Possiamo chiamarli in vari modi – agro-carburanti, biocarburanti o biocombustibili – ma in genere ci si riferisce all’etanolo e al biodiesel che si possono produrre distillando vegetali ad alto contenuto zuccherino (etanolo) o trasformando vegetali oleosi (biodiesel). Soia, mais, canna da zucchero e palma da olio sono le specie che meglio si prestano a questo utilizzo industriale dell’agricoltura. Il prefisso “bio” sembra suggerire qualcosa di verde, di pulito. Provenendo da una risorsa rinnovabile, dovrebbero contribuire in misura minore all‘effetto serra. In realtà, la tendenza attuale a trasformare prodotti agricoli in combustibili – se attuata con queste modalità – potrebbe rivelarsi tutt’altro che ecologicamente sostenibile. Stati uniti ed Europa si sono letteralmente buttati sui biocarburanti. L’Unione Europea vorrebbe decuplicare l’uso di questi carburanti entro il 2020 (dal 2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di oggi al 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}). Lo scenario futuro potrebbe vedere un rapido aumento della coltivazione intensiva su larga scala, con diverse possibili conseguenze negative. In primo luogo – se non si utilizzano come materiale da distillare prodotti comunque non destinabili all’alimentazione – si riduce il terreno agricolo destinato alla produzione di alimenti (nel 2000 l’area coltivabile nel mondo era pari a 0,11 ettari per persona in gran parte usati per produrre cibo). Secondo aspetto critico: il rapporto tra energia necessaria per produrre gli agro-carburanti e quella che ottiene dal prodotto finale non è sempre favorevole. Terzo punto: con le grandi coltivazioni di biomasse si determina una forte pressione sui cosiddetti terreni agricoli marginali, riducendo ad esempio la disponibilità di acqua e legna, che invece hanno una funzione chiave per la sussistenza delle popolazioni rurali povere e sono spesso coltivate dalle donne. Avremmo, infine, un’ulteriore riduzione della biodiversità agricola, perché aumenterebbe la conversione di coltivazioni locali in monocolture: e con la biodiversità si perderebbero anche il patrimonio di conoscenze tradizionali nella gestione, selezione e conservazione delle coltivazioni. Jean Ziegler, sociologo ed economista svizzero, esperto dell’Onu sui problemi dell’alimentazione ha detto: “Trasformare 26 milioni di ettari destinati all’alimentazione in terra da destinare ai biocombustibili è assolutamente catastrofico. In sei mesi il prezzo del mais in Messico è aumentato del 300{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. I biocombustibili da un lato contribuiscono alla lotta contro il cambio climatico, dall’altro rischiano di affamare ancora di più le popolazioni più povere del pianeta”. (2008)
Antipsicotici
La storia degli psicofarmaci antipsicotici – o neuroletttici o tranquillanti maggiori – inizia ai primi del ‘900, quando si scoprì che un derivato dell’anilina, la prometazina, possedeva interessanti proprietà sedative e antiallergiche (sfruttate per molti decenni dal farmaco Farganesse, antiallergico utilizzato anche come induttore del sonno). Dalla prometazina si ottenne la clorpromazina, usata inizialmente come sedativo. Lo scienziato francese Henry Laborit scoprì che il farmaco permetteva una particolare indifferenza agli stimoli ambientali, senza peraltro alterare lo stato di vigilanza. Ricerche successive (Delay e Deniker) misero in luce la sua capacità di migliorare le condizioni dei pazienti psicotici. Nel 1953 il Largactil – nome di mercato della clorpromazina – entrò in commercio, segnando l’inizio della psicofarmacologia moderna. Grazie all’enorme successo commerciale del nuovo farmaco, la ricerca di nuovi psicofarmaci antipsicotici fu intensa e nel giro di una decina di anni si giunse all’individuazione e alla messa a punto di quasi tutte le molecole di cui disponiamo oggi: in tutto una ventina di principi attivi, detti antipsicotici tradizionali, tra cui aloperidiolo (Serenase/Haldol), clotiapina (Entumin), flufenazina (Moditen) e promazina (Talofen). Recentemente hanno fatto la loro comparsa i nuovi antipsicotici, definiti atipici o di seconda generazione: risperidone (Risperdal), olanzapina (Zyprexa), quetiapina (Seroquel), aripripazolo (Abilify). Tutti gli antipsicotici attualmente disponibili agiscono o sul metabolismo della dopamina di tutto il cervello (i tradizionali) o coinvolgono anche altri neurotrasmettitori, come la serotonina, oltre alla dopamina (atipici). Gli antipsicotici atipici sembrano avere un’efficacia superiore e una migliore tollerabilità rispetto ai tipici, in particolare sono meno associati a quelle contrazioni muscolari involontarie e dolorose (i cosiddetti disturbi extrapiramidali presenti in oltre un terzo dei casi) che richiedono un’ulteriore terapia farmacologica, in genere con biperidene/Akineton); inoltre, sono efficaci sia nel trattamento dei sintomi positivi delle crisi psicotiche – allucinazioni, deliri, disordini del pensiero e del linguaggio, catatonia – sia in quelli negativi – ritiro sociale, autismo, mancanza di manifestazioni affettive e di interessi. Tutti gli antipsicotici, tradizionali ed atipici, vengono impiegati prevalentemente per la terapia sintomatica della schizofreniae di altre manifestazioni psicotiche – anche legate all’uso di sostanze stupefacenti – per favorire il reinserimento sociale dei pazienti. Gli effetti collaterali dei neurolettici incidono in modo significativo sulla qualità della vita dei pazienti: emicranie, sensazione di torpore e debolezza, difficoltà di accomodazione visiva, alterazione del ciclo mestruale nelle donne, impotenza nell’uomo, diminuzione del desiderio sessuale in entrambi i sessi, stitichezza, difficoltà ad urinare, notevole tendenza all’aumento di peso, sbalzi di pressione sanguigna, solo per citarne i più comuni. Uno studio recente – pubblicato nel febbraio 2009 sul Journal of Clinical Psychopharmacology – ha dimostrato che l’uso di farmaci psicotropi, compresi gli antipsicotici, è associato a un prolungamento dell’intervallo QT dell’elettrocardiogramma (ECG), costituendo un importante fattore di rischio per alcune aritmia cardiache. Nonostante queste importanti controindicazioni, i farmaci antipsicotici hanno una diffusione sempre maggiore. Con oltre 4 miliardi di dollari di fatturato gli antipsicotici di seconda generazione Zyprexa e Risperdal sono stati tra i 10 farmaci più venduti al mondo nel 2005. (nella foto, James Ensor, L’entrata di Cristo in Bruxelles, 1889 ) (2010)
Intolleranze alimentari
Le intolleranze alimentari sono diventate un argomento di forte polemica tra chi le vede coinvolte in molti aspetti patologici della vita quotidiana (la medicina olistica) e tra chi ne nega persino l’esistenza (larga parte della medicina ufficiale). Pochi dubbi e controversie, invece, sull’intolleranza al lattosio e sul favismo. Le persone che con un semplice test, il “breath test” (prova del respiro), accertano di avere un’intolleranza al lattosio, possono migliorare sensibilmente la qualità della loro vita, semplicemente eliminando il latte dalla loro dieta. L’intolleranza al lattosio consiste nell’incapacità di scindere il lattosio contenuto nel latte nei due zuccheri semplici di cui è fatto, glucosio e galattosio, per l’assenza dell’enzima che deve “rompere” il lattosio, la lattasi. Se non viene digerito, il lattosio che rimane nell’intestino viene fatto fermentare dalla flora batterica con produzione di gas e di diarrea. La mancanza congenita di lattasi è piuttosto rara, mentre più frequentemente il problema nasce dal progressivo declino dell’attività di questo enzima dall’età prescolare a quella adulta. L’intolleranza al lattosio riguarda il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione mondiale, ma la sua diffusione dipende anche dal gruppo etnico di appartenenza: si ha nell’80-95{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei neri e degli orientali, nel 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei popoli mediterranei e nel 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nel nord Europa. La spiegazione di queste diverse percentuali è un classico argomento di ecologia umana: la capacità di digerire il latte da adulti è stata, infatti, selezionata nelle popolazioni che hanno introdotto e mantenuto l’allevamento di animali dai quali è possibile ottenere latte; i popoli scandinavi – è notorio – hanno percentuali minime di intolleranza al lattosio, ma non sono i soli. Anche in Africa troviamo popolazioni, soprattutto nomadi, dedite all’allevamento del bestiame e, quindi, con elevato consumo di latte; grazie a questa abitudine solo il 16{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei Tutsi che vivono in Uganda sono intolleranti al lattosio. L’altra importante intolleranza è il favismo, una malattia genetica, ereditaria, dovuta alla mancanza dell’enzima glucosio-6-fosfato deidrogenasi. Le manifestazioni principali riguardano i globuli rossi nei quali si accumulano composti ossidanti, che ne distruggono le membrane cellulari, causando gravi anemie. Il favismo si manifesta, infatti, come una grave forma di anemia che segue l’ingestione di fave fresche o secche, crude o cotte o di piselli, o l’assunzione di alcuni farmaci. Il favismo è ereditario: il gene è localizzato sul cromosoma X, le donne quindi risentono in forma lieve del difetto genetico, mentre nei maschi si riscontrano le manifestazioni più gravi. L’unico modo per sapere con certezza se un individuo sia affetto è quello di sottoporsi all’esame del sangue ed eseguire il test del favismo. Le oltre 400 milioni di persone che soffrono di favismo devono assolutamente evitare di ingerire le fave e i farmaci a rischio. Le zone in cui il favismo è molto diffuso (oggi in Italia, soprattutto, la Sardegna) sono le stesse in cui il protozoo responsabile della malaria (il plasmodium falciparum) era diffuso in nel passato, o lo è tuttora, perché i globuli rossi malati degli individui affetti da favismo sono relativamente resistenti alla sua infezione e subivano – per questo motivo- un processo di selezione naturale, così come è avvenuto per l’anemia mediterranea. (2007, nella foto la scritta in inglese”Non c’è motivo per spingere chi è intollerante al lattosio a bere latte”)
Sesso nella terza età
Sesso nella terza età. L’Istituto Internazionale di Sessuologia di Firenze ha svolto recentemente una ricerca sul rapporto tra amore, sesso e anziani nel nostro Paese. Qualche anno fa, in un’indagine analoga, oltre il 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle persone di entrambi i sessi in età tra 60 e 70 anni dichiarava di avere una vita sessuale attiva. Nella ricerca fiorentina oltre il 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di persone over 60 ha raccontato di fare “spesso” l’amore con il partner, quasi metà “qualche volta”, il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} degli uomini e il 2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle donne “sempre”. Il desiderio sessuale non sembra calato nell’ultimo anno per la maggior parte degli intervistati e quasi nessuno dichiara di avere difficoltà a portare a termine i rapporti sessuali. Un dato interessante riguarda le donne tra i 60 e i 75 anni, che non provano attrazione per uomini molto più giovani. Nella maggior parte dei casi la cura dell’aspetto fisico passa in secondo piano e si privilegia una sessualità naturale, senza l’aiuto dei farmaci. Appare, però, importante affrontare con decisione alcuni radicati pregiudizi sulla sessualità in età avanzata.Il primo pregiudizio vede la persona anziana, in quanto tale estranea alla sfera della sessualità. Segue a ruota l’idea che chi è vecchio non provi interesse sessuale e se lo prova lo fa in modo distorto (una specie di perversione). Le deviazioni sessuali – altro pregiudizio molto diffuso – sarebbero prevalenti negli anziani, un dato che non è assolutamente confermato da nessuno studio serio. Il sesso, poi, farebbe male alla salute degli anziani (salvo casi particolari, è vero invece il contrario). Gli ultimi pregiudizi: gli uomini anziani avrebbero ancora interesse per il sesso, ma non le donne anziane, la vecchiaia sarebbe sinonimo di bruttezza; la partner degli uomini anziani dovrebbe essere più giovane. In conclusione, la riduzione dell’attività sessuale in questa fase della vita, se avviene, è dovuta più a fattori psicologici e sociali, che a problematiche fisiche e biologiche. Sembra importante, allora, ricordare che i veri amici della sessualità in ogni fase della vita sono una buona alimentazione e l’attività fisica. Per le scelte alimentari sembra utile l’assunzione di vitamina C, vitamina E, zinco, selenio, beta-carotene e acidi grassi insaturi; traducendo dalla biochimica alla “borsa della spesa”: tanta frutta fresca, in particolare agrumi e banane; abbondanti legumi (fagioli, ceci, lenticchie, piselli) e cereali integrali; olio d’oliva, noci e semi oleosi (di zucca e di girasole) (nella foto un’immagine dal film “Calendar Girls”). (2008)
Sterilità e infertilità
Sterilità e infertilità sono problemi sempre più diffusi, anche tra le giovani coppie. In termini medici si parla di sterilità, quando una coppia non riesce ad avere un figlio dopo un anno almeno di rapporti sessuali senza contraccezione. La sterilità è molto comune e ne sono responsabili situazioni legate o all’uomo o alla donna o ad entrambi (ad esempio negli Stati Uniti alcuni anni fa le proporzioni erano all’incirca: 35{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, 35{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} e 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}). Pertanto, quando vi sono dei problemi nel mettere al mondo un figlio, vanno sottoposti insieme alla diagnosi e alla terapia entrambi i partner. Per capire meglio i termini del problema, ripercorriamo brevemente la dinamica del concepire. Innanzitutto l’uomo deve produrre spermatozoi in quantità, qualità e motilità sufficienti, mentre da parte sua la donna deve produrre un ovulo sano. Poi è necessario che gli spermatozoi siano introdotti e depositati nella parte superiore della vagina e siano in grado di andare verso l’alto per incontrare l’ovulo, che è stato espulso dall’ovaio, nella parte più esterna della tuba di Falloppio. Non è ancora finita, perché lo spermatozoo deve penetrare la pellicola che circonda l’ovulo, entrare nel citoplasma e fondersi con il nucleo della cellula uovo. Tutto questo con una certa fretta, poiché l’ovulo ha una vita media di 12-24 ore, lo spermatozoo di 24-48 ore. A questo punto, finalmente potrà avvenire l’impianto nel rivestimento uterino e l’uovo fecondato comincerà a dividersi e a crescere. Vediamo quali possono essere le più frequenti cause di sterilità legate alla componente maschile: a) gli spermatozoi possono essere insufficienti per infezioni mal curate, per il criptorchidismo, per l’azione di certi farmaci, per un’eccessiva esposizione a raggi X, per traumi o malformazioni ai testicoli, infine per l’elevata temperatura del sacco scrotale dovuta a varicocele o a indumenti troppo stretti; b) gli spermatozoi ci sono, ma hanno scarsa motilità – ossia, si muovono in modo insufficiente – per ragioni ormonali, per infezioni croniche o per l’asportazione chirurgica della prostata; c) gli spermatozoi sono in numero adeguato e con buona motilità, ma non vengono depositati nella parte della vagina vicino al collo dell’utero; questo può verificarsi per la disfunzione erettile (impotenza) ovvero l’incapacità di avere o mantenere un’erezione, per problemi di eiaculazione precoce (ovvero l’incapacità di controllare l’emissione degli spermatozoi) e per tutti gli altri fattori – come ad esempio una forte obesità – che impediscono la penetrazione; d) un mix di tutte le situazioni precedenti può, infine, presentarsi per altri fattori quali lo stress emotivo, problemi di tipo psicologico, un’alimentazione sbagliata, la presenza di malattie sessualmente trasmesse. I principali problemi da parte femminile sono i seguenti: a) l’utero, le tube di Falloppio e l’ovaio presentano lesioni o aderenze per un’infezione non curata (in termini medici si parla genericamente di annessite), ad esempio per una malattia sessualmente trasmessa o per un’interruzione di gravidanza mal eseguita; b) non vengono prodotti ovuli per problemi ormonali all’ipofisi, alla tiroide o alle ghiandole surrenali; c) le tube di Falloppio non permettono il passaggio delle cellule uovo come conseguenza di alcune malattie sessualmente trasmesse; d) vi sono delle malformazioni congenite o vi è l’assenza di qualche organo riproduttivo femminile; vi sono problemi legati agli ovai quali l’invecchiamento precoce o la sindrome dell’ovaio policistico; e) infine, come nel caso dei maschi, possono avere una forte incidenza stress emotivi, cattiva alimentazione, forte soprappeso. Si presentano, inoltre, situazioni di vera e propria sterilità di coppia che possiamo ricondurre soprattutto a due ordini di fattori; nel primo caso la donna produce anticorpi antisperma che immobilizzano e uccidono gli spermatozoi dell’uomo (sterilità immunologia); nel secondo caso né l’uomo né la donna hanno alcun tipo di problema anatomico o funzionale, ma semplicemente nessuno dei due sa in che momento la donna è feconda o che fare durante il rapporto per favorire la fecondazione. I sessuologi americani Masters e Johnson hanno curato quasi il 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle coppie con problemi di sterilità semplicemente fornendo informazioni. (2007)
Epatite C: la cura e gli stili di vita
A partire dal 1990 sono diventati disponibili test per rilevare la presenza nel siero di anticorpi anti-HCV. Se la ricerca degli anticorpi contro il virus dell’epatite C è positiva, si esegue di solito un test di conferma per risolvere il problema dei falsi positivi. Negli anni scorsi si usava il RIBA test (Recombinant ImmunoBlot Assay), oggi si preferisce la reazione a catena della polimerasi PCR (Polimerase Chain Reaction) qualitativa, che riesce ad identificare e ad amplificare il materiale genetico del virus. Durante il decorso della malattia si misurano periodicamente – ogni 3 o 6 mesi – gli enzimi del fegato (transaminasi, Got o Ast e Gpt o Alt)) che possono fornire un’indicazione indiretta sull’infiammazione del fegato. L’enzima Got è presente anche in altri tessuti, oltre al fegato, la Gpt è invece quasi esclusiva del fegato; se vi è sofferenza a livello della cellula epatica, per l’azione del virus, i due enzimi vengono rilasciati nel sangue. Di solito, però, le transaminasi hanno un andamento discontinuo e in una certa percentuale di casi restano normali per tutto il decorso della malattia, anche se il virus si moltiplica nell’organismo (come dimostra il test PCR). Per questo motivo viene spesso richiesta una biopsia del fegato che permetta di capire quanto grave sia l’infiammazione o il danno subito dal fegato. La biopsia epatica serve per valutare due aspetti della malattia: da un lato l’entità della distruzione di cellule epatiche e lo stato di infiammazione del fegato, dall’altro la stadio della malattia con l’indice di fibrosi (con un punteggio che da 0 (fibrosi assente) a 4 (fibrosi periportale). Permette, inoltre, di decidere se iniziare, o meno, un’eventuale terapia con interferone. Gli interferoni sono sostanze naturali – sono proteine – che, in quantità minime, vengono prodotte dall’organismo stesso. Alla fine degli anni ’50 si scoprì che stimolano il sistema immunitario e aiutano in tal modo l’organismo a combattere le infezioni virali. Gli interferoni, infatti, non agiscono direttamente sul virus, ma potenziano le difese della cellula infettata. L’interferone alfa è la somma di oltre 20 proteine diverse, che riescono ad inibire tutte le sequenze dell’infezione virale. Da alcuni anni all’interferone alfa viene aggiunto un polimero (il glicole polietilenico) che ne aumenta il tempo di permanenza in circolo. L’interferone pegilato (Ifn Pgn) ha 3 vantaggi: presenta meno effetti collaterali, ha una maggiore efficacia per la minor oscillazione della concentrazione, si somministra una sola volta alla settimana. L’interferone oggi non viene più somministrato da solo, ma in associazione con la ribavirina, una molecola capace di danneggiare il virus HCV provocandogli una serie di mutazioni, ossia dei cambiamenti nella struttura genetica. Prima di iniziare la terapia con interferone e ribavirina è opportuno misurare il numero dei virus dell’epatite C con un test quantitativo PCR. In tal modo si può valutare quanto virus si trovi nel sangue e documentare in seguito l’eventuale buon esito della terapia. La terapia è ritenuta adeguata quando si ha una drastica riduzione della quantità di virus o, meglio, la sua eliminazione. Per quanto riguarda gli stili di vita le persone con l’epatite C non devono seguire nessuna dieta speciale, ma semplicemente mantenere un’alimentazione variata, equilibrata e povera di grassi; possono, anzi devono, continuare a praticare attività fisica e sport. Per quanto riguarda le relazioni sociali (amici, colleghi di lavoro) non sussiste alcun pericolo di infezione. Anche i bambini con l’epatite C possono convivere tranquillamente con i loro coetanei a scuola e nei luoghi dove si gioca. Il virus dell’epatite C si trasmette raramente con i rapporti sessuali, ma il rischio di contrarre l’infezione, rispetto alla media della popolazione, risulta 4 volte superiore nel corso di rapporti sessuali non protetti; l’uso del preservativo rappresenta, quindi, la soluzione più sicura. Alla fine sembra sufficiente attenersi a 3 regole di comportamento: 1) niente alcol e droghe; il consumo di alcolici influenza negativamente il decorso dell’epatite C e diminuisce l’efficacia della terapia con interferone; sostanze come cocaina e amfetamine, invece, sono direttamente epatotossiche; 2) in caso di ferite o incidenti, anche nel corso dell’attività sportiva fare attenzione ad evitare il contatto con il sangue; 3) nella vita di tutti i giorni con i familiari o i conviventi evitare l’uso in comune di spazzolini da denti, forbici, pettini, spazzole, rasoi e lamette da barba: l’uso in comune di bicchieri, piatti e posate non presenta, invece, alcun rischio. (2007)
Domus
“C’è un posto in cui ho potuto vedere con i miei occhi e sentire col mio cuore persone ricominciare a vivere o farlo per la prima volta, visto che la precedente non si può definire vita. Da ogni regione d’Italia, dai 18 ai 50 anni. Vissuti, famiglie, stato sociale o culturale differenti. Ma tutto ciò non è importante: la sofferenza e il fine non fanno distinzioni. Un luogo in cui ti puoi sentire per la prima volta protetto. L’opposto proprio di quelle mura domestiche che avrebbero dovuto donare amore e serenità. Mura nelle quali c’era violenza, liti, abusi sessuali, genitori alcolizzati, madri succubi o semplicemente il non essere ascoltati e toccati fin da piccoli. Un malessere antico, che affonda le radici in un lontanissimo ma importante passato, un passato che segnerà per sempre l’individuo. Un’occasione per riscattarsi, dai problemi legali a problemi legati a malattie infettive quali AIDS. Persone che combattono oggi e vedono un possibile e vivibile futuro. All’interno non ci sono moralismi di nessun tipo e tantomeno credo religiosi. Verità e rispetto sono fondamentali per creare rapporti, che poi divengono col tempo forti, sinceri e di grande sostegno reciproco. All’inizio pare di essere capitati in un girone dell’inferno. Poi, col tempo, inizia a diventare la tua casa e la tua famiglia. Una famiglia adulta e non disturbata. Si tenta, con gran fatica e dolore, di affrontare il passato perché i suoi fantasmi non riemergano nel presente. La realtà, comunque soggettiva, non è né nel passato né nel futuro, ma nel presente; il passato può essere una luce sulle cose ma non è le cose stesse che illumina. E’ difficile spiegare cosa avviene all’interno di questo luogo, forse impossibile se non viene vissuto direttamente. C’è una grande sofferenza in ognuno. Dolore e rabbia portano all’autodistruzione. In queste foto volevo semplicemente far trasparire il fine: poter immaginare di vivere un futuro che prima si pensava di non avere, un futuro che diviene possibile. A mano a mano si ricostruisce un senso e un rispetto per la vita. Un particolare sguardo alle donne: la droga, la strada, ambienti duri e particolarmente rischiosi per loro. Alcune sono madri altre no e sono tutte meravigliose! La speranza, le gioie e i dolori durante un percorso che a molti ha salvato la vita. (2008, Paola P) Grazie a Silvana Magnani, Antonietta Giannitti, Fabio Tini, Roberto Carotenuto, Maria Grazia Miccolis, Chiara Marinuzzi, Luigi Vaccaro, Daniele Segnini, Federico Zanchini, Caterina, Alessandra e a tutti gli ospiti della Comunità Terapeutica per la cura delle tossicodipendenze di Santa Severa chiamata Fratello Sole
Celiachia: come viene, che fare
La celiachia può essere definita un’intolleranza permanente al glutine, in particolare alle gliadine, le principali componente proteiche del glutine insieme alle glutenine; il glutine è un complesso di sostanze azotate che si forma durante l’impasto con acqua della farina di alcuni cereali, come frumento, orzo, segale, farro, kamut e, forse, avena. La celiachia non presenta una trasmissione genetica diretta, ma un certo grado di familiarità; si parla in questo caso di “suscettibilità genetica” alla malattia. Il problema che scatena tutto il quadro patologico è il mancato assorbimento del glutine a livello delle cellule dell’intestino (enterociti); il glutine non assorbito viene attivato da un enzima (trans-glutaminasi tissutale), si lega a delle molecole e – comportandosi come un antigene – attiva le cellule del sistema immunitario (i linfociti T CD4+) presenti nella mucosa intestinale; i linfociti T iniziano a produrre diverse sostanze che causano l’appiattimento della mucosa intestinale; partecipano alla reazione autoimmunitaria anche altre cellule con funzioni di difesa (i linfociti B) che producono degli anticorpi. Questa risposta immunitaria dà origine ad un’infiammazione cronica che danneggia i tessuti dell’intestino tenue e porta alla rarefazione o scomparsa dei villi intestinali, importanti per l’assorbimento dei nutrienti. Le forme iniziali di celiachia colpiscono il primo tratto dell’intestino, ma poi tendono a propagarsi. Il risultato finale è il malassorbimento e il conseguente rischio di malnutrizione. Le principali conseguenze del malassorbimento legato alla celiachia sono la diarrea e presenza di parecchie sostanze grasse non digerite nelle feci (steatorrea), con possibili riduzioni di peso e ritardi nell’accrescimento, in particolare se la celiachia inizia precocemente. Diagnosticare la celiachia soltanto con i sintomi non è sempre agevole, per almeno due motivi; molti sintomi sono simili a quelli di altre malattie – disturbi intestinali, stanchezza cronica, depressione – ma, soprattutto, in molti casi, le persone non sviluppano alcun sintomo evidente. Per prima cosa va fatta, la ricerca nel sangue di alcuni anticorpi (anti-gliadina, anti-reticolina, anti-endomisio, anti-transglutaminasi); una volta risultato positivo l’esame degli autoanticorpi, si fa una biopsia intestinale (prelevando, sotto anestesia, un piccolo frammento di mucosa intestinale). Una volta formulata la diagnosi di celiachia, è necessaria un’alimentazione priva di glutine, l’unica che permette la scomparsa di tutti i sintomi. Mangiare senza glutine è possibile, ma non facile, soprattutto in Italia, per le nostre particolari tradizioni alimentari. In particolare gli adolescenti possono vivere una sensazione di diversità per il fatto di non poter fare le stesse cose che fanno gli altri, come mangiare la pasta e il pane, i biscotti, la pizza e quasi tutti gli alimenti confezionati, dalle merendine alle torte. In realtà, ormai esistono sul mercato delle varianti prive di glutine che portano la sigla degli alimenti senza glutine (la spiga sbarrata) di tutti questi alimenti. La dieta senza glutine deve essere rigorosa, poiché bastano piccolissime quantità di glutine per far ripresentare i sintomi della malattia, e deve essere fatta per tutta la vita. L’ Associazione Italiana Celiachia (AIC) ha redatto un prontuario degli alimenti permessi e di quelli da evitare: la guida viene aggiornata ogni anno. Sul sito dell’associazione www.celiachia.it si possono trovare anche gli indirizzi dei ristoranti e delle gelaterie “gluten free”. (2009)
Celiachia, la malattia del domani
La celiachia o malattia celiaca deve il suo nome al termine greco koiliakos, ossia cavità, ventre, intestini. Era già conosciuta nell’antichità, la troviamo citata nel 250 a.C. da Areto di Cappadocia. A metà dell’800 il termine fu tradotto in Inglese ed entrò nell’ambito medico; negli anni 1887-88 ne furono descritti per esteso i sintomi. Nel 1950 si capì (grazie ad alcuni pediatri olandesi) l’importanza del glutine e delle proteine dei cereali nell’origine della malattia. Negli anni ’80 si chiarirono i meccanismi che portavano alla malattia. Nel passato la celiachia era una malattia quasi sconosciuta, certamente poco frequente, per alcuni buoni motivi. Il principale fattore protettivo era l’allattamento materno che poteva allungarsi – come ancora oggi avviene in molte regioni dell’Africa – fino ai 3-4 anni: i bambini, pertanto, iniziavano ad utilizzare i cereali quando l’intestino era completamente sviluppato e maturo. Inoltre, gran parte dei bambini con intolleranza al glutine non sopravvivevano, il che limitava la diffusione della predisposizione genetica. Il terzo motivo che limitava la celiachia era di tipo culturale: il consumo di cereali per lungo tempo avveniva solo dopo lunghe fermentazioni acide o prolungate cotture, capaci di inattivare o limitare l’azione allergenica del glutine. Infine, le diffuse parassitosi intestinali fornivano un “bersaglio naturale” al nostro sistema immunitario, limitando fortemente le malattie autoimmunitarie, quelle strane patologie in cui il nostro organismo produce difese contro propri componenti. Oggi la celiachia è una malattia molto frequente; nei paesi occidentali colpisce mediamente da 1 individuo su 80 a 1 su 400. Tra i Paesi occidentali con più casi di celiachia in rapporto alla popolazione troviamo la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, la Svizzera, la Finlandia (circa 1 su 100); tra quelli con meno casi la Spagna e la Germania (tra 1 su 400 e 1 su 500). Secondo dati recenti dell’Associazione Italiana Celiachia (AIC) sarebbero poco meno di 400.000 pazienti celiaci italiani, con una frequenza di circa 1 su 150. La grande recente diffusione della celiachia trova origine dalla scomparsa di tutti i fattori protettivi del passato; l’allattamento materno si è fortemente ridotto; si mangiano cereali con alte percentuali di glutine poco cotti, in particolare la pasta di grano duro (ricco di glutine) al dente; i cereali con un limitato contenuto in glutine che nel passato hanno avuto un importante ruolo alimentare – miglio, panico e segale – sono stati di fatto abbandonati; l’eccezionale miglioramento delle condizioni igieniche ha, infine, favorito l’aumento delle allergie e, tra queste, di quelle alimentari. La celiachia è quindi da considerare “una malattia in progressiva espansione e da ritenere una malattia del domani.” (G. Ballarini) (2009)
Biologia dell’invecchiamento
Biologia dell’invecchiamento, parte seconda. Oltre alle ipotesi genetiche e biochimiche sulla senescenza, sono state proposte diverse ipotesi neuroendocrine e immunologiche del’invecchiamento. L’ipotesi immunologica dà molto rilievo al fatto che con l’avanzare dell’età la nostra capacità di riposta immunitaria diventa sempre meno efficace; in particolare diminuisce l’efficienza dell’immunità mediata dai linfociti T, il che comporta meno difese contro le malattie; aumentano gli auto-anticorpi (gli anticorpi diretti verso il nostro organismo), rendendo più frequenti le malattie autoimmunitarie come Artrite Reumatoide (AR), Lupus eritematoso sistemico (LES), diabete di tipo I, rettocolite, morbo di Crohn, tiroiditi autoimmuni, psoriasi, sclerosi multipla (SM); si hanno, inoltre, fenomeni degenerativi di importanti organi coinvolti nell’immunità: il timo dopo la pubertà inizia ad atrofizzarsi, il midollo osseo, la milza e le linfoghiandole vanno incontro a parziale involuzione; si riduce il numero delle cellule coinvolte nelle nostre difese, diminuiscono macrofagi, neutrofili, cellule citotossiche K (killer) e Nk (natural killer); tutto questo contribuisce ad aumentare la frequenza delle malattie e di alcuni tumori nella terza età. Lo stesso anno della formulazione dell’ipotesi dei radicali liberi, il 1954, il biologo russo Vladimir Dilman formulò l’ipotesi ormonale o neuroendocrina; per Dilman l’orologio biologico umano sarebbe regolato dall’asse ipotalamo-ipofisario; l’ipotalamo – importante struttura del cervello – attraverso l’ipofisi – ghiandola endocrina alla base del cranio – attiva o blocca la produzione di ormoni, agendo sulle ghiandole e su tutti gli organi bersaglio del corpo; l’invecchiamento non sarebbe altro che la perdita della regolazione del complesso equilibrio neuro-endocrino, legata in particolare alla diminuzione con l’età degli ormoni sessuali (soprattutto nelle donne in menopausa) e alla diminuzione dell’ormone della crescita (GH) e del DHEA, un ormone prodotto dalle ghiandole surrenali che aumenta fino ai 25 anni per poi diminuire e ridursi a circa il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} verso i 70 anni. (segue)