Biologia dell’invecchiamento. Dopo le ipotesi genetiche e biochimiche sulla senescenza, vediamo altre ipotesi, formulate nell’ambito dell’immunologia e dell’endocrinologia. L’ipotesi immunologica dà molto rilievo al fatto che con l’avanzare dell’età la nostra capacità di riposta immunitaria diventa sempre meno efficace; in particolare diminuisce l’efficienza dell’immunità mediata dai linfociti T, il che comporta meno difese contro le malattie; aumentano gli auto-anticorpi (gli anticorpi diretti verso il nostro organismo), rendendo più frequenti le malattie auto-immuni come l’artrite reumatoide, il lupus, il diabete di tipo I, la rettocolite, il morbo di Crohn, le tiroiditi autoimmuni, la psoriasi, la sclerosi multipla; si hanno, inoltre, fenomeni degenerativi di importanti organi coinvolti nell’immunità: il timo dopo la pubertà inizia ad atrofizzarsi, il midollo osseo, la milza e le linfoghiandole vanno incontro a parziale involuzione; si riduce il numero delle cellule coinvolte nelle nostre difese, diminuiscono i macrofagi, i neutrofili, le cellule citotossiche K (killer) e Nk (natural killer); tutto questo contribuisce ad aumentare la frequenza delle malattie e di alcuni tumori nella terza età. Lo stesso anno della formulazione dell’ipotesi dei radicali liberi, il 1954, il biologo russo Vladimir Dilman formulò l’ipotesi ormonale o neuroendocrina; per Dilman l’orologio biologico umano sarebbe regolato dall’asse ipotalamo-ipofisario; l’ipotalamo – importante struttura del cervello – attraverso l’ipofisi – ghiandola endocrina alla base del cranio – attiva o blocca la produzione di ormoni, agendo sulle ghiandole e su tutti gli organi bersaglio del corpo; l’invecchiamento non sarebbe altro che la perdita della regolazione del complesso equilibrio neuro-endocrino, legata in particolare alla diminuzione con l’età degli ormoni sessuali (soprattutto estrogeni nelle donne in menopausa) ed alla diminuzione dell‘ormone della crescita (GH) e del DHEA, il DeHydroEpiAndrosterone, prodotto dalle ghiandole surrenali che aumenta fino ai 25 anni per poi diminuire e ridursi a circa il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} verso i 70 anni. A partire dagli anni ’90 il DHEA è stato messo in commercio negli USA come integratore alimentare ed è facilmente acquistabile nei supermercati; in Francia, invece, è vietato, mentre in Italia serve la prescrizione medica (segue)
Biologia dell’invecchiamento (1)
Biologia dell’invecchiamento, ovvero provare a capire perché siamo una delle poche specie che ha il privilegio della senescenza. In tanti – da almeno mezzo secolo – hano cercato di spiegare il significato evolutivo del rimanere a lungo in vita dopo l’età riproduttiva. Qualcuno ha contato oltre 300 ipotesi sull’invecchiamento. Vediamo le più significative. La biologia moderna esiste grazie a Darwin e alla sua teoria dell’evoluzione. L’evoluzione di una specie, attraverso la selezione naturale, può verificarsi soltanto se c’è un rinnovo delle generazioni. Soltanto con la riproduzione appaiono nuove combinazioni di geni, che danno nuove caratteristiche ad un individuo che può così essere meglio adattato all’ambiente che cambia. Con l’invecchiamento si rinnovano le generazioni, gli individui più vecchi lasciano il posto ai più giovani. Si invecchia per il bene della specie, non per ragioni legate all’individuo (ipotesi biologica). Tra gli animali in alcune specie l’invecchiamento dell’individuo praticamente è inesistente, in altre è possibile, ma raramente raggiunto, per gli attacchi dei predatori. Fra gli animali superiori l’invecchiamento è limitato a poche specie, fra cui l’uomo, le specie addomesticabili o che vivono in cattività, e quelle che nel loro ambiente non hanno predatori. Alcuni esempi di longevità animale, in rapporto a quella della nostra specie: la capra può raggiungere i 18 anni, il gatto 21, il leone 29, il bue 30, il cane 34, il piccione 35, lo scimpanzé 37; tra le specie più longeve, l’alligatore arriva a 56 anni, l’elefante a 57, il cavallo a 62, l’uomo a 90, ma non è la specie più longeva: la tartaruga gigante può superare i 170 anni. Nelle nostra società, inoltre, le donne vivono in media alcuni anni più dei maschi. La prima ipotesi genetica sull’invecchiamento risale ai primi anni’60. Per l’ipotesi del conto alla rovescia (L. Hayflick, 1961) tutte le cellule – con l’eccezione di quelle tumorali – dispongono di una sorta di timer che scandisce un “conto alla rovescia” fino alla morte ; il numero di volte che una cellula può replicarsi – numero di Hayflick – dipende dalla specie di appartenenza; l’autore dell’ipotesi, il biologo Leonard Hayflick, non individuò la struttura della cellula responsabile del conto alla rovescia; oggi l’altra ipotesi genetica, quella dei telomeri, sembra accordarsi all’intuizione di Hayflick; i telomeri, sempre più studiati nei laboratori di genetica, sono i pezzi di DNA posti alla fine dei cromosomi; sembra certo ormai che il progressivo accorciamento dei telomeri ad ogni replicazione della cellula sia associato all’invecchiamento cellulare; secondo questa ipotesi (ipotesi dei telomeri) essi agirebbero come una specie di orologio biologico, che permette un numero massimo di mitosi (e di replicazioni del DNA), al termine del quale la cellula attiverebbe il “suicidio programmato” (apoptosi). Assieme alle ipotesi genetiche, nel corso degli anni sono comparse ipotesi biochimiche sulla senescenza. Secondo l’ipotesi dei prodotti di rifiuto, nel metabolismo cellulare si formano continuamente prodotti di scarto, inutilizzabili (come la lipofuscina), che la cellula non sarebbe in grado di eliminare; l’accumulo di queste sostanze porterebbe alla progressiva compromissione delle funzionalità vitali. Nell’ipotesi dell’usura responsabili dell’invecchiamento potrebbero essere diversi fattori ambientali come luce e raggi solari, temperatura e umidità, contenuti minerali di acque e alimenti, radiazioni atmosferiche ed elettromagnetiche. La più accreditata ipotesi biochimica è, però, la terza, quella conosciuta come l’ipotesi dei radicali liberi, formulata nel 1954 dal bio-gerontologo statunitense Denham Harman; i radicali liberi sono molecole o atomi con vita media brevissima; la presenza di un elettrone spaiato, li rende assai reattivi, in grado di legarsi ad altri radicali o di sottrarre un elettrone ad altre molecole vicine, provocando alla fine reazioni chimiche dannose soprattutto sui grassi delle membrane cellulari e sulle proteine del nucleo; i radicali liberi si formano sia nei processi energetici sia nei processi di difesa dell’organismo; ma il loro numero aumenta anche quando siamo sottoposti a forme eccessive di stress (fumo, alcool, dieta sbagliata, inquinamento, uso o abuso di farmaci, stress psico-fisico); Harman fu fra i primi scienziati a capire che i radicali liberi, e il conseguente stress ossidativo, si accumulano negli anni creando una forte azione ossidante, responsabile di un invecchiamento più veloce e dannoso in quasi tutti i componenti dell’organismo. (segue)
Guerre dell’oppio
L’oppio è una droga stupefacente che si ottiene dal succo del Papaver somniferum album (papavero sonnifero). L’uso dell’oppio è presente in molte civiltà antiche; lo conoscevano i Sumeri, gli Egiziani, i Greci ed i Romani. L’oppio era conosciuto e coltivato anche in Cina, prima dell’anno mille; Zheng Yangwen nella sua Storia sociale dell’oppio (Utet) racconta tre diversi utilizzi della pianta che si sono succeduti nel tempo. All’inizio – per molti secoli – l’oppio fu solo considerato uno dei tanti medicinali erboristici utili per combattere diverse affezioni, in particolare la dissenteria, la tosse e l’asma. La prima trasformazione si verificò, quando da medicinale l’oppio diventò “pozione di primavera” in grado di stimolare il desiderio sessuale e controllare l’eiaculazione. L’oppio si diffuse tra i membri della corte imperiale e le persone ricche, tra i letterati e gli ufficiali. La seconda trasformazione avvenne nel ‘700: il consumo di oppio si allargò a una cerchia piuttosto estesa di consumatori. Nel 1683 la dinastia Qing – al potere da oltre due secoli – mandò l’esercito ad occupare l’isola di Taiwan dove il consumo di oppio era piuttosto frequente; dalle fumerie dall’isola l’oppio si diffuse ulteriormente nell’impero. Un ruolo centrale nella diffusione dell’oppio lo ebbero gli Inglesi che lo ritenevano una merce come le altre e una potenziale enorme fonte di guadagno, nel momento in cui avessero potuto esportarlo liberamente. In Inghilterra, con la Rivoluzione industriale, l’oppio aveva iniziato ad essere prodotto su larga scala, grazie alle grandi piantagioni dell’India; veniva venduto, a Londra, a prezzi più bassi di quelli della birra e dell’alcool con effetti disastrosi nella classe operaia che aggiunse un esercito di oppiomani all’epidemia di alcolismo già presente. Ma l’oppio – o la sua variante del laudano – non era solo appannaggio degli operai: lo usavano intellettuali e artisti inglesi come George Byron, Walter Scott, Charles Dickens, Samuel Coleridge e Thomas De Quincey (autore del racconto autobiografico “Le confessioni di un mangiatore d’oppio”). La produzione ed il commercio dell’oppio era gestito dalla Compagnia delle Indie Orientali, che aveva il monopolio sulla raccolta in India; migliaia di lavoratori erano impiegati nella raccolta e nella produzione; dai mercati di Calcutta e Bombay la merce era poi trasportata in Cina via mare. La diffusione preoccupante dell’oppio spinse l’’imperatore, già nel 1729, a proibirne in Cina la vendita e l’uso limitandone l’importazione solo per uso medico. Anche l’imperatore Jiaqing, nel 1813, cercò, vanamente, di arrestare la diffusione della droga agli strati più bassi della popolazione (il consumo tra le elite non era considerato un problema), ma negli anni ‘30 il consumo era ormai divenuto una moda ed una epidemia sociale. Soprattutto la parte meridionale dell’impero era largamente dipendente dall’oppio: come gli operai inglesi, anche i coolies cinesi, gli umili lavoratori impegnati nei compiti più pesanti, usavano l’oppio per alleviare le fatiche del lavoro; persino nell’esercito la dipendenza da oppio era diffusissima. Nel 1839 a Canton il commissario imperiale fece requisire e distruggere 20.000 casse d’oppio appartenenti ai mercanti inglesi e americani. In risposta, le truppe britanniche attaccarono la Cina, dando inizio alle guerre dell’oppio. Il trattato di Nanchino, che concluse la prima guerra nel 1842, garantì agli Inglesi l’apertura dei porti di Canton e Shanghai, il libero accesso dei loro prodotti nelle province meridionali con basse tariffe doganali e stabiliva la cessione della città di Hong Kong all’impero inglese. Le guerre finirono anche con l’incredibile imposizione alla Cina del “libero commercio di oppio”, una pagina tra le più vergognose del colonialismo europeo, che avrà come conseguenza oltre 100 milioni di fumatori d’oppio nei 50 anni successivi. (2008) p.s. lo scrittore indiano Amitav Ghosh, tra il 2008 e il 2015, ha scritto una grandiosa trilogia sulla Prima Guerra dell’Oppio: “Un mare di papaveri”, “Il fiume dell’oppio” e “Diluvio di fuoco”, tre ottimi romanzi storici basati su un enorme lavoro di ricerca.
Malnutrizione in età avanzata
La longevità è enormemente aumentata nelle varie epoche. L’aspetto più singolare di questo allungamento della longevità è che è avvenuto senza apporti significativi da parte della medicina. Hanno avuto un ruolo preponderante, invece, la miglior distribuzione del reddito – che ha permesso un’adeguata nutrizione – l’abbattimento della mortalità infantile e il notevole miglioramento delle condizioni igieniche; un peso non trascurabile va attribuito anche all’aumento della scolarizzazione; in ambito sanitario, il contributo decisivo è stato lo sviluppo di vaccini; infine, lo sviluppo di farmaci efficaci – soprattutto antibiotici – e di cure mediche. Oggi l’aspettativa di vita alla nascita è di 83 anni in Giappone e di 82 nel nostro Paese, che vanta una percentuale altissima di centenari; la healthy life (aspettativa di vita in salute accettabile) in Italia è di 73 anni. I record di longevità di Italia e Giappone sono dovuti, soprattutto, agli stili alimentari salutari dei due Paesi. Un’alimentazione corretta nella terza e nella quarta età, infatti, può ritardare l’invecchiamento e permette di evitare alcune malattie proprie della vecchiaia. Per molti anziani alimentarsi, però, può essere un problema. Fattori socio-economici, elementi psicologici e preferenze alimentari, abitudini familiari, precetti culturali e religiosi, lo stato di salute, sono tutti elementi che influenzano l’alimentazione in ogni fase della vita e in modo particolare in questa fascia d’età. In Italia gli anziani sono l’unica classe di età a rischio malnutrizione; la malnutrizione riguarda circa il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} degli anziani che vivono a casa, il 20-50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} in ospedale, 30-60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} in case di riposo. Le conseguenze della malnutrizione nelle persone anziane sono gravi: si riducono ulteriormente le difese immunitarie; nelle persone allettate aumentano le piaghe da decubito; in generale, la malnutrizione degli anziani comporta più ricoveri in ospedale e più rischi di morte. Particolarmente tra gli anziani, inoltre, si trovano pregiudizi nei confronti di molti alimenti: dal latte alla carne, dalle verdure ai legumi. Un altro problema è rappresentato dalla difficoltà di masticazione, con il conseguente rifiuto dei cibi duri e la preferenza per quelli morbidi o comunque tritati. A volte i sensi del gusto e dell’olfatto si riducono: aumenta di circa 3 volte la soglia di percezione del dolce, di quasi 12 quella del salato, con conseguente perdita di sapore per molti cibi. L’apparato digerente degli anziani mostra, in genere, una diminuzione dell’assorbimento dei nutrienti ed un aumento del tempo di transito degli alimenti; questo spesso si traduce nell’eliminazione dalla dieta di alimenti utili. Il rischio maggiore per tutte le persone in questa fascia di età è quello di mangiare in modo monotono e squilibrato. Un problema che riguarda tutte le fasce sociali meno protette, anziani in primis, è la disponibilità di risorse per la spesa: per molti anziani – soli e indigenti – l’acquisto di cibi di qualità scadente una necessità più che una scelta. Per tutti questi motivi le carenze nutrizionali possono riguardare quasi tutti i nutrienti: deficit proteici, deficit calorici (negli anziani sottopeso), carenze di calcio, con conseguente osteoporosi, carenze di ferro, con possibili anemie, carenze vitaminiche (in particolare vitamina D e B 6). Concludiamo con l’importante studio su persone della fascia 70-90 anni seguite per 12 anni dal 1988-2000, pubblicato su JAMA nel 2004; dall’indagine è emersa una notevole riduzione della mortalità negli anziani che seguivano la dieta mediterranea (- 23{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), che svolgevano un’adeguata attività fisica (- 37{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), che non fumavano (-3 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) e che usavano poco alcol (– 22{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}). Ecco la formula della buona longevità (nella foto Giuseppe De Nittis, Pranzo a Posillipo, 1879). (2007)
Sport e salute: la scelta e i rischi
Attività motorie e sport possono dare molti benefici a chi li pratica, ma è importante scegliere bene l’attività verso cui ci sentiamo portati. Una prima suddivisione va fatta innanzitutto tra sport di squadra e sport individuali; all’interno di queste due modalità abbiamo una seconda suddivisione in sport con o senza contatto fisico tra atleti. Tra gli sport sport individuali senza contatto ricordiamo le varie specialità dell’atletica leggera, della ginnastica e de nuoto (con la parziale eccezione delle staffette e delle gare di squadra della ginnastica), il ciclismo, lo sci, il tennis, la canoa. Gli sport individuali di contatto sono discipline che prevedono attività di combattimento, con o senza armi: la boxe e la lotta, le arti marziali orientali (judo, karate) e la scherma. Gli sport con maggior diffusione mondiale sono gli sport di squadra di contatto: calcio e rugby, basket e pallamano, pallanuoto e hockey. L’aspetto positivo prevalente di questi giochi è la collaborazione richiesta ad ogni elemento del gruppo: tutti devono fare la propria parte, chi più chi meno, ma l’obiettivo è comune: vittorie e sconfitte vanno condivise nel gruppo, spesso i risultati sono determinati dal grado di coesione della squadra. Gli sport di squadra senza contatto sono il cricket – il più antico gioco di squadra – il baseball e la pallavolo. La pallavolo ha la caratteristica di essere l’unico sport non individuale che prevede una rete di separazione tra le due squadre. La presenza di questa barriera ha diversi vantaggi: rende il volley adatto sia ad un confronto misto tra maschi e femmine (almeno nella dimensione amatoriale), sia a contesti in cui si ritiene opportuno ridurre fortemente l’aspetto fisico a vantaggio di una conflittualità prevalentemente psicologica. Lo sport – individuale o di squadra, con o senza contatto – non significa, comunque, solo benefici per la salute, c’è anche il capitolo rischi, soprattutto per gli sportivi della domenica. Lo sport, è utile ricordarlo, fa bene solo se praticato con regolarità e progressione, in ragione dell’età e delle possibilità fisiche del momento. Passare una settimana senza fare alcuna attività e poi la domenica improvvisarsi grandi scalatori o maratoneti espone ad almeno due tipi di rischi: disturbi cardiovascolari da un lato, lesioni muscolo-scheletriche dall’altro (in particolare alle articolazioni della spalla, del ginocchio, del gomito e della caviglia). L’assenza di progressione nell’esercizio motorio è alla base anche di alcuni problemi a livello di circolazione e del cuore (compreso l’infarto e l’arresto cardiaco). Molti studi indicano nella sedentarietà e nell’eccessiva attività motoria (oltre le 4000 chilocalorie settimanali) due condizioni ugualmente sfavorevoli: l’assenza di movimento favorisce i processi di invecchiamento, ma un’attività troppo intensa rappresenta per l’organismo una situazione di stress, altrettanto dannosa. Come diceva Gregory Bateson, la natura non ama il troppo, ma le quantità ottimali (nella foto affresco dei lottatori nella Tomba degli Auguri a Tarquinia, 520a.C.)
Politiche antifumo
Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) il fumo di tabacco rappresenta la seconda causa di morte nel mondo e la principale causa di morte evitabile. L’OMS calcola che quasi 6 milioni di persone perdono la vita ogni anno per i danni da tabagismo, un decimo delle quali (600.000) sono non fumatori esposti al fumo passivo. Il fumo uccide una persona ogni sei secondi ed è a tutti gli effetti un’epidemia fra le peggiori mai affrontate a livello globale (nella foto un manifesto che ricorda i 100 milioni di morti da fumo del XX secolo, destianti a decuplicarsi). Per il fumo – come per tutte le altre dipendenze – prevenire è meglio che curare. Però, come? I buoni esempi non mancano, dal Piemonte alla California. Dal alcuni anni la regione Piemonte ha adottato un Piano Regionale Anti Tabacco. Fabrizio Faggiano, dell’Osservatorio Epidemiologico delle Dipendenze, ha descritto la situazione del tabagismo in Piemonte. Nel 2004 il 25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei piemontesi fumava, 1 su 4, con due conseguenze; la prima: oltre il 12{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della mortalità nella regione era da attribuire al tabacco; la seconda: i fumatori perdevano mediamente 10 anni di vita rispetto a chi non fumava (Doll 2004). Con l’entrata in vigore del piano anti fumo, in Piemonte si intendono raggiungere alcuni obiettivi strategici: 1) diminuire il numero di chi inizia a fumare (del 10 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} in 5 anni); 2) ridurre la percentuale dei fumatori adulti (del 10 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} in 5 anni); 3) stabilizzare la tendenza di aumento delle differenze sociali; 4) aumentare gli spazi sociali e lavorativi senza fumo; 5) sensibilizzare i genitori per limitare l’esposizione in età infantile; 6) creare una cultura per una regione senza fumo. Sono stati attivati diversi interventi per prevenire l’inizio dell’abitudine al fumo tra i giovani (nella scuola); interventi comunitari per favorire la disassuefazione al fumo di tabacco (campagne informative); interventi clinici per identificare e trattare la dipendenza da tabacco, con i medici di medicina generale e con i centri anti-fumo; interventi comunitari per ridurre l’esposizione al fumo passivo. Tutto questo alla luce del fatto che il fumo è ormai considerato una vera e propria dipendenza patologica ed una malattia cronico-recidivante, cioè una patologia che presenta un progressivo peggioramento e la possibilità di ricadute. In compenso, dopo un periodo variabile da 2 a 15 anni di astensione dal fumo, si può tornare ad una situazione di rischio paragonabile ai non fumatori; ben venga il modello piemontese e che diventi il modello italiano. L’altro buon esempio viene dalla California. Nell’importante stato degli USA – la cui economia è al quinto posto nel mondo – chi si trova in auto con a bordo un minorenne non può più fumare. Si è scelto, infatti, di promulgare una legge in un ambito – la protezione dal fumo dei minori – per il quale dovrebbe bastare il buon senso. La legge Smoke-free cars with minors si applica a tutte le vetture, in sosta o in movimento, e nasce dalla consapevolezza che il fumo passivo in un ambiente chiuso come quello di un abitacolo decuplica i rischi per la salute. Estendere il divieto di fumare anche sulle automobili è una proposta attualmente al vaglio in molti Paesi europei, Gran Bretagna su tutti. Nell’aprile dello scorso anno l‘India aveva anticipato tutti con una legge ad hoc, per la quale chi viene sorpreso al volante con la sigaretta accesa deve pagare una multa; si è trattato allora di una legge unica al mondo, ma che è servita da modello per molti altri stati che intendono limitare il problema del tabagismo e degli incidenti stradali. (2-2008)
Sfruttamento sessuale
Una grande piaga al margine della sessualità è lo sfruttamento sessuale delle persone e quello ancora più odioso dei bambini. Secondo il rapporto UNICEF 2001 il fatturato dell’industria dello sfruttamento sessuale dei minori è quello di una grande multinazionale: diversi miliardi di dollari l’anno. Quasi un milione di ragazze e ragazzi ogni anno sono costretti ad entrare nell’immenso mercato del “commercio sessuale”: tremila al giorno. La mappa presentata dall’agenzia dell’ONU è impressionante e riguarda ogni parte del mondo, non solo i paesi poveri. Ecco qualche esempio e qualche cifra. In Costa Rica quasi l’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di ragazze e ragazzi ha subito abusi sessuali prima dei 12 anni; negli Stati Uniti il 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei ragazzi che scappano di casa lo fa per evitare abusi da parte dei familiari; nello Sri Lanka e nella Repubblica Domenicana sono decine di migliaia i ragazzi che si prostituiscono con i turisti stranieri (turismo sessuale); in Africa spesso i ragazzi sono reclutati nelle forze armate (soldati bambini) non solo per combattere ma anche per attività sessuali con i soldati adulti; quasi 50.000 donne e bambini ogni anno vengono introdotti illegalmente negli USA per l’industria del sesso (dati CIA); nelle Filippine turisti e militari rappresentano il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} degli sfruttatori sessuali; in India, Pakistan e Thailandia le ragazze vengono avviate giovanissime alla prostituzione per pagare i debiti delle famiglie; in Nepal molte bambine sono costrette a sposarsi quando hanno meno di 10 anni (bambine spose); dal Bangladesh ogni anno trafficanti portano in India oltre 10.000 donne e bambine. Un sito internet www.informagiovani ha dedicato ai giovani che dovessero trovarsi in situazioni problematiche una serie di consigli: 1) non fidarsi mai delle apparenze, chi abusa può essere chiunque; 2) conoscere bene le persone con cui si rimane soli in situazioni potenzialmente a rischio; 3) al primo sospetto assumere atteggiamenti difensivi, attirare l’attenzione di altre persone o allontanarsi velocemente; 4) fareattenzione a tutte le droghe – alcol in primis – che diminuiscono la capacità di vigilanza e riducono la sensazione di pericolo; 5) denunciare sempre alla polizia tutti gli episodi di violenza sessuale: in genere gli stupratori vengono catturati con più facilità; 6) se si subisce un abuso sessuale, non tenere il segreto ma confidarlo immediatamente ad una persona di fiducia. (nella foto Giulio Rosati, La selezione della favorita, 1880) (2007)
Ecologia del cibo
Ecologia del cibo, ovvero l’impatto ecologico del nostro modo di mangiare. Molti pensano che la scelta delle cose da mangiare sia un fattore di poca importanza e che l’attenzione all’ambiente si manifesti in altri ambiti. Invece, l’allevamento di animali per l’alimentazione umana sta avendo un devastante impatto sull’ambiente. La nostra richiesta di carne animale mette in moto tutta la gamma dei danni ambientale di cui da anni si parla: deforestazione ed erosione, inquinamento dell’aria e dell’acqua e cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e scarsità d’acqua, disuguaglianza sociale e diffusione di alcune malattie. Quasi la metà delle terre fertili del pianeta viene oggi usata per coltivare cereali, semi oleosi e foraggi destinati agli animali. Molte popolazioni che tradizionalmente consumavano pochi alimenti animali – quella cinese ad esempio– ne consumano sempre di più. Negli ultimi 50 anni ilconsumo pro capite di carne è più che raddoppiato; essendo nel frattempo aumentata la popolazione del pianeta, il consumo totale di carne è aumentato di 5 volte. Il problema di tutto questo terreno agricolo destinato agli animali d’allevamento risiede nel fatto che maiali, galline e mucche consumano molte più calorie, ricavate dai vegetali, di quante ne producano sotto forma di carne, latte e uova; gli animali d’allevamento sono piuttosto inefficienti come dispostivi per convertire le proteine vegetali in proteine animali; per produrre un chilogrammo di carne di vitello servono 13 kg di vegetali, se si considera il 30-40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di scarti dell’animale, la cifra sale a 18 kg. Si comprende perché gli animali d’allevamento sono stati definiti “fabbriche di proteine alla rovescia”. Un altro modo di vedere la questione è fare il raffronto tra le calorie di combustibile fossile che si spendono per ottenere 1 caloria di cibo. Per produrre 1 caloria di proteine dal grano ne servono 2,2, che salgono a 14 per il latte e per la carne di maiale, a 39 per le uova, a 40 per la carne bovina (David Pimentel, 2003). Discorso analogo per il consumo di acqua; per ottenere 1 kg di frumento o mais o riso si utilizzano dai 900 ai 1900 litri di acqua; per 1 kg di manzo 20.000 litri o addirittura 100.000 litri, con gli attuali metodi intensivi (David Pimentel, 1997). Il nostro modello alimentare comporta uno spreco enorme di terreni fertili, energia, acqua e sostanze chimiche. Un modo efficace di proteggere l’ambiente è quello di cambiare il nostro modo di mangiare, diminuendo drasticamente il consumo di carne e altri alimenti di origine animale. Ne guadagna il pianeta e ne guadagna la nostra salute, vista l’ormai accertata relazione tra elevati consumi di carne e tumori che ha spinto l’OMS nel suo recente decalogo antitumore a consigliare non più di due porzioni di carne a settimana. (2-2008)
Droghe e doping
Droghe e doping: due facce dello stesso fenomeno o situazioni completamente diverse? Se esaminiamo il meccanismo sottostante, il doping ci appare agire in modo esattamente contrario a quello delle droghe. Mentre il doping cerca di aumentare artificialmente la prestazione dell’atleta – con un’ aggressività rivolta all’esterno (attraverso il bisogno di vincere pur non avendone i requisiti) – l’uso di droghe, in particolare di quelle pesantiappare principalmente come un’aggressione verso se stessi (A. Ossicini alla Conferenza Europea Sport Against Drugs, Roma 7/2000). Tutto, comunque, sembra nascere dalla cultura del corpo imperfetto: pubblicità e esigenze di marketing stanno cercando, ed in parte riuscendo, a convincerci che tutti possiamo diventare fisicamente perfetti, ossia simili ai modelli ed alle modelle delle riviste per adolescenti. Ricordiamo che la legge 376 del 14-12-2000 Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping sancisce la fine della filosofia che considera doping il ritrovamento nelle urine degli atleti di sostanze proibite degli organismi sportivi; la nuova legge ha spostato l’accento sulla reale necessità terapeutica e/o preventiva dei trattamenti, farmacologici e non, prescritti agli atleti: pertanto, oggi si definisce come doping “la somministrazione o l’assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti. Al IV Convegno Nazionale della Commissione di vigilanza per il controllo sul doping (Roma 4/2007) sono stati presentati diversi contributi che hanno messo in luce alcuni dati preoccupanti: 1) esiste in Italia un buon 2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di sportivi che si fa trovare positivo ai controlli anti- doping; la cifra reale di chi usa doping sembra, comunque, essere molto più alta; 2) su circa 16 milioni di praticanti – 6 milioni di tesseratie circa 10 milioni di amatori – questo 2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} corrisponde ad un cifra di circa 300-400.000 dopati; 3) tra gli adolescenti, oltre l’1,5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} degli intervistati dichiara di far ricorso al doping; quasi il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dice che sarebbe disposto ad usarlo (relazioni F. Lucidi, La Sapienza); 4) il 16{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei giovano sportivi fa ricorso a integratori alimentari; secondo molti osservatori, in realtà, la lotta a fumo, alcol e altre dipendenze non è dissimile dalla lotta all’abuso degli integratori e quest’ultima appare una premessa fondamentale per combattere il doping, giovanile e non (M. Giampietro). A distanza di oltre 15 anni dalla pubblicazione di Campioni senza valore (nella foto) del Maestro dello Sport Sandro Donati, poco sembra essere cambiato. Gli scandali del doping continuano, coinvolgendo campioni di primissimo piano. In diverse discipline sportive il ricorso al doping sembra essere generalizzato e sembra coinvolgere gran parte degli atleti di vertice. Estendendosi anche allo sport amatoriale – sostiene Donati – il doping è diventato un fenomeno di massa e sta generando traffici internazionali preoccupanti. Per Donati l’atleta che ricorre al doping è soprattutto una vittima del sistema sportivo che vuole vittorie a tutti i costi. (1-2008)
Farmaci e povertà
Farmaci e povertà, ossia lo scandalo di quasi 2 miliardi di persone al mondo che non hanno accesso a vaccini e farmaci essenziali. Medici senza frontiere è la più grande organizzazione medico-umanitaria indipendente al mondo, creata da medici e giornalisti in Francia nel 1971. L’associazione fornisce soccorso umanitario in oltre 60 Paesi a popolazioni la cui sopravvivenza è minacciata da violenze o catastrofi legate a guerre, epidemie, malnutrizione, esclusione dall’assistenza sanitaria o catastrofi naturali. Nel 1999 Medici Senza Frontiere ha ricevuto il premio Nobel per la Pace. La sezione italiana ha recentemente pubblicato un intervento sullo stato della salute nella parte di mondo in cui l’organizzazione lavora. “Trenta anni fa, i maggiori esperti mondiali della sanità avevano assicurato che entro la fine del millennio le malattie infettive nel mondo non avrebbero più minacciato l’umanità. La realtà di oggi racconta un’altra storia. Racconta che malattie curabili come il morbillo e le infezioni respiratorie seminano morte nei Paesi poveri più delle guerre contabilizzate dalla Nazioni Unite, più delle carestie. Le epidemie sono le emergenze del nuovo millennio, eppure un terzo della popolazione mondiale non ha accesso ai farmaci essenziali”. Il documento sottolinea come spesso i farmaci efficaci contro le malattie infettive siano troppo cari per chi dovrebbe acquistarli o addirittura fuori commercio perché poco remunerativi per chi li produce; il 90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del denaro investito in ricerca e sviluppo di nuovi farmaci è destinato alle malattie dei ricchi, di quel 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione mondiale che può permettersi di pagare un medicinale ai prezzi di mercato. L’ultimo vaccino contro la tubercolosi, la più devastante malattia infettiva del novecento, risale agli anni venti. Dalla dichiarazione di Alma-Ata del 1978 che vedeva la salute un bene di diritto fondamentale, siamo passati all’accettazione che vede chi sta fuori il mercato privo del diritto alla salute. “La crisi dell’accesso ai farmaci ben inquadra lo scenario dei due mondi contrapposti nell’economia della globalizzazione. L’enorme squilibrio fra eccesso di farmaci, anche superflui, consumati nel mondo industrializzato, e mancato accesso ai farmaci salvavita che costringe miliardi di persone a lottare fatalmente contro le malattie, ci aiutano a misurare il grado di impotenza ed incompetenza del diritto internazionale nei confronti dei rapporti di forza e delle regole commerciali incarnate dall’Organizzazione Mondiale del Commercio”. Medici Senza Frontiere ha denunciato l’irresponsabile azione legale intentata da un cartello di 40 aziende farmaceutiche nei confronti del Sudafrica di Nelson Mandela per il Medicine Act che autorizzava l’importazione di versioni generiche a basso costo di farmaci anti-AIDS. La denuncia di MSF è stata raccolta da una risoluzione del Parlamento Europeo che oltre a chiedere alle aziende di ritirare l’azione legale contro il Sudafrica, si è appellata affinché siano rivisti gli accordi sui diritti di proprietà intellettuale “in modo da assicurare il diritto dei paesi in via di sviluppo ad ottenere i farmaci salvavita al prezzo più conveniente possibile sul mercato, che siano coperti dal brevetto o generici”. (12-2007)