Conservare un alimento significa poterlo utilizzare in tempi e luoghi diversi da quelli di produzione, con metodi di conservazione – fisici, chimici e biologici – capaci di bloccare l’azione degli enzimi e dei microorganismi.. L’economia di caccia e raccolta prevede piccoli gruppi di popolazione e continui spostamenti per avere abbastanza cibo da consumare sul posto o poco tempo dopo; prima dell’avvento dell’agricoltura era la condizione standard, oggi è ristretta a poche migliaia di persone in Amazzonia, in Africa e in Australia. Dall’inizio dell’agricoltura e dell’allevamento – circa 10.000 anni fa – saper conservare parte del cibo prodotto è sempre stata un’esigenza fondamentale, per non perdere nutrienti preziosi. Esempi di conservazione naturale sono da sempre facilmente osservabili: frutti che restano sugli alberi, diventano secchi e rimangono commestibili, oppure animali ben conservati perché rimasti sepolti sotto la neve e il ghiaccio o incastrati nelle saline naturali; risalire con certezza alla civiltà che per prima ha utilizzato i processi di congelamento, essiccazione, salatura e affumicamento, sembra impossibile; sono tutti procedimenti antichissimi e largamente diffusi da millenni. La prima tecnica di conservazione è stata probabilmente l’essiccazione naturale, un metodo semplicissimo che si basa sull’eliminazione dell’acqua per semplice esposizione al sole. Un’evoluzione dell’essiccazione al sole è il metodo dell’affumicatura, anch’esso con ogni probabilità molto antico: gli alimenti vengono essiccati e arricchiti di sostanze derivate dalla combustione (tossiche per i microrganismi); l’affumicamento – delle aringhe e di altri pesci – si diffuse dal Duecento fra i popoli marinari del Nord-Europea. La terza tecnica basata sull’eliminazione dell’acqua è la liofilizzazione; oggi la liofilizzazione si basa sulla brusca eliminazione dell’acqua da un alimento surgelato mediante abbassamento della pressione; ma alcune popolazioni andine avevano scoperto che si potevano conservare le farine delle patate, macinandole ed esponendole al sole, dopo averle congelate sui ghiacciai. L’essiccamento al sole e l’affumicamento erano già praticati 30.000 anni fa, nel tardo Paleolitico; i popoli nordici, da migliaia di anni collocano il pesce appena pescato in anfratti rivolti a nord, per farlo ghiacciare mantenendosi inalterato. Oltre alle metodiche fisiche, nell’antichità erano conosciute tecniche biologiche di conservazione; gli antichi Sumeri utilizzavano le fermentazioni microbiche per produrre formaggi già oltre 3000 anni fa, mentre gli Egizi producendo il vino, avevano trovato un metodo efficace per conservare i prodotti della vite e per avere una bevanda molto più sicura dell’acqua che – fino all’Ottocento – è stata una bevanda pericolosissima per la salute (nella foto una figurina dell’estratto di carne Liebig) (segue)
Attenzione alle diete improvvisate
Diete improvvisate: una risposta inefficace a un problema reale. In Italia e nei Paesi industrializzati, infatti, in 9 casi su 10 ci si ammala di disturbi legati soprattutto alle nostre abitudini di vita: poca attività fisica, troppe calorie, il fumo e il forte consumo di alcol e sale; il risultato finale sono le quattro malattie dell’Occidente: obesità, diabete, disturbi cardiovascolari e tumori. Spesso il punto di partenza è rappresentato dal sovrappeso e dall’obesità. Perdere peso è semplice, ma riacquistarlo è ancora più facile. La maggior parte delle diete, in realtà, funziona, soprattutto quelle più squilibrate, che eliminano completamente intere classi di alimenti. Si dimagrisce in fretta, ma male. Dopo si ringrassa in fretta, peggiorando la situazione: meno massa magra e meno autostima. La sfida di chi fa questa professione è tutta qui: mantenere i risultati acquisiti con una dieta, evitando la poco salutare altalena di dimagrimenti e aumenti di peso. Da molti anni lavoro come Biologo Nutrizionista e sono convinto che solo un graduale ripensamento delle scelte alimentari e dello stile di vita possa garantire risultati duraturi. La mia esperienza mi porta a ritenere inutili, soprattutto, tre cose: gli alimenti esotici, così di moda ma totalmente estranei alla nostra millenaria cultura alimentare; le indicazioni in grammi di ogni alimento che favoriscono aspetti ossessivi, mentre vanno benissimo le porzioni; le modifiche dei pasti che non tengano conto dei ritmi di vita di chi si rivolge a noi. Faccio parte da molti anni dell’Associazione Biologi Nutrizionisti Italiani; ho aderito anche a Slow Food, il movimento per un cibo “buono, pulito, giusto”, perché penso che anche nel campo dell’alimentazione umana sia possibile un approccio diverso. Per lavorare bene in ogni ambito della salute serve, innanzitutto, tempo. Tempo per l’ascolto della storie di chi si ha di fronte. Bisognerebbe, inoltre, evitare di quantificare ogni aspetto della vita delle persone; chi ci chiede aiuto sta solo cercando un miglior equilibrio con l’esterno (relazioni, lavoro, affetti ed altro). Sarebbe, infine, importante che ogni suggerimento in campo alimentare e sugli stili di vita venisse concordato e condiviso: le diete perfette sono quasi sempre impossibili da seguire; il miglior suggerimento è quello che quella persona è in grado di seguire in quel momento della sua vita. L’ultimo aspetto riguarda il denaro, che purtroppo condiziona pesantemente la salute di ciascuno di noi, più di ogni altro fattore; chiedere onorari onesti che tengano conto della crisi attuale sembra il minimo, un dato scontato per chiunque lavori in campo sanitario. (4-2013) (nella foto: Bagnante sulla spiaggia di Fernendo Botero)
Cocaina, la storia
La storia della cocaina è una storia davvero singolare, se si pensa che verso la fine dell’800 l’industria farmaceutica aveva iniziato a produrre molti preparati a base di coca, commercializzati come tonici e bevande. Uno di loro, il famoso Vin Mariani, a base di coca, era apprezzato persino da papa Leone XIII, l’altro è diventato la bibita più famosa del mondo. Parliamo della Coca-Cola, inventata ad Atlanta con il nome di French Wine Coca da un produttore di farmaci – John Pemberton – che mise insieme la formula del Vin Mariani, foglie polverizzate della pianta di coca, le noci di cola e acqua gasata; dopo la messa al bando degli alcolici in Georgia, Pemberton eliminò il vino dalla bibita e aggiunse zucchero per compensare il gusto amaro della cola e delle foglie di coca. Qualche anno dopo i diritti della nuova bevanda passarono ad un altro fabbricante di farmaci che ne aumentò notevolmente la diffusione in tutti gli Stati Uniti, in Canada e in Messico. Nel 1902 – mentre la dipendenza da cocaina era oggetto di polemiche accese – la coca fu tolta dalla Coca-Cola. La pianta della coca (Erythroxylum coca) è un arbusto di colore rossastro, alto da 1 a 3 metri, strettamente associata alle varie civiltà andine, in particolare alla civiltà Inca, per usi rituali e religiosi, o terapeutici; come nel caso del cacao, il suo uso era riservato agli aristocratici. Con l’arrivo degli Spagnoli e con la caduta dell’ultimo impero Inca nel 1532, la coca si trasformò un prodotto di largo consumo per gli indigeni diventati schiavi nel massacrante lavoro nelle miniere e nelle piantagioni. L’abuso generalizzato di coca tra le popolazioni ridotte in schiavitù amplificò l’impatto delle armi e delle malattie portate dagli europei, contribuendo al genocidio dei nativi da parte dei conquistadores (vedi Olocausto americano di David E. Stannard, Boringhieri 2001). Anche gli Spagnoli iniziarono a utilizzare la coca, per cui la Chiesa ne proibire formalmente il suo consumo nella seconda metà del ‘500. La storia della coca ha una svolta fondamentale nel 1859, quando il chimico tedesco Albert Niemann, riesce a isolare la molecola della cocaina: in un certo senso finisce la storia della coca e inizia la storia della cocaina. Paolo Mantegazza, medico e neurologo, è il primo scienziato che ne fa uso e ne descrive gli effetti, nel 1871, come se fosse un medicinale, o uno stimolante. Dopo Mantegazza, un altro nome illustre descrive la cocaina. Sigmund Freud, il padre sella psicoanalisi, dopo averla utilizzata a lungo, nel 1884 pubblica Sulla cocaina, consigliandola per disturbi gastrici, deperimento organico, dipendenza da alcool e morfina, asma e stimolatore della sessualità. Durante la prima guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, l’uso della cocaina si diffonde in tutti i Paesi del mondo e – come nel ‘500 – in tutte le classi sociali. Usano cocaina gli operai delle fabbriche per aumentare la produzione; usano cocaina i soldati per sopportare lo stress della trincea. Come nel caso della coca 400 anni prima, alla grande popolarità segue il bando. Nel 1914, accertata la sua pericolosità, la cocaina è vietata negli USA, nel 1920 viene vietata anche in Germania. Nonostante sia illegale, negli anni ’40, ’50 e ’60 la cocaina è la droga dei musicisti e dei registi di Hollywood. Nel 1970, con la messa al bando delle amfetamine, il consumo di cocaina comincia progressivamente a crescere, nonostante il suo alto costo. Nel periodo compreso dal 1990 al 2010 il prezzo di eroina e cocaina, però, cala vertiginosamente dell’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} e la cocaina inizia la sua ascesa come droga di massa, facilmente reperibile a costi accessibili. Molti tossicodipendenti poli-assuntori decidono di usarla anche per via iniettiva; il binomio cocaina-eroina vede la cocaina droga di piacere, con l’eroina usata per attenuare gli effetti spiacevoli della cocaina (nella foto una pubblicità di fine ‘800 che invita a usare la cocaina per il mal di denti).
Mennea, campione scomodo
È morto a Roma Pietro Mennea, la “freccia del Sud”. Aveva 60 anni, era nato a Barletta, era allenato dal professor Vittori, è stato il più grande corridore italiano di tutti i tempi. Sono di pochi anni più giovane di Mennea; all’inizio degli anni Settanta ho gareggiato nel settore velocità del CUS Roma e Mennea per tutti noi, giovani speranze dell’atletica, era un mito, la dimostrazione che con l’impegno nessun obiettivo era impossibile. Nel 1971, a 19 anni, Mennea aveva iniziato la sua lunga carriera atletica internazionale, debuttando ai Campionati europei di Helsinki con un terzo posto nella staffetta 4×100 e un sesto nei 200 metri, la sua specialità preferita. Nel 1972 al suo debutto alle Olimpiadi di Monaco, era arrivato in finale dei 200 m vincendo il bronzo, dietro al sovietico Valerij Borzov e allo statunitense Larry Black. Nel 1974 ai Campionati europei di Roma aveva vinto l’oro nei 200, in una magnifica serata estiva, davanti al pubblico dello stadio Olimpico – c’ero anch’io, sedicenne, in tribuna Monta Mario, in mezzo agli atleti – e l’argento nei 100 , dietro al grande rivale di sempre, il sovietico Valeri Borzov; il secondo argento era arrivato dalla staffetta veloce. Nel 1976 ai Giochi olimpici di Montréal era riuscito a qualificarsi per la finale dei 200: l’oro era andato al giamaicano Don Quarrie, l’argento e il bronzo a due statunitensi, poi Mennea quarto, primo atleta non afro-americano; con la staffetta 4×100 era arrivato sesto. Nel 1978, agli Europei di Praga aveva confermato il successo di 4 anni prima a Roma sui 200, e aveva vinto anche sulla distanza più breve, i 100; sempre nel 1978 si era aggiudicato l’oro nei 400 metri piani agli Europei al coperto di Milano. Nel 1979, Mennea, come studente di scienze politiche, aveva preso parte alle Universiadi di Città del Messico; in uno stadio semideserto, 11 anni dopo Tommie Smith, aveva vinto i 200 con il tempo stratosferico di 19″72, nuovo record del mondo, che avrebbe resistito per ben 17 anni, e che rappresenta ancora oggi – dopo 34 anni – il primato italiano ed europeo; tuttora nessun atleta bianco ha saputo fare meglio. Nel 1980 a Barletta, sua città natale, aveva fatto anche il record del mondo a livello del mare sui 200 in 19″96; alle Olimpiadi di Mosca si era presentato da favorito per l’assenza degli sprinter statunitensi; nella finale dei 200 aveva vinto l’oro con una incredibile rimonta sul britannico Wells, in testa per quasi tutta la corsa; nei 100 era uscito a sorpresa in semifinale (avrebbe vinto Wells sul cubano Leonard), ma con la staffetta 4×400 aveva ottenuto un ottimo terzo posto. Nel 1981, a 29 anni, aveva annunciato il suo ritiro, per dedicarsi allo studio. Nel 1982 era ritornato sulla decisione e aveva preso parte agli Europei di Atene, gareggiando nella 4×100 arrivata quarta. Nel 1983, a 31 anni, aveva partecipato, ad Helsinki, alla prima edizione dei Mondiali di Atletica, vincendo la medaglia di bronzo nei 200 e quella d’argento con la staffetta 4×100 insieme a Pavoni, Tilli e Simionato. Nel 1984 raggiunse la sua quarta finale olimpica consecutiva sui 200 alle Olimpiadi di Los Angeles; era il primo atleta al mondo a compiere l’impresa; a 32 anni finì settimo nella gara vinta dal grande Carl Lewis. A fine stagione si era ritirato dalle competizioni per la seconda volta, ma nel1988, a 36 anni, tornò a gareggiare per le Olimpiadi a Seul, alfiere portabandiera della squadra azzurra durante la cerimonia d’apertura; superato il primo turno delle batterie dei 200 m, si era ritirato, stavolta definitivamente. Mennea ha vinto tanto per l’Italia, per lo sport italiano e per l’atletica italiana, ma è rimasto per tutta la vita, prima e dopo le vittorie, un personaggio scomodo; voglio ricordarlo con le parole che si leggono sul sito a lui dedicato (www.pietromennea.it) alla sezione “l’uomo”. “La convinzione nei propri mezzi, un trainer severissimo quale Vittori (ma non si deve dimenticare il prof. Mascolo), la voglia di emergere ed il pugno rivolto al cielo di Tommie Smith rappresentano la spinta decisiva per provare a sognare, per fare di un uomo del sonnecchiante sud un campione. Gli allenamenti lunghi e solitari accompagneranno Mennea per tanti anni, interrotti solo dalle competizioni, dai suoi ritiri e dai suoi rientri testardi e silenziosi. Quell’uomo che con maggior morbidità nei confronti del sistema sarebbe stato “socialmente” più considerato, quell’uomo spesso in antitesi con l’esterno per troppa fedeltà a se stesso, poco simpatico ad una parte di stampa che in ogni caso non ha mai potuto ignorarlo ma nemmeno cercato quando c’era da fare chiarezza. Quell’uomo che non è riuscito più a sentire suo un mondo che gli è appartenuto e che ha rappresentato per oltre un decennio” (3-2013)
Fare il nutrizionista
Daniele, come sei arrivato alla tua professione di nutrizionista e da dove è partita l’ispirazione? “Oltre 24 secoli fa il grande scienziato greco Ippocrate aveva definito il concetto di salute in modo che oggi diremmo sistemico; salute era il cibo e l’intero regime di vita, inclusi gli esercizî fisici e i bagni; nei secoli successivi la medicina occidentale ha perso di vista questo sguardo allargato sull’uomo, con il ruolo determinante della nutrizione nel favorire o peggiorare la nostra salute. Negli anni ’50 del Novecento un drappello di giovani studiosi e ricercatori ha dato vita ad una rivoluzione concettuale nel campo della nutrizione che ha ripreso, per molti aspetto, la visione ippocratica. Lo statunitense Ancel Keys, l’italiano Flaminio Fidanza e molti altri biologi e medici raccolsero sul campo i dati per uno dei più grandi studi di popolazione di tutti i tempi, il “Seven Countries Study”dal quale risultò con chiarezza il ruolo protettivo dell’alimentazione mediterranea rispetto ai modelli nordamericani e scandinavi; Massimo Cresta fu tra i protagonisti di quella rivoluzione con i suoi studi nel Cilento; la sua cattedra di Ecologia Umana alla Sapienza è stata un punto di riferimento per diverse generazioni di studenti: per me è stato un maestro, con lui mi sono laureato e ho partecipato ad un progetto di cooperazione in Africa; devo a lui fondamentalmente – da oltre 30 anni – la passione per il mio lavoro”. Il rapporto col cibo è sempre più mistificato dall’influenza dei media e delle mode: da una parte l’aumento sconsiderato e ormai stucchevole di trasmissioni televisive sulla cucina (con gare e reality), dall’altra sentiamo nomi di diete da paesi improbabili che promettono miracoli, cosa puoi consigliarci in proposito? “Rilevo una preoccupante somiglianza con i temi calcistici: ognuno si sente in diritto di dire la sua, senza curarsi di avere a sostegno dei propri convincimenti dati condivisi, studi significativi e controllati, indagini obiettive fatte da persone senza conflitti di interesse (con le lobby agro-industriali, ad esempio); come ha ribadito recentemente Andrea Ghiselli, dirigente dell’ente italiano che si occupa della ricerca sulla nutrizione, le conoscenze acquisite negli anni sono soprattutto due: seguire un’alimentazione equilibrata, basata sul modello mediterraneo – ricca di cereali, ma non raffinati – e svolgere un’adeguata attività fisica. Punto. Niente diete miracolose, niente pillole brucia grassi, in particolare niente cibi estranei alle nostra eccellente tradizione mediterranea, l’unica ad essere ritenuta dall’UNESCO “patrimonio dell’umanità”. Viisto il dilagare dell’obesità e dei disturbi alimentari, soprattutto tra i più piccoli, cosa puoi suggerire ai genitori? “Il modello alimentare della famiglia è un elemento chiave per comprendere la diffusione dell’obesità e dei disturbi alimentari di bambini e adolescenti: in un gran numero di casi il comportamento dei genitori risulta un fattore decisivo per l’obesità dei figli: se i genitori mangiano male – ad esempio, poca frutta e verdura, niente pesce, molti prodotti precotti e cibo spazzatura – i figli con molta probabilità mangeranno peggio, favoriti in questo dalle tante ore passate sugli schermi, dalla difficoltà di muoversi – a piedi o in bicicletta – nelle nostre città, dal martellamento pubblicitario a favore di cibi ricchi di zuccheri, sale e grassi. Ai genitori, nei miei incontri, dico – in modo provocatorio: primo, mangiate solo cibo vero; secondo, mangiate di tutto, ma soprattutto cereali integrali e legumi, frutta e verdura; terzo, mangiate quello di cui avete bisogno – cioè quello che realmente consumate – con piacere e insegnatelo ai vostri figli”. Negli eventi in cui abbiamo avuto il piacere di ascoltarti insisti a suggerire la ricerca ed il consumo di prodotti locali (e a noi fa molto piacere), perché? “Le esperienze di Sole Etrusco nel campo dei cereali e della canapa, dell’Azienda Agricola Biologica Morani, dell’azienda biodinamica Orti dei Terzi e di tanti altri piccoli produttori locali dimostrano che è possibile accorciare la filiera alimentare, ottenere prodotti di elevata qualità a costi contenuti; la carta vincente dei prossimi anni – ne sono sicuro – sarà quella di Slow Food: metter insieme il piacere del cibo “buono, gusto e pulito” con un modo di mangiare che rispetti la nostra biologia, i nostri bisogni nutrizionali. A chi superficialmente contrappone nell’alimentazione il piacere alla salute, ribadisco che il mio motto è “piacere e salute”. Penso che possiamo mangiare sano ed essere al contempo buongustai, cercando nel cibo emozioni, storie, valori culturali e sociali”. Ci terremmo ad una piccola ma importantissima digressione “tecnica”, puoi spiegarci il corretto rapporto da tenere con i carboidrati? “Generazioni e generazioni di italiani e di popolazioni mediterranee hanno vissuto in buona salute mangiando cereali integrali – gli unici disponibili – legumi, frutta, verdura, olio di oliva, pochissima carne – i giorni festivi – pesce e uova laddove disponibili; questo modo di mangiare aveva come aspetto complementare una notevole attività fisica, certo non lo sport ma il duro lavoro dei campi o della pesca. Anche oggi possiamo introdurre circa il 50% delle calorie totali dai carboidrati – da quelli complessi di pasta, pane e prodotti da forno e da quelli semplici di frutta e verdura; l’aspetto più importante riguarda la qualità dei carboidrati, che devono essere biologici, il più possibile integrali e da filiere corte, controllate e di qualità; non avrebbe senso valutare allo stesso modo un consumatore tipico statunitense di carboidrati con uno italiano attento alle proprie scelte alimentari; il primo utilizzerebbe prodotti per lo più industriali, super raffinati e di infima qualità, acquistandoli al supermercato con una spesa ridotta; il secondo spenderebbe qualcosa di più ma farebbe comparire sulla sua tavola la mattina fette biscottate o biscotti integrali, ai pasti principali pane integrale o pasta di qualità da filiera corta; gli statunitensi negli ultimi 50 anni hanno abbattuto la spesa per il cibo: tutto quello che risparmiano nei loro enormi negozi lo spendono in medicine, non mi sembra qualcosa da imitare. Un’ultima cosa proposito delle diete senza carboidrati. Uno dei rischi cui si va incontro – in particolare con diete al di sotto delle 1000-1200 calorie al giorno – è che l’organismo sia costretto a consumare le proteine dei propri muscoli per compensare
Bicicletta batte macchina
Con il prezzo della benzina arrivato quasi a 2 euro al litro, molti italiani stanno riscoprendo un antico amore: la bicicletta. Nel 2011 sono state vendute 1.750.000 bici, 2.000 unità in più delle vetture immatricolate; un sorpasso storico, che non si verificava dal Dopoguerra, e dal grande valore simbolico. La storia della bicicletta come mezzo di trasporto di massa ha oltre un secolo. Alla fine degli anni ‘90 dell’Ottocento negli Stati Uniti i ciclisti si erano moltiplicati, passando da 150.000 a svariati milioni; in Inghilterra – allora maggior potenza economica planetaria – furono costruite qualcosa come 800.000 biciclette; come scrive nel suo bellissimo libro Robert Penn (Ciò che conta è la bicicletta, Ponte alle Grazie, 2011), la bici era diventata il cavallo della gente comune; i lavoratori usavano la bici per andare al lavoro; grazie alla bici molti cognomi cominciarono a comparire lontano dalle località rurali tradizionali; la bicicletta divenne, inoltre, il mezzo di trasporto più veloce: i corridori su pista superavano i 60 km/h, oltre la velocità dei cavalli. La bici ebbe il merito di rompere le barriere di classe e di sesso dell’Ottocento; il grande scrittore inglese H.G. Wells – uno dei padri della fantascienza moderna – scrisse della carica di democrazia della bici; il ciclismo, inoltre, fu la prima attività sportiva popolare per donne. La bici è una delle più grandi invenzioni dell’umanità ed è tuttora il mezzo di propulsione umana più efficiente mai inventato: si viaggia, a parità di sforzo e su un terreno adatto, a velocità 4 o 5 volte superiore a quella con cui si cammina (25-30 km/h contro i 4/5 km/h). Robert Penn va in bici da quando ha memoria, ci ha anche fatto il giro del mondo, ma non è il solo ad aver riscoperto il più popolare mezzo di trasporto nella storia. Gli italiani non solo comprano più bici, ma hanno anche riscoperto anche il restauro, vale a dire il recupero dei vecchi modelli abbandonati nelle cantine o nei garage: con una spesa limitata si possono mettere a nuovo le bici. La bici ha tutte le caratteristiche del mezzo intelligente e sostenibile: è facile da usare, costa poco e su percorsi inferiori ai cinque chilometri non ha rivali. Gli unici a non accorgersi di tutto questo sono gli esponenti politici e gli amministratori delle città italiane che, con poche eccezioni, non si rendono conto del cambiamento in atto (come tutti quelli che si muovono solo in macchina). Qualche esempio? La ridicola estensione delle piste ciclabili in Italia: se si guarda ai Paesi del Nord Europa c’è da vergognarsi; i 14 anni trascorsi dall’ultimo finanziamento per misure pro bici. Infine, l’assenza di leader di partito e di esponenti del governo agli Stati Generali della Bicicletta e della Mobilità Nuova, tenutosi ad ottobre a Reggio Emilia. L’Associazione Nazionale Comuni Italiani salva-ciclisti, Legambiente e la Federazione Italiana Amici della Bicicletta (www.fiab-onlus.it) hanno discusso un piano strategico per rispondere alle esigenze di mobilità dei cittadini italiani negli anni a venire: in concreto, più piste ciclabili, più sicurezza, strade più sgombre di veicoli inquinanti. La demotorizzazione è ormai un dato di fatto, la macchina per fortuna non è più uno status symbol e sempre più persone – giovani e non – preferiscono alternative più ecologiche e salutari ai mezzi privati a benzina. In un Paese serio sarebbe un punto importante dell’agenda di qualunque movimento o partito (nella foto un’opera di Anna Silivonchik , artista bielorussa). (2-2013)
Bambini e obesità
Bambini e obesità. Mentre i tassi di obesità della popolazione adulta italiana si mantengono stabilmente sotto il 10%, dati molto più preoccupanti riguardano le nuove generazioni: tra i bambini italiani il sovrappeso in età scolare è stimato tra il 20 ed il 35%; nei bambini e negli adolescenti il sovrappeso è praticamente triplicata dagli anni ’60 ad oggi (rispettivamente dal 4% nella fascia 6-11 anni e dal 5% in quella 12-19 al 15% per entrambe). Nella fascia di età compresa tra gli 8 e i 12 anni, i bambini italiani in sovrappeso primeggiano tra i Paesi europei e industrializzati. Un primato che davvero non vorremmo. Per giunta, si tratta della forma che non è secondaria a cause endocrine o genetiche, ma ha più fattori determinanti: socioculturali, ambientali, abitudini alimentari e stili di vita familiari scorretti. Nel sempre più preoccupante caso dell’obesità infantile alcune scelte sugli stili di vita, hanno un peso preponderante. Un bambino che a due o tre anni mangia solo le quantità di cibo a lui necessari e per le necessità fisiologiche, già a quattro anni può sviluppare un comportamento alimentare fortemente influenzato dagli esempi familiari, dalle caratteristiche e dalla disponibilità del cibo, dalla televisione. Sul ruolo della televisione, da almeno dieci anni esistono studi che documentano come il tempo che i bambini trascorrono davanti alla televisione sia un buon indicatore del loro possibile sovrappeso; indagini recenti stimano che per ogni ora davanti alla tv il rischio di obesità aumenti del 6%, addirittura del 30% se è presente la tv in camera. In un’indagine di qualche anno fa (2004) su oltre 100 bambini delle scuole elementari di Cerveteri, ho riscontrato che meno del 5% delle famiglie interpellate faceva i pasti senza la tv accesa; Il modello alimentare della famiglia, insieme alla Tv, è pertanto un potente elemento ambientale nella genesi dell’obesità: in un gran numero di casi il comportamento dei genitori risulta un fattore decisivo per l’obesità dei figli: se i genitori mangiano male – ad esempio poca frutta e verdura, niente pesce – i figli con molta probabilità seguiranno o peggioreranno il modello alimentare del padre e della madre. I genitori, inoltre, sono – o dovrebbero essere – il filtro di ogni situazione difficile per i figli: una ricerca svedese ha dimostrato che a volte il contesto familiare stressante è la molla che porta i bambini all’obesità. Ma individuare alcune responsabilità della famiglia non spiegherebbe, comunque, le dimensioni del problema né il suo continuo aggravamento. Nella nostra società sono presenti da molti anni fortissimi elementi ambientali che letteralmente producono bambini, adolescenti e adulti grassi (nonché, con un meccanismo simmetrico e speculare ragazze e, da poco, anche ragazzi sottopeso). Potremmo definire queste situazioni come le cause socio-ambientali dell’attuale pandemia di obesità. L’obesità è un complesso fenomeno multifattoriale in cui si incontrano da un lato problematiche metaboliche, neuroendocrine e fisiologiche, dall’altro elementi psicologici, comportamentali e sociali. Alcuni di questi elementi sono sicuramente determinati in qualche modo a livello genetico, ma l’impressionante aumento dell’obesità negli ultimi venti anni ci dovrebbe indurre a dar maggior rilievo ai fattori ambientali, gli unici tra l’altro modificabili con scelte individuali e collettive. (nella foto: i dati sull’obesità infantile di OKio alla Salute 2008) (2008)
No al biogas
No al biogas. Sabato 24 novembre il professor Gianni Tamino ha partecipato ad una manifestazione-incontro per dire no all’impianto a biogas che si sta costruendo a Cerveteri, nella zona del Sasso. Gianni Tamino è un biologo, insegna all’Università di Padova; da quasi 40 anni è in prima linea nelle battaglie ambientaliste. Ricordo i suoi lucidi e circostanziati interventi sulle politiche ambientali, già negli anni 70, quando fu anche eletto deputato nelle liste di Democrazia Proletaria. Nella sala gremita del cinema Quantestorie di Manziana – un faro nella notte per chi ama il buon cinema – Tamino ha esposto con chiarezza quello che significa accettare gli impianti a biogas. Innanzitutto, da biologo, ha ricordato che i sistemi naturali utilizzano il Sole come fonte di energia esterna e lavorano riciclando continuamente la materia, senza combustioni e senza produzione di rifiuti. Dopo la rivoluzione industriale di 200 anni fa, l’economia di mercato ha notevolmente incrementato tre anomalie, non presenti in natura. La prima è la produzioni di merci con processi lineari, anziché ciclici, ossia, senza riciclo continuo. La seconda è l’utilizzo sempre più intenso delle combustioni, bruciando l’energia fossile. La terza anomalia del capitalismo è il costante aumento di inquinamento e rifiuti, con conseguente spreco di materia e d energia. Tamino ha poi ricordato qual è il vero problema energetico italiano: sostituire le centrali inquinanti – a partire da quelle a carbone, come il mega impianto di Civitavecchia – con fonti rinnovabili, dato che la domanda di punta di energia elettrica italiana è meno di 60.000 megaWatt, a fronte di una potenza installata di oltre 100.000 megaWatt. La combustione di biomasse nei cosiddetti impianti a biogas non ha, però, nessuna caratteristica di sostenibilità o di reale vantaggio ecologico; per averla dovrebbe avere quattro caratteristiche: essere di dimensioni ridotte, non oltre i 100 kiloWatt; utilizzare scarti agricoli, non coltivazioni apposite, come il mais; essere collocato lontano da centri abitati; disporre di sufficiente terreno coltivato per disperdere il “digestato”, il residuo della biomassa contenente batteri potenzialmente patogeni. L’impianto a biogas del Sasso – come la maggior parte degli altri impianti- risponde, invece, ad un’unica finalità: accaparrarsi gli incentivi previsti per questo tipo di strutture. In Italia oggi vi sono già oltre 700 impianti di produzione elettrica a biomasse (solida, liquida, gassosa) e il loro numero è destinato ad aumentare esclusivamente per il fatto che lo Stato dà soldi a chi mette su queste imprese. Il problema sanitario degli impianti a biogas non è secondario. Si tratta, infatti, di piccole centrali che emettono polveri, ossidi di carbonio, ossidi di azoto, ceneri, diossine e altri microinquinanti, in particolare batteri patogeni – come il Botulino – nel digestato che avanza dalla produzione e finisce nel terreno. A tutti questi problemi si aggiungono disagi supplementari per coloro che risiedono nelle vicinanze della centrale: odori, rumorosità da zona industriale, traffico e inquinamento da parte dei camion che devono caricare ciclicamente l’impianto. L’ultimo motivo per dire no al biogas di Cerveteri è che si inserirebbe in un contesto ambientale già fortemente a rischio: la seconda centrale a carbone d’Italia e il più grande polo di energia elettrica europea a Civitavecchia, la discarica di Cupinoro a Bracciano, il paventato raddoppio dell’aeroporto intercontinentale di Fiumicino, il polo agro-industriale di Maccarese. Abbiamo detto no alla maxi-discarica di Pizzo del Prete, diremo no anche al biogas del Sasso. (12-2012)
Ricordo di Eric Hobsbawm
E’ morto a 95 anni Eric J. Hobsbawm, uno dei più importanti storici del ‘900. La sua opera più famosa sono 4 volumi che raccontano la storia dal 1848 al 1991; l’ultimo volume della tetralogia, Il secolo breve, è uno dei libri di storia più famosi degli ultimi anni. Il suo ultimo saggio – pubblicato pochi mesi prima della morte – è stato un libro su Marx, Come cambiare il mondo. Ristudiando Marx (BUR Rizzoli, 2012), che ha inaspettatamente scalato le classifiche inglesi di vendita. Lo ricordiamo con alcuni brani di una sua intervista recente. “Marx è ancora un grande pensatore del nostro tempo, anche se paradossalmente sono stati i capitalisti a riscoprirlo e non i socialisti”. “Ci sono due ragioni che spiegano la sua importanza. Innanzitutto la fine del marxismo ufficiale dell´Unione Sovietica ha liberato Marx dall´identificazione con il leninismo e con i regimi leninisti. In questo modo è stato possibile recuperare il suo pensiero e quel che aveva da dire riguardo al mondo. Ma, soprattutto, il capitalismo globalizzato che si è sviluppato dagli anni 1990 era quello descritto da Marx nel Manifesto”. “Ho capito che Marx era tornato quando fui contattato dal direttore della rivista che United Airlines pubblica per i suoi passeggeri, che sono quasi tutti uomini d´affari americani. Avevo scritto un articolo sul Manifesto: mi chiesero di poterlo pubblicare, erano interessati al dibattito. Qualche tempo dopo George Soros mi chiese che cosa pensavo di Marx. Lì per lì diedi una risposta ambigua. “Quell´uomo – disse Soros – scoprì 150 anni fa qualcosa sul capitalismo di cui dobbiamo tener conto oggi”. Non c´è dubbio che Marx sia tornato al centro della scena». “C´è stato un sondaggio della BBC che l´ha eletto come il filosofo più grande. Se si digita il suo nome su Google, tra gli intellettuali è superato soltanto da Darwin ed Einstein, ma viene prima di Adam Smith e Freud”. “I profitti economici devono essere uniti a misure che assicurino il benessere della popolazione, non fosse altro che per evitare pericoli sociali e politici creati da squilibri eccessivi. Queste idee nacquero come reazione allo sviluppo dei partiti laburisti e socialisti alla fine del diciannovesimo secolo e ancora adesso, per fortuna, distinguono l´Europa occidentale dagli Stati Uniti.” “L’effetto più evidente della globalizzazione è stato quello di privare gli Stati delle risorse per la distribuzione del benessere pubblico, a causa della de-industrializzazione e dello spostamento dell´economia mondiale verso l´Oriente. Fino al crollo del 2008 questo processo è stato accelerato e non governato. Con un indebolimento sistematico delle istituzioni pubbliche a spese di uno straordinario arricchimento privato.” “L´analisi fondamentale dello sviluppo storico fatta da Marx resta valida. Ma, quella che egli chiamava “la società borghese”, non era e non poteva essere la fine del capitalismo. Era una fase temporanea, come lo sono state altre. Quello che resta vero è che si creano profonde ineguaglianze sociali e morali”. “Penso ad azioni di autorità globali sovranazionali. Può essere difficile da immaginare se non considerando accordi tra super Stati politicamente decisivi ma non si può lasciare tutto il potere alla finanza privata. I problemi sono evidenti a tutti, Marx ci ha offerto un metodo: il pubblico deve poter governare il cambiamento, le disuguaglianze devono essere ridotte dallo Stato”. “Le vecchie economie occidentali ora in declino perdono il loro livello di vita e quelle emergenti sognano di raggiungere i livelli di vita dell´Occidente. Questo provoca una doppia pressione: su chi sta vedendo tramontare il suo status e su chi fa di tutto per accrescerlo. È questo che sta mettendo in crisi l´idea di sviluppo”. “Ma come si può essere marxisti oggi? Non certo ritornando all´Ottocento, è evidente. Non possiamo mettere a rischio, neppure per un momento, il progresso intellettuale e le conquiste, politiche, sociali e di libertà, ottenute negli ultimi due secoli dagli uomini e dalle donne. Ma dobbiamo cercare un nuovo equilibrio tra pubblico e privato, tra l´idea di sviluppo e la sua sostenibilità in questo nostro mondo. Per questo nostro mondo”. (dall’intervista a Eric Hobsbawm, La Repubblica, 28 gennaio 2011) (nella foto: Il giorno della costituzione di Isaak Brodsky, 1930) –
Olimpiadi di Londra del 2012 (2)
Alle Olimpiadi di Londra del 2012 il nuoto si era confermato terreno di conquista per gli USA: 16 medaglie d’oro su 34 ai loro nuotatori; clamoroso il secondo posto nel medagliere da parte della Cina, con ben 5 ori, davanti alla Francia con 4; Michael Phelps aveva vinto altri 4 ori, portando a 18 le medaglie d’oro olimpiche complessive; delle 8 medaglie d’oro dei tuffi la Cina ne aveva lasciate due a Russia e Usa; la cinese Wu Minxia era stata la prima tuffatrice ad aver vinto per 3 olimpiadi consecutive la stessa disciplina, il trampolino da 3 metri. Il kazako Vinokurov – squalificato per doping dal 2007 al 2009 – aveva vinto la prova su strada del ciclismo; l’inglese Wiggins, fresco vincitore del Tour, si era aggiudicato la prova a cronometro, quarto oro complessivo dopo Atene e Pechino; terzo il connazionale Chris Fromm, secondo al Tour; la Gran Bretagna aveva dominato il medagliere del ciclismo vincendo 8 ori su 18; da segnalare in campo femminile il secondo oro dell’inglese Victoria Pendleton. Nel canottaggio Gran Bretagna e Nuova Zelanda avevano vinto 7 ori su 14; Josefa Idem, tedesca di nascita naturalizzata italiana, era diventata l’atleta femminile con più giochi olimpici disputati in assoluto (8). Nella boxe femminile avevano vinto medaglie atlete inglesi e irlandesi, statunitensi e brasiliane, russe, ex sovietiche e cinesi; il medagliere della boxe maschile aveva visto in testa i pugili inglesi, davanti a ucraini, cubani e russi. Nei pesi medagliere quasi tutto asiatico: 5 ori alla Cina, 4 al Kazakistan, 3 alla Corea del Nord, uno all’Iran, nella categoria oltre 105 kg; nel judo prevalenza di Russia e Francia, seguiti dalla Corea del Sud; sfortunati i judoka giapponesi: 7 atleti in zona medaglie, ma un solo oro; le 8 medaglie d’oro del taekwondo erano andate a 8 atlete ed atleti di nazionalità diversa; tra questi il nostro Carlo Molfetta, vincitore della gara oltre 80 kg. Tiro a segno, tiro con l’arco e scherma ci avevano dato molte soddisfazioni. Nel tiro a segno l’Italia con i 2 ori di Jessica Rossi e Niccolò Compriani si era inserita ai vertici del medagliere; nel tiro con l’arco avevamo tolto ai maestri sudcoreani – vincitori di 3 ori su 4 – l’oro nella prestigiosa gara maschile a squadre: Frangilli, Galiazzo e Nespoli, i tre arcieri campioni olimpici. La scherma si era confermata il nostro principale serbatoio di medaglie, per l’ennesima volta l’Italia aveva primeggiato nel medagliere finale, davanti a Corea del sud e Cina, con finali entusiasmanti, soprattutto nel fioretto femminile (nella foto): oro per Elisa Di Francisca, oro e argento per Arianna Errigo, oro e bronzo per la portabandiera Valentina Vezzali, prima schermitrice al mondo ad essersi aggiudicata tre medaglie d’oro olimpiche in tre olimpiadi consecutive (in più 3 ori olimpici di squadra, 13 mondiali e 11 europei); grande impresa anche per il fioretto maschile, che aveva replicato la vittoria del 2004 – a Pechino il fioretto a squadre non era previsto: primo oro olimpico per Andrea Baldini, secondo per Andrea Cassarà, con Avola e Aspromonte; argento nella sciabola per Occhiuzzi. Molto spettacolare e interessante anche il badminton, che aveva offerto partite di altissimo livello, con la sfida tutta asiatica tra atleti di Cina, Corea del Sud, Malesia, India e Giappone; alla fine 5 ori su 5 per la Cina. Nel calcio maschile vittoria a sorpresa del Messico in campo maschile: 2-1 al Brasile di Neymar, Pato e Thiago Silva; terzi i sudcoreani, quarti i giapponesi; in campo femminile quarto titolo per le fortissime calciatrici statunitensi, che si erano vendicate della sconfitta con le giapponesi agli ultimi mondiali. Nell’hockey su prato maschile vittoria della Germania sull’Olanda, che si era consolata vincendo il torneo femminile sull’Argentina; nel torneo di pallamano maschile si era imposta la Francia sulla Svezia; in campo femminile vittoria della Norvegia. Nella pallanuoto maschile l’Italia (3 ori olimpici, 3 mondiali e 3 europei ) aveva eliminato i fortissimi ungheresi (9 ori olimpici, 2 mondiali, 12 europei): in finale il nostro “settebello”, allenato da Sandro Campagna, aveva ceduto 6-8 alla Croazia dell’ex ct azzurro Ratko Rudic. Nel basket maschile lo squadrone USA aveva vinto l’oro numero 14 (su 17 tornei) di misura contro la Spagna (107-100). Settimo titolo olimpico – su 9 edizioni – per le cestiste USA guidate da Candace Parker e Diana Taurasi. Nel volley maschile erano salite sul podio le tre squadre simbolo della pallavolo mondiale: la Russia, erede dell’Unione Sovietica, dominatrice della pallavolo fino agli anni 80; l’Italia, protagonista mondiale dal 1989 ad oggi, e il Brasile, 3 mondiali e 2 olimpiadi a partire dal 1992. La finale Brasile – Russia era stata magnifica, con la clamorosa rimonta russa, dopo i primi 2 set persi; sul podio erano più felici gli italiani terzi, con la maglietta di Vigor Bovolenta, morto pochi mesi prima, dei brasiliani secondi. Per il Brasile una serie di campioni ex del nostro campionato: Vissotto, Murilo, Sergio, Ricardo, Dante, Rodrigao, Giba e Bruno; per la Russia i grandi Tetjuchin, Michajlov, Apalikov; per l’Italia Travica, Lasko, Zaytsev e Savani, Papi, Mastrangelo e Fei, Bari e Birarelli. In campo femminile riscatto delle brasiliane sugli USA; terze le giapponesi, quarte le sudcoreane, quinto posto insoddisfacente per la squadra italiana e per la magnifica palleggiatrice Eleonora Lo Bianco, l’atleta italiana con più presenze (524 dopo le olimpiadi) in qualsiasi squadra nazionale italiana, sia maschile che femminile. Nel medagliere finale primi gli USA con 46 ori, seconda la Cina (38 ori), poi Gran Bretagna, Russia, Corea del sud, Germania, Francia e Italia (28 medaglie, 8 d’oro). Alle elezioni presidenziali in Venezuela Hugo Chávez era stato riconfermato Capo dello Stato; un mese dopo Barack Obama era stato riconfermato per un secondo mandato alla Casa Bianca – terzo democratico ad essere rieletto, dopo Roosevelt, e Clinton; in Italia Silvio Berlusconi era stato condannato in primo grado a 4 anni nel processo per frode fiscale; a dicembre il Presidente del Consiglio, Mario Monti, aveva dato le dimissioni; il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, aveva sciolto anticipatamente le Camere.