Biologia dell’invecchiamento, parte seconda. Oltre alle ipotesi genetiche e biochimiche sulla senescenza, sono state proposte diverse ipotesi neuroendocrine e immunologiche del’invecchiamento.

L’ipotesi immunologica dà molto rilievo al fatto che con l’avanzare dell’età la nostra capacità di riposta immunitaria diventa sempre meno efficace; in particolare  diminuisce l’efficienza dell’immunità mediata dai linfociti T, il che comporta meno difese contro le malattie; aumentano gli auto-anticorpi (gli anticorpi diretti verso il nostro organismo), rendendo più frequenti le malattie autoimmunitarie come Artrite Reumatoide (AR), Lupus eritematoso sistemico (LES), diabete di tipo I, rettocolite, morbo di Crohn, tiroiditi autoimmuni, psoriasi, sclerosi multipla (SM); si hanno, inoltre, fenomeni degenerativi di importanti organi coinvolti nell’immunità: il timo dopo la pubertà inizia ad atrofizzarsi, il midollo osseo,  la milza e le linfoghiandole vanno incontro a parziale involuzione; si riduce il numero delle cellule coinvolte nelle nostre difese, diminuiscono macrofagi, neutrofili,  cellule citotossiche K (killer) e Nk (natural killer); tutto questo contribuisce ad aumentare la frequenza delle malattie e di alcuni tumori nella terza età.

Lo stesso anno della formulazione dell’ipotesi dei radicali liberi, il 1954, il biologo russo Vladimir Dilman formulò l’ipotesi ormonale o neuroendocrina; per Dilman  l’orologio biologico umano sarebbe regolato dall’asse ipotalamo-ipofisario; l’ipotalamo – importante struttura del cervello – attraverso l’ipofisi – ghiandola endocrina alla base del cranio –  attiva o blocca la produzione di ormoni, agendo sulle ghiandole e su tutti gli organi bersaglio del corpo; l’invecchiamento non sarebbe altro che la perdita della regolazione del complesso equilibrio neuro-endocrino, legata in particolare alla diminuzione con l’età degli ormoni sessuali (soprattutto nelle donne in menopausa) e alla diminuzione dell’ormone della crescita (GH) e del DHEA, un ormone prodotto dalle ghiandole surrenali che aumenta fino ai 25 anni per poi diminuire e ridursi  a circa il 10% verso i 70 anni. (segue)