La sessualità dei ragazzi conosce un’importante evoluzione quando, tra i 13 ed i 14 anni (ma con grande variabilità) arriva la prima produzione di sperma, in genere di notte nelle cosiddette polluzioni notturne. Con l’avvio della produzione di spermatozoi il corpo maschile si prepara alla capacità riproduttiva; il testicolo, organo chiave dell’apparato genitale maschile, da un lato produce gli spermatozoi, dall’altro gli ormoni androgeni. Secondo alcuni andrologi essa rappresenterebbe l’equivalente del menarca, ma secondo molte autrici tale parallelismo sarebbe scientificamente scorretto in quanto proporrebbe una visione dei fenomeni sessuali nei due sessi che privilegia l’aspetto sessuale nel maschio, l’aspetto riproduttivo nella femmina. Gli spermatozoi sono prodotti in diversi giorni, ma nel testicolo sono presenti contemporaneamente tutti gli stadi della crescita. Diversamente dalla donna, dunque, un uomo è sempre fertile. Un’eiaculazione media contiene circa 7 grammi di liquido seminale, emesso in 5-6 getti consecutivi, per un totale di circa 500 milioni di spermatozoi. Lo sperma contiene alcune vitamine (C e B12), sali minerali (Ca, K, Mg, P, Zn) e zuccheri semplici (fruttosio e sorbitolo), più alcune proteine: sarebbe un discreto “integratore alimentare”, se non contenesse anche sodio e colesterolo; il contenuto calorico dei 7 grammi di cui sopra è intorno alle 15 calorie. Per i maschi l’evento biologico decisivo per l’inizio della pubertà è l’aumento del volume testicolare: quando i testicoli presentano un ingrossamento superiore a 4 ml, in media verso i 12 anni, come conseguenza dello sviluppo dei tubuli seminiferi, si considera avviata la pubertà. Se tutto avviene in modo fisiologico, il volume del testicolo nell’adulto raggiungerà i 14 – 25 ml, l’equivalente della grandezza di una noce. Nei maschi il fenomeno dell’invecchiamento si accompagna a una riduzione modesta del volume testicolare, con una riduzione a 75 anni di circa il 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. La presenza di un ridotto volume di uno o di entrambi i testicoli in età adulta prende il nome di ipotrofia testicolare; si tratta di un segno di sofferenza dell’organo, in particolare nella produzione degli spermatozoi con possibile alterazione della fertilità. I medici che trattano le malattie dell’apparato genitale maschile sono gli andrologi e l’andrologia è la branca che studia la sessualità maschile, così come la ginecologia studia quella femminile. I disturbi più frequenti che vengono sottoposti agli andrologi in questo periodo, oltre alla fimosi, sono il criptorchidismo ed il varicocele. Si parla di criptorchidismo quando uno o entrambi i testicoli non scendono dall’addome nello scroto entro il primo anno di vita. Circa il 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} degli adolescenti, invece, presenta il fenomeno del varicocele, in termini molto semplici una dilatazione delle vene dello scroto che può influenzare negativamente la fertilità (infatti, negli adulti il varicocele rappresenta la causa principale di infertilità reversibile). Altre possibili cause di riduzione del volume dei testicoli sono disturbi ormonali (ipogonadismo), infezioni dei testicoli (orchiti) con danno dei tessuti, infertilità (riduzione della produzione di spermatozoi), abuso di alcool e sostanze stupefacenti. Le anomalie o le malattie dell’apparato genitale negli adolescenti maschi sono più difficili da intercettare da quando è stata abolita la visita di leva, che rappresentava un vero e proprio screening di massa; negli ultimi dati disponibili del Distretto Militare di Roma in più del 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei ragazzi venivano riscontrate patologie genitali, più o meno gravi. E il pene? Quando e quanto si dovrebbe sviluppare? Poco dopo l’ispessimento dei testicoli, il pene comincia ad ingrossare e compaiono i primi peli pubici. E’ importante sapere che il completamento dello sviluppo del pene avviene di solito intorno ai 15 anni ma può ritardare fino a quasi 17 anni. Una recente indagine del maggior periodico di divulgazione scientifica italiano rivelava che ben 8 maschi su 10 ritengono di avere il pene piccolo. In oltre 120 centri urologici internazionali hanno provato a fare delle misurazioni su diverse migliaia di uomini: ne è emerso che oltre l’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di coloro che pensano di avere questo tipo di problema in realtà ha un problema di ordine psicologico, ossia percepisce male il proprio corpo Per gli addetti ai lavori “dismorfofobia estetetica”, o più semplicemente “sindrome da spogliatoio”.
Banche del Tempo
Le prime esperienze di Banche del Tempo sono nate, per necessità, nell’Inghilterra tatcheriana degli anni ‘80, con il nome di LETS (Local Exchange Trading System) e si sono subito dimostrate un’idea originale per diffondere forme di economia alternativa. L’idea delle Banche del tempo è stata poi esportata in Sud America e in alcuni Paesi europei, come Francia (con la sigla SEL – Systèmes d’échange), Spagna, Olanda, Germania e Paesi Scandinavi. In Italia le prime Banche del Tempo vennero organizzate a Parma e a Santarcangelo di Romagna agli inizi degli anni ‘90. Alla fine del 1995 in Italia c’erano cinque Banche del Tempo, un anno dopo una settantina, oggi sono oltre 300. Una caratteristica delle Banche del Tempo italiane è l’obiettivo dichiarato per il quale nascono: ricostruire e rinsaldare le relazioni tra le persone, a partire dalla considerazione che il tempo è oggi una risorsa scarsa per alcuni e troppo abbondante per altri. La Banca del Tempo, infatti, è il “luogo dello scambio paritario” in cui ognuno può mettere a disposizione il proprio tempo, quantificato in ore e non valore monetario, aspettandosi di ricevere la stessa quantità di ore e prestazioni, per le attività di cui ha bisogno o desiderio. Per le Banche del tempo un’ora di tempo impiegato ha valore di un’ora, a prescindere dalla prestazione offerta. Esempi? Un’ora di babysitter per un‘ora di inglese; un’ora di scuola di cucina per un’ora di lezione sull’uso del computer; e così via, con faccende domestiche, giardinaggio, lezioni di musica, di matematica, corsi di lingue. Se si volesse riassumere la filosofia di queste iniziative, si potrebbe dire – riprendendo la testata del sito www.banchedeltempo.tn.it – che le Banche del Tempo servono a “diffondere la solidarietà” con quegli scambi talvolta sommersi ma che danno qualità e significato alla vita”. (9-2007)
Ormoni e pubertà
Nascita e pubertà rappresentano i due periodi di maggiore trasformazione della nostra vita. Quando nasce, nel giro di poche ore, il neonato viene letteralmente inondato di ormoni che gli permettono l’adattamento al nuovo ambiente. Anche nella pubertà assistiamo ad un sorta di inondamento ormonale, di durata incomparabilmente maggiore, dato che la profonda azione esercitata dagli ormoni dura dai tre ai quattro anni. Assistiamo, infatti, a numerosi e significativi cambiamenti negli organi riproduttivi e nei caratteri sessuali secondari, nelle dimensioni e nella forma del corpo e in numerose funzioni fisiologiche. Se si prova a definire la pubertà, una buona definizione potrebbe essere questa: il periodo di transizione tra l’infanzia e l’età adulta in cui si realizzano cambiamenti biologici, morfologici, fisiologici e comportamentali che si concludono con l’acquisizione della capacità riproduttiva (Cohen-Mulas). Gli anglofoni lo chiamano puberal spurt; in italiano più semplicemente si parla di scatto puberale: comunque lo si definisca, con questo termine ci si riferisce al formidabile aumento di statura che accompagna la pubertà: circa 28 cm per i maschi, circa 25 cm per le femmine; quasi tutte le dimensioni scheletriche e muscolari, con intensità diversa, prendono parte allo scatto puberale. Lo spessore delle ossa del cranio aumenta di circa il 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, il volto va incontro a notevoli cambiamenti, molto più evidenti nei maschi che nelle femmine. Alcuni considerano la fine dell’ossificazione della clavicola, intorno ai 25 anni, la fine biologica dell’adolescenza. Il differenziamento sessuale femminile e maschile della pubertà consolida il dimorfismo sessuale della nostra specie. In quasi tutte le specie esistono differenze più o meno significative tra maschi e femmine, in alcune specie è molto marcato, mentre in altre – come la nostra – non lo è affatto. Nella pubertà il più evidente dimorfismo sessuale riguarda le spalle e le anche. Il dimorfismo spalle-anche può essere usato come misura del grado di androginia del corpo. Ma le differenze non finiscono qui. Già alla nascita le femmine hanno un’apertura più ampia alla parte inferiore dell’osso pelvico, ossia la parte più stretta del canale attraverso il quale alla nascita deve passare il bambino: la disposizione ad avere figli è quindi presente fin da un’età molto precoce. I cambiamenti della pubertà riguardano principalmente l’allargamento dello stretto superiore della pelvi e delle anche per garantire all’utero ed al bambino uno spazio in cui crescere. Le spalle larghe e lo sviluppo muscolare maschile, invece, sono stati selezionati probabilmente per la caccia e per allontanare gli altri maschi del gruppo. Nel corso dell’evoluzione alcuni aspetti del dimorfismo sessuale hanno perso sicuramente importanza. A parità di dimensione corporea, escludendo mani ed avambracci, femmine e maschi hanno forza simile fino all’inizio della pubertà. Con lo sviluppo puberale i maschi, però, sviluppano cuore, muscoli scheletrici e polmoni più grandi, maggiori capacità sia di trasporto di ossigeno nel sangue sia di neutralizzare i prodotti chimici dello sforzo muscolare. Secondo Desmond Morris uomini e donne non hanno seguito lo stesso cammino evolutivo. In media il corpo maschile adulto ha maggior massa magra: 28 chili di muscoli, contro i 15 di quello femminile (poco più della metà); da questo ne consegue che i maschi sono mediamente più forti – di circa il 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} – più pesanti – di circa il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} – e più alti- di circa il 7{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Il corpo delle donne, strettamente legato alla riproduzione, contiene in media quasi il 25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di grasso, circa il doppio di quello maschile. In generale, secondo Morris, le femmine adulte presentano almeno tre tratti infantili destinati a suscitare nei loro compagni atteggiamenti protettivi. Il primo è la maggior percentuale di massa grassa; il secondo è l’altezza della voce (230-250 Hz al secondo contro i 130-140 dei maschi) che si mantiene maggiormente sulle frequenze alte dell’infanzia; il terzo è la capigliatura e l’insieme delle fattezze del viso, che nelle donne ricordano il viso delicato dei bambini. (nella foto Alexandr Deineka,, A Sebastopoli, 1956) (2004)
Pubertà maschile
La pubertà è l’epoca della nostra vita in cui si ha la maggior differenziazione sessuale con numerosi e significativi cambiamenti negli organi riproduttivi e nei caratteri sessuali secondari, nelle dimensioni e nella forma del corpo e in numerose funzioni fisiologiche. Nascita e pubertà rappresentano i due periodi di maggiore trasformazione della vita. Volendo definire la pubertà, una buona definizione potrebbe essere questa: il periodo di transizione tra l’infanzia e l’età adulta in cui si realizzano cambiamenti biologici, morfologici, fisiologici e comportamentali che si concludono con l’acquisizione della capacità riproduttiva (Cohen-Mulas). Un tempo si impiegava la parola pubertà per indicare la comparsa dei peli pubici, oggi ci si riferisce invece al periodo in cui gli organi riproduttivi maschili e femminili aumentano di volume; il termine adolescenza (dal latino adolesco, incomincio a crescere) viene sempre più impiegato per riferirsi ai cambiamenti psicologici e comportamentali di questo periodo, tuttavia nel linguaggio della auxologia umana – la disciplina che studia l’accrescimento – i due termini sono praticamente usati in modo intercambiabile. Nella nostra specie il processo puberale parte dall’ipofisi, ghiandola endocrina del cranio, che inizia a liberare nel sangue degli ormoni detti gonadotropine che agiscono sui testicoli, facendo loro produrre testosterone, il principale ormone androgeno (prevalentemente maschile), responsabile dello sviluppo dei caratteri sessuali maschili. Sotto l’azione del testosterone nei ragazzi lo sviluppo puberale porta a molti cambiamenti: crescita dei peli sotto le ascelle, sul petto, sul viso e sui genitali, aumento di volume dei genitali, cambiamento della voce, inizio della produzione di spermatozoi (spermiogenesi), attivazione di alcune ghiandole sudoripare con conseguente cambio dell’odore corporeo. Uno dei segni più evidenti del cambiamento maschile è il nuovo timbro vocale, più basso e profondo. Questo cambio della voce compare relativamente tardi nel corso della pubertà ed è dovuto ad un aumento della lunghezza delle corde vocali che segue lo scatto della crescita della laringe. All’inizio della pubertà i ragazzi iniziano a produrre spermatozoi in due ghiandole chiamate testicoli. I testicoli sono l’equivalente degli ovai delle ragazze ma, per un motivo della massima importanza, si trovano all’esterno del nostro corpo, in un sacchetto di pelle chiamato scroto. I due testicoli producono milioni di spermatozoi che vengono immagazzinati al loro interno in attesa di essere espulsi con l’eiaculazione dello sperma attraverso il pene. Lo sperma è una sostanza lattiginosa formato non solo dagli spermatozoi ma anche da un liquido (liquido spermatico), prodotto dalle vescicole seminali, dai testicoli, dalla prostata e da alcune ghiandole. Lo spermatozoo è di dimensioni assai ridotte, rispetto alla cellula uovo, quasi 250.000 volte più piccolo ed è composto di tre parti. La testa presenta dimensioni variabili, poiché o contiene 22 cromosomi più il piccolo cromosoma Y o 22 cromosomi più il grande cromosoma X. Il rapporto tra corredi cromosomici che daranno sesso maschile (22+Y) e corredi che daranno sesso femminile (22+X) è di circa 107 a 100. Collo e coda dello spermatozoo svolgono principalmente due funzioni: fornire energia e permettere la risalita dell’apparato genitale femminile, ad una velocità media di quasi 15 cm l’ora (nella foto Caravaggio, Concerto di giovani,1595). (4-2007)
Pubertà femminile
La crescita delle ragazze nella pubertà è innescata da una piccola ghiandola cerebrale, l’ipofisi, a sua volta collegata all’ipotalamo, cioè al cervello. L’ipofisi inizia a produrre nel sangue degli ormoni – gonadotropine – che agiscono sulle ovaie, stimolandole a produrre altri ormoni, detti estrogeni; gli estrogeni sono i principale responsabili del cambiamenti fisico nelle ragazze: sviluppo graduale del seno, arrotondamento dei fianchi, crescita dei peli sotto le ascelle e nelle zone genitali, attivazione di alcune ghiandole sudoripare – con cambio dell’odore del corpo – e inizio delle mestruazioni (menarca). Nelle ragazze la pubertà può iniziare tra i 9 e i 12 anni, un anno prima dei maschi: ritardi o anticipi del processo fanno parlare di pubertà ritardata o pubertà precoce; la pubertà in genere si completa in 3-4 anni; i processi che portano alla maturazione dei caratteri sessuali e riproduttivi nella femmine e nel maschio sono chiamati telarca; per lo sviluppo del seno si utilizza molto lo schema delle fasi B di Tanner: la fase B1 è quella priva di tessuto mammario, segue la fase B2 in cui compare il primo “bottone mammario”, che dimostra l’inizio della funzione estrogenica, fino alla fase B5 del seno adulto; il sollevamento della mammella come una piccola montagnola varia in Europa dai 9 ai 13 anni per il 95{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione. I peli pubici in genere compaiono più tardi, in genere qualche mese dopo, tuttavia in circa un terzo delle ragazze la sequenza si inverte: i peli pubici arrivano prima del bottone mammario; i peli nella zona ascellare compaiono in genere 2-3 anni dopo l’inizio dello sviluppo. Il menarca, cioè il primo flusso mestruale, si verifica in una fase piuttosto avanzata della pubertà. Menarca è una parola di origine greca e significa letteralmente “inizio” (arché) del “mese” (men). Se consideriamo il 95{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione, l’età media del menarca può oscillare tra gli 11 e i 15 anni, quindi non c’è da preoccuparsi se lo sviluppo tarda ad arrivare. Un tempo si attribuiva una certa importanza a fattori climatici o, peggio, etnici, nel determinare l’età dello sviluppo. La moderna auxologia ha, invece, messo in rilievo altri fattori: lo stato di salute, il tipo di alimentazione, le condizioni socio-economiche (nelle giovani appartenenti a famiglie disagiate, infatti, la pubertà in genere si manifesta in ritardo). Un fenomeno che si è accentuato negli ultimi decenni è la cosiddetta accelerazione secolare della pubertà. Qualche dato rende bene l’idea: in Norvegia nel 1850 l’età media del menarca era 17 anni, cento anni dopo – nel 1950 – era passata a 13,5 anni, con un anticipo di 3,5 anni. Uno sviluppo precoce è, quindi, a livello di popolazione un indice di miglioramento delle condizioni di vita, ma non sempre a livello individuale è la cosa migliore. Anzi, in genere ci sono più vantaggi che svantaggi a “sviluppare” dopo. La relazione tra menarca e aumento della statura (scatto staturale), infatti, è davvero stretta e ne consegue che tutte le ragazze cominciano a mestruare quando la velocità staturale sta diminuendo. Per diventare giocatrici di pallavolo, pertanto, meglio aver il primo ciclo alle superiori (nella foto Les meninas di Diego Velazquez, 1656). (4-2007)
Longevi nel mondo
Alla fine degli anni ’80 fu oggetto di diverse pubblicazioni scientifiche una particolare popolazione rurale della Georgia. Si trattava di oltre 160 soggetti di età media intorno ai 90 anni: i più giovani superavano gli 80 anni, i più vecchi passavano di molti il secolo. Il primo aspetto che colpì i ricercatori fu l’esclusione dalla dieta di maiale, carne e pesce in scatola, montone, grassi animali, salsicce, grassi animali, pasticceria; le uniche carni erano manzo e pollame, pochissimo burro e olio, poco zucchero. Ogni giorno venivano consumati oltre 30 cibi diversi, appartenenti a tutti i principali gruppi alimentari; questo assortimento di cibi metteva la popolazione al riparo dai rischi di carenze vitaminiche e di oligominerali tipiche della vecchiaia; la seconda caratteristica era il basso peso giornaliero della razione quotidiana (dagli 800 ai 1200 grammi); il basso consumo di carne e pesce (meno del 3{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, appena due volte la settimana) era ottimamente compensato da cereali integrali (mais e grano) e legumi (i fagioli sono il piatto tradizionale); la prevalenza di calorie e proteine di origine vegetale (oltre il 60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle calorie proviene dai carboidrati) sembra qui avere un’azione protettiva, anche per la presenza delle vitamine del gruppo B e della vitamina E, noto antiossidante, nel mais integrale e nei fagioli, ricchissimi tra l’altro di potassio, oligominerale che aumenta l’eliminazione del cloruro di sodio; le proteine animali erano rappresentate dal latte acido, dal nadugi (piatto nazionale ricavato dal siero del latte) e dai formaggi locali; sul versante vegetali da segnalare i consumo di oltre 15 verdure locali, aromi, spezie, erbe secche, fiori e semi; lo scarso zucchero consumato veniva compensato dal miele; ridotto l’uso dell’olio di semi di girasole, a favore dell’olio di noce, ricco di tocoferolo, antiossidante, e di acidi grassi poli-insaturi. Riassumendo, lo schema nutrizionale dei longevi georgiani è questo: grande consumo di prodotti proteici vegetali, pane di grano e fagioli soprattutto, buon consumo di latte acido, verdure e frutta; per contro, ridotta assunzione di grassi animali, di carni e di zucchero. I Georgiani non sono, però, l’unico esempio di “buona” longevità: i Sardi dell’Ogliastra, alcuni gruppi di Cretesi ed i Giapponesi dell’isola di Okinawa, ma ancora più curiosamente gli avventisti del settimo giorno di Loma Linda in California, presentano record di anziani in forma (nella foto le “blue zones”, i luoghi del mondo dove vivono le popolazioni con la massima longevità) . Che cosa hanno tutti in comune? Sicuramente, un buon patrimonio genetico, ma anche alcune buone abitudini. Tutti i gruppi studiati condividono questi elementi: praticamente assente il fumo e molto ridotto il consumo di alcol, elevato invece il consumo difrutta, verdura e cereali integrali, numerose le attività, fisiche e sociali. Soprattutto questo ultimo elemento sembra significativo: gli anziani in queste popolazioni sono in genere assistiti in famiglia, quasi nessuno finisce nelle case di riposo e questo probabilmente permette loro di tollerare meglio lo stress e di accettare con serenità la loro condizione. (2007)
Sesso biologico
L’identità sessuale di ciascuno di noi è il risultato di un processo influenzato da diversi aspetti, biologici, psicologici, educativi e socioculturali. Più specificamente contribuiscono ad essa l’identità di genere, il ruolo di genere, l’orientamento sessuale e il sesso biologico. L’identità di genere è la consapevolezza che hanno le persone di essere maschi o femmine e può – nel caso della transessualità – non coincidere con il sesso biologico. Il ruolo di genere è, invece, legato al contesto socio-culturale, che definisce ciò che ci si aspetta da un maschio e da una femmina (anche a livello sportivo, con attività considerate – fino a qualche anno fa – tipicamente maschili, come boxe e rugby). L’orientamento sessuale, infine, è l’attrazione affettiva e/o sessuale verso persone del proprio sesso, di quello opposto o entrambi, con conseguente omosessualità, eterosessualità e bisessualità. Tutto, però, parte dal sesso biologico, caratteristica determinata dai cromosomi presenti nel nucleo delle nostre cellule; i cromosomi portano l’informazione genetica: sono loro a stabilire se la cellula appartiene ad un uomo o ad un topo, ad un giovane con occhi chiari o scuri, ad una ragazza che, trovando condizioni ambientali favorevoli, crescerà fino a 180 o 160 cm. I cromosomi stabiliscono, inoltre, se la cellula appartiene ad un maschio o ad una femmina. Nella specie umana ci sono 23 coppie di cromosomi, i cui membri appaiono identici portando, in effetti, coppie di geni esattamente corrispondenti. Vi è tuttavia un’importante eccezione: la coppia di cromosomi sessuali i cui membri sono molto diversi tra loro; il cromosoma X è tra i più grandi della serie, l’altro – il cromosoma Y – è tra i più piccoli: entrambi determinano il sesso: in tutti i mammiferi gli individui con due cromosomi X sono femmine, quelli con un X ed un Y sono maschi. Quest’anno la rivista britannica Nature ha pubblicato un’analisi completa ed approfondita del cromosoma X, dopo che due anni fa erano stati resi noti i risultati dello studio del cromosoma Y. Nei mammiferi i due cromosomi sessuali derivano probabilmente da un cromosoma primitivo non sessuale dal quale si sono differenziati circa 300 milioni di anni fa, in 5 tappe evolutive. Il cromosoma X contiene 1098 geni, meno del 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei geni totali, ma le malattie ad esso legato sono oltre 300 (tra cui daltonismo, emofilia, distrofia muscolare, cardiopatia, infertilità maschile, leucemia ed epilessia), la percentuale più alta di ogni altro cromosoma. Le donne hanno due copie di tutti i geni presenti sul cromosoma X, mentre gli uomini ne hanno una sola: se su quella è presente un gene difettoso si sviluppa la malattia. Ecco perché le patologie del cromosoma X sono quasi esclusivamente maschili: le femmine risultano per la maggioranza portatrici sane, i maschi invece hanno un’alta probabilità di ammalarsi. Poiché la cellula uovo contiene sempre il cromosoma X, la differenziazione sessuale è, in primo luogo, determinata dal cromosoma presente nello spermatozoo (se è X sarà femmine, se è Y sarà maschio) e continua dalla nascita fino alla pubertà tanto in senso fisico che psicologico. Una volta deciso il sesso biologico, le femmine crescono più rapidamente dei maschi: raggiungono prima il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della loro statura adulta, entrano prima nella pubertà; in compenso, smettono prima di crescere. Le ragazze sono anche fisiologicamente più mature in molti organi e sistemi (tutti i denti permanenti, ad esempio, compaiono prima nelle femmine): potrebbe essere questa – secondo J. M. Tanner, il più grande auxologo contemporaneo – la spiegazione per cui alla nascita sopravvivono più femmine che maschi, indipendentemente dal livello generale di mortalità perinatale. Allargando lo sguardo oltre i confini della nostra specie, osserviamo che la maggior precocità di maturazione delle femmine è una caratteristica condivisa da molti mammiferi e da quasi tutti i Primati (nella foto Ermafrodito e Salmace di Ippolito Scarsella, 1580-1595). (4-2007)
Omosessualità e diritti
Una sfera della sessualità a lungo – e in parte ancora oggi – demonizzata è l’omosessualità. Alla domanda che chiedeva di definirsi in termini di orientamento sessuale il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} degli adolescenti italiani ha risposto di considerarsi omosessuale o bisessuale; anche negli Stati Uniti la prevalenza della sola omosessualità è calcolata tra il 5 ed il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, ma per quanto riguarda l’orientamento sessuale l’adolescenza presenta a volte situazioni di confusione, disorientamento e instabilità: non tutti gli episodi di omosessualità infantile e adolescenziale, infatti, si stabilizzano nell’età adulta. L’orientamento sessuale – inteso come scelta del sesso verso il quale si prova attrazione emotiva, fisica e sessuale – si definisce proprio nel corso dell’adolescenza. L’omosessualità è la persistente attrazione sessuale ed emotiva verso persone dello stesso sesso: fa parte del normale spettro dell’espressione sessuale e non deve essere considerata – come lo è stata fino a 30 anni fa – una devianza. Ancora agli inizi degli anni ‘90 la psichiatria si occupava dell’omosessualità nella sua variante “ego-distonica”, cioè la condizione nella quale la scelta sessuale non sarebbe in sintonia con i vissuti profondi del soggetto. Finalmente nell’ultima edizione del Manuale diagnostico e statistico degli psichiatri americani, il DSM-IV, ogni riferimento all’omosessualità è scomparso. Questo significa che sul piano scientifico si è posta fine alla medicalizzazione – ed alla colpevolizzazione conseguente – di un comportamento umano che trova spiegazione in una serie complessa di motivazioni. Nonostante ciclicamente si leggano titoli ad effetto sul presunto “gene” dell’omosessualità, tutte le ricerche sull’origine genetica dell’omosessualità sono state sinora smentite e lo stesso si può dire per l’influenza di altri aspetti biologici quali eventuali differenze ormonali. Se proprio si devono cercare fattori predisponenti, conviene farlo nell’ambito delle esperienze e dell’apprendimento, non nella biologia. A grandi linee l’omosessualità oggi, nella nostra cultura, non è più stigmatizzata socialmente e moralmente come un tempo, ma può essere comunque ancora fonte di grandi sofferenze psichiche per l’atteggiamento discriminatorio, per il pregiudizio e per il rifiuto che in molti ancora suscita. Nel resto del mondo, peraltro, le cose non sono così lineari: in ben 86 stati i rapporti omosessuali tra adulti consenzienti sono ancora un reato, in 21 Paesi sono puniti con almeno 10 anni di prigione, in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Nigeria, Mauritania, Sudan, Yemen con la condanna a morte. A luglio la Cassazione italiana, ha stabilito che l’omosessualità è “una condizione dell’uomo degna di tutela”, esprimendosi sul caso di un immigrato senegalese che chiedeva di non essere espulso dall’Italia, in quanto la sua condizione gay lo avrebbe esposto al rischio di persecuzione nel proprio Paese. La sentenza della Cassazione è importante perché si riferisce all’omosessualità come “espressione del diritto alla realizzazione della propria personalità, tutelato dall’articolo 2 della Costituzione” e perché sostiene che “la libertà sessuale va intesa come libertà di vivere senza condizionamenti e restrizione le proprie preferenze”. (nella foto Saffo ed Erinna in un giardino a Mitilene di Simeon Solomon) (2007)
Calcio-spettacolo?
Calcio-spettacolo o calcio-sport? “Odio il calcio. Odio profondamente chi lo gioca, lo discute, lo compra, lo vende, lo commenta. Odio chi ne parla convinto che interessi a tutti” Così iniziava qualche tempo fa un’invettiva di Beppe Grillo sullo sport nazionale. Sul suo blog (ww.beppegrillo.it) si è aperta una discussione sui pro e i contro di questo sport-gioco-spettacolo-affare che è oggi il calcio, in Italia e nel mondo. La domanda, neanche tanto provocatoria, è la seguente: il calcio è ancora uno sport? Quanto resta di veramente sportivo nel gioco più diffuso del pianeta? Vediamo alcuni punti critici che hanno fatto allontanare dal calcio sempre più persone. Il primo aspetto inaccettabile il razzismo e la violenza negli stadi di una parte consistente dei tifosi del calcio, per lo più persone che non praticano più alcuno sport. Per contro, in altri sport di larga diffusione – come il volley e il rugby – tifosi che sono anche praticanti possono tifare per la propria squadra, non contro l’altra, a fianco degli altri tifosi. Gli stadi italiani sono da molti anni diventati luoghi estremamente pericolosi e da anni accettiamo- come fatto naturale – la militarizzazione delle città per le trasferte delle tifoserie violente. Altrettanto inaccettabile appare la slealtà generalizzata dei giocatori, l’arte della simulazione, l’accusa di infamia per chi non simula o si comporta con correttezza con l’arbitro. Nella pallavolo non ci sono contatti fisici ma il rispetto dell’arbitro è generalizzato, anche quando sbaglia. Nel rugby i contatti sono durissimi, ma prevalgono la sportività, il fair-play, la lealtà verso gli avversari e verso l’arbitro. Tifosi e giocatori non sono necessariamente la parte peggiore del calcio. Gli arbitri danno il loro contributo con la sudditanza psicologica nei confronti delle società più potenti (Juventus, Inter, Milan nella serie A, ma anche nei campionati minori ci sono società più importanti della altre). Ma nel calcio nessuno aiuta gli arbitri. In quasi tutti gli altri sport viene costruita, fin dai primi anni, un cultura del rispetto per gli arbitri, che pertanto, sbagliano meno e non vengono quasi mai ritenuti responsabili delle sconfitte. Nel calcio, si comincia a insultare gli arbitri già nelle categorie giovanili. I giornali, le radio, le tv che seguono il calcio non sono da meno; da Sky alle radio e tv private è un tripudio di banalità e analfabetismo sportivo e, spesso, grammaticale. Si dice che il calcio è una delle 10 attività economiche più importanti. Alcune società si sono persino quotate in borsa. Quello che si vede è altro. Intanto il divario economico – sempre esistito ma ormai di proporzioni abissali – tra le società più ricche e quelle meno ricche, è tale per cui non si vedrà mai più un Gigi Riva che resta al Cagliari, nonostante le pressioni della Juventus, né uno scudetto al Verona di Bagnoli o al Cagliari di Scopigno. Mentalità aziendalistiche e vittimistiche hanno ormai contagiato tutto l’ambiente: conta solo vincere, se non si vince è colpa dell’arbitro. Il calcio-mercato sempre aperto favorisce ancora una volta le squadre ricche, che possono rimediare in qualsiasi momento a difficoltà di gioco o di classifica; i tifosi sono ormai abituati a squadre senza nessun giocatore del vivaio, della propria città, senza nessun italiano (vedi l’Inter che domina, senza giocatori italiani, il nostro campionato da diversi anni). Ma c’è altro. C’è la corruzione di dirigenti, procuratori, arbitri, giocatori. C’è stato e continua ad esserci il calcio-scommesse, le partite truccate, i giocatori e le squadre che a fine campionato si fanno due conti per la stagione successiva. C’è un ultimo aspetto che rende da parecchi anni a questa parte davvero difficile appassionarsi al calcio; ormai il gioco è quasi del tutto rivolto alla distruzione delle iniziative avversarie. In altri sport di squadra si è costretti a costruire gioco, nel calcio no: se ci serve un pareggio, tutti in difesa, se si passa in vantaggio, tutti a perdere tempo fino alla fine della partita. Le squadre che giocano e divertono sono rare: dal Brasile al Camerun, dalla Corea al Portogallo, le squadre sono imbottite di eccezionali interditori, di incontristi superbi, di podisti da finale olimpica. Ma non si vedono più quelli che sanno inventare una giocata diversa, quelli capaci di un lampo di fantasia, quelli che ti fanno la cosa difficile a cui nessuno avrebbe pensato. Il fine carriera di Roberto Baggio, nel Brescia con l’altro grande Pepe Guardiola, e di Roberto Zola, rifiutato dalle squadre italiane e finito per necessità in Inghilterra, ci ricordano che il calcio che ci piaceva è finito. Ci rimane il calcio giocato in mezzo alla strada, evocato da Stefano Benni nella Compagnia dei Celestini (nella foto il cartone animato tratto dal libro). Ci rimane il calcio tra amici, senza arbitro e senza punteggio preciso (“Quanto stiamo? Uno sopra noi!”). Ci rimane il calcio del Super Santos e delle figurine Panini. Ci rimane il calcio di “chi fa l’ultimo vince tutto”. Ci rimane il calcio dei bambini che eravamo e non siamo più. (2007)
Abusi sessuali
La pedofilia, così come ogni forma di abuso sessuale, rappresenta una grave violazione dei diritti e della dignità delle persone. Tra le manifestazioni patologiche legate alla sessualità la pedofilia rappresenta il maggior problema, essendo contemporaneamente un crimine che può segnare pesantemente il futuro di chi la subisce ed una grave patologia sociale. Secondo stime attendibili (dati UNCEF) l’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi di violenza sessuale sui minori avviene tra le mura di casa, da parte di genitori, parenti, amici di famiglia. Un’altra quota considerevole di abusi avviene inoltre in scuole, collegi e istituti da parte degli educatori o del personale; appare, pertanto, del tutto fuorviante il sentire comune che considera alcuni luoghi pubblici come i giardini o Internet le situazioni di maggior rischio. La legge italiana definisce pedofilia l’attività sessuale con bambini, generalmente minori di 13 anni; il soggetto pedofilo deve avere almeno 16 anni o avere, comunque, almeno 5 anni più del bambino. La pedofilia non è l’unica forma di violenza legata alla sessualità. Per la legge si definiscono abusi sessuali tutti gli atti sessuali compiuti contro la volontà di una persona o nell’assenza di consapevolezza della stessa. Il Codice Penale italiano distingue tra violenza carnale – se vi è penetrazione – e atti di libidine violenti se vi sono altri tipi di contatto fisico con la vittima. Per definire in toto la casistica, bisogna considerare abuso sessuale un qualsiasi atto sessuale compiuto con una o più di queste condizioni: 1) usando la violenza; 2) usando la minaccia; 3) su persone con meno di 14 anni (o meno di 16 se chi abusa è il tutore); 4) su persone tratte in inganno; 5) su persone incapaci di capire ciò che sta succedendo per ragioni fisiche o psicologiche. L’abuso sessuale, nonostante l’aggettivo sessuale, in realtà, ha poco a vedere con la sfera della sessualità, rientrando invece nelle manifestazioni legate al mancato controllo dell’aggressività e della violenza. Si tratta fondamentalmente di una manifestazione di forza con cui chi aggredisce tenta di dimostrare il proprio potere. La presenza costante dello stupro sulle donne delle popolazioni sconfitte in guerra ne è la prova più evidente. Dalla preistoria alla seconda guerra mondiale, dalla pulizia etnica in Bosnia degli anni ’90 alle carceri irachene di oggi, la violenza sessuale è stata ed è utilizzata per umiliare ed annientare psicologicamente il nemico (nella foto Le Sabine di Jacques-Louis David, 1794-99) (6-2007)