eletto presidente, il primo afroamericano nella storia. In Italia la Corte di Cassazione aveva autorizzato la sospensione degli alimenti a Eluana Englaro, ponendo termine ad un dramma durato 17 anni
Olimpiadi di Pechino del 2008 (1)
Nel 2008 era entrato in vigore il Protocollo di Kyoto sulle emissioni di CO2 (non ratificato dagli USA), mentre il prezzo del petrolio aveva superato per la prima volta i 100 dollari al barile; per l’opposizione di docenti e studenti, il Papa aveva rinunciato a inaugurare l’anno accademico alla Sapienza; il governo Prodi si era dimesso e Fidel Castro aveva rinunciato all’incarico di presidente per il fratello Raúl. In tutto il mondo erano scoppiate le “rivolte del pane” (per l’aumento del costo dei cereali). In Nepal gli ex ribelli armati del Partito Comunista Maoista Nepalese avevano vinto le elezioni; in Italia le elezioni le avevano vinte Berlusconi e la Lega Nord. In Paraguay l’ex vescovo progressista Fernando Lugo era il nuovo presidente. A maggio in Birmania un ciclone aveva provocato più di 100.000 vittime tra morti e dispersi. L’Inter aveva rivinto il campionato, la Spagna gli Europei di calcio. Il leader nero Barack Obama, aveva superato Hilary Clinton nelle primarie democratiche. Il segretario generale del Partito Comunista Cinese e Presidente della Repubblica Popolare Cinese Hu Jintao aveva ufficialmente inaugurato i Giochi della XXIX Olimpiade l’8 agosto. La cerimonia inaugurale con oltre 15.000 figuranti aveva avuto come regista il grande cineasta Zhang Yimou ed era stata premiata – giustamente – come miglior cerimonia di apertura di tutti i tempi; l’ultimo tedoforo era stato Li Ning, il ginnasta che a Los Angeles nel 1984 aveva vinto tre ori. Molti applausi agli atleti di Tapei, ex Formosa, la cosiddetta Cina nazionalista. Il presidente del Comitato Olimpico Internazionale aveva ribadito l’importanza di gareggiare in maniera pulita, senza doping. Le gare di atletica si erano svolte allo Stadio Nazionale di Pechino, soprannominato “nido d’uccello” per la sua forma. Il giamaicano Usain Bolt, 22 anni compiuti proprio durante le Olimpiadi, alto quasi 2 metri, aveva vinto le tre gare della velocità con 3 record del mondo: oro nei 100 m in 9’’69; oro nei 200 in 19’’30, cancellando il 19’’32 di Michael Johnson; oro nella 4 x 100 (nella foto) in 37’’10 con l’altro grande velocista giamaicano Asafa Powell (demolito il vecchio record statunitense di 3 decimi); nei 100 femminili tripletta giamaicana; oro a Shelly Ann Frazer con un eccellente 10’’78; nei 200 riconferma di Veronica Campbell a distanza di 4 anni; gli statunitensi per la prima volta nella storia olimpica non avevano vinto nessuna gara di velocità, lasciando 5 ori su 6 alla Giamaica: un bottino straordinario per un paese “povero” di neanche tre milioni di abitanti. Gli USA si erano parzialmente rifatti con le triplette nei 400 – oro a La Shawn Merritt che poi verrà squalificato per doping – nei 400 ostacoli – secondo oro a Angelo Taylor dopo Sidney – e con il titolo nella 4 x400 (ancora Merritt e Taylor); nei 100 ostacoli oro al cubano D.R. Planes, detentore del record mondiale 12″87, dopo la rinuncia dell’idolo di casa Xiang Liu. Nel fondo e nel mezzofondo avevano dominato, come al solito, tleti keniani ed etiopi: su 5.000 e 10.000 metri doppiette del grandissimo Kenenisa Bekele (doppio oro, 28 anni dopo l’etiope Yfter) e della Dibaba, entrambi etiopi; negli 800 oro a Bungei, nei 1500 a Kiprop, nei 3000 siepi a Kipruto: tutti e tre del Kenia; altri 3 ori keniani nella maratona maschile – partita da Piazza Tienammen – e negli 800 e nei 3000 siepi femminili. In campo femminile protagonista l’astista russa Yelena Isinbayeva, che aveva stabilito il suo ventiquattresimo record mondiale a 5,05 m; per l’Italia solo due medaglie, nella marcia, oro a Alex Schwazer nella 50 km, bronzo alla Rigando nella 20 km. Per Schwazer una squalifica – giusta – per doping nel 2012, il rientro nel 2016 e una seconda squalifica “senza aver commesso il fatto” per colpire lui e il Maestro dello Sport Sandro Donati che era diventato il suo allenatore. Una vicenda squallida per la WADA e per l’atletica mondiale. Alla fine delle gare di atletica, le medaglie d’oro erano finite quasi tutte ad atleti di 5 nazioni: Usa, Russia, Giamaica, Kenya ed Etiopia. Dominio cinese nella ginnastica sia in campo maschile che in campo femminile: delle 17 medaglie d’oro assegnate, la Cina ne aveva vinte 11, lasciando le briciole a USA, Russia, Romania, Polonia e Nord Corea. Nel nuoto statunitensi e australiani avevano fatto il solito pieno di medaglie: 12 ori ai primi e 6 ai secondi, su 34 titoli assegnati. Dopo i 6 ori di Atene lo statunitense Michael Phelps si era ulteriormente migliorato: 8 ori, di cui 5 individuali (200 s.l., 100 e 200 delfino, 200 e 400 misti) e le 3 staffette (4 x 100 e 4x 200 s.l., 4x 100 misti). In campo femminile 3 ori all’australiana Stephanie Rice e il primo, storico oro azzurro, nei 200 m stile libero, di Federica Pellegrini; argento per Alessia Filippi negli 800; l’oro australiano dalla piattaforma, aveva impedito il clamoroso en plein cinese nei tuffi, che avevano vinto 7 ori su 8, sempre con distacchi abissali sugli atleti degli altri Paesi. I ciclisti britannici avevano confermato le grandi tradizioni nel ciclismo su pista vincendo 8 delle 18 medaglie d’oro; lo svizzero Cancellara aveva vinto l’oro nella cronometro e l’argento nella corsa in linea; per l’Italia solo delusioni e il terzo posto della Guderzo nella gara in linea (segue)
Olimpiadi di Atene del 2004 (2)
Alle Olimpiadi di Atene del 2004 nella canoa/kayak si imposero le scuole della Germania – 4 ori – e dell’Ungheria – 3 ori; per noi l’argento di Rossi-Bonomie della Idem; grande equilibrio nel canottaggio, con la Romania in testa al medagliere con 3 ori. Nel ciclismo grande risultato degli atleti australiani che si aggiudicarono 6 ori: per noi un solo oro, ma nella corsa più importante: il livornese Paolo Bettini vinse l’oro nella prova su strada, terzo Axel Merkx, figlio del grandissimo Eddy Merkx; tra le donne quarto oro olimpico a 34 anni, nella cronometro, per l’olandese Leontien van Moorsel. Nel pugilato la grande scuola cubana portò 8 atleti in semifinale e 5 vinsero l’oro; altri 3 ori andarono ai pugili russi; per noi il bronzo di Roberto Cammarelle, supermassimo. Nel sollevamento pesi 5 medaglie d’oro alla Cina, 3 alla Turchia e all’Iran. Il Giappone la fece da padrone nel judo, con 8 ori su 14, nella lotta invece 5 medaglie d’oro alla Russia. Nella scherma le grandi scuole italiana e francese si divisero 3 ori a testa, lasciando alle altre squadre 4 titoli; per Aldo Montano vi fu l’oro nella sciabola individuale e l’argento nella sciabola a squadre; nel fioretto femminile finale tutta azzurra tra Valentina Vezzali e Giovanna Trillini, vittoria della Vezzali; terzo oro nel fioretto maschile a squadre – sulla Cina – con Vanni, Sanzo e Cassarà; argento e bronzo nel fioretto individuale per Sanzo e Cassarà. Nel tiro a segno 4 ori alla Cina e 3 alla Russia; nel tiro con l’arco il giovane Marco Galiazzo riuscì a togliere un oro ai maestri sud coreani, che si presero gli altri 3 ori. Nella vela 2 ori per l’Inghilterra e 2 per il Brasile; bronzo nel windsurf per Alessandra Sensini, oro a Sidney. Per la Cina 3 ori su 4 nel tennis tavolo, 3 ori su 5 nel badminton. Nei giochi di squadra ad Atene la protagonista fu l’Argentina che vinse l’oro olimpico sia nel calcio che nella pallacanestro. Nel torneo di calcio maschile la squadra argentina con giovanissimi campioni come Tevez, Saviola, D’Alessandro e Mascherano si impose in semifinale sull’Italia guidata da Gentile (3 a 0) e in finale sul Paraguay (1-0 gol di Tevez). Per l’Italia di Chiellini, De Rossi, Gilardino e Pirlo un buon terzo posto, davanti alla sorpresa del torneo, l’Iraq. Tra le donne seconda vittoria degli Stati Uniti. Nel basket maschile gli Stati Uniti presentarono una squadra di professionisti NBA, ma in semifinale furono sconfitti nettamente dall’Argentina di Manu Ginobili; gli azzurri guidati da Recalcati (nella foto) arrivarono alla finale per l’oro, ma la superiorità degli argentini fu netta: per Basile, Galanda, Marconato, Bulleri, Soragna, Pozzecco e Chiacig un prestigioso argento. Nella pallavolo maschile la finale Brasile – Italia vide in campo le due più grandi scuole della pallavolo mondiale degli ultimi 15 anni. Finì 3-1 per Giba e compagni, terzi i russi, quarti gli USA. Nella pallavolo femminile vittoria delle cinesi sulla Russia, terze le cubane, quarto il Brasile, quinta l’Italia. Nella pallanuoto maschile vittoria dell’Ungheria sulla Serbia; nella pallanuoto femminile storico successo delle azzurre allenate da Pierluigi Formigoni, dopo 2 titoli mondiali e 4 europei. Nel baseball l’oro andò a Cuba, mentrenel softball la vittoria arrise alle statunitensi. Nell’hockey su prato maschile vi fu il successo dell’Australia sull’Olanda, nella pallamano maschile della Croazia sulla Germania. Alla fine, dopo un bel testa a testa, gli statunitensi salvarono il primo posto nel medagliere, ma con solo 4 ori in più dei cinesi, 36 a 32, terza la Russia, poi Australia, Giappone e Germania. Per l’Italia 10 medaglie d’oro e l’ottavo posto nel medagliere. Il 29 agosto 2004 i giochi olimpici di Atene erano stati dichiarati conclusi. In Sudan, nella regione del Darfur, la “pulizia etnica” aveva fatto 50.000 vittime ed oltre un milione di sfollati. In Iraq era stato ucciso il giornalista italiano Enzo Baldoni ed erano state rapite due volontarie italiane. All’inizio di settembre in Russia un commando di terroristi ceceni aveva preso in ostaggio un’intera scuola a Beslan, nell’Ossezia del Nord; era intervenuto l’esercito ed erano morte 330 persone, più della metà bambini. In Afghanistan era stato eletto premier Karzai, con molti dubbi sulla regolarità del voto. George W. Bush aveva battuto John Kerry alle elezioni presidenziali, ottenendo il suo secondo mandato. Il 26 dicembre un terremoto con epicentro al largo di Sumatra nell’Oceano Indiano ed il conseguente maremoto avevano fatto 400.000 vittime, tra morti e dispersi.
Ricordo di Josè Saramago.
Il Premio Nobel per la Letteratura José Saramago, è morto ad 87 anni, a Lanzarote nelle Isole Canarie. Era nato nel 1922 in un piccolo villaggio a nord di Lisbona, da una famiglia di braccianti agricoli, che si era trasferita nella capitale; a Lisbona il padre aveva ottenuto un posto da agente di polizia, ma Saramago per le difficoltà economiche della famiglia non aveva potuto completare gli studi: aveva lavorato prima come fabbro e poi come meccanico; a 25 anni aveva pubblicato un primo racconto con scarso successo; ateo e comunista, nel 1959 si era iscritto al Partito Comunista Portoghese, in clandestinità durante la dittatura di Salazar; prima di diventare giornalista al Diario de Lisboa, aveva svolto altri lavori. Nel 1974 la “Rivoluzione dei garofani” aveva spazzato via la dittatura militare di Salazar; dopo la pubblicazione di alcuni libri di poesia, Saramago si era fatto notare con il romanzo “Manuale di pittura e calligrafia“. Il primo libro di successo era arrivato nel 1980: “ Una terra chiamata Alentejo“, Saramago aveva 58 anni; era seguito, nel 1982, il bellissimo “Memoriale del convento“, ambientato nel Portogallo del Settecento; nel 1984 era uscito “L’anno della morte di Ricardo Reis“, una storia collocata negli anni ’30, protagonista il grande scrittore portoghese Pessoa; nel libro “La zattera di pietra” del 1986 Saramago aveva immaginato la separazione fisica della penisola iberica dal resto d’Europa (lo scrittore era uno dei sostenitori dell’iberismo, il movimento a favore dell’unificazione di Spagna e Portogallo); nel 1989, un altro gioiello letterario, la delicata storia d’amore tra un revisore di bozze e una funzionaria di una casa editrice, “Storia dell’assedio di Lisbona“. Nel 1991 aveva pubblicato “Il Vangelo secondo Gesù“, una vita del Messia cristiano alla luce dei vangeli apocrifi; il libro aveva scatenato accese polemiche con la Chiesa e il governo portoghese (che si era rifiutato di presentare il libro in un premio letterario europeo): Saramago aveva lasciato Lisbona e si era trasferito, con la sua seconda moglie, la giornalista e traduttrice spagnola Pilar del Rìo, a Lanzarote, nelle Canarie. Nel 1995 era uscito “Cecità“, il racconto di un’epidemia che fa diventare ciechi tutti gli abitanti di una città; considerato il suo capolavoro, era stato portato sullo schermo dal regista brasiliano Meirelles; dopo aver pubblicato “Tutti i nomi”, nel 1998 aveva ottenuto il Premio Nobel per la letteratura – un anno dopo l’amico Dario Fo – con la seguente motivazione: “con parabole, sostenute dall’immaginazione, dalla compassione e dall’ironia ci permette continuamente di conoscere realtà difficili da interpretare”. Gli anni successivi Saramago aveva accentuato le sue nette prese di posizione, fortemente progressiste e laiche, in numerosi interventi pubblici e nei suoi romanzi. Gli anni 2000 si erano aperti con “L’uomo duplicato”, del 2002, seguito dal “Saggio sulla lucidità” del 2004; nel 2005 era arrivato “Le intermittenze della morte”, un altro romanzo che prende spunto da un avvenimento surreale; tre anni dopo era uscito “Il viaggio dell’elefante”, ambientato al tempo delle guerre di religione. Il suo ultimo romanzo era stato “Caino”; in questo libro del 2009 aveva scritto: “La storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con Dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui “. In una intervista di qualche tempo fa a Odifreddi, Saramago si era espresso con la consueta chiarezza sulla tendenza del mondo attuale “Se si facesse la globalizzazione del pane, starei dalla parte dei globalizzatori. Ma non fino a quando ci sarà una persona al mondo condannata a morir di fame”. Salutiamo questo grande scrittore con le parole della moglie Pilar del Rio: “A Josè Saramago importava ben poco quello che il potere, politico, finanziario, religioso, sociale, diceva o pensava di lui. Josè Saramago scriveva per i lettori. Saramago era un intellettuale, un uomo di pensiero e coscienza. Osservava il mondo, vedeva che esistevano schiavi, continenti condannati, povertà e ignoranza, e lo diceva.” (6-2010)
Olimpiadi di Atene del 2004 (1)
Nel 2004 era morto a Rimini il ciclista Marco Pantani. L’ex sacerdote presidente di Haiti, Aristide, era fuggito dal Paese in rivolta. Milioni di polli in Asia erano stati uccisi da un’epidemia di influenza aviaria. Una serie di attentati ai treni aveva provocato 191 morti a Madrid; alle elezioni il premier uscente Aznar era stato sconfitto ed era diventato primo ministro il candidato socialista Zapatero. Le immagini delle violenze ai detenuti della prigione di Abu Graib avevano fatto il giro del mondo. Polonia, Ungheria e altri 8 stati erano entrati nell’Unione Europea. La Grecia aveva vinto a sorpresa gli Europei di calcio. Il parlamento italiano aveva approvato l’abolizione del servizio militare obbligatorio. Dopo aver perso l’edizione del centenario, Atene aveva ottenuto l’assegnazione dei giochi superando Roma all’ultimo ballottaggio. Come 40 anni prima a Roma, le Olimpiadi ebbero per molte gare delle ambientazioni splendide: il tiro con l’arco nell’antico stadio del 1896, la maratona sul percorso di Filippide, il peso nella piana di Olimpia. Parteciparono 10.500 atleti di 201 Paesi. L’atletica era iniziata nel modo peggiore possibile con la squalifica del velocista greco Kenteris, oro ad Atlanta, ma da tempo nel mirino dell’antidoping; stessa sorte per gli ungheresi Fazekas e Annus, oro nel disco e nel martello, e la russa Korzhanenko (oro nel peso); ancora peggiore, se possibile, la vicenda del velocista statunitense nero Justin Gatlin, vincitore dell’oro nei 100 m e squalificato 2 anni dopo per aver preso del testosterone: Gatlin era alla sua seconda squalifica per doping, gli è stato tolto il record mondiale ma non il titolo olimpico; nei 200 vinse lo statunitense nero Shawn Crawford, in 19’’79; nei 400 oro per Wariner, primo statunitense bianco a vincere una medaglia in una qualsiasi specialità di velocità dopo il 1964; in entrambe le distanze podio tutto statunitense; nelle staffette clamoroso oro britannico nella 4×100, davanti agli USA, che vinsero nettamente la 4 x 400; l’altra sorpresa fu il cinese Xiang Liu, che si impose nei 110 ostacoli con 12’’91, record del mondo eguagliato; negli 800 Borzakovskij fu il primo russo a vincere l’oro olimpico, davanti a 7 africani, terzo il danese-keniano Kipketer; 80 anni dopo Nurmi, doppio oro nei 1500 e nei 5000 per il marocchino Hicham El Guerrouj, il re dei 1500 metri, con 83 vittorie su 86 gare; l‘altra stella del fondo ad Atene fu l’etiope Kenenisa Bekele, argento nei 5.000 e oro nei 10.0000; nei 3.000 siepi solita tripletta keniana. Ad Atene fu suonato due volte anche l’inno italiano: oro nella 20 km di marcia per il milanese Ivano Brugnetti (campione mondiale della distanza lunga) e oro per Stefano Baldini (nella foto) nella maratona (nella 50 km di marcia terzo oro olimpico per il polacco Robert Korzeniowski); nei concorsi, oro nell’alto allo svedese Stefan Holm (alto solo 1,81, è il saltatore col maggior differenziale – 59 cm – tra la propria altezza ed il proprio primato), nel lungo allo statunitense Dwight Philips e nell’asta al connazionale Tim Mack, terzo il nostro Gibilisco campione mondiale in carica. In campo femminile le velociste giamaicane trascinate da Veronica Campbell, oro nei 200 m e bronzo nei 100, vinsero l’oro nella staffetta veloce; le atlete russe fecero l’en plein nei concorsi vincendo 5 ori su 8; si impose all’attenzione la saltatrice con l’asta Yelena Isinbaeva, prima donna a superare i 5 metri e capace di migliorare 27 volte il record del mondo. Nella ginnastica dopo 40 anni di predominio russo-sovietico, mancò una nazione leader; Romania, Stati Uniti e Russia vinsero complessivamente 8 ori, lasciano gli altri 10 a 9 nazioni. L’Italia vinse il terzo oro olimpico – dopo Roma – con Igor Cassina, nella sbarra. Negli anelli gara falsata dai giudici a favore dell’atleta di casa; per Chechi il bronzo e la soddisfazione di essere il portabandiera azzurro nella cerimonia d’apertura. Nel nuoto di nuovo si ripropose il duello Stati Uniti-Australia: 12 ori per gli Usa e 7 per l’Australia; nella sfida tra l’australiano Ian Thorpe e lo statunitense Michael Phelps, il secondo vinse 6 ori e 2 bronzi, ad un passo dai 7 ori di Spitz, secondo atleta ad ottenere 8 medaglie in una sola Olimpiade, dopo il ginnasta sovietico Dityatyn. In campo femminile la francese Laure Manaudou vinse l’oro dei 400 s.l., oltre ad un argento ed un bronzo; le nuotatrici statunitensi della 4×200 migliorarono il più longevo record del mondo in carica (staffetta della Germania Est del 1987). Per l’Italia vi furono l’argento di Federica Pellegrini, a 16 anni la più giovane medaglia individuale azzurra della storia, un bronzo prestigioso – dietro USA e Australia – nella staffetta 4×200 stile libero con Brembilla, Rosolino, Cercato e Magnini. La Cina dominò le gare di tuffi, vincendo 6 medaglie d’oro su 8; le russe rivinsero entrambi gli ori nel nuoto sincronizzato. (segue)
Olimpiadi di Sidney del 2000 (2)
Alle Olimpiadi di Sidney del 2000 il nuoto aveva rappresentato una pietra miliare per gli atleti italiani; erano arrivati i primi 3 ori, più un argento e due bronzi, quarti nel medagliere dopo Stati Uniti (7 ori), Australia e Olanda. L’olandese Van den Hoogenband aveva battuto l’idolo di casa Thorpe sui 200 stile libero e il grande russo Popov sui 100, stabilendo in entrambe le gare il nuovo primato mondiale; per Ian Thorpe 3 titoli olimpici: nei 400 s.l. davanti al nostro Rosolino, e nelle staffette, battendo gli Stati Uniti; due italiani tra i grandi protagonisti di Sidney; per Massimiliano Rosolino oro nei 400 misti, argento nei 400 s.l. e bronzo nei 200 s.l.; Domenico Fioravanti, con l’oro nei 100 e nei 200 rana (terzo Rummolo), è stato il primo atleta a vincere le due gare nella stessa olimpiade; in campo femminile ancora un’olandese a primeggiare: Inge de Brujin, con 3 ori nei 50 e 100 stile libero e nei 100 farfalla, tutti con record del mondo; nel nuoto sincronizzato era iniziato il dominio delle atlete russe: doppio oro, a squadre e nel duo, che si ripeterà ad Atene ed a Pechino; nei tuffi 5 ori su 8 alla Cina, 2 alla Russia; un oro e un argento per la cinese Fu Mingxia Fu. Nel ciclismo 5 ori la Francia, 3 l’Olanda e la Germania, 2 l’Italia; Paola Pezzo si era ripetuta nella mountain-bike, mentre Antonella Bellutti, era passata dalla vittoria dell’inseguimento di Atlanta a quella della corsa a punti; la stella del ciclismo era stata l’olandese Leontien Van Morseel (nella foto), capace di conquistare 3 medaglie d’oro e una d’argento su pista, a cronometro e nella corsa in linea, nonostante seri problemi con l’anoressia; nella corsa in linea maschile oro al tedesco Ulrich, davanti al kazako Vinokourov (entrambi coinvolti in casi di doping); nella cronometro bronzo allo statunitense Armstrong, futuro vincitore di 7 Tour, tutti revocati per doping. Nella canoa 4 ori a testa per Ungheria e Germania; per noi oro nel k2 1000, con Rossi e Bonomi, e nel k1 500 con Josefa Idem; 2 ori per la tedesca Birgit Fischer, classe1962, che aveva vinto la sua prima medaglia olimpica 20 anni prima, nel 1980 a Mosca; nel canottaggio quinto oro olimpico in 5 olimpiadi per l’inglese Steven Redgrave; terzo titolo olimpico per il nostro Agostino Abbagnale, fratello della celebre dinastia campana, nel 4 di coppia; oro nel windsurf – classe mistral – per Alessandra Sensini, dopo il bronzo di Atlanta. Nella scherma Italia e Russia avevano vinto 3 ori a testa. Per Valentina Vezzali oro nel fioretto individuale, per Vezzali, Trillini e Bianchedi terzo successo consecutivo nel fioretto a squadre femminile; il terzo oro era venuto dagli spadisti Rota, Milanoli, Mazzoni e Randazzo che avevano doppiato il successo di Atlanta. Nel tiro la Cina aveva vinto più ori di tutti: 3 sui 17; per l’Italia un argento e un bronzo; nel tiro con l’arco dominio coreano – 3 ori su 4 – con l’eccezione del singolo vinto da una australiano. Nella boxe Cuba aveva mantenuto il ruolo di nazione leader con 4 ori su 12 e il terzo successo del massimo cubano Felix Savon che aveva ripetuto l’impresa del connazionale Teofilo Stevenson, vincendo tre titoli consecutivi nei massimi; nel sollevamento pesi la Cina si era aggiudicata 5 ori su 15; 2 ori anche all’Iran tra cui il titolo per atleti oltre i 105 kg; nel judo su 14 titoli 4 al Giappone, mentre il francese David Douillet era stato il primo judoka a salire per tre volte sul podio nella categoria dei massimi, oltre i 100 kg; oro per l’italiano Maddaloni nella categoria fino a 73 kg e 3 medaglie di bronzo; nella lotta solito dominio russo – prima sovietico – con 6 ori su 16, nel taekwondo 3 ori su 8 ai maestri coreani. Negli sport di squadra il torneo di basket maschile aveva visto la sofferta vittoria statunitense (85-72) sulla Francia, terzi i lituani, quinta l’Italia. Nel volley maschile oro olimpico alla Jugoslavia (3-0 alla Russia) dell’opposto Ivan Miljković, bronzo per l’Italia di Andrea Anastasi; in campo femminile secondo oro olimpico consecutivo per le pallavoliste cubane, guidate dalla grandissima Tai Aguero, in seguito naturalizzata italiana e due volte campionessa europea per l’Italia. Nel calcio vittoria del Camerun di Et’o che aveva rimontato due gol alla Spagna vincendo ai rigori, terzi il Cile, quarti gli USA; vittoria della Norvegia in campo femminile. Nella pallanuoto settimo oro olimpico per l’Ungheria (13-6 alla Russia), terza la Jugoslavia; nel baseball finale classica tra i “professionisti” statunitensi e i “dilettanti” cubani: oro agli USA; nell’hockey su prato vittoria dell’Olanda in campo maschile, dell’Australia tra le donne; nella pallamano vittoria della Russia tra i maschi, della Romania in campo femminile. Nel medagliere finale gli Stati Uniti si erano riconfermati al primo posto con 40 ori, davanti alla Russia (32); la Cina aveva raggiunto il terzo posto con 28 ori, davanti all’Australia; 13 medaglie d’oro per la Germania, la Francia e l’Italia, 11 per l’Inghilterra; tra i piccoli Paesi le straordinarie 11 medaglie d’oro di Cuba, 11 titoli olimpici per una nazione di neanche 6 milioni di abitanti. Il 1 ottobre erano stai dichiarati conclusi i XXVII giochi olimpici. Alle elezioni presidenziali di novembre negli Stati Uniti il democratico Al Gore aveva ottenuto più voti, ma il meccanismo elettorale aveva sancito la vittoria di strettissima misura del repubblicano George W. Bush jr. A dicembre ad Afar, in Etiopia, erano stati trovati i resti fossili di un Australopithecus afarensis; lo scheletro, il più completo mai ritrovato, apparteneva ad una bambina di tre anni; il 31 dicembre erano veramente finiti il XX secolo ed il 2° Millennio d.C., anche se tutti avevano festeggiato il 31 dicembre 1999
Olimpiadi di Sidney del 2000 (1)
Nel 2000 in Francia era entrata in vigore la legge che riduceva da 39 a 35 ore la settimana lavorativa nelle imprese con oltre 20 dipendenti, la Lazio era diventata campione d’Italia per la seconda volta nella sua storia; la Francia aveva sconfitto l’Italia nella finale dei campionati europei di calcio disputato in Belgio ed Olanda; in Spagna il Partito Popolare di Aznar aveva vinto le elezioni politiche. Il 15 settembre erano iniziate le XXVII olimpiadi a Sidney, seconde in Australia 44 anni dopo l’edizione di Melbourne del 1956. Nella cerimonia d’apertura le due Coree avevano sfilano insieme; le nazioni partecipanti erano state 200, con oltre 10.500 atleti. La riconciliazione tra gli aborigeni australianie i colonizzatori europei era stato uno dei temi della cerimonia di apertura; l’accensione della fiaccola olimpica era stata affidata alla quattrocentista aborigena australiana Cathy Freeman; in ricordo dalla prima partecipazione femminile ai Giochi – Parigi 1900 – tutte le tedofore all’interno dello stadio di Sidney erano state donne. Nell’atletica 6 medaglie d’oro erano andate agli Stati Uniti, 4 all’Etiopia e alla Polonia, 3 alla Russia. I 100 metri avevano visto il successo del favorito nero statunitense Maurice Greene, campione del mondo in carica e primatista con il tempo di 9’’79, davanti ai caraibici Ato Boldon e Thompson. Nei 200 metri, 104 anni dopo il maratoneta Spiridon Louis, un velocista greco era tornato a vincere una gara di atletica maschile; primo Kenteris davanti al nero inglese Campbell e a Boldon, fuori dal podio dopo 70 anni i velocisti statunitensi. Quattro anni dopo ad Atene Kenteris incapperà in una brutta storia di bugie e controlli antidoping saltati, come la connazionale Thanou. Michael Johnson, era diventato il primo atleta a doppiare l’oro sui 400 e poi aveva inutilmente portato al trionfo la staffetta americana 4×400, davanti alla Nigeria; la medaglia d’oro verrà, infatti, revocata, per l’ammissione dell’uso di doping da parte dello staffettista statunitense Antonio Pettigrew – morto a soli 43 anni – ed il titolo resterà vacante. Nella staffetta veloce successo degli USA, per Greene secondo oro, davanti a Brasile e Cuba; settima l’Italia; nei 100 ostacoli oro al cubano Garcia; nei 400 ostacoli vittoria dello statunitense Angelo Taylor, che si sarebbe ripetuto 8 Anni dopo a Pechino; settimo l’italiano Fabrizio Mori, campione del mondo in carica. Triplo oro etiopico nel fondo: 5.000 a Wolde, 10.000 al grande Haile Gebresilassie, maratona a Abera, con podio tutto africano. Negli 800 l’ex keniano, naturalizzato danese, Wilson Kipketer era stato battuto dal tedesco Schumann; non aveva vinto neanche il re del mezzofondo veloce, il marocchino Hicham El Guerrouj, battuto per l’unica volta, dal keniano Ngenyi. A Sidney 17 medaglie su 18 del fondo e del mezzo fondo andarono ad atleti africani (etiopi, keniani, algerini, marocchini). La marcia era stata terreno di conquista del polacco Korzeniowsky (20 e 50 km), squalificato a Barcellona. Nel salto in alto oro al russo Kliugjin, davanti al cubano Sotomayor; nel lungo oro al cubano Ivan Pedroso, dominatore assoluto della specialità dal 1995 al 2001 (9 titoli mondiali); nel triplo oro al britannico Jonathan Edwards, davanti al cubano Yoel Garcia; per l’Italia una bella sorpresa nel martello dal toscano Nicola Vizzoni, argento dietro al polacco Ziolkowski. Nell’atletica femminile aveva fatto scalpore la gara dei 100 m: l’oro alla statunitense nera Marion Jones, vincitrice con un distacco enorme, era stato revocato per doping ma non assegnato – per sospetto doping – alla greca Thanou, arrivata seconda; nei 400 oro a Cathy Freeman (nella foto), negli 800 alla mozambicana Mutola; per la nostra Fiona May, argento nel salto in lungo, dietro alla tedesca Drechsler. Nella ginnastica la Russia aveva dominato il medagliere portando a casa la metà delle medaglie d’oro disponibili: 9 su 18. Per Romania e Cina 3 ori, alle altre nazioni solo 3 titoli. In campo maschile si era imposto ancora il grande talento del russo Alexei Nemov, 6 medaglie come ad Atlanta 4 anni prima, di cui 2 d’oro. Tra le donne aveva vinto altre 3 medaglie, dopo quelle di Atlanta, Svetlana Khorkina, ginnasta russa di altezza normale (164 cm) con esercizi studiati appositamente per lei dal suo allenatore. (segue)
Olimpiadi di Atlanta del 1996 (2)
Alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 il kayak aveva iniziato a sostituire il canottaggio come fonte di medaglie per il nostro Paese; subito dietro alla Germania – protagonista con 5 ori – i canoisti italiani, cechi e ungheresi si erano messi in luce, vincendo 2 o 3 ori a testa. Antonio Rossi aveva vinto l’oro nel k1 500, Bonomi, l’argento nel k1 1000, Daniele Scarpa e Bonomi l’argento nel k2 500, la tedesca naturalizzata Josefa Idem il bronzo nel k1 500 femminile; c’era stato il tripudio finale con Rossi e Scarpa oro nel k2 1000. Antonio Rossi diventerà una bandiera dello sport azzurro e sarà il nostro portabandiera a Pechino; Daniele Scarpa, invece, dopo aver vinto un oro e un argento alle Olimpiadi, come ringraziamento è stato radiato dalla Federcanoa, ufficialmente per doping, in realtà per aver denunciato la cultura della prestazione a ogni costo, lo sport malato che si affida a personaggi come Conconi; ultimo oro marca Abbagnale nel due di coppia per Agostino Abbagnale e Trizzano. Il ciclismo era stato un affare riservato tra noi e i Francesi: 4 ori all’Italia e 5 ai transalpini. Miguel Indurain, grandissimo campione spagnolo, aveva vinti la corsa in linea. Oro a Martinello e Colinelli nella corsa a punti e nell’inseguimento, ad Antonella Bellutti ed a Paola Pezzo, nell’inseguimento e nella mountain-bike. La trentottenne francese Jannine Longo, classe 1958, aveva vinto l’oro nella corsa in linea – davanti all’italiana Imelda Chiappa – e l’argento nella cronometro. Nella scherma protagonisti atleti russi e italiani. Si erano laureati campioni olimpici la squadra maschile di spada – Cuomo, Mazzoni, Randazzo – il fiorettista Puccini e la squadra femminile di fioretto, con la Trillini e la Vezzali – future dominatrici della specialità. Due ori erano arrivati anche dal tiro con Di Donna e Falco: dietro a Russi e Cinesi c’era l’Italia. Nel pugilato solito show dei pugili cubani, 4 ori e secondo titolo olimpico per il massimo Felix Savon; nel judo 3 ori a testa per Giapponesi e Francesi; per noi un argento e un bronzo, con Giovinazzo e la Scapin. Nel tennis tavolo en plein cinese con 4 ori su 4; nel badminton si erano imposti giocatori coreani, cinesi, indonesiani e malesi. Negli sport di squadra ad Atlanta gli Stati Uniti non potevano permettersi passi falsi nel basket maschile, l’unico sport a larga diffusione di cui hanno il monopolio; con Shaquille O’Neal e Scott Pippenavevano allestito un altro “dream-team” (nella foto) e avevano vinto senza problemi il loro undicesimo titolo olimpico (su 13 partecipazioni) sulla grande Jugoslavia di Divac e Bodiroga. A livello femminile le statunitensi guidate dalla Edwards avevano riscattato il bronzo di Barcellona, iniziando una serie di 8 ori olimpici consecutivi, fino a Tokyo. Nel calcio era stato mantenuto l’impianto di un mondiale under 23: a sorpresa la Nigeria aveva sconfitto 3-2 in finale l’Argentina di Crespo, Zanetti e Simeone. Nella pallanuoto finalmente Manuel Estiarte, a 35 anni e al quinto tentativo, aveva vinto l’oro con la Spagna, sfuggito 4 anni prima in casa, terza l’Italia, campione olimpico uscente. Nella pallamano maschile oro alla Croazia sulla Svezia; nell’hockey su prato maschile vittoria dell’Olanda sulla Spagna. Come a Barcellona nel baseball si era imposta Cuba su Giappone e Stati Uniti, sesta l’Italia. Nel volley maschile l’Italia di Velasco era la superfavorita ma in finale con l’Olanda – il 2 agosto di notte in Italia – aveva perso 3-2 per l’Olanda (terza la Jugoslavia, quarta la Russia, poi Brasile e Cuba; nel volley femminile oro alle cubane, argento alla Cina, bronzo al Brasile. Nel medagliere finale i padroni di casa degli Stati Uniti si erano imposti con 44 ori, seguiti dalla Russia con 26 e dalla Germania con 20. Quarta la Cina, potenza sportiva emergente, con 16 ori, poi la Francia con 15, sesta l’Italia con 13 ori, davanti all’Australia. Il 4 agosto i XXVI giochi olimpici erano stati dichiarati conclusi. Dopo un lungo assedio – Kabul era stata conquistata dai Talebani. A novembre Bill Clinton era stato rieletto per un secondo mandato a presidente degli Stati Uniti.