Nel 2012 in Siria continuavano le violente rivolte contro il presidente Assad e la dura repressione del suo esercito; Putin era stato rieletto Presidente in Russia, mentre il socialista François Hollande aveva battuto di misura il presidente uscente Sarkozy; in Italia nel naufragio della nave Costa Concordia al largo dell’Isola del Giglio erano morte 30 persone, mentre un terremoto di magnitudo 6 aveva colpito Emilia, Lombardia e Veneto, con epicentro tra Modena, Mantova, Ferrara e Rovigo; dopo 9 anni la Juventus aveva vinto a sorpresa il campionato di calcio, con una grande rimonta sul Milan; la Spagna, dopo l’Europeo del 2008 ed il Mondiale del 2010, aveva rivinto gli Europei, battendo in finale l’ Italia. Dal 27 luglio al 12 agosto Londra aveva ospitato la trentesima edizione dei Giochi Olimpici, i terzi disputati nella capitale inglese, dopo l’edizione pionieristica del 1908 e i giochi del 1948. Nella cerimonia di apertura allo Stadio Olimpico il regista inglese Danny Boyle aveva dato grande risalto alle classi sociali protagoniste della rivoluzione industriale, operai e contadini e aveva ricordate le lotte civili successive alle immigrazioni dalle colonie inglesi, il lavoro ed i sindacati, la nascita del sistema sanitario nazionale, aiutato dalla grande musica inglese di Mike Oldfield, Pink Floyd e Paul McCartney. La fiamma olimpica era stata portata all’interno dello stadio dal campione britannico di canottaggio Steve Redgrave – unico atleta ad aver vinto 5 ori in 5 Olimpiadi. Il programma aveva previsto 26 sport olimpici – 2 in meno di Pechino per l’eliminazione di baseball e softball, con la novità di 3 categorie di boxe femminile. Le nazioni partecipanti erano state 204, 3 in più rispetto a Pechino, oltre 10.000 gli atleti partecipanti; la nostra portabandiera era stata la campionessa di scherma Valentina Vezzali. Nell’atletica si erano imposte le stesse 5 nazioni dei giochi di Pechino – USA, Russia, Giamaica, Inghilterra, Etiopia e Kenya – 30 ori per loro e 17 al resto del mondo. La Giamaica aveva confermato lo strapotere dei suoi velocisti; Usain Bolt aveva vinto altre 3 medaglie d’oro, replicando le tre vittorie di 4 anni prima: oro nei 100, davanti al connazionale Blake, oro nei 200 (tripletta giamaicana), oro nella staffetta veloce (nella foto) con record mondiale; agli USA era rimasto solo l’oro di Merritt nei 110 ostacoli, mentre 400, 400 ostacoli e staffetta 4 x 400 erano andati ad atleti caraibici; nel fondo impresa leggendaria dell’inglese di origine somala Mohamed Farah, che si era aggiudicato 5.000 e 10.000; per noi l’ottimo bronzo di Fabrizio Donato nel triplo vinto dallo statunitense Taylor, quarto Daniele Greco. In campo femminile parziale riscatto delle velociste USA che avevano vinto i 200, i 400 e le due staffette; alla fine 6 ori alle russe e 6 alle statunitensi, ma l’immagine simbolo delle gare di atletica a Londra sarebbe rimasto il podio tutto giamaicano dei 200 metri, con Bolt, Blake e Weir. Nella ginnastica la Cina aveva confermato la propria supremazia in campo maschile vincendo il concorso a squadre, davanti al Giappone; per Zou Kai (5 ori in 2 Olimpiadi) oro nel corpo libero; per noi un buon bronzo agli anelli di Matteo Morandi; nella ginnastica femminile la statunitense Gabriella Douglas era stata la prima campionessa olimpica afroamericana, con l’oro nel concorso individuale e in quello a squadre; il resto delle medaglie e dei podi erano andati a ginnaste russe (2 ori nella ginnastica ritmica e nelle parallele asimmetriche), cinesi e romene; per le ginnaste italiane il bronzo nella ginnastica ritmica a squadre.(segue)
Malnutrizione cronica e cibi locali
Quasi 200 anni fa il grande gastronomo francese Jean Anthèlme Brillat-Savarin scriveva nella sua opera La fisiologia del gusto questa frase, diventata famosa “Il destino di una nazione dipende dal modo in cui questa si nutre”. Le parole di Brillat-Savarin trovano eco in diversi proverbi africani, che hanno come oggetto l’importanza della condivisione del cibo. Uno di questi recita: “Colui che rifiuta di condividere il nostro pasto non sarà mai considerato dei nostri”. In Africa la malnutrizione cronica riguarda circa 60 milioni di bambini. L’ultimo rapporto dell’associazione Save the Children (A Life Free From Hunger, 2012) riporta testimonianze su un problema di fatto scomparso dai nostri media. Osservatori dell’associazione raccontano l’assenza di cibo nel fuoco alle ore dei pasti o i tanti bambini dei villaggi troppo debilitati per riuscire a giocare. In Paesi come Etiopia, Sud Sudan e Kenya in molte famiglie si mangia una sola volta al giorno, con pasti squilibrati in termini di nutrienti e deficit di proteine, calorie e vitamine. Quando i bambini africani muoiono di dissenteria o malaria, spesso è la malnutrizione cronica la vera responsabile. Un altro drammatico problema di molti Paesi dell’Africa è quello dell’introduzione di cibi e culture d’importazione. In Senegal, ad esempio, la colonizzazione francese ha di fatto imposto il consumo di riso di importazione, di farina di grano – per produrre le famose baguettes – e di latte. Oggi per il piatto nazionale senegalese, il thiéboudieune (riso con pesce) vengono importate quasi 800.000 tonnellate di riso all’anno. Se si aggiungono le importazioni di farina di grano e di latte in polvere, la spesa del Senegal è di circa 53 milioni di euro l’anno. Con la crisi alimentare mondiale e l’aumento del prezzo dei cereali sul mercato internazionale, importare tutto ciò che si mangia equivale a suicidarsi. Il governo senegalese è corso ai ripari con la campagna “io mangio wolof”, rivolta soprattutto ai giovani, per ritornare al consumo di cibo locale. A mattino, ad esempio, colazione tradizionale con una pappa di miglio oppure con una tazza di kinkeliba (una specie di tisana) e del pane locale, a base di farina di mais e di grano. Una scelta importante per il Senegal, perché sempre più nei prossimi anni il destino dei popoli dipenderà dal cibo che arriverà nelle loro tavole. (2013)
Olimpiadi e multinazionali
Il 27 luglio inizieranno a Londra le trentesime Olimpiadi moderne; oltre alle normali attese per gli eventi sportivi, da alcuni mesi si discute sugli sponsor dei giochi. Il Comitato Olimpico Internazionale (Cio) ha deciso di accettare la sponsorizzazione di Dow Chemical e Bp, due delle maggiori e potenti industrie multinazionali della chimica e dell’energia. La Dow Chemical ha acquistato 11 anni fa la Union Carbide, responsabile del più grave disastro della storia dell’industria chimica mondiale: la tragedia di Bhopal in India. Nel 1984 a Bhopal morirono 6.000 persone nel giro di poche ore, circa 20.000 negli anni successivi. Nella fabbrica di pesticidi indiana esplose una cisterna e fuoriuscirono 40 tonnellate di isocianato di metile e di altre sostanze tossiche. Dopo quasi 30 anni oltre 500.000 indiani subiscono ancora le conseguenze di quell’incidente (dati ufficiali): migliaia di tonnellate di residui tossici sono tuttora esposte alle intemperie e nel corso degli anni le sostanze tossiche hanno contaminato le falde idriche di una vasta popolazione. La Dow Chemical ritiene conclusa la vicenda Bhopal con i 470 milioni di dollari versati in risarcimenti al governo indiano. Le autorità indiane, invece, chiedono 1,7 miliardi di dollari per le vittime del disastro e il Comitato Olimpico indiano contesta la scelta del Cio sulla Dow Chemical: la questione, pertanto, è ancora aperta. L’altro sponsor contestato è la Bp, ex British Petroleum, responsabile nel 2010 di uno dei più gravi disastri ecologico-petroliferi della storia, quello nel Golfo del Messico. A seguito del disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon (nella foto) , affiliata alla British Petroleum, milioni di barili di petrolio ancora galleggiano sulle acque di fronte alle coste statunitensi di Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida. Secondo molte associazioni ecologiste la scelta della Bp appare fuor luogo anche a causa del coinvolgimento della multinazionale nell’estrazione di petrolio dalle sabbie bituminose del Canada e nello sviluppo di campi petroliferi nel mare Artico russo. La contestazione della sponsorizzazione per le Olimpiadi non si limita a chi produce inquinamento, malattie e morte con il petrolio e la chimica; anche il modello alimentare nordamericano sta producendo – in America e nel resto del mondo – una pandemia di obesità, diabete, malattie cardiovascolari e tumori. Associare allo sport olimpico i due principali marchi del fast-food – Coca Cola e Mc Donald’s – a molti appare un controsenso, un messaggio schizofrenico, soprattutto per le giovani generazioni. (6-2012)
Alimentazione e carie
Alimentazione e carie. Le malattie del cavo orale (riguardanti sia denti che gengive) sono tra le più diffuse cosiddette “malattie del benessere”. Sono infatti prevalenti nei paesi industrializzati, come il nostro. La carie dentaria, secondo l’’OMS, è al terzo posto tra le malattie più diffuse. La prevalenza della carie è direttamente proporzionale al consumo di cibi raffinati. Nei Paesi occidentali circa il 90% delle persone ha problemi di carie. Ma la carie, essendo intimamente legata alla particolare alimentazione umana, non è solo un problema dell’uomo moderno. Erano già cariati l’80% dei denti degli uomini preistorici, erano cariati i denti delle mummie egiziane e dei soldati romani. In Italia quasi la metà dei bambini della scuola materna e i tre quarti delle scuole elementari hanno problemi di carie. Un adolescente ha in media quasi 10 denti cariati. La carie – parola di origine latina che significa “corrosione” – è una malattia che attacca il dente e lo corrode fino a distruggerlo, se non si interviene per tempo. La carie è causata dall’azione di alcuni tipi di batteri, detti batteri cariogeni (in particolare lo Streptococco mutans e il Lactobacillo acidofilo). Durante i pasti, sui denti si deposita un sottile strato composto dai residui alimentari e dalla saliva: la placca batterica, una patina bianco-giallastra, quasi invisibile, spesso trasparente. Se non viene continuamente rimossa, si ispessisce e ad essa si agganciano milioni di batteri che vivono normalmente nella bocca. La placca batterica è spesso responsabile dell’alito cattivo (alitosi) e può dar origina alla carie. Quando la placca si mineralizza, si ha la formazione del tartaro. I batteri della placca liberano enzimi soprattutto sulle parti di smalto alterate e trasformano in acido (acido lattico) gli zuccheri contenuti negli alimenti. All’inizio in genere la carie non è dolorosa, ma se non si interviene, può raggiungere la dentina e provocare dolore quando si mastica o si hanno variazioni di temperatura. La carie può approfondirsi ulteriormente e raggiungere la polpa, provocando dolori lancinanti e, spesso, un ascesso dentario che può innescare un processo infettivo in altre parti del corpo. Gli zuccheri più cariogeni sono i mono e i disaccaridi (rispetto agli amidi) e quelli vischiosi o appiccicosi (lecca-lecca, caramelle, gomma da masticare) perché aderiscono più a lungo alle superfici dentali. L’acido lattico così prodotto inizia a sciogliere la componente minerale inorganica dello smalto (decalcificazione), la rendono sempre meno densa e alla fine creano piccole cavità. La prevenzione della carie inizia con il nostro modo di mangiare. Dobbiamo fornire quotidianamente al nostro organismo sostanze che permettono la formazione di denti sani e resistenti agli acidi. Esistono alimenti specificamente utili in tal senso: latte e latticini, verdure e frutta fresca, pesce e carne, tutti ricchi di vitamine e sali minerali. Una volta formati correttamente, i denti devono anche allenarsi; la loro ginnastica è costituita dal lavoro della masticazione; va, quindi, incoraggiato il consumo di cibi duri come finocchi, mele, carote, pane raffermo, formaggi a pasta dura. Mangiare bene e allenare i denti, però, non basta. Bisogna eliminare dalla bocca i residui alimentari che sono in grado di procurare la carie. Per far ciò va usato uno spazzolino piccolo di setole artificiali (nylon), possibilmente di durezza media. Lo spazzolino è fondamentale per la pulizia dei denti. L’uso del dentifricio può aumentare l’efficacia dello spazzolino. I denti andrebbero puliti in ogni loro parte con movimenti verticali e laterali. La pulizia va fatta dopo ogni pasto, soprattutto dopo aver mangiato dolci e prima di addormentarci. Insieme allo spazzolino è molto utile il filo dentale che permette di arrivare negli spazi tra denti e gengive. Per i più piccoli è importante far nascere l’abitudine all’igiene dentale precocemente, sin dai primi anni di vita. Anche se i bambini piccoli non riescono subito ad eseguire le tecniche adeguate, i genitori o i fratelli maggiori possono aiutarli in questo, sino a quando non riusciranno da soli ad usare spazzolino, dentifricio e filo dentale (2004)
Stabilizzatori dell’umore
Gli stabilizzatori dell’umore sono in realtà farmaci da molti anni utilizzati per l’epilessia. Nascono tutti per combattere questa importante e diffusa malattia neurologica; solo successivamente ci si rese conto che erano utili anche per il disturbo bipolare o disturbo maniaco-depressivo. L’epilessia è una condizione cronica neurologica caratterizzata da ricorrenti e improvvise crisi epilettiche. La crisi epilettica è la scarica improvvisa, eccessiva e rapida di una gruppo di cellule nervose, neuroni, che fanno parte della sostanza grigia dell’encefalo. L’epilessia può manifestarsi ad ogni età ed in forme assai diverse. È fra le malattie neurologiche più frequenti: nel mondo dovrebbero esserci circa 50 milioni di malati di epilessia. Un gruppo eterogeneo di molecole controlla efficacemente le crisi epilettiche: alcune benzodiazepine, alcuni barbiturici, ma soprattutto litio, acido valproico e carbamazepina. Con il termine disturbo bipolare, o maniaco-depressivo, ci si riferisce in ambito psichiatrico a una malattia mentale che provoca forti sbalzi del tono dell’’umore, caratterizzato sia da episodi maniacali (o fasi di eccitamento) sia da depressione. I farmaci stabilizzatori dell’umore sono spesso usati in associazione con altri psicofarmaci, generalmente insieme ad antipsicotici e antidepressivi. Il capostipite degli stabilizzatori dell’umore è sicuramente il litio, scoperto – per caso – negli anni ’40 dallo psichiatra australiano John Cade; in commercio con vari nomi (Carbolithium, poiché il principio attivo è il sale carbonato del litio, o Resilient 83), il litio mostra efficacia sia negli episodi maniacali sia in quelli depressivi del disturbo bipolare; appare anche utile nella prevenzione delle ricadute; il suo limite maggiore risiede nella potenziale tossicità, pertanto ogni 2-3 mesi va seguita la sua concentrazione nel sangue (litemia) e va valutata la funzionalità di tiroide e reni, poiché tra i principali effetti collaterali ci sono disturbi gastrointestinali (nausea, dolori addominali, diarrea), aumenti di peso, riduzione delle concentrazioni di potassio nel sangue, ipotiroidismo e alterazioni della funzionalità renale. Nel 1969 la Francia è stato il primo Paese a utilizzare come psicofarmaco l’acido valproico (valproato di sodio, Depakin, o valproato di potassio, Depamag), una vecchia molecole scoperta nel 1882 e riscoperta nel 1961 come antiepilettico; l’acido valproico sembra piuttosto efficace nell’aspetto maniacale del disturbo bipolare, meno nell’aspetto depressivo; presenta minori contrindicazioni del litio, ma può dare facilmente aumenti di peso ed è sconsigliato alle donne in gravidanza e in età fertile per i potenziali danni a carico del feto. Come il valproato anche la carbamazepina (Tegretol) funziona bene nella fase maniacale, sia in acuto sia come prevenzione; con questo farmaco non ci sono particolari problemi riguardo al peso ma si possono avere seri problemi dermatologici. Altri farmaci utilizzati come stabilizzatori sono il gabapentin (Neurontin), la lamotrigina (Lamictal), l’oxcarbamazepina (Tolep), simile alla carbamazepina, il topiramato (Topamax) e il pregabalin (Lyrica). Per concludere, va detto che anche alcuni antipsicotici atipici – Olanzapina (Zyprexa), Risperidone (Risperdal), Aripiprazolo (Abilify) – vengono utilizzati come stabilizzatori dell’umore, in particolare come anti-maniacali e per la prevenzione degli episodi maniacali del disturbo bipolare. Appare evidente, dati i rischi di tipo metabolico connessi all’impiego degli stabilizzatori dell’umore, l’importanza di monitore attentamente la salute fisica di chi assume questi farmaci, favorendo, soprattutto nel caso di lunghi periodi di terapia, abitudini di vita che riducano il rischio di obesità e delle patologie ad essa associate. (nella foto La decalcomania di René Magritte, 1966) (2012)
Denti, gengive e cioccolato
I denti sono stati definiti dei “fossili preconfezionati”, dato che sono spesso l’unica che rimane dei nostri corpi a molti anni della nostra morte. I denti sono un bene prezioso: grazie ai denti possiamo mangiare, possiamo parlare, possiamo sorridere. Nella nostra specie crescono due serie di denti. Poco dopo la nascita – generalmente verso il sesto mese – cominciano a spuntare i denti da latte, 20 denti provvisori (4 incisivi, 2 canini e 4 molari per arcata dentaria) che inizieranno ad essere rimpiazzati da 32 denti permanenti intorno al sesto anno di vita. I denti da latte sono anche detti denti decidui e appaiono più bianchi perché sono meno mineralizzati; inoltre, sono più aggredibili dai batteri. I nostri denti con il passare del tempo accumulano minime stratificazioni – come gli anelli dei tronchi degli alberi – che si interrompono verso i 20 anni. In base alla funzione che svolgono, i nostri denti hanno assunto nel corso dell’evoluzione forme diverse. I denti anteriori incisivi sono 8 e servono principalmente per tagliare i cibi; i 4 denti canini servono soprattutto per strappare e lacerare; i denti posteriori sono divisi tra 8 premolari e 12 molari; entrambi hanno la fondamentale funzione di preparare il cibo alla digestione triturandolo. Gli ultimi denti che emergono sono i denti del giudizio, che compaiono intorno ai 17 anni, se esiste spazio sufficiente per la loro eruzione. Una delle principali funzioni dei denti è la capacità di mordere; la nostra anatomia ci permette di applicare una forza di 400 newton, una valore importante che però scompare rispetto ai 2000 newton del potentissimo morso degli oranghi (nella foto). Vediamo qual è la struttura dei denti. La corona è la parte visibile, la radice quella non visibile (è nell’osso sotto la gengiva); il colletto è la zona intermedia tra corona e radice, a contatto con la gengiva. La cavità del dente è costituita da una porzione di tessuto connettivo (polpa) in cui scorrono vasi sanguigni, vasi linfatici e nervi. La dentina o avorio riveste la polpa; smalto e cemento rivestono la dentina, nella corona e nella radice. Lo smalto è in assoluto il tessuto più duro dell’uomo, la dentina deve la sua durezza all’abbondanza di cristalli di calcio-idrossiapatite, ma è più fragile dello smalto. L’osso alveolare o alveolo è una piccola cavità scavata nella mascella nella quale trova impianto il dente e costituisce un corpo unico con l’osso mascellare. I denti dell’arcata superiore non si sovrappongono esattamente a quelli dell’arcata inferiore, ma si trovano leggermente spostati in avanti. Questo particolare allineamento fa lavorare al meglio tutti i denti: gli incisivi tagliano gli alimenti come una forbice, i canini afferrano il cibo come dei ganci, i premolari ed i molari (che si sovrappongono tra le due arcate) riducono efficacemente il cibo in poltiglia come degli schiaccianoci o delle presse. La gengiva ha funzione protettiva, aderisce all’osso e racchiude tutti i denti a livello del colletto. La gengivite è un’infiammazione delle gengive che, a causa della placca batterica non rimossa, si riempiono di sangue. Se durante la pulizia dei denti le gengive perdono sangue al minimo contatto, si tratta di un campanello d’allarme. Le gengiviti possono, infatti, evolvere in paradontiti (o piorrea) che compromettono il tessuto di sostegno del dente e dell’osso, con dolore, arrossamento, gonfiore gengivale e – nelle forme più gravi – fuoriuscita di pus. La paradontite una malattia diffusissima, più della carie stessa, che nel passato portava alla perdita, spesso completa e precoce, dei denti della maggior parte della popolazione. Nella prevenzione delle malattie del cavo orale (carie, gengiviti, paradontiti) viene spesso impiegato il fluoro, per due motivi; da un lato la sua azione antibatterica rallenta la formazione della placca dentale, dall’altro la sua capacità di rinforzare la superficie dello smalto lo rende più resistente agli attacchi degli acidi; sono consigliati dentifrici contenenti fluoro con 400 ppm (parti per milione) fino agli 8 anni, con 1000-1500 ppm dopo i 9 anni. In piccole quantità il fluoro fa bene ma non bisogna esagerare. La fluorosi, infatti, è un disturbo provocato da elevate quantità di fluoro nell’acqua potabile; alte concentrazioni di fluoruro possono provocare una vera e propria intossicazione con alterazione dello smalto (da semplici strie biancastre gessose o brunastre a denti interamente chiazzati di scuro). Il cioccolato è nemico dei denti? Se abbiamo voglia di mangiare un cibo dolce, il cioccolato fondente è sicuramente meno dannoso per i denti di caramelle, lecca-lecca e bevande zuccherine: il cacao contiene, infatti, sostanze antibatteriche che bilanciano gli zuccheri del cioccolato (2004).
Storia del tabacco: medici e sigarette
La storia del tabacco è interessante, perché mette in luce aspetti poco conosciuti dell’industria del fumo (Big-tobacco). Oggi quasi tutti sono consapevoli dei rischi legati al fumo, anche se non tutti sanno che un fumatore medio da 20 sigarette al giorno ha un rischio di cancro al polmone 50 volte maggiore di un non fumatore. Con l’avvento di trinciati forti – a cavallo delle due guerre mondiali del ‘900 – le sigarette in pochi anni presero il posto delle pipe e dei sigari. Per diffondere al massimo il loro prodotto fin dall’inizio i produttori di sigarette aggiunsero zucchero al tabacco. Il motivo? Due grandi vantaggi per vendere più pacchetti: da un lato si riduceva l’asprezza del fumo, dall’altro aumentava la quantità di nicotina inalata, con maggior dipendenza dei fumatori. La spinta al consumo di sigarette, inoltre, fu sostenuta dalla pubblicità – diretta e indiretta – della appena nata televisione e dei film di Hollywood, ma anche dal colpevole silenzio di medici e scienziati, molti dei quali furono messi nel libro paga delle multinazionali del tabacco per dichiarare l’assoluta innocuità delle sigarette. Il risultato fu che alla fine degli anni ’40 otto statunitensi su dieci (l’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) fumavano; si stavano creando le premesse per una strage silenziosa di proporzioni bibliche. In realtà, qualcuno provò a lanciare l’allarme. Uno studio sulle evidenti correlazioni tra fumo e cancro di Ernst Wynder e Graham (professore all’Università di St. Louis) uscì nel 1950 sul Journal of American Medical Association, l’associazione dei medici USA e, poco dopo, uno studio analogo (autori Doll e Hill) comparve sulla rivista dei medici britannici, il British Medical Journal. Le potentissime lobby di Big-tobacco riuscirono, però, a insabbiare tutto, negando la possibilità che il fumo di sigaretta provocasse il cancro nell’uomo, come avveniva nei topi. Il risultato fu che negli anni ‘50 i fumatori degli Stati Uniti aumentarono ulteriormente del 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, mentre i medici facevano pubblicità alle diverse marche di sigarette, come si vede nella foto sopra. A metà anni ‘60, nel 1964, il massimo responsabile della salute pubblica degli Stati Uniti riprese il discorso sul rapporto evidente tra fumo e tumori. Alcuni stati allora finalmente iniziarono a limitare le sigarette con apposite legislazioni, ma l’associazione dei medici continuò a non prendere posizione contro il fumo; qualche anno dopo – nel 1973 – uscì addirittura un articolo sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, favorevole al fumo in gravidanza. Alla fine degli anni ’70 – quasi 30 anni dopo gli studi di Wynder e Graham – i medici USA si sono dichiarati ufficialmente contro il fumo. Un recente studio dell’Università di Yale ha valutato in 8 milioni le morti premature evitate dal 1964 ad oggi grazie alle leggi antifumo dei singoli stati degli Stati Uniti, ma avrebbero potuto essere molte di più con campagne pubbliche, sostenute da medici e scienziati. Dal 2005 l’Organizzazione Mondiale della Sanità non assume più nuovi dipendenti consumatori di tabacco. (4-2013)
Cottura dei cibi: i primi forni
La scoperta del fuoco e la possibilità della cucina – intorno a circa un milione di anni fa – è stata la prima grande rivoluzione scientifica dell’umanità. La cottura ha reso commestibili cibi altrimenti velenosi o difficilmente digeribili, ha aumentato il valore nutritivo di carne e cereali, ha modificato la consistenza di molti cibi, rendendone alcuni masticabili e riducendo per altri il tempo da dedicare alla masticazione; infine, ha ridotto fortemente le infestazioni alimentari di vermi, protozoi, batteri. La scoperta del fuoco e l’intuizione che il cibo avvicinato alle fiamme diventa migliore sono stati, inoltre, due elementi determinanti della nostra evoluzione. L’energia risparmiata nella digestione (più semplice con la cottura degli alimenti) sarebbe stata dirottata dall’apparato digerente dei primi ominidi al cervello, con conseguente aumento di superficie e capacità intellettuale. La carne oggi è un alimento da limitare – non oltre le due-tre porzioni settimanali – per la sua eccessiva presenza nei nelle nostre tavole. Nella storia dell’uomo, però, ha rappresentato una fonte unica di proteine, concentrate e di ottima qualità, a partire dal momento in cui è stato possibile cuocerla; la cottura, infatti, già a 60° fa coagulare molte proteine delle fibre, trasformando il collagene in gelatina, e rendendole più facilmente attaccabili dai succhi gastrici. Gli amidi dei cereali sono stati e sono tuttora la principale fonte di energia di quasi tutte le culture e le popolazione, con l’eccezione di pochi gruppi viventi a latitudini o altitudini inadatte alla coltivazione dei cereali; sia il calore secco sia la bollitura rendono disponibili i nutrienti che contengono. Solo i grassi subiscono un peggioramento delle qualità nutrizionali nella cottura: l’olio cotto, in particolare fritto, è meno digeribile di quello crudo, e contiene una sostanza tossica per il fegato, l’acroleina. La scoperta del fuoco cambiò anche le forme della socialità: mangiare intorno al fuoco – dalla radice “focus” viene anche la parola focolare – rappresentò una forma d coesione per il gruppo, così come preservare il fuoco, fino all’indomani; era infatti più sicuro alimentarlo e trasportarlo che doverlo accendere di nuovo ogni volta. I primi strumenti di cucina furono le pietre, usate per una primitiva “cottura alla piastra”; era un modo molto efficace di cucinare molluschi, frutti e cereali selvatici con grosse bucce fibrose: l’involucro esterno tratteneva l’umidità lasciando passare il calore. La seconda tecnologia inventata fu la il forno-buca, una cavità asciutta rivestita con lastre da riscaldare: in pratica il primo forno della storia, con cui cuocere in poche ore grandi tagli di carne o bollire diverse centinaia di litri d’acqua. L’evoluzione del forno a buca sotterranea fu il forno di argilla tipico della cucina “tandoor”, ancora oggi usato in India e altre regioni. Il forno tandoor è un grande cilindro verticale di terracotta con un’apertura sul fondo che permette la circolazione dell’aria necessaria alla combustione, una sorta di grande giara, all’interno della quale si bruciano legna o carbone. Dopo il riscaldamento del forno, si introducono gli alimenti; le cotture sono brevi, dato che la temperatura è mantenuta elevata dalla presenza delle braci sul fondo e dal calore accumulato sulle pareti. I vasi per cucinare, di legno, di argilla o di metallo, comparvero molto tardi nella storia umana; per moltissimo tempo l’unico contenitore naturale disponibile fu il carapace delle tartarughe, da usare come rudimentale scaldavivande.Dopo la cucina alla brace o alla piastra, dopo i primi rudimentali forni a buca o a giara, arrivarono le cotture con acqua e con grassi. La frittura, a differenza della bollitura, non può essere fatta con sostanze naturali, come pelli animali: servono vasi ignifughi e impermeabili, come quelli di argilla. I primi contenitori adatti alla frittura comparvero circa 10.000 anni fa in Africa e in Medio Oriente. Dopo la terracotta, bisognerà attendere molto per un’altra vera innovazione nel modo di cucinare: il forno a microonde arriverà dopo 12.000 anni, ma non sarà assolutamente un miglioramento, vista la bassa qualità dei cibi che ne escono.
Amianto e salute
Quasi 3 anni fa – nell’aprile 2009 – era iniziato il processo istituito dal giudice Raffaele Guariniello contro la Eternit AG di Casale Monferrato, ritenuta responsabile delle numerose morti per mesotelioma avvenute tra gli ex-dipendenti delle fabbriche Eternit Ag a contatto con l’asbesto. A febbraio il Tribunale di Torino ha emesso una sentenza storica, condannando i due titolari della Eternit Ag – Stephan Schmidainy e Jean Marie de Cartier – a 16 anni di reclusione e al risarcimento dei danni alle circa 3.000 vittime. E’ il primo caso al mondo in cui i vertici aziendali vengono condannati per “disastro ambientale aggravato”. Potrebbe dare il via a decine di processi in tutta Europa e lanciare un forte segnale a chi ancora produce, esporta, importa e utilizza materiali a base di amianto. Lo stabilimento Eternit di Casale Monferrato, fondato nel 1907, rappresentava il più grande stabilimento di manufatti in cemento-amianto d’Europa e, nel corso degli anni, ha messo in commercio le lastre ondulate usate nei tetti e nei capannoni, i tubi in fibrocemento per acquedotti e molti altri prodotti usati in scuole, ospedali, palestre e cinema. A partire dagli anni 60 divenne evidente che la polvere di amianto provoca sia l’asbestosi, una gravissima patologia professionale a carico del polmone, sia tumori maligni della pleura (detti mesoteliomi) e del polmone. Lo stabilimento Eternit di Casale Monferrato fu finalmente chiuso nel 1986. Sei anni dopo, nel 1992, l’uso dell’amianto fu messo fuori legge in Italia, ma le malattie e le morti da amianto sono continuate, perché l’intervallo tra l’esposizione alla polvere e la possibile insorgenza del mesotelioma possono passare 30 anni. I morti da amianto si contano a migliaia in tutto il mondo. Nell’area più industrializzata del pianeta (Europa occidentale, Scandinavia, Nord America, Giappone e Australia) nel 2000 si stimavano 20.000 casi di tumore al polmone e 10.000 casi di mesotelioma. Nel solo Regno Unito ogni anno si contano 3.500 morti provocati dall’esposizione all’amianto. Nonostante le chiare evidenze scientifiche sull’estrema pericolosità per la salute dell’amianto solo 52 stati hanno messo al bando l’amianto, quasi tutti occidentali: in Asia, Europa Orientale, Africa e America Latina si usa amianto o prodotti che contengono amianto (in particolare nel cosiddetto BRIC, sigla che raccoglie le economie emergenti di Brasile-Russia-India-Cina). Stime prudenti parlano di circa 125 milioni di persone esposte all’amianto nel posto di lavoro, quasi sempre senza misure di protezione. La produzione e l’utilizzazione di amianto dovrebbe essere bandita in tutti i paesi del mondo. Esiste un accordo internazionale deputato a regolamentare l’uso di sostanze pericolose per la salute, si tratta della Convenzione di Rotterdam (2005) il cui compito è proprio quello di proteggere i paesi più deboli dall’importazione di sostanze nocive, attraverso un’adeguata informazione su tutti i possibili rischi per la salute. E’ stato proposto di includere l’amianto nell’elenco delle sostanze nocive per la salute, ma ciò non è avvenuto. Non perché l’amianto non meritasse di entrare nella lista, ma perché l’inserimento nella lista richiede l’unanimità dei paesi: Vietnam, Zimbabwe, Russia e due ex stati dell’Unione Sovietica si sono opposti. Mentre a Casale Monferrato si spendono milioni di euro per la bonifica da amianto, nel mondo si stanno creando le condizioni per una futura pandemia di tumori maligni da amianto di dimensioni impressionanti. L’associazione Medicina Democratica da molti anni si batte per la salute degli operai e delle popolazioni. Questo il suo commento alla sentenza di Torino: “Un po’ di giustizia è stata fatta anche se i morti non tornano e il disastro ambientale è rimasto. Non solo, purtroppo l’epidemia da amianto nei luoghi delle esposizioni continuerà ancora per numerosi anni”. (2012)
Estinzioni di massa
Le estinzioni che coinvolgono un grande numero di “famiglie biologiche” vengono dette estinzioni di massa. Con i dati attualmente disponibili, sembrano essere state 23 le estinzioni di massa del passato; molte estinzioni hanno riguardato soltanto forme di vita unicellulari, ma negli ultimi 540 milioni di anni ci sono state 5 estinzioni di massa, ben documentate, di piante e animali marini, con una perdita del 75-95 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle specie. La prima estinzione è avvenuta circa 438 milioni di anni fa, alla fine dell’era geologica detta Ordoviciano, la seconda 355 milioni di anni fa alla fine del Devoniano; la terza , alla fine del Permiano circa 250 milioni di anni fa, è stata la più devastante: si presume che scomparve quasi il 96{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle specie marine; la quarta estinzione è datata alla fine del Triassico (205 milioni di anni fa); la quinta e più famosa estinzione risale a 65 milioni di anni fa ed è quella in cui, alla fine del Cretaceo, scomparvero i dinosauri e molti altri animali. La fine dei dinosauri viene ormai da tutti fatta risalire all’impatto di un meteorite con la Terra; resta da vedere se la conseguenza principale dell’impatto sia stata la forte riduzione della biomassa necessaria ai grandi rettili erbivori, l’abbassamento della temperatura che ha ridotto il metabolismo di animali probabilmente eterotermi, l’oscuramento dell’atmosfera per la nube sollevata dall’impatto o una combinazione di questi fattori. Nell’altra grande estinzione, quella del Permiano, scomparvero il 95{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle specie marine e il 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle specie terrestri. Secondo una recente ricerca britannica (M. Sephton), l’estinzione fu il risultato di una prolungata attività vulcanica che ebbe come centro l’attuale Siberia. Le eruzioni produssero piogge acide e assottigliarono lo strato di ozono atmosferico, permettendo ai raggi ultravioletti provenienti dal Sole di arrivare sulla superficie terrestre, distruggendo il 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle piante; riuscirono ad adattarsi al nuovo ambiente quasi solo piante semplici e muschi; i funghi, invece, riuscirono a sopravvivere perfettamente, nutrendosi del legno reso disponibile dalla catastrofica deforestazione. Paul Crutzen, un chimico olandese premio Nobel per gli studi sulla fascia dell’ozono, ha scritto che la nostra specie è approdata all’Antropocene, un’epoca geologica dominata dall’uomo in cui il pianeta rischia la sesta estinzione di massa. Le attività della nostra specie hanno, infatti, trasformato da un terzo a metà della superficie del pianeta, modificando la maggior parte dei principali corsi d’acqua e alterando la composizione dell’atmosfera. Forse siamo sul punto di causare una catastrofica crisi ecologica le cui conseguenze sono facilmente immaginabili, scordandoci che portare all’estinzione le altre specie, significa tagliare il ramo su cui tutti ci troviamo. (2012)