“Impegnati a smettere” è lo slogan della campagna lanciata quest’anno dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità per la Giornata mondiale senza tabacco (World No Tobacco Day). Dal convegno – trasmesso in streaming dall’Istituto Superiore di Sanità il 31 maggio – sono emersi diversi importanti aspetti legati al tabagismo. Il primo punto, naturalmente, è l’impatto del fumo sulla salute pubblica mondiale. Da diversi anni la dipendenza dalle sigarette e dagli altri prodotti con tabacco presenta un bilancio sanitario inaccettabile: circa 8 milioni di vite perse a causa dimalattie cardiovascolari, tumori e malattie respiratorie. Un’altra tendenza confermata è la maggior distribuzione dei decessi nei Paesi a basso reddito, soprattutto per le aggressive politiche pubblicitarie dell’industria del tabacco, i cui nuovi clienti di riferimento sono gli abitanti dei Paesi in via di sviluppo con legislazioni pubblicitarie sui prodotti a base di tabacco inesistenti o inefficaci. In Paesi dell’Africa come Benin, Burkina Faso e Nigeria, nell’India, in Indonesia e in altre zone del Sud-Est asiatico i profitti delle grandi multinazionali non conoscono limitazioni; le pubblicità delle sigarette sono fatte a pochi metri dalle scuole primarie e secondarie, spingendo bambini e giovani al consumo e aggravando le disuguaglianze economiche. Il terzo aspetto preso in considerazione è il legame tra il fumo e l’attuale pandemia; in tutti gli studi è emersa l’evidenza che i fumatori hanno maggiori probabilità di sviluppare una forma più grave di COVID-19 rispetto ai non fumatori e ciò dovrebbe smentire una volta per tutte le false notizie sui presunti aspetti protettivi della nicotina nei confronti del coronavirus. Un’importante parte dei contributi ha riguardato la situazione del nostro Paese. In Italia il consumo di prodotti del tabacco continua ad essere la principale causa di morte e malattia prevenibili, con oltre 93.000 vittime. La pandemia ha comportato un aumento di 1,2 milioni di fumatori, tra sigarette e prodotti alternativi. Un anno fa fumava il 21,9{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione, a novembre il 24{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, oggi il 26,2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Degli oltre 11 milioni di tabagisti gli uomini che fumano sono 5,5 milioni, 300.000 in meno dei 5,8 milioni di donne fumatrici (studio dell’ISS in collaborazione con l’Istituto Mario Negri). Il negativo sorpasso di genere riguarda anche le giovani generazioni, con le sigarette da alcuni anni più diffuse tra le ragazze adolescenti rispetto ai loro coetanei (23,6{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} vs. 16,2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, secondo l’indagine GYTS, 2018). Il dato appare molto preoccupante per il maggior impatto del fumo sulla salute cardiovascolare delle donne: le fumatrici hanno mediamente il primo infarto 14 anni prima delle coetanee che non fumano. L’ultimo aspetto non trascurabile legato alle sigarette è il loro costo ambientale; le oltre 4000 sostanze chimiche di cui sono composte aumentano il particolato fine (PM 2.5) dell’aria che tutti respirano; i mozziconi di sigaretta, inoltre, in molti mari (come il Mediterraneo) possono rappresentare il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei rifiuti, il quadruplo delle bottiglie di plastica. Ridurre il consumo di tabacco avrebbe un impatto positivo su molti aspetti della nostra vita: sulla salute umana complessiva, sulle disuguaglianze, sugli effetti della pandemia, sulla salute delle donne e delle nuove generazioni, sull’ambiente e sull’inquinamento marino. Per questo la Commissione Europea ha presentato un Piano Europeo di Lotta contro il Cancro (Europe’s Beating Cancer Plan) con l’ambizioso obiettivo di arrivare entro i prossimi 20 anni a una “generazione senza tabacco”, con meno del 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione fumatrice (contro il 25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di oggi) e con l’obiettivo intermedio di ridurre nei prossimi 5 anni del 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} tutti i prodotti a base di tabacco (nella foto un’immagine della campagna World No Tobacco Day 2021).
Eco menù e pandemie
Anche in tempi di pandemia è bene ricordare che le scelte alimentari quotidiane sono fondamentali per la nostra salute e per quella del pianeta. Insieme all’attività motoria una buona alimentazione ci protegge da molte patologie, come diabete, obesità, malattie cardiovascolari e tumori e, al tempo stesso, ha un basso impatto sull’ambiente e i cambiamenti climatici. A tal proposito, l’associazione ecologista internazionale Greenpeace ha proposto un “Eco Menu” fatto di semplici consigli da tenere a mente quando si fa la spesa. Cominciamo dai cibi vegetali, il punto di forza delle diete più salutari. Frutta e verdura non devono mai mancare, per il prezioso apporto di fibre, vitamine, minerali e antiossidanti; vanno però scelti i prodotti locali e di stagione. In molte diete che oggi vanno per la maggiore, vengono proposti spesso prodotti esotici come avocado, quinoa, papaya, olio di cocco, che percorrono migliaia di chilometri in container (con notevoli emissioni di CO2) e in molti casi provocano deforestazioni e sfruttamento dei lavoratori nei Paesi di origine, senza contare presenze significative di agenti contaminanti. Un’altra caratteristica della spesa attenta all’ambiente è la preferenza delle proteine vegetali rispetto a quelle animali. Legumi come fagioli, ceci, fave e lenticchie, ma anche frutta secca e cereali integrali. Con un po’ di attenzione possiamo scegliere prodotti italiani – magari a chilometro zero – ricavandone piatti di qualità grazie alle tante ricette regionali, con un impatto ambientale molto ridotto rispetto a carne e derivati. È proprio sulla scelta dei secondi piatti che possiamo fare i cambiamenti più importanti. Carne e affettati andrebbero ridotti, bastano tre etti settimanali, meglio se sono prodotti provenienti dagli allevamenti ecologici. Anche le nostre 2-4 uova settimanali dovrebbero venire da animali cresciuti all’aperto (così come i pochi formaggi e latticini da inserire nel menù settimanale). Il consumo di pescato andrebbe invece favorito, evitando di portare in tavola i prodotti della pesca intensiva che sta svuotando i mari; anche nel pescato, infatti, bisogna tener conto della stagionalità e dare la preferenza alle specie locali (su questo tema www.slowfish.com fornisce ottimi spunti). Gli ultimi tre consigli sono generali e non riguardano singoli gruppi di alimenti. Innanzitutto, evitare i prodotti sotto costo, perché spesso mascherano lo sfruttamento di chi produce il cibo e il massiccio uso di pesticidi. Secondo consiglio, preferire sempre i prodotti sfusi, senza imballaggi, per ridurre l’inquinamento da plastica, ormai diventata un’emergenza mondiale. Infine, faremmo bene a escludere dalla lista della spesa tutti quei prodotti industriali che imitano il cibo vero (cibi processati o cibo-spazzatura), pessimi per la salute e quasi sempre legati a processi produttivi inquinanti. (nella foto una parte dell’Eco Menù di Greenpeace) (maggio 2021)
Sport e pandemia per Mauro Berruto
“In Italia non abbiamo mai costruito una cultura sportiva. Negli ultimi settant’anni la scuola si è deliberatamente sottratta dall’occuparsi del tema. L’Italia è un Paese che ama lo sport, lo segue, lo tifa. Ma non abbiamo una cultura del movimento. Questa deve passare attraverso le due grandi agenzie educative che rimangono: la scuola e la famiglia». “Le istituzione scolastiche hanno deciso di non occuparsi della cultura sportiva e questo è un disastro. Abbiamo scelto un modello dove la pratica sportiva è stata delegata alla rete di associazioni che in Italia è gigantesca. Fanno un lavoro grandioso e meritorio e hanno lavorato da sempre duramente per colmare questo vuoto”. “Dovrebbero essere le scuole a indirizzare i ragazzi, a farli appassionare alla cultura del movimento. Se la scuola si riappropriasse di questo compito ci sarebbero molti più ragazzi desiderosi di fare attività sportiva”. “Lo sport di base si fonda su denaro privato, che arriva principalmente dalle famiglie che pagano le quote sociali affinché i loro figli possano fare attività sportiva. La grande preoccupazione è che oggi la capacità di spesa si è ridotta e se non hai costruito una cultura del movimento anche per le famiglie lo sport diventa un bene non essenziale”. “Abbiamo un problema di sopravvivenza delle associazioni sportive. Queste realtà hanno il merito gigantesco di aver tenuto in piedi la rete sportiva del Paese”. “La mancanza di una cultura sportiva ha un impatto sul Servizio Sanitario Nazionale. Non è un caso che continuiamo a essere in cima alle classifiche dei Paesi con il più alto numero di adolescenti in forte sovrappeso che si portano poi dietro altre patologie. Se noi agiamo in maniera disattenta e non costruiamo una cultura del movimento ne pagheremo il conto. E questa è una certezza. La scuola primaria per me è la madre di tutte le battaglie, è il luogo dove è più sguarnito l’insegnamento della cultura del movimento”. “Se a settembre – speriamo – si potrà riorganizzare l’attività sportiva ci ritroveremo senza centinaia di società sportive. Su questo modello è chiaramente cascato un meteorite e adesso bisogna costruirne uno nuovo. E per farlo bisogna considerare lo sport un bene essenziale. L’intervento pubblico per difenderlo è una necessità e un dovere”. “Dobbiamo assolutamente ridisegnare il paesaggio delle città, riappropriarci degli spazi urbani, e tornare a immaginarli come possibili luoghi accoglienti per lo sport. E’ sicuramente giusto recuperare impianti e aree dismesse, ma non è solo un tema di infrastrutture, è un tema culturale che ci permette di reinterpretare il paesaggio urbano e avere un impatto su tanti aspetti”. “Per me il capolavoro è la piena trasformazione del potenziale in una prestazione. Se io mi metto domani, a 51 anni, a preparare una maratona non la finirò in due ore. Ma se il mio potenziale è di riuscire a terminarla in tre ore e mezza e io ci riesco, allora avrò realizzato un capolavoro”. “E lo sport è forse uno degli ultimi ambienti rimasti che ti insegna come la piena trasformazione del tuo potenziale non passa da scorciatoie. C’è l’allenamento e il sudore. Viviamo in un mondo in cui ci insegnano a fare meno fatica possibile, qualunque strumento elettronico deve esser intuitivo, devi essere in grado di usarlo fin da subito senza un libretto di istruzioni. Abbiamo smarrito il senso della necessità di fare fatica per entrare nel rapporto tra potenziale e prestazione”. (dall’intervista di www.open.online a Mauro Berruto, ex allenatore della nazionale italiana di pallavolo maschile, membro della nuova segreteria del Partito Democratico di Enrico Letta; nella foto un manifesto della Tonno Callipo Calabria Vibo Valentia, da molti anni realtà di spicco della pallavolo italiana)
Endometriosi e alimentazione
L’endometriosi è la malattia delle donne fertili, che può presentarsi dalla prima mestruazione fino alla menopausa; in Italia riguarda il 10-15% delle donne in età riproduttiva, circa 3 milioni, e rappresenta una delle principali cause di infertilità. Che cos’è l’endometriosi? L’endometrio è una struttura che riveste la cavità dell’utero; nell’endometriosi frammenti dell’endometrio finiscono all’esterno dell’utero, provocando un’infiammazione cronica che ha nel dolore il principale sintomo; il dolore pelvico è più intenso soprattutto nel periodo mestruale e premestruale (dismenorrea) e durante l’ovulazione, nei rapporti sessuali (dispareunia), nella minzione e nella defecazione; in alcune donne l’endometriosi porta a una condizione di stanchezza fisica cronica e alla depressione. Nonostante si tratti di una malattia spesso invalidante, la prevenzione dell’endometriosi è molto difficile, sia perché conosciamo ancora troppo poco come si sviluppa sia perché non disponiamo di sistemi di identificazione (marcatori) specifici. Anche per questi motivi la diagnosi di endometriosi arriva spesso molti anni dopo i primi sintomi. In attesa di comprenderne meglio le cause, non ci sono più dubbi sull’endometriosi come malattia infiammatoria. Pertanto, si può intervenire con la dieta, e possiamo farlo con la scelta di cibi anti-infiammatori e capaci di ridurre la produzione di insulina. Per prima cosa è necessario aumentare il consumo di fibre; in questo modo garantiamo una buona salute all’intestino, organo chiave negli stati infiammatori, e – nel caso delle donne – riduciamo gli estrogeni, gli importanti ormoni femminili che hanno così un minore impatto sui tessuti estrogeno-dipendenti, come l’endometrio. Basta aumentare il consumo di verdure e frutta di stagione (quando è possibile, con la buccia), cereali integrali, legumi secchi, frutta secca e semi oleosi (girasole, zucca, lino). Il secondo consiglio riguarda gli acidi grassi omega-3, capaci di stimolare la produzione di una serie di molecole (tra cui la prostaglandina PGE1) che riducono l’infiammazione addominale dell’endometriosi. Le migliori fonti di omega-3 sono il pesce azzurro come alici e sgombri (meglio di salmone e tonno, per la ridotta presenza di inquinanti), l’olio di oliva, la frutta secca e i semi oleosi, già citati per la ricchezza di fibre. La terza cosa da fare è ridurre – non eliminare – alcuni alimenti che possono favorire gli stati infiammazioni. Poca carne rossa, soprattutto se conservata, preferendo carni bianche possibilmente di origine e allevamento controllati. Vanno ridotti anche prodotti a base di soia (che contengono quantità variabili di estrogeni vegetali) nonché formaggi e latticini, per la presenza di caseina e lattosio. Se proprio vogliamo eliminare qualcosa dalla nostra tavola, è meglio rinunciare agli alimenti industriali e al cosiddetto cibo-spazzatura, per la presenza di zucchero e farine raffinate. Per completare il discorso non va trascurato il grande impatto sugli stati infiammatori di fumo e alcol. Discorso opposto per l’attività motoria, purché non agonistica: passeggiare e andare in bici, come tutte le altre attività fisiche leggere, aiutano a limitare la glicemia e la produzione di insulina, come ben sanno le persone con diabete. (nella foto Il riposo di Antonio Mancini, 1912) (12-2020)
Salute e ambiente per Paolo Vineis
Paolo Vineis è ordinario di epidemiologia all’Imperial College di Londra e vicepresidente del Consiglio Superiore di Sanità. Il consumo di carne è associato a una maggiore incidenza di malattie cardiovascolari e di alcuni tumori. Ma può anche aumentare le emissioni di metano e contribuire al rischio di pandemie, perché gli allevamenti intensivi sono serbatoi di virus”. “Il Green New Dealè un esempio di questo tipo di azioni che generano co-benefici: prevede azioni radicali per prevenire il cambiamento climatico e genera benefici anche in altri settori come la salute e l’equità sociale. “Nel Consiglio Superiore di Sanità ho coordinato la redazione di un documento di commento al Piano Nazionale della Prevenzione 2020-25 e sulle malattie croniche non trasmissibili adottavamo il punto di vista della sindemia, secondo il quale le patologie e le condizioni ambientali e socio-economiche si aggravano a vicenda”. “Mirko Grmek, forse il maggiore storico della medicina del secolo scorso, parlava di «patocenosi» e sosteneva che le malattie in un certo momento storico, anche quelle infettive, vanno viste nel loro insieme”. “La trasmissione delle malattie si può studiare con una lente più complessa di quella ancora dominante nel mondo medico, che cerca l’origine delle patologie principalmente in alterazioni molecolari. Noi guardiamo invece alle cause sociali, storiche e produttive, inclusa la globalizzazione“. “La medicina centrata sull’individuo e la prevenzione a livello di comunità sono due visioni della malattia e della prevenzione non contrapposte ma complementari. Da un lato la cosiddetta medicina di precisione punta a curare a partire dalle caratteristiche individuali, in particolare quelle genetiche. Dall’altro c’è la medicina di comunità”. “L’enfasi sulla responsabilità personale, seppure giusta, non è sufficiente: la prevenzione delle malattie basata sulla promozione della salute attraverso il miglioramento degli stili di vita individuali ha funzionato limitatamente, perché l’educazione sanitaria trova ascolto soprattutto nelle classi più agiate”. È una lezione dell’economista indiano e premio Nobel Amartya Sen: non sempre gli individui sono liberi di scegliere, e questo è uno dei nodi di fondo della salute di comunità”. “Soprattutto negli USA, gli interventi di sanità pubblica come la tassazione delle bevande zuccherate (sugar tax) sono stati visti da alcuni come paternalistici. Questo contrasto tra sanità pubblica e libertà di scelta riflette filosofie diverse e anche un malinteso sul concetto di libertà: libertà intesa in senso ultraliberale (faccio quello che voglio) o libertà come responsabilità verso gli altri, prendendo atto anche della rete di relazioni in cui ciascuno è inserito”. “Si pensi all’uso delle mascherine e ai comportamenti che oggi ci vengono richiesti proprio in base al nostro senso di responsabilità. Ma mi pare che il Covid-19 ci abbia aperto gli occhi sul fatto che salute e malattia vengono da lontano, dipendono anche dalla società e dalla sua struttura produttiva. Il virus ci ha convinti della necessità di uno sguardo più complesso sulle malattie. Tutto questo ci porta a vedere la salute come un bene comune, da proteggere in quanto tale.” (da un’intervista al il Manifesto di Andrea Capocci del 21/11/2020; nella foto La peste in una città antica di Michiel Sweerts, 1652-1654)
Una dieta per i reni
Un ruolo fondamentale per alleggerire il lavoro dei reni è svolto dall’alimentazione, che rappresenta la più importante forma di prevenzione per mantenere o raggiungere gli obiettivi indicati dalla Società Italiana di Nefrologia. Un modello alimentare basato sulla dieta mediterranea dovrebbe permette di raggiungere 4 obiettivi utili a chiunque abbia un problema di insufficienza renale: a) un peso adeguato; b) un ridotto apporto di sodio (sale), per tenere sotto controllo la pressione arteriosa; c) un’assunzione limitata di proteine (ed, eventualmente, di altre sostanze come fosforo e potassio); d) dei valori di colesterolo, trigliceridi e glicemia nei limiti. La cosa più difficile da fare è ridurre e distribuire le proteine senza sbilanciare il fabbisogno generale di nutrienti. Una buona distribuzione delle proteine nel corso della giornata potrebbe essere questa: 3-4 g a colazione e altrettante negli spuntini; 10-15 g a pranzo, 25-30 g a cena; con questa ripartizione si oscillerebbe dai 40 ai 50 g di proteine giornaliere; per una persona che abbia circa 70 kg di peso ideale significa 0,6 – 0,7 g di proteine per chilo, un intervallo che riesce a proteggere i reni dall’apporto eccessivo di proteine senza creare malnutrizione o carenze nutritive. Vediamo un possibile schema giornaliero. La colazione è un pasto fondamentale, dopo il digiuno notturno, e può consistere in un’abbondante tazza di té – senza zucchero – con fette biscottate e marmellata. Dopo lo spuntino con una porzione di frutta fresca, è preferibile un pranzo con verdure e un primo piatto. Le calorie del pasto serale dovrebbero sempre essere minori del pranzo; conviene, pertanto, non saltare lo spuntino pomeridiano con frutta fresca o secca. La cena potrebbe essere composta da uno o due piatti di verdure, pane integrale o patate e una porzione ridotta di secondo; per i condimenti solo olio d’oliva. Un importante aspetto della dieta riguarda la presenza nei cibi proteici degli aminoacidi liberi, i costituenti delle proteine. In alcuni alimenti – come nei prosciutti – le prolungate stagionature trasformano in aminoacidi una parte della quota proteica con due importanti benefici: da un lato una migliore digeribilità, dall’altro un minor lavoro dei reni per trasformare le proteine. In definitiva, un modello alimentare con ridotto apporto proteico è tutt’altro che proibitivo e non richiede particolari restrizioni: bisogna, soprattutto, evitare le inutili e dannose abbuffate di secondi proteici che non danneggiano solo i reni, ma comportano anche nel lungo termine problemi al fegato e tendenza all’aumento di peso (che a sua volta ha effetti negativi sull’insufficienza renale). Infatti, quello che molti non sanno è che 50 g di proteine e 50 g di carboidrati hanno le stesse calorie e che, quando superiamo la quota di proteine necessarie all’organismo, le proteine in eccesso vengono facilmente trasformate in energia. La conferma di questo meccanismo viene dallo studio pubblicato a gennaio del New England Journal of Medicine: nel Paese con la massima diffusione di diete iperproteiche, gli Stati Uniti, tra 10 anni il 50% della popolazione sarà obesa (nella foto manifesto della Giornata Mondiale del Rene 2018) (fine).
Decalogo per la salute dei reni
I reni sono organi fondamentali per la nostra salute; nonostante le loro ridotte dimensioni (12-13 cm di lunghezza), funzionano come due efficienti filtri che depurano l’organismo dalle scorie e dai sali minerali in eccesso. Le malattie croniche dei reni possono portare ad una condizione detta di insufficienza renale cronica (IRC), nella quale si ha una lenta e progressiva perdita della capacità filtrante. Il parametro principale per valutare lo stato di salute dei reni è la concentrazione della creatinina nel sangue, una molecola che deriva da una proteina (creatina) presente nei muscoli. Il valore della creatininemia che troviamo nelle nostre analisi è la quantità di creatinina che rimane nel sangue dopo la depurazione renale e ha un valore normale compreso tra 0,8 e 1,2 mg/dl; quando si superano il valore più alto, significa che il rene inizia ad avere difficoltà nel filtrare adeguatamente il sangue dalla creatinina e dalle altre sostanze. Dal valore di della creatininemia – con una formula matematica che tiene conto di sesso, età e gruppo etnico – si ricava la velocità di filtrazione glomerulare (GFR), sulla quale viene stabilita la gravità della malattia renale. I motivi per cui si arriva a forme, lievi o severe, di insufficienza renale sono molti; in primo luogo ipertensione e diabete, poi aumenti di volume della prostata (ipertrofia prostatica), calcoli renali (nefrolitiasi) e alcuni tumori; infine, stati infiammatori (pielonefriti, glomerulonefriti) o cisti dei reni, l’utilizzo cronico di farmaci, alcol e droghe. L’insufficienza renale è molto diffusa, ma sottostimata; probabilmente riguarda in Italia una persona su dieci, considerando anche i casi non ancora diagnosticati: l’adozione di adeguati comportamenti – soprattutto alimentari – riveste, pertanto, una grande importanza di salute pubblica e, per questo motivo, la Società Italiana di Nefrologia ha diffuso un decalogo per la buona salute renale. Le prime 3 raccomandazioni riguardano gli stili di vita: attività fisica regolare (almeno 30 minuti al giorno), niente fumo e mantenimento di un peso adeguato; in ambito medico si consiglia di evitare l’abuso di farmaci, in particolare di antinfiammatori FANS, di controllare il valore di creatinina e GFR (che deve mantenersi superiore agli 80 ml/ minuto) e di fare l’esame delle urine almeno una volta all’anno. Le restanti raccomandazioni riguardano l’alimentazione e l’idratazione: è importante bere almeno 1,5/2 litri al giorno di acqua, in particolare 3 bicchieri al mattino a digiuno appena svegli, riducendo invece alcol e bevande zuccherate; bisogna, inoltre, limitare il consumo di sale e di proteine; va, infine, evitata un’alimentazione ipercalorica e ricca di grassi. Volendo riassumere queste raccomandazioni, di fatto si invita a seguire il modello mediterraneo, ricco di frutta e verdura, senza eccessi di proteine animali e limitando il consumo di zuccheri semplici e sale (nella foto il manifesto della Giornata Mondiale del Rene 2019) (segue).
Cibo, stress e cortisolo
La pandemia da coronavirus sta avendo un impatto rilevante sulla salute di tutti noi. Oltre al rischio diretto legato al possibile contagio, il nuovo virus agisce indirettamente attraverso meccanismi che producono stress, e modificano le nostre abitudini alimentari e i nostri stili di vita. Le cattive condizioni di salute di milioni di cittadini dei Paesi occidentali e del resto del mondo hanno diverse cause, con due protagonisti principali: il “cibo finto” dell’industria alimentare da un lato, lo stress e il suo principale prodotto chimico, il cortisolo, dall’altro. Il cortisolo è un ormone fondamentale che per larga parte della nostra storia ci ha salvato la vita. Per almeno 300.000 anni in tutte le situazioni da “combatti o scappa” i nostri antenati Sapiens – grazie all’azione del cortisolo – riuscivano ad attivare rapidamente le risorse per evitare il pericolo e salvarsi la vita. Il cortisolo è come la sirena dei pompieri: in poco tempo aumenta la pressione del sangue, riduce le difese immunitarie (molto costose in termini di energia), fa accumulare zuccheri nel sangue (iperglicemia) e trasforma in zuccheri le proteine prese dai muscoli (catabolismo proteico). Con questi meccanismi il cortisolo ci fa superare i momenti di crisi. Finita la situazione d’emergenza, però, l’organismo deve ripristinare le condizioni basali per evitare le conseguenze negative della permanenza in circolo del cortisolo. Quando la fonte di stress persiste, il cortisolo mantiene l’organismo in uno stato di allerta con numerosi aspetti negativi per il benessere e la salute (ben conosciuti a chi prende terapie a base di farmaci cortisonici): affaticamento, scarsa capacità fisica, ritenzione idrica e ipertensione, accompagnati da una produzione eccessiva di insulina (iperinsulinemia) che provoca la trasformazione degli zuccheri in trigliceridi, con accumulo di grasso viscerale, il grasso più pericoloso per la nostra salute. Nelle situazioni di stress prolungato, pertanto, possiamo sentirci eccessivamente stanchi, avere perdite di massa muscolare e gonfiori agli arti inferiori; inoltre, ingrassiamo facilmente, anche senza abbuffate, semplicemente mangiando cibo sbagliato. Che fare allora? Come affrontare il distanziamento sociale e le tante incognite per il futuro che riguardano ogni aspetto della nostra vita? L’alimentazione e lo stile di vita possono sicuramente essere d’aiuto e limitare le conseguenze della pressione quotidiana, in attesa di risolvere le radici del problema. L’obiettivo principale di una dieta antistress è di mantenere la glicemia il più costante possibile, per limitare la produzione di insulina. Per far questo è opportuno seguire tre regole. Per prima cosa pasti frazionati – colazione, spuntino, pranzo, merenda, cena – senza intervalli troppo lunghi tra un pasto e l’altro (notte esclusa, ovviamente). Poi, niente cibo-spazzatura (ovvero, dobbiamo cucinare noi o mangiare dove si cucina davvero). Infine, tante fibre (presenti soprattutto in verdure e legumi, cereali integrali e frutta), possibilmente all’inizio di ogni pasto. Per lo stile di vita non serve lo sport agonistico – che anzi può comportare uno stress notevole, con inevitabile produzione di cortisolo – ma un’attività motoria, lenta e piacevole: camminate ed escursioni, giri in bici (senza strappi eccessivi), attività in acqua, yoga e qualsiasi altra tecnica di relax. Il movimento è un efficace antistress e un antidepressivo, ma non basta. Il terzo pilastro è, infatti, il riposo, senza il quale non serve mangiar bene ed essere attivi. In un periodo di bombardamento di informazioni e comunicazioni – soprattutto tramite social – sarebbe bene riuscire a spegnere telefoni e smartphone per almeno 7 ore permettendoci di dormire e riposarci senza interruzioni. In questo modo posiamo ripristinare il nostro ritmo biologico circadiano, basato sulla luce e sul buio, alterato dallo stress prolungato della pandemia. (nella foto Riposo dal lavoro di Vincent Van Gogh, 1890)
Fumare al tempo del Covid
La pandemia di coronavirus sta cambiando le nostre vite e sta avendo ripercussioni su tutti gli aspetti della nostre esistenze, compreso l’uso e l’abuso di sostanze. Le dipendenze da sostanze – tabacco, alcol e altre droghe – insieme alle dipendenze comportamentali (gioco d’azzardo, cibo, internet, doping) sono importanti fattori di rischio per la salute pubblica e lo diventano ancora di più in una situazione particolare come quella correlata alla pandemia da COVID-19 che ha comportato lunghi periodi di forzata permanenza a casa. Sembra persino inutile ribadirlo, ma la nicotina non ha alcuna funzione protettiva nei confronti del coronavirus, come hanno riportato alcune fake-news che hanno ripreso – distorcendolo – un articolo apparso sulla stampa francese. Al contrario, i fumatori che hanno contratto l’infezione hanno avuto mediamente un rischio di mortalità e di ricorso alla terapia intensiva e alla ventilazione meccanica più che doppio (12{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} contro 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) rispetto a chi non fuma, secondo uno studio del New England Journal of Medicine. Le misure di distanziamento sociale – come era prevedibile – hanno avuto importanti effetti nel consumo di tutte le sostanze “legali”: in tutto il mondo si registrato un forte aumento della vendita di alcolici – in parte compensato dalla chiusura di bar e ristoranti – e di cannabis light, spesso utilizzata per placare l’ansia e migliorare la qualità del sonno. Si segnalano anche aumenti nella vendita e nelle prescrizioni di ansiolitici e antidepressivi. Per quanto riguarda il fumo da sigaretta l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato i risultati di un’indagine – tramite questionari anonimi – dalla quale è emerso in Italia che molte persone durante il lockdown hanno aumentato il numero giornaliero di sigarette, probabilmente con la speranza di ridurre ansia e stress. Il 10 gennaio del 2005 – 15 anni fa – entrava in vigore in Italia la Legge Sirchia che, per tutelare i non fumatori, vietava il fumo in tutti i locali pubblici. Le grandi aziende del tabacco hanno incassato il colpo e sono passate alla controffensiva con accurate strategie di manipolazione che mettono in dubbio la pericolosità di un prodotto – il fumo – che uccide il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei suoi consumatori. Mentre viviamo in pieno la pandemia Covid, sperando di arrivare ad un vaccino che ci protegga dal virus, non dobbiamo perdere di vista l’altra grande pandemia, la pandemia da fumo, per la quale non arriverà mai un vaccino e per la quale ogni anno 7 milioni di persone perdono la vita, con un milione che si ammala e muore senza nemmeno fumare, solo vivendo vicino a persone che fumano. (nella foto un manifesto dell’Istituto Superiore di Sanità) (Luciana Cacciotti)
Storia del volley: i club dell’ultimo decennio (23)
In Italia nel decennio 2010-20120 tre squadre avevano vinto 2 scudetti – Perugia (gli ultimi due), Modena e Trento – con i restanti 3 a Cuneo, Piacenza e Civitanova. Nelle competizioni per club la più importante manifestazione maschile – CEV Champions League – c’erano state due vittorie italiane all’inizio e alla fine del decennio (Trentino Volley e Lube Macerata) inframezzate da 8 successi russi, di cui ben 6 della Dinamo Kazan. Per 3 anni di fila – dal 2015 al 2018 – Trento, Macerata e Perugia erano arrivate sul podio dietro i fortissimi campioni russi; altre protagoniste del decennio erano state Cuneo (finalista nel 2013, prima di sciogliersi), le russe Dinamo Mosca, Novosibirsk, Volley Belgorod, i turchi della Halkbank Ankara, e alcuni club polacchi e tedeschi. Nel Mondiale per club c’erano stati 4 titoli per noi (3 per Trento e uno per Macerata, poi diventata Civitanovaa), tre per i brasiliani del Sada Cruzeiro, due per i russi dello Zenit Kazan e del Volley Belgorod; nel 2018 avevamo assistito a una finale tutta italiana tra Trento e Civitanova, con il successo numero 5 dei trentini; nel 2019 c’era stato il primo successo per Civitanova, allenata da De Giorgi, sul Sada Cruzeiro, nello stesso storico giorno della vittoria nel mondiale femminile delle ragazze di Conegliano, 27 anni dopo la Teodora Ravenna. Nel campionato femminile il decennio aveva visto 3 titoli per Conegliano (compresi gli ultimi 2 assegnati), due per Piacenza, uno per Novara, Casalmaggiore, Busto Arsizio e Bergamo. Nella massima competizione europea femminile – la CEV Champions League – la prevalenza delle squadre turche era stata netta, con 6 successi di squadre di Istanbul (ben 4 del VakifBank). L’Italia, però, non si era difesa male: ai 15 milioni della metropoli turca avevamo contrapposto realtà 1000 volte più piccole. Busto Arsizio nel 2015 era arrivata in finale, l’anno dopo Casalmaggiore (15.000 abitanti in provincia di Cremona) aveva vinto; nel 2017 Conegliano (35.000 abitanti in provincia di Treviso) aveva centrato la finale, ma il capolavoro era stato la finale tutta italiana tra Novara e Conegliano del 2019 con la vittoria di Novara e Paola Egonu – nel suo ultimo anno in Piemonte, prima di passare proprio a Conegliano – miglior giocatrice del torneo con 33 punti, compreso l’ultimo della vittoria. Nell’edizione 2019-2020 il copione si era ripetuto: erano arrivate ai quarti tre squadre italiane, tre turche, una russa e una tedesca; le ultime due erano state eliminate e avremmo, pertanto, avuto uno scontro in semifinale tra club italiani e turchi. La pandemia di Covid, però, aveva bloccato tutte le partite a marzo, facendo annullare l’edizione del torneo. Un discorso analogo si era avuto per la competizione maschile con tutte e tre le squadre italiane arrivate facilmente ai quarti: Civitanova, campione uscente, Perugia, campione d’Italia e Trentino Volley, insieme a due squadre polacche, due russe e una belga. Anche qui, però, a marzo si era giustamente fermato tutto. Come nel caso della nazionale femminile, anche la nazionale maschile ha dato lustro a tutto il movimento sportivo sia con la costante presenza ai vertici mondiali sia con la partecipazione a importanti iniziative sociali. Due buoni esempi sono stati la campagna a favore dei vaccini del Ministero della Salute (nella foto) e il ruolo di testimonial italiano del Programma alimentare mondiale da parte di Ivan Zaytsef (8-2020)