Il biologo statunitense Stuart Kauffman è tra i fondatori del Santa Fe Institute ed è il principale teorico della complessità e dell’auto-organizzazione in campo biologico. Il suo ultimo lavoro è Un mondo oltre la fisica (Codice, 2020) “Ho cominciato 40 anni fa interrogandomi circa le reti genetiche regolatrici, perché Jacob e Monod pensavano che ci fossero solo circuiti tra un gene e l’altro, mentre io pensavo che ci dovessero essere sistemi di regolazione più ampi, comprendenti migliaia di geni. E pensavo di aver ragione (o meglio, speravo di aver ragione) ipotizzando che cominciando con classi di reti ci siano degli insiemi di reti che si comportano spontaneamente in modi sufficientemente ordinati per dar conto di moltissime caratteristiche della biologia dello sviluppo, cioè l’auto-differenziazione a partire dallo zigote”. “Se l’auto-organizzazione ordina spontaneamente i geni, vuol dire che ci sono «due» sorgenti dell’ordine in biologia: l’auto-organizzazione e la selezione naturale, non solo la selezione naturale. Questo è qualcosa che cambia il nostro modo di pensare l’ Se le reti genetiche reali sono critiche, questo dipende dalla selezione naturale: quindi c’è un connubio tra l’auto-organizzazione e la selezione naturale”. “Un’altra cosa di cui ho cominciato a occuparmi fin dal 1971 è l’origine della vita. Quando ho iniziato si conoscevano già sia il DNA che l’RNA e tutti pensavano a quel tempo che la vita dovesse essere basata sulle proprietà del DNA e dell’RNA. Ma io pensavo che il DNA è troppo speciale: la vita non può dipendere dalle particolarità della doppia elica di Watson e Crick”. “Penso che ottenere la vita sia probabilmente ragionevolmente facile. E una volta che c’è la vita, c’è anche l’evoluzione, perché nella replicazione si fanno inevitabilmente degli errori, per cui parte la selezione naturale. Inoltre quando c’è più di un tipo di esseri viventi si ha la co-evoluzione. Quindi credo sia difficile che non si raggiunga l’intelligenza almeno in qualche senso”. “Per esempio, in un certo senso i batteri sono intelligenti: sono in grado di stabilire quanto densamente sono stipati e migrano verso le estremità degli aggregati se sono troppo densi; quindi dimostrano intelligenza nel senso che hanno una buona percezione dell’ambiente e sono capaci di una buona risposta agli stimoli”. “La visione standard che sto mettendo in discussione è che la scienza riduzionista spera ci sia una teoria onnicomprensiva basata sui fondamenti della fisica, che includa tutto ciò che avviene nell’Universo e che ogni cosa sia quindi descrivibile per mezzo di leggi naturali” “L’evoluzione biologica, in particolare nel caso dei pre-adattamenti darwiniani – exattamenti – non può essere prevista. Non è solo che non sappiamo che cosa accadrà, non sappiamo neppure cosa potrà accadere” ( exattamento è un calco dell’espressione inglese exaptation introdotta da Stephen Jay Gould ed Elisabeth Vrba per definire quando un carattere evoluto per una particolare funzione ne assume una nuova, indipendente dalla primitiva) “Se ciò è vero, ne consegue che non possiamo fare affermazioni di probabilità, in quanto non sappiamo quali siano gli spazi di possibilità. Non c’è sufficiente legge naturale per sostenere l’evoluzione della biosfera. Ciò significa che il divenire dell’Universo, almeno per quanto riguarda la biosfera e la cultura umana, non è completamente descrivibile dalle leggi naturali. Quindi il sogno di Cartesio, Galileo, Newton, Einstein, Bohr e Steven Weinberg è falso”. “Se ciò è vero, ciò che comporta è un’apertura al posto di una legge c’è una creatività radicale nel divenire della biosfera. Quindi abbiamo una non-casuale ma parzialmente senza leggi, auto-consistente co-creazione della biosfera. Si tratta di un’idea assolutamente non presente nella fisica”. “Questo significa un cambiamento radicale nella scienza e ci porta alla spiritualità. Ci sono due caratteristiche nel pensiero illuminista contemporaneo: una è il riduzionismo, l’altra è quella che Hume chiama la “fallacia naturalistica. In fisica ci sono solo eventi, le palle rotolano giù per le colline; ma nel mondo vivente ci sono “agenti“. (punti 1-5 dall’intervista a cura di Paolo Musso su www.ilsussidiario.net del 05/08/2011; punti 5-10 dall’intervista di Roberto Ferrari su www.asia.it del 10/02/2022)
Caffè, tra storia e salute
Caffè, tè e cioccolata sono le più conosciute bevande nervine, un gruppo di bevande analcoliche caratterizzate da una specifica attività stimolante sul sistema nervoso centrale, legato alla presenza di alcuni alcaloidi naturali, dette xantine, come caffeina, teofillina e teobromina. Il caffè nasce dai semi di piccoli alberi tropicali del genere Coffea, appartenenti alla famiglia delle Rubiaceae, originari dell’Africa tropicale. Sono piante che vivono fra gli 800 e i 2.000 m d’altezza in terreni umidi con temperature fra i 15 e i 25 °C. e possono raggiungere i 10 m di altezza. Le due specie più diffuse, Coffea arabica e Coffea canephora (robusta), dominano il mercato mondiale grazie alle loro caratteristiche complementari: la prima più aromatica e delicata, la seconda più resistente, produttiva e ricca di caffeina. Oggi Brasile, Vietnam, Colombia e Indonesia guidano la produzione globale, seguiti da numerosi Paesi dell’America Centrale, dell’Africa orientale e dell’India. Nei territori dell’Etiopia e dello Yemen compaiono tra X e XI secolo le prime testimonianze dell’uso medicinale del caffè nel mondo arabo, mentre la celebre leggenda del pastore che scoprì le proprietà stimolanti delle bacche grazie all’insolita vivacità delle sue capre continua a essere il racconto simbolico delle origini. Dallo Yemen il caffè si diffuse rapidamente nelle regioni vicine, raggiungendo Arabia ed Egitto, dove il “kahweh” divenne un’abitudine quotidiana. Nel ‘500 nei Paesi islamici nacquero le prime caffetterie, luoghi d’incontro e discussione in cui la bevanda ebbe larga diffusione, anche per il divieto religioso dell’alcol, che rendeva il caffè un sostituto ammesso e apprezzato. Il caffè arrivò in Italia nel ‘600, a Venezia attraverso mercanti turchi. Nel ‘700 gli Olandesi, nell’isola di Giava, e i Francesi, nei Caraibi, iniziarono la coltivazione su larga scala della pianta del caffè; parallelamente, la coltivazione si espanse nelle colonie e nel Nuovo Mondo, da cui proviene buona parte del caffè consumato oggi in Europa. I Paesi con il più alto consumo di caffè sono tutti nel Nord Europa, in testa la Finlandia con 12 kg annui pro capite, seguita da Norvegia, Islanda e Danimarca; in Italia ne consumiamo mediamente 4,5 kg. La comprensione degli effetti del caffè sulla salute è profondamente cambiata rispetto alle visioni tradizionali. Gli studi più recenti indicano che, per la maggior parte degli adulti, un consumo moderato — in genere fino a 300–400 mg di caffeina al giorno, equivalenti a 3-4 tazzine di espresso — è sicuro e associato a potenziali benefici, soprattutto se bevuto senza zucchero, latte o altri dolcificanti. Tra questi, la riduzione del rischio di diabete di tipo 2, attribuita anche al contenuto di acidi clorogenici che intervengono sul metabolismo del glucosio; una protezione documentata verso alcune malattie epatiche, tra cui cirrosi e carcinoma epatocellulare; un minor rischio, infine, di patologie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer. Anche la funzione antiossidante del caffè è oggi meglio compresa: non dipende da una singola molecola, ma dal “fitocomplesso” formato da numerosi composti fenolici, tra cui acido clorogenico e acido caffeico, presenti sia nel caffè verde sia, in parte, in quello tostato. La tostatura riduce alcune componenti ma può aumentarne altre, generando un profilo antiossidante complessivo comunque significativo. Gli effetti indesiderati del caffè sono quasi sempre dose-dipendenti. In caso di assunzione elevata, oltre le 3-4 tazzine, la caffeina può causare agitazione, insonnia, tachicardia o disturbi gastrointestinali nelle persone sensibili. Chi soffre di reflusso, gastrite o ulcera può avvertire un peggioramento dei sintomi, perché il caffè aumenta la secrezione acida gastrica. In gravidanza è raccomandato non superare i 200 mg di caffeina al giorno. Il caffè non compromette l’assorbimento dei nutrienti in modo rilevante nella maggior parte delle persone, ma un consumo molto elevato vicino ai pasti può ridurre temporaneamente l’assorbimento di ferro. Per quanto riguarda il decaffeinato, i moderni processi di estrazione — come il metodo ad acqua o con CO₂ supercritica — non presentano più i rischi legati all’uso di solventi oggi non più impiegati nelle produzioni certificate, rendendo il prodotto sicuro. In definitiva, il caffè non è un semplice stimolante, ma un alimento complesso, ricco di storia e cultura . Il suo ruolo nella salute dipende soprattutto dal contesto. Facciamo, pertanto, attenzione alla qualità del caffè che consumiamo, alle quantità e ai modi in cui lo beviamo e – come tutte le altre abitudini – a come si inserisce nel nostro stile di vita complessivo. (nella foto Automat di Edward Hopper, 1927 da Wikipedia)
Farmaci dimagranti e diabete: quali novità?
Negli ultimi anni il mercato dei prodotti per dimagrire è notevolmente aumentato, in concomitanza con l’inarrestabile aumento dei tassi di obesità e sovrappeso che si registrano in ogni parte del mondo. Due anni fa una meta-analisi australiana ha esaminato 121 studi, un campione di quasi 10.000 adulti che facevano ricorso a integratori a base di chitosano, glucomannano, acido linoleico coniugato e fruttani. Le conclusioni? Da un lato solo in pochi studi si era registrata una perdita di peso nel confronto con il gruppo che non assumeva principi attivi ma il placebo; dall’altro si rilevava il ridotto numero di studi di alta qualità nel misurare l’efficacia a lungo termine di questi integratori, il vero obiettivo di chi dovrebbe perdere peso. Gli studi scarsi e incompleti non sono l’unico rischio legato agli integratori. Da molti anni sono reperibili i cosiddetti “cocktail dimagranti“, ovvero associazioni di molecole con indicazioni terapeutiche per singoli problemi di salute, ma molto pericolosi in associazione. Nell’agosto del 2015 sono state messe al bando preparazioni galeniche a base di inibitori dell’ipofisi, ansiolitici, ipoglicemizzanti per il diabete (metformina), diuretici (furosemide), antidepressivi (bupropione e/o fluoxetina) e antiepilettici (topiramato). Passando dagli integratori ai farmaci, delle due molecole autorizzate negli ultimi anni per il trattamento dell’obesità una è ancora regolarmente in vendita in farmacia e on-line (l’Orlistat ), mentre l’altra – la Sibutramina – è stata ritirata dal commercio nel 2010, per i gravi effetti collaterali. Non si tratta di un caso unico: a partire dagli anni ’60 sono almeno 25 i farmaci contro l’obesità ritirati dal mercato, un numero notevole che dovrebbe far riflettere. E oggi che novità ci sono? Tutti parlano e tutti cercano due molecole dai nomi difficili, prodotti da un’azienda farmaceutica danese: Semaglutide e Liraglutide. Da alcuni anni per il trattamento del diabete di tipo 2 – legato all’obesità e a scorretti stili di vita – si utilizzano liraglutide (Saxenda) e semaglutide (Ozempic), sotto forma di iniezione sottocutanea, e semaglutide, come compresse orali (Rybelsius) Queste due nuove molecole agiscono facendo aumentare la concentrazione di insulina nel sangue e, per il loro meccanismo d’azione sugli ormoni che regolano il metabolismo degli zuccheri, sono detti “analoghi del peptide simile al glucagone -1” (GLP-1) o “incretino-mimetici”. Negli studi su persone obese senza diabete semaglutide ha effettivamente portato ad un dimagrimento nella metà circa dei casi. La perdita di peso, sempre associato a interventi sugli stili di vita, è stata del 15% circa, rispetto al 5% di chi riceveva un placebo. Si tratta di risultati non disprezzabili, ma vanno interpretati con attenzione. Per prima cosa, va sottolineato che nel 50% dei casi il dimagrimento (l’effetto terapeutico voluto) non è stato significativo, pur in presenza di effetti avversi non trascurabili. In secondo luogo, semaglutide è stata autorizzato negli Stati Uniti e in Europa, anche per l’obesità di adulti e adolescenti, ma va sempre associata a dieta e attività fisica. La sua azione, infatti, finisce con la sospensione dell’assunzione, e non sembra prudente – in assenza di studi nel lungo periodo – pensare di prendere questi farmaci per periodi prolungati. Il terzo punto è forse il più rilevante e riguarda gli effetti indesiderati, soprattutto di tipo gastrointestinali. Sono frequenti nausea, vomito, stipsi o diarrea e, in particolare, il caratteristico senso di sazietà – in alcuni casi di repulsione per il cibo – che da un lato permette di mangiare meno ma dall’altro toglie il piacere anche di un’alimentazione sana e moderata, vero obiettivo di ogni intervento di prevenzione (nella foto una pubblicità comparativa di Rybelsius e Ozempic).
Per non dimenticare Michela Murgia
Michela Murgia è morta pochi mesi fa. Il suo ultimo libro, «Tre ciotole», si apre con la diagnosi di un male incurabile; la scrittrice sarda racconta di quello che le stava succedendo. “Non voglio sentir parlare di «lotta» contro il male. Perché non mi riconosco nel registro bellico. Parole come lotta, guerra,.. Il cancro è una malattia molto gentile. Può crescere per anni senza farsene accorgere. In particolare sul rene, un organo che ha tanto spazio attorno. La guerra presuppone sconfitti e vincitori; io conosco già la fine della storia, ma non mi sento una perdente “. “Mi sto curando con un’immunoterapia a base di bio-farmaci. Non attacca la malattia; stimola la risposta del sistema immunitario. L’obiettivo non è sradicare il male, è tardi, ma guadagnare tempo. Mesi, forse molti. Le metastasi sono già ai polmoni, alle ossa, al cervello». “Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono. Me l’ha spiegato bene il medico che mi segue, un genio. Gli organismi monocellulari non hanno neoplasie; ma non scrivono romanzi, non imparano le lingue, non studiano il coreano”. ” Il cancro è un complice della mia complessità, non un nemico da distruggere. Non posso e non voglio fare guerra al mio corpo, a me stessa. Il tumore è uno dei prezzi che puoi pagare per essere speciale. Non lo chiamerei mai il maledetto, o l’alieno”. “La morte mi sembra un’ingiustizia? No. Ho 50 anni, ma ho vissuto dieci vite. Ho fatto cose che la stragrande maggioranza delle persone non fa in una vita intera. Cose che non sapevo neppure di desiderare. Ho ricordi preziosi. Ho consegnato cartelle esattoriali. Ho insegnato per sei anni religione. Ho diretto il reparto amministrativo di una centrale termoelettrica. Ho portato piatti in tavola. Ho venduto multiproprietà. Ho fatto la portiera notturna in un hotel…”. ” L’Italia e la Sardegna sono due cose diverse. Per voi la Sardegna è l’isola delle vacanze. Non vi rendete conto che c’è una base militare ogni 150 chilometri, perché d’estate interrompono i tiri per non disturbare i turisti”. “La letteratura serve a ribaltare lo sguardo. Il codice militare applicato a un’emergenza civile è un rischio potente per una democrazia. Nel momento più drammatico abbiamo affidato il governo a Draghi, un tecnico, e la vaccinazione a Figliuolo, un militare. La politica in quel momento si è arresa e ha ceduto il suo ruolo. La facilità con cui abbiamo sospeso le libertà dovrebbe atterrirci”. “Nel giugno scorso ho compiuto 50 anni e ho appeso alle querce cinquanta vestiti. In questo tempo ho avuto modo di preparare tutto. Scrivere un alfabeto dell’addio. Predisporre un percorso collettivo. Tanti dicono di voler morire all’improvviso, nel sonno, senza accorgersene. Ora ho capito perché mia nonna da piccola mi faceva recitare una preghiera contro la morte improvvisa”. “Il dolore non si può cancellare; il trauma sì. Si può gestire. Hai bisogno di tempo per abituare te stessa e le persone a te vicine al transito. Un tempo per pensare come salutare chi ami, e come vorresti che ti salutasse. Io non sono sola. Ho 10 persone”. “Ricordatemi come vi pare. Non ho mai pensato di mostrarmi diversa da come sono per compiacere qualcuno. Anche a quelli che mi odiano credo di essere stata utile, per autodefinirsi. Me ne andrò piena di ricordi. Mi ritengo molto fortunata. Ho incontrato un sacco di persone meravigliose. Non è vero che il mondo è brutto; dipende da quale mondo ti fai. Quando avevo 20 anni ci chiedevamo se saremmo morti democristiani. Non importa se non avrò più molto tempo: l’importante per me ora è non morire fascista“. (dall’intervista di Michela Murgia ad Aldo Cazzullo, pubblicata sul Corriere della Sera del 6/52023; nella foto”La gioia di vivere” di Henri Matisse, 1906)
L’eredità dell’Era Nucleare secondo Angelo Baracca
Angelo Baracca (1939 – 2023) è stato un professore fuori dai ranghi accademici. Ha insegnato all’Università (Meccanica quantistica) ma ha fatto anche militanza politica (in Democrazia proletaria e nei movimenti pacifisti ed antinucleari). Ha scritto molti articoli scientifici e libri, tra cui Materia e Energia con Arcangelo Rossi (Feltrinelli, 1978). “Nella disputa sull’inizio dell’Antropocene è già stata proposta, fra tante, una data netta, il 16 luglio 1945, quando il Trinity test esplose la prima bomba nucleare nel deserto di Alamogordo, inaugurando l’Era nucleare. Non ho alcun dubbio che l’Era nucleare abbia costituito una svolta estrema: una svolta con caratteristiche definitivamente irreversibili, ma che io vedo come un’accentuazione (un salto di qualità) del processo avviato dalla Rivoluzione Industriale Capitalistica”. “L’avvio della Prima Rivoluzione Industriale del XVIII secolo in Inghilterra ha inaugurato una svolta epocale nello sfruttamento e mercificazione della Natura e delle sue risorse, dando l’avvio a processi di produzione di merci realizzati in condizioni di temperatura e pressione, e attraverso reazioni chimiche artificiali, che l’ambiente naturale terrestre non è in grado di degradare“. “L’Era nucleare ha realizzato processi e prodotti artificiali che la Natura sulla Terra non è, e non sarà, assolutamente in grado di eliminare per i prossimi secoli: i problemi che ha creato non hanno soluzione, e continueranno ad aggravarsi tanto più quanto più il nucleare, civile e militare, verrà sviluppato”. “Da anni sostengo che il nucleare è una strada senza uscita e senza ritorno: una volta imboccata essa genera necessariamente prodotti artificiali che non sono eliminabili in alcun modo, sono estremamente pericolosi per la salute e l’ambiente (oltre a perpetuare rischi di proliferazione militare), e non possono essere custoditi in modo assolutamente sicuro”. “Ogni medico oggi è consapevole che qualsiasi uso di radioisotopi o di radiazioni ionizzanti a scopo terapeutico o diagnostico ha inevitabilmente degli effetti dannosi sull’organismo e la salute, e il ricorso ad essi va fatto solo in casi di comprovata necessità e con una rigorosa valutazione del rapporto costi-benefici”. “Le radiazioni nucleari, emesse nella trasformazioni dei nuclei, possiedono energie dell’ordine del milione di volte rispetto alle radiazioni emesse nelle transazioni elettroniche, che sono di natura elettromagnetica: le radiazioni nucleari (alfa, beta, gamma) ionizzanti hanno sempre sulle cellule viventi effetti devastanti”. “Sulla Terra avvengono certo processi nucleari, dovuti ad isotopi naturali instabili (radioattività naturale), che comunque non sono esenti da effetti nocivi: le rocce contengono il gas radon radioattivo, vi sono programmi di monitoraggio e si sconsiglia l’uso di certi materiali da costruzione perché contengono quantità rilevanti di radon”. “La grande ambientalista Rosalie Bertell (1920-2012) valutava 20 anni fa in ben 1 miliardo e 300 milioni le “vittime dell’Era nucleare”. Molte di queste vittime hanno nomi precisi: “Fino al 1963 i militari hanno effettuato i test nucleari in atmosfera, contaminandola. Si calcola che questi test abbiano causato in tutto il Pianeta un milione e mezzo di morti tra i bambini e due milioni di morti per cancro alle ossa, alla tiroide e per leucemia. Anche piccoli incrementi nelle radiazioni elettromagnetiche possono causare problemi di salute come cataratte e leucemie, possono alterare la chimica del cervello, la glicemia, la pressione sanguigna e la velocità cardiaca” “In questi 60 anni si è pensato solo al business di costruire nuove centrali nucleari, mentre si accumulavano crescenti, ed enormi, quantità di cosiddetti residui radioattivi (evito il termine comune di “scorie” perché tra i residui vi sono il Plutonio e gli attinidi che sono materiali di enorme interesse militare). Nessun paese al mondo ha ancora realizzato un deposito definitivo dei residui nucleari: sono state fatte molte esperienze, a volte si sono poi rivelate sbagliate, se non fallimentari”. “Per concludere, lasciamo a un numero indefinito di generazioni future un’eredità estremamente pesante, pericolosa, e pure costosa, che non è possibile eliminare e persisterà per il futuro prevedibile della società umana, e probabilmente sopravviverà ad essa. Possiamo chiamarlo il Nucleocene?” (dal saggio Antropocene-Capitalocene-Nucleocene: l’eredità dell’Era Nucleare è incompatibile con l’ambiente terrestre (e umano) di Angelo Baracca, pubblicato l’11.09.2018 su www.effimera.org; nella foto Demon downcast di Mikhail Vrubel, 1901)
Inclusione, integrazione ed educazione ambientale
In occasione del III Festival Etrusco dell’Inclusione e dell’Integrazione di Cerveteri Scuolambiente ha organizzato un pomeriggio di riflessione sul razzismo al quale hanno partecipato l’Associazione Sulla Strada, che opera in Guatemala, e lo scultore salvadoregno Napoleón Alberto Romualdo. Da oltre 30 anni Scuolambiente fa un lavoro capillare nelle scuole e nel territorio per la difesa ambientale e la solidarietà, con campagne di sensibilizzazione e iniziative concrete. Una vera e propria educazione ambientale per affrontare i problemi del presente e del futuro: energia, acqua, rifiuti e riciclo, spreco alimentare, agricoltura e territorio, tutela delle aree protette e degli animali. Da alcuni anni con Scuolambiente abbiamo ritenuto importante inserire anche l’argomento razzismo, che sembra avere pochi collegamenti con gli altri temi. In realtà, è vero esattamente il contrario, perché il legame tra i cambiamenti climatici e l’aumento del razzismo è molto stretto. Dal riscaldamento globale derivano conflitti, guerre – come quella in Siria, legata a diversi anni di siccità – e alterazioni del territorio che spingono o costringono chi vi abita a spostarsi, come nel Bangladesh sommerso da inondazioni. per l’ormai quasi certo mancato raggiungimento degli impegni presi a livello internazionale.“Gli impatti sulla salute, sulla sicurezza alimentare, sulla gestione delle risorse idriche e sull’ambiente saranno considerevoli. Dobbiamo prepararci”. Queste le conclusioni dell’Organizzazione meteorologica mondiale dell’ONU (Global annual to decadal climate update, 2023) nel quale si ribadisce che le temperature record dipendano dal “cambiamento climatico antropogenico” e dal fenomeno climatico periodico chiamato El Niño, che riscalda le acque dell’oceano Pacifico. A cosa porterà questa situazione nei prossimi decenni? A decine di milioni di “migranti ambientali“, quasi tutti provenienti dai Paesi meno responsabili delle cause del riscaldamento, dato che gran parte del problema attuale è un prodotto della Rivoluzione industriale dei Paesi occidentali. Il magnifico film di Matteo Garrone Io Capitano ha vinto il Leone d’Argento al Festival di Venezia. Racconta la storia di due ragazzi senegalesi che da Dakar si mettono in viaggio per l’Europa, sognando un futuro diverso e non lasciandosi scoraggiare da chi li avverte sulla pericolosità del loro gesto. Il film ci porta dentro un’avventura dall’esito incerto, raccontandoci cose che dovremmo sapere, ma che preferiamo ignorare, perché oggi non ci toccano più, dimenticando quando eravamo noi italiani a cercare un futuro migliore. Tra il 1861 e il 1985 dall’Italia sono partiti quasi 30 milioni di emigranti e il razzismo allora era contro gli italiani, gli irlandesi, i polacchi. Richiamo di perdere questa memoria, una memoria che copre tutta la storia umana, che è sempre stata – e sempre sarà – una storia di migrazioni. Per questo abbiamo, è importante far capire alle giovani generazioni che cos’è veramente il razzismo. Ovvero, non un fenomeno istintivo, ma una costruzione culturale, un alibi per giustificare altro (il colonialismo e lo schiavismo ieri, lo sfruttamento o la paura di perdere il lavoro oggi). Apparteniamo ad una specie molto visiva: i bambini di tre anni già riconoscono differenza del colore della pelle, altezza ed età apparente. E’ normale notare subito il colore della pelle di chi ci circonda, ma è una scelta usare questa ovvia differenza per etichettare un gruppo di persone. Quando la diversità – fisica o comportamentale – diventa discriminazione, allora inizia il razzismo, un atteggiamento mentale di pura ignoranza e paura, che non trova oggi il minimo riscontro scientifico. Alla domanda sacrosanta del perché sembriamo tutti così diversi, l’unica riposta possibile è che la diversità è il risultato dell’adattamento a diversi climi e ambienti. Se noi italiani – tra l’altro molto differenti da una regione all’altra – sembrano diversissimi dai peruviani o dai nigeriani è solo perché viviamo in ambienti molto lontani e ci siamo adattati ad ambienti molto diversi, in particolare con diversa esposizione solare. In origine – e per molte migliaia di anni – siamo stati tutti africani. I nostri antenati erano tutti parenti, dato che discendiamo tutti da uno stesso (piccolo) gruppo di poche decine di migliaia di Homo sapiens, che nel giro di 20.000 anni ha colonizzato tutto il pianeta. Nel corso “Razzista sarà lei” – proposto a decine di classi delle scuole di Cerveteri, Ladispoli e Civitavecchia – la parte scientifica-biologica è stata proposta raccontando le più clamorose manifestazioni di razzismo nella storia dello sport, dalle Olimpiadi della vergogna di Saint Louis nel 1904 alla vera storia del campione olimpico Jessie Owens, fino ai recenti cori razzisti negli stadi. Parlare ai giovani dei temi dell’inclusione, in modo serio e scientifico, sfatando ogni pregiudizio, funziona: i lavori che i ragazzi in questi anni hanno prodotto dimostrano quanto le nuove generazioni siano in grado di recepire e rielaborare in modo originale e consapevole i contenuti proposti. Per questo Scuolambiente invita l’Amministrazione a organizzare un evento per gli studenti in occasione del 21 marzo 2024, Giornata Mondiale contro il Razzismo (nella foto una carta etnografica tedesca del ‘900 con la suddivisione dell’umanità in tre grandi gruppi razziali)
La fine dell’era capitalistica secondo Jason W. Moore
Jason W. Moore è uno storico dell’ambiente che insegna Economia politica all’Università di Binghamton negli Stati Uniti. In Italia l’editore Ombre Corte di Verona ha pubblicato “Antropocene o Capitalocene” nel 2017 e “Ecologia-mondo e crisi del capitalismo” nel 2015. ” Capitalocene è una provocazione che intende svelare l’atteggiamento ideologico della borghesia, il suo impegno ipocrita verso la «natura» e il suo rifiuto di chiamare le cose con il loro Comprendere questa ideologia è cruciale per definire politiche adeguate di giustizia ambientale, per chiarire le relazioni storiche e materiali alla base della crisi climatica. Tali relazioni non sono tra l’Uomo e la Natura – che non sono termini innocenti, ma invenzioni del capitalismo”. “Il 1492 è un’abbreviazione geostorica. Tra il 1450 e il 1750 si è sviluppata una rivoluzione del lavoro e del paesaggio inaudita quanto a vastità, velocità e scopi. Una rivoluzione paragonabile alla rivoluzione agricola dell’inizio dell’Olocene, che però si realizzò nell’arco di millenni. Ciò che il feudalesimo ha compiuto nel corso di secoli, per esempio la deforestazione dell’Europa, il capitalismo l’ha fatto in pochi decenni. “Marx identifica una contraddizione cruciale: man mano che le forze produttive crescono, le materie prime vengono consumate a un ritmo più rapido. A parità di condizioni, il loro prezzo aumenta – e con questo la composizione organica del capitale – mentre il profitto diminuisce”. “Gli inglesi in Irlanda, gli spagnoli in Perù, i francesi in Algeria, gli americani in Vietnam: i soggetti da colonizzare sono selvaggi, parte della Natura, e quindi bisognosi di un civilizzatore. È una storia non solo di razza e conquista, ma anche di genere”. “Claudia von Werlhof (sociologa tedesca) sostiene che, con l’ascesa del capitalismo, fu considerato Natura tutto quello che la borghesia non intendeva pagare: soprattutto il lavoro riproduttivo (biologico e sociale) delle donne”. “Un fatto geo-storico è innegabile: le grandi ondate di accumulazione capitalistica sono sempre dipese dalla conquista e dall’appropriazione del lavoro di ampie zone di frontiera e, dagli anni ’70, le frontiere del capitalismo sono andate esaurendosi. La rete della vita non può più essere messa al servizio del capitale come è accaduto nei secoli precedenti. “Il modello di rivoluzione agricola del capitalismo, che per cinque secoli ha prodotto sempre più cibo con sempre meno tempo-lavoro, sta collassando. La capacità del capitalismo di risolvere i suoi problemi è sempre dipesa dalle frontiere della natura a buon mercato. Ora queste frontiere sono esaurite. Il capitalismo sopravvive, ma come uno zombie: è morto, ma si muove ancora. Ed è incredibilmente letale”. “La politica ambientalista dominante è un ostacolo per un ecologismo della classe operaia di cui oggi c’è urgente bisogno. L’ambientalismo liberale non si è mai interessato ai lavoratori agricoli avvelenati dai pesticidi, ai minatori di carbone che soffrono di malattie polmonari, ai lavoratori neri e marroni del settore chimico della Cancer Alley in Louisiana, alle famiglie della classe operaia avvelenate dai rifiuti tossici”. “Il mio ecologismo si ispira a quello di contadini e lavoratori. Chico Mendes l’ha affermato con chiarezza: «L’ecologia senza lotta di classe è giardinaggio». Non c’è niente di sbagliato nel giardinaggio. Il mio ecologismo è quello delle classi lavoratrici e delle loro lotte per la giustizia, la dignità e un ambiente di vita sicuro”. “E’ giunto il momento di aprire un dibattito serio su come forgiare una visione radicale che assuma come proprie premesse la totalità organica della vita, la biosfera, la produzione e la riproduzione“. (da un’intervista d Jason W.Moore di Massimo Filippi, pubblicata sul manifesto, il 20/7/2023; nella foto l’undicesima – e ultima – tesi su Feuerbach di Karl Marx: I filosofi hanno solo interpretato diversamente il mondo in vari modi, ma si tratta di trasformarlo, 1845)
Troppi fumatori nel Lazio
Il fumo di tabacco è in Italia è il maggiore fattore di rischio evitabile di morte prematura con circa 90 mila morti all’anno attribuibili al fumo. Il 31 maggio in tutto il mondo si è svolta la Giornata Mondiale Senza Tabacco (No Tobacco Day), indetta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a partire dal 1988 per affrontare quello che rimane uno dei principali problemi globali di sanità pubblica. Per capire come stanno andando le cose nella nostra regione, rispetto alle medi nazionali, possiamo fare riferimento a due ottimi sistemi di sorveglianza, che pubblicano ogni anno un rapporto con dati molto interessanti. Il primo sistema di sorveglianza si chiama GYTS (Global Youth Tobacco Survey, Sorveglianza globale sul tabacco tra i giovani) e ha svolto per il quarto anno un’indagine sull’uso del tabacco fra i giovani del Lazio. Nel 2022 la percentuale di adolescenti nella fascia 13-15 anni che ha fatto uso di sigarette o altri prodotti da fumo (sigarette elettroniche-e-cig e prodotti da tabacco riscaldato-HTP) almeno una volta nell’ultimo mese è stata del 19%, ovvero circa uno su cinque, con le ragazze ampiamente più a rischio per l’uso sia di sigarette sia di prodotti sostitutivi. L’altro sistema di sorveglianza si chiama PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia) e compie ricerche su tutta la popolazione. Nel biennio 2021-2022 nel Lazio fumava sigarette il 26% degli adulti nella fascia di età 18-69 anni, con un 18% di popolazione che si è dichiarata ex fumatrice. Il dato è molto preoccupante, perché supera di circa il 30% la media nazionale (20.5%) e colloca il Lazio, insieme a Umbria e Campania, tra le regioni con i peggiori dati sul fumo. Come nelle medie nazionali, gli uomini fumano più delle donne (32% contro il 21%). Per quanto riguarda il profilo sociale ed economico di chi fuma, anche nel Lazio la prevalenza maggiore si riscontra in persone con scolarità medio-bassa e con molte difficoltà economiche. Il fumo, pertanto, in Italia – e nel Lazio in particolare – rappresenta una grande sfida alla salute collettiva. Gli investimenti sulla prevenzione e sull’aiuto ai fumatori intenzionati a smettere non sembrano adeguati. Nel 2009 operavano in Italia quasi 400 Centri Antifumo (396 per l’esattezza), che si sono ridotti a 241. Eppure in queste strutture lavora personale specializzato capace di fornire strumenti efficaci a chi decide di smettere di fumare con trattamenti integrati che comprendono terapie farmacologiche, counselling e supporto psicologico. Nel Lazio ci sono 13 CAF, 5 nelle province di Viterbo, Rieti, Latina e Frosinone e 7 a Roma (5 in grandi ospedali della capitale e 2 in strutture della ASL). L’unico CAF presente in una Casa della Salute è quello della ASL Roma 4. Dal marzo 2016 al dicembre 2023 questo centro ha trattato oltre 300 pazienti, aiutandone 70 a smettere di fumare. Si tratta di un dato di assoluto rilievo, se si considera che circa il 50% dei fumatori muore in media 14 anni prima dei non fumatori e i fumatori sono affetti per più anni da condizioni precarie di salute nel corso della vita.
Diabete tra cronicità, epigenetica e disuguaglianze
Il diabete di tipo 2 è un esempio classico di malattia cronica, in gran parte evitabile, che riguarda soprattutto i gruppi più svantaggiati a livello economico, sociale e culturale. Secondo i dati del sistema di sorveglianza PASSI, già 10 anni fa la prevalenza di diabete era solo al 2,1% nelle persone laureate rispetto al 14,1% di chi era privo del titolo di studio. Dal gennaio 2019 come biologo nutrizionista ho iniziato una collaborazione mensile con la Casa della Salute di Ladispoli della ASL Roma 4. Tramite l’Associazione Diabetici Civitavecchia (ADICIV) ricevo i pazienti in carico all’ambulatorio di diabetologia della ASL dalle 8:30 alle 13:30-14:00 uno o due mercoledì al mese. In questi primi 3 anni di collaborazione ho seguito 125 nuovi pazienti, con una media di circa 40 pazienti l’anno, in prevalenza donne (69%), soprattutto delle fasce di età 45-64 anni (37%) e maggiori di 64 anni (36%). La diagnosi di invio principale è stata quella di diabete mellito di tipo 2 che ha riguardato il 74% dei pazienti; il restante 26% è stato inviato per problemi di insulino-resistenza (IR) o di ridotta tolleranza glucidica (IGT), due condizioni che predispongono o semplicemente anticipano il diabete conclamato. Da nutrizionista ho prestato particolare attenzione al rapporto tra sovrappeso e malattia; analizzando gli Indici di Massa Corporea (IMC) di ciascun paziente è emerso che l’84% presentavano obesità di I, II o II grado, con il restante 16% in sovrappeso. Il dato sembra confermare la strettissima relazione tra stili di vita e insorgenza della malattia. Tra le comorbilità associate al diabete ho rilevato una forte presenza di patologie cardio-vascolari (61%); notevole anche la presenza di malattie della tiroide (18%); circa il 10% dei pazienti visitati, infine, presentava vari gradi dell’insufficienza renale cronica (IRC). Dei 125 pazienti presi in carico, 46 (36%) hanno fatto solo la prima visita, ricevendo una schema per un’alimentazione e attività motoria adeguate; gli altri 79 hanno fatto uno (12%) o più controlli (52%) con cadenza mensile o bimensile. Analizzando i risultati il 91% dei pazienti ha mostrato un calo del peso corporeo e delle circonferenze addominali, con una media di – 1.5 kg per chi ha fatto solo un controllo e di – 4.4 kg per chi ha fatto almeno 2 controlli. In 7 pazienti (9%) non si sono avute significative variazioni di peso. La mia esperienza di nutrizionista mi ha insegnato che una adeguata educazione alimentare e l’adozione di uno stile di vita sano sono strumenti fondamentali nella prevenzione e nella cura del diabete, poiché permettono di ottenere 3 fondamentali obiettivi: a) un buon controllo glicemico; b) il raggiungimento e il mantenimento di un peso adeguato; c) la riduzione del rischio di malattie cardiovascolari, renali e altre complicanze. L’intervento del nutrizionista deve, soprattutto, tener conto delle diverse caratteristiche dei pazienti: fascia di età, tipo di diabete e sua terapia, obiettivi di peso corporeo, consuetudini e preferenze alimentari, disponibilità economiche, svolgimento di attività fisica. Ogni proposta in merito a scelte alimentari e stili di vita, pertanto, andrebbe personalizzata e periodicamente rivalutata alla luce dei risultati ottenuti. Oggi sappiamo che la predisposizione all’obesità e al diabete può essere legata a fattori epigenetici. I cambiamenti epigenetici sono modifiche che influenzano l’espressione dei geni senza cambiare la sequenza del DNA. Possono trasmessi ai figli da genitori diventati obesi e diabetici per una dieta scorretta e scarsa attività fisica per molte generazioni, finché non cambiano le condizioni ambientali. Questo tipo di eredità epigenetica di una malattia metabolica potrebbe spiegare il drammatico aumento globale nella prevalenza del diabete a partire dagli anni ’60 e costituisce una delle maggiori sfide di sanità pubblica nei prossimi decenni. Se si interverrà con politiche che favoriscano il consumo di alimenti sani e l’attività fisica gratuita, ridurremo il fenomeno e la sua trasmissibilità. In caso contrario avremo anche noi un terzo o un quarto della popolazione diabetica, come oggi succede in Pakistan e in Kuwait (nella foto i risultati dello studio World of Statistics della Georgia State University)
Onconauti e le terapie integrate
Sabato 20 maggio nella sala G. Ruspoli di Cerveteri è stata presentata l’associazione Onconauti-Etruria che da un anno opera in due sedi nel territorio a nord di Roma: Santa Severa e Valcanneto. In una sala gremita, con molte persone in piedi, pazienti, figure sanitarie e istituzioni si sono parlate e confrontate sul grande tema della riabilitazione dopo una diagnosi di tumore. La dr.ssa Claudia Maggiore, referente dell’associazione, e il dr. Daniele Segnini hanno brevemente introdotto il tema dell’incontro, lasciando la parola al Sindaco di Cerveteri Elena Gubetti, che ha ribadito l’importanza della salute dei cittadini nella visione unitaria che la lega alla salute del territorio e ha sottolineato l’importanza di un’esperienza come quella di Onconauti. Anche per il Vice-Sindaco Federica Battafarano la presenza nel territorio di Onconauti è importante alla luce delle sempre più persone che si trovano in condizione di solitudine. Per l’Assessore all’Ambiente (con delega alla salute) Francesca Appetiti la malattia oncologica riguarda tutti e va affrontata con la collaborazione tra ASL, ospedale e associazioni come Onconauti. Il dr. Segnini ha ringraziato le farmacie Scotti Manduzio di Santa Severa e Cavallini di Valcanneto per l’aver messo a disposizione due ambulatori a titolo gratuito a Onconauti, le farmacie comunali di Cerveteri – che pubblicizzano l’attività dell’associazione – e la CRI di Santa Severa, presente all’incontro. Dopo un breve messaggio del consigliere metropolitano Alessio Pascucci, impossibilitato a partecipare, ha preso la parola l’on. Marietta Tidei, consigliera regionale del Lazio, che ha ricordato le importanti iniziative sul territorio per la prevenzione delle principali patologie. La direttrice della ASL Roma 4 Cristina Matranga ha ricordato che tra i 320.000 utenti della nostra ASL si contano annualmente 2000 nuove diagnosi di tumore, circa 430 nel distretto 2 (Cerveteri-Ladispoli), con prevalenza di tumori al colon, al seno e al polmone. La ASL Roma 4 sta ottenendo ottimi risultati con lo screening e si sta attivando per fornire un servizio di radioterapia nel territorio. La dottoressa Luciana Cacciotti ha presentato il dr. Mario Rosario D’Andrea, direttore della UOC di oncologia della nostra ASL, sottolineando la rapida presa in carico dei pazienti oncologici che da alcuni anni caratterizza il rapporto tra MMG e l’oncologia del nostro territorio. Il dr. D’Andrea ha sottolineato la tenacia di Onconauti e la sua utilità, ricordando anche la necessità della gestione dei lungo sopravviventi, prestando la massima attenzione alla prevenzione delle recidive. La ASL intende avvicinare i servizi all’utenza, per questo saranno implementati ambulatori di oncologia e di cure palliative anche presso la Casa della Salute. La direttrice del Distretto 2 della ASL dr.ssa Alessandra Petruio ha contribuito con un videomessaggio in cui ha ricordato l’importanza degli esami di screening dei tumori femminili. Il dr. Foad Aodi, Presidente dell’AMSI e dell’UMEM ha parlato della salute globale basata sulla prevenzione e sul ruolo di fattori di rischio quali fumo e stress, dell’importanza di una comunicazione chiara tra sanitari e pazienti e dell’aumento di patologie – in particolare stati ansioso-depressivi – nella popolazione immigrata. Per il dr. Stefano Magno (Policlinico Gemelli) la maggior parte dei tumori sono sempre meno letali e sempre più curabili; oltre la malattia acuta è necessario trattare la persona-paziente, vero obiettivo dell’oncologia integrata. La dr.ssa Sara Ramella (Campus Biomedico) ha sottolineato l’importanza della presa in carico del paziente oncologico sul territorio, dopo i trattamenti ospedalieri. Il prof. Rolando D’Angelillo (Policlinico Tor Vergata) auspica che l’Università possa essere sempre di maggior supporto alla cura della persona tramite la ricerca e l’aggiornamento degli operatori del territorio. Gianluca Rizzo (Fatebenefratelli – Gemelli Isola) ha ribadito l’importanza di una accessibilità sempre maggiore dei cittadini-pazienti al percorso di cure e follow-up, in particolare per le patologie oncologiche, in cui il tempo di intervento può fare la differenza. Stefano Giordani, fondatore e direttore scientifico di Onconauti, ha ripercorso la storia e i grandi risultati ottenuti in questi 12 anni dall’associazione nata a Bologna e che ora conta numerose sedi in tutta Italia. Silvia Gheorghita, presidente nazionale di Onconauti, ha espresso il suo entusiasmo e la sua gioia nel vedere i risultati che la sede locale ha ottenuto in poco più di un anno di attività e ha auspicato una ulteriore crescita e una fattiva collaborazione con la ASL. Nella terza sessione della serata c’è stata la presentazione degli operatori del team Onconauti Etruria, in cui ciascuno ha descritto il proprio ruolo e la propria esperienza finora. La dr.ssa Claudia Maggiore ha illustrato la presa in carico del paziente e il ruolo dell’agopuntura nel trattamento di alcuni effetti secondari delle terapie, le psicoterapeute Lucilla Sidoti e Francesca Rossi hanno sottolineato l’importanza del sostegno psicologico al paziente e al caregiver, la biologa nutrizionista Cristina Rossi ha trattato il tema dell’educazione alimentare per i pazienti oncologici, Carlo Boschi ha descritto il lavoro di gruppo sulle tecniche di rilassamento, il dr. Luca Murolo ha ricordato il ruolo chiave dei benefici dell’attività motoria, anche con la proposta del Gruppo di Cammino di Cerenova. La dr.ssa Luciana Cacciotti, Responsabile del Centro Antifumo della ASL, ha invitato alla lettura del rapporto annuale sul cancro e ha posto il focus sulla possibilità di creare le condizioni per un cambiamento dello stile di vita (Baraonda, maggio 2023).