Lo psichiatra torinese Paolo Crepet ha posto le nuove generazioni al centro di molti suoi lavori (Cuori violenti. Viaggio nella criminalità giovanile, Feltrinelli, 1995; Non siamo capaci di ascoltarli. Riflessioni sull’infanzia e sull’adolescenza, Einaudi, 2001; I figli non crescono più, Einaudi, 2005). Crepet nei suoi libri osserva un generale cambiamento del concetto di identità sessuale nelle più recenti culture giovanili. Se nel passato ogni ambivalenza in materia sessuale comportava emarginazione, oggi – dice Crepet – assistiamo tra i giovani a due fenomeni eclatanti e simmetrici: la mascolinizzazione della femmina ed la femminilizzazione del maschio, come testimoniano i codini dei ragazzi ed i tatuaggi delle loro coetanee. Molti adulti sono spaventati dall’emergere di questa incertezza nei tradizionali ruoli sessuali, non cogliendone l’opportunità che essa offre tanto alle femmine – che crescendo più forti e decise potranno farsi rispettare meglio delle loro madri – quanto ai maschi – che crescendo più sensibili potranno essere meno superficiali dei loro padri alle emozioni. Crepet conclude che oggi più che mai non servono “corsi di educazione sessuale” ma percorsi di esplorazione ed accompagnamento alle relazioni affettive. Dunque “parlare della sessualità” ma attenzione – ci avverte la psicologa Silvia Vegetti Finzi – “la sessualità infantile è lo specchio di quelle zone oscure, segrete che non mancano mai di adombrare la vita sessuale di ciascuno di noi e in cui riaffiorano fantasie, paure, desideri e sensi di colpa inconsci che risalgono alla nostra stessa infanzia”. Parlare della sessualità a dei giovani adolescenti significa anche confrontarsi con la propria sessualità. Benché la distanza con gli studenti non sia così ravvicinata e il coinvolgimento emotivo non sia così forte come tra genitori e figli, qualsiasi discorso esplicito sulla sessualità rivolto ai ragazzi implica un tacito discorso sulla propria sessualità. Oggi questo percorso di esplorazione ed accompagnamento nelle relazioni affettive e sessuali è sempre più necessario. Non solo per prevenire il rischio di future nevrosi, ma anche per aiutare i giovani ad affrontare i pericoli di abusi, sessuali e non, che si profilano già prima della pubertà. Ricordiamo ancora una volta che lo sviluppo e le manifestazioni della sessualità non sono mai soltanto un fatto fisiologico, ma uno insieme di simboli e significati attraverso cui pensiamo noi stessi; pertanto, non ci si può limitare all’informazione anatomica e fisiologica, pur essenziale, ma si devono soprattutto fornire gli strumenti per capire che la sessualità non è un meccanismo che scatta all’improvviso, ad un certo punto della vita né una condizione limitata all’uso degli organi genitali ma un’esperienza totale che possiamo impariamo e capire nel momento in cui la viviamo. (4-2007)
Separazione dalla famiglia
Esistono profonde ragioni biologiche per le quali i piccoli di Homo sapiens, tra le specie animali, si rendono indipendenti dalla famiglia con più lentezza e ritardo, sia per quanto riguarda la sopravvivenza fisica e materiale sia per quella psicologica. Il processo di separazione dalla famiglia si compie gradualmente nell’adolescenza secondo un andamento non lineare: da un lato c’è il desiderio di autonomia e di trasgressione delle regole e delle dipendenze familiari, dall’altro resta il bisogno di una base sicura. Separarsi dalla famiglia è senza dubbio una delle imprese più spericolate che una persona si trova a compiere nel corso della sua vita, una condizione di cui molti genitori perdono la memoria, pur avendo loro stessi affrontato la stessa situazione. Nel corso dell’adolescenza il rapporto di dipendenza con la famiglia può cambiare: il bambino dipendente gradualmente diventa un giovane adulto, capace di contrapposizione e di critica ai genitori, che smettono di essere le uniche figure adulte di riferimento. L’ingresso nell’adolescenza è segnato dalle trasformazioni puberali che riguardano sia il corpo che la mente e fanno nascere desideri e passioni sconosciute. Il nuovo corpo adolescente può suscitare curiosità, imbarazzo, disagio, anche vergogna. La vergogna sembra essere il sentimento prevalente che accompagna la nascita sociale dei giovani: ogni debutto nel gruppo degli amici, ogni debutto nei primi amori adolescenziali, ogni debutto nella vita scolastica viene accompagnata dal sentimento di vergogna, di non essere all’altezza della situazione, di non essere all’altezza delle aspettative ideali (A. M. Benaglio, 2003). Françoise Dolto è stata una pediatra e psicoanalista francese, specializzata nell’ambito dell’infanzia. Una sua metafora rende bene la vulnerabilità di questa fase della vita: “Per capire la fragilità e la vulnerabilità dell’adolescente ricorriamo all’immagine dei gamberi e delle aragoste che perdono il loro guscio; essi si nascondono sotto le rocce fino a quando non hanno secreto un nuovo rivestimento che li difenda. Ma se durante il periodo in cui sono vulnerabili verranno colpiti, le ferite rimarranno visibili per sempre, il loro involucro coprirà le cicatrici ma non le cancellerà”. Spesso gli adolescenti non sono in grado di comunicare con le parole la loro trasformazione; la comunicazione, allora, si esprime spesso attraverso comportamenti incomprensibili o indecifrabili per gli adulti (gli psicologi parlano in questo caso di agiti): veloci cambiamenti di umore, manipolazione del corpo, rapporti conflittuali con il cibo, che possono anche diventare disturbi del comportamento alimentare. La famiglia biologica inizia a essere sostituita dalla famiglia sociale del gruppo dei coetanei, detta anche “gruppo dei pari”, mentre i giovani affrontano una serie di “compiti evolutivi” che possiamo riassumere in questo elenco: 1) costruire un’immagine di sé e del proprio corpo cambiato; accettare il proprio corpo e usarlo in modo efficace; 2) acquisire un’identità sessuale e un ruolo affettivo e sociale maschile o femminile; 3) raggiungere un’indipendenza emotiva dai genitori e dagli adulti; 4) creare legami significativi al di fuori della famiglia con coetanei di entrambi i sessi, elaborare un modo di pensare originale; 5) imparare a riconoscere, comunicare e descrivere le proprie emozioni; 6) tracciare un proprio progetto di crescita che porti al raggiungimento dell’indipendenza economica e che prepari al mondo del lavoro; 7) definire un sistema di valori e di una coscienza etica autonoma; 8) sviluppare un comportamento socialmente responsabile. In questo difficile e lungo percorso il “gruppo dei pari” sostiene, consola, consiglia, approva, punisce; nel gruppo si elaborano le difficoltà e i conflitti. Durante l’adolescenza appartenere ad un gruppo è un bisogno basilare, come mangiare e respirare, sancito dalla condivisione di valori, ideali, mode e consumi. Vestirsi in un certo modo, avere certi gusti musicali, persino consumare droghe e alcol, sono modalità che appartengono a rituali collettivi che rinsaldano legami e favoriscono l’appartenenza al gruppo. Come dice Vittorino Andreoli, “pur di essere accettati nel gruppo, si è disposti a fare qualsiasi cosa”; infatti, fare diversamente può significare essere diversi, può significare che si rischia di rimanere esclusi: “il problema non è di piacere ad un singolo coetaneo, è di piacere al gruppo nel suo insieme”. I genitori devono, quindi, capire i gruppi. “Il vero problema per i genitori – conclude Andreoli – non è chiedersi se è bene o male quello che fanno gli adolescenti, “perché lo faranno comunque”. Il problema è poterli in qualche modo aiutare. (nella foto Aci e Galatea di Jean Antoine Gros, 1833)
Genitori e figli
Genitori e figli: “Non c’è cosa più entusiasmante del vedere crescere i propri figli; ogni fase dello sviluppo ha in sé qualcosa di bello e la bellezza dell’educazione sta nel compiere insieme a loro un percorso mentale ed affettivo”. Educare, pur in tutta la sua complessità, è in fondo più semplice di quanto non si pensi: come dice il neuropsichiatra Giovanni Bollea, basta saper dare ai ragazzi la parte che desiderano di noi stessi. Ogni intervento, ogni consiglio che si dà loro deve prendere in considerazione le loro possibilità in positivo. Educare vuol dire porsi come costante parametro di riferimento e come figura di identificazione, e in questa proiezione non bisogna mai bluffare, perché è impossibile sfuggire all’intuito dei ragazzi. Non bisogna temere di essere quel che si è: se i figli conosceranno anche le debolezze e gli errori dei genitori, ciò non diminuirà la loro autorità, anzi aumenterà l’equilibrio del rapporto. L’importante è dare l’esempio di una vita vissuta con entusiasmo, con fiducia La domanda che tutti coloro che hanno figli si fanno prima o poi: perché è così difficile essere un buon genitore? Secondo Marcello Bernardi – pediatra e saggista – essere un buon genitore significa avere soprattutto due qualità. La prima caratteristica di un buon genitore è quella di riuscire a essere ogni giorno meno necessario ai propri figli, aiutandoli ad allontanarsi da noi in quella difficile avventura che si chiama conquista dell’autonomia. Dunque, essere un buon genitore significa saper farsi da parte in quel momento nella vita cui i ragazzi si accorgono, con sollievo e preoccupazione, che i genitori non sono quei giganti che erano apparsi tali per tanti anni: una sorta di caduta degli dei, attraverso la quale si possono tra l’altro apprezzare realmente le qualità dell’altro. Il padre deve venire spodestato dalla precedente posizione idealizzata ed irraggiungibile per far sentire il ragazzo pari, adulto fra due adulti: perché ciò avvenga è necessario non solo che il padre ci sia, ma anche che sappia pilotare questa avventura umana, per cui si perde uno schiavo ma si acquista un figlio libero. Molti genitori non tollerano questo bisogno dei loro figli, ma senza lo spodestamento dei genitori non esiste la possibilità di crescita. La seconda caratteristica è quella di essere unbuon modello di adulto, perché il figlio possa pensare che vale la pena di diventare grande per essere come lui o per incontrare persone come lui. Essere, dunque, un adulto sereno, felice, realizzato, impegnato: non un adulto che si sacrifica per i figli ma un adulto che si realizza, che sta bene. Una domanda frequente, che nasconde un falso problema, è quella se sia meglio un genitore autoritario o permissivo. Nessuno dei due, verrebbe da rispondere. Per Bernardi i genitori autoritari sono sempre un problema: sono adulti pseudo-autorevoli che nascondono l’amore verso i loro figli con una distanza troppo grande, una caricatura della distanza vera. Simmetricamente i genitori permissivi sono inadeguati, perché essendo pseudo-amici costruiscono un’eccessiva vicinanza, una caricatura della vera vicinanza. (nella foto L’albero della famiglia di Frida Kahlo, 1936) (6-2007)
Amore e amicizia nell’adolescenza
Il pediatra e psicanalista inglese Donald W. Winnicott nella raccolta di saggi Psicoanalisi dello sviluppo parla della costante e rassicurante presenza materna, che permette al bambino di crearsi un ambiente di completa protezione, nel quale si può realizzare l’illusione dell’autosufficienza infantile. Dopo questa necessaria tappa dello sviluppo, gli adolescenti iniziano a sperimentare i primi sentimenti nei confronti di un ragazzo o una ragazza; in genere le prime scelte sono ancora molto legate all’ambito familiare, o per le marcate somiglianze o – al contrario – per le significative differenze fisiche e psicologiche con il genitore di sesso opposto. La pubertà rappresenta, comunque, la fase della vita in cui ragazze e ragazzi rivolgono le proprie attenzioni all’esterno della famiglia d’origine. In questi anni delicati spesso viene meno l’autocontrollo e si presentano sensazione di vuoto; innamoramento e amore in questa periodo possono, allora, servire al distacco emotivo dai genitori. Mentre investono affettivamente in persone che appartengono ad un ambiente extra-familiare, i giovani imparano a conoscersi meglio e a sviluppare la propria personalità attraverso la relazione con l’altro. La psicoanalista francese Francoise Dolto nei suoi libri ha osservato che esiste fra gli adolescenti “qualcosa che non cambia attraverso le generazioni” ed è la loro dedizione all’amicizia. L’amicizia tradita è la prova più importante della pubertà: dal momento in cui bisogna lasciare la famiglia per andare verso l’ignoto, gli amici di classe della propria età assumono un’importanza capitale. Benché soggetti a pulsioni che originano dalla trasformazione fisiologica dell’adolescenza, i giovani non sono ancora pronti per un atto sessuale. Per loro l’amicizia è qualcosa di molto più sacro. “Ma da chi sei stato tradito? Da un compagno”. A causa di questo tradimento, nasce un sentimento di abbandono, di smarrimento. Non riescono a capire perché vengono evitati, traditi da un compagno che amano. Per molte ragazze la forma tipica di idealizzazione è, invece, la “cotta” – che può essere rivolta sia a uomini che donne – in cui l’oggetto di interesse è amato passivamente, con lo scopo di ottenere manifestazioni di affetto e attenzione. Gli innamoramenti adolescenziali sono spesso intensi ma brevi, perché, sono gli amori di persone alla ricerca della propria identità, di una propria affermazione nel mondo degli adulti. La capacità o la propensione a modificarsi sulla base del desiderio del partner è bassa, se non assente: si tende alla fusione con l’altro. Si costruisce un amore fusionale, il cui fine principale è quello di potersi fondere con un altro per non esistere come persona separata. Questo tratto tipico delle prime fasi degli innamoramenti adolescenziali spesso è anche la causa per cui gli stessi si interrompono bruscamente e inaspettatamente. Gli amori dell’adolescenza, però, sono quasi sempre sentiti e vissuti come grandi amori. In effetti sono amori molto coinvolgenti che possono essere scambiati per duraturi ed eterni: in realtà bisogna augurarsi che non lo diventino, perché frequentemente relazioni sentimentali che nascono in questo periodo possono imbrigliare a vita i due partner in un rapporto senza uscita. Scriveva Erich Fromm che l’essere umano, nel momento in cui prende consapevolezza della fugacità della propria esistenza, sente l’assoluta necessità di rompere l’isolamento e il senso di solitudine attraverso l’unione interpersonale con altri esseri umani. Se l’amore è un potente strumento per vincere la solitudine, l’adolescenza è il periodo della vita in cui prendiamo coscienza – per la prima volta nella – della nostra individualità e della nostra solitudine. (nella foto Amore e psiche di Gaspare Landi, 1785) (4-2004)
Agonismo e competizione
Agonismo e competizione sono due aspetti che hanno sempre caratterizzato il gioco e le gare sportive. La parola agonismo si rifà all’agōnè, la manifestazioni pubbliche – collegata a feste religiose – dell’antica Grecia in cui erano previste anche gare e giochi per la conquista di premi. Il valore etico e umano dell’agonismo – e della competizione – nel corso del tempo ha lasciato sempre più spazio a un altro tipo di agonismo, quello moderno, in cui diventa sinonimo di ricerca della vittoria con ogni mezzo possibile. Lo storico olandese Johan Huizinga è stato il primo autore moderno a cercare una spiegazione culturale e teorica del fenomeno del gioco. Nel suo testo del 1938 Homo Ludens (in latino, l’uomo che gioca) Huizinga considera il gioco la principale forma di espressione della natura umana, con forti connotazioni culturali, aspetti rituali collegabili alla religione e, soprattutto, forti valenze simboliche. Il gioco sportivo come fenomeno sociale è ormai parte integrante della modernità e si presenta – secondo il sociologo tedesco Klaus Heinemann (1988) – in quattro principali tipologie: sport-spettacolo, sport competitivo, sport giovanile, sport amatoriale. Vediamo allora che tipo di agonismo e di competizione caratterizzano queste diverse dimensioni dello sport moderno. L’agonismo inteso come ricerca della vittoria a tutti i costi è senza dubbio la nota dominante degli sport miliardari come il calcio di alto livello, l’NBA di basket e altri sport di squadra e individuali (tennis, in particolare). Tutto lo sport-spettacolo e gran parte delle discipline olimpiche (sport competitivo) accettano questa ideologia: conta solo vincere, partecipare – senza primeggiare – è una sconfitta. Il problema dell’agonismo così inteso non sta certo qui. L’aspetto preoccupante è la sua diffusione nelle attività riservate ai giovani e ai giovanissimi e in quelle amatoriali. Soprattutto nel caso dello sport giovanile sarebbe importante ricordare agli allenatori del settore il loro ruolo prevalentemente educativo e formativo. Qualche anno fa (1988) gli anglosassoni Small e Smith hanno sintetizzato in tre concetti un approccio adeguato alla competizione nello sport giovanile. Per prima cosa, vincere non è tutto, è sicuramente un obiettivo importante ma non deve mai essere l’unico. In caso di sconfitta nella competizione, non bisogna mai considerarla un fallimento personale o una minaccia al proprio valore come persona. Infine, il successo non è solo vincere ma soprattutto lottare per vincere; di conseguenza vittoria e successo non sono sinonimi: si può avere successo impegnandosi al massimo delle proprie possibilità anche senza ottenere la vittoria sportiva. Competizione e agonismo, pertanto, possono diventare una trappola, se non viene ribadito che nello sport – come nella vita – conta far bene, non arrivare primi: spesso anche un verdetto sportivo negativo può rappresentare un miglioramento della prestazione o aver, comunque, raggiunto un obiettivo stabilito. La competizione deve esistere nello sport, ma è rivolta soprattutto verso noi stessi ed i nostri limiti. L’altro, l’antagonista, deve sempre essere percepito come un con-corrente, mai come un nemico. Sandro Donati è stato un importante allenatore di atletica italiano: sotto la sua guida i velocisti azzurri dominavano in Europa. In un’intervista di qualche anno fa, ha detto “deve cambiare il mondo degli allenatori e dei dirigenti che seguono i ragazzi”. Bisogna assolutamente eliminare la concezione di uno sport super-competitivo e senza regole, un modello che – dice Donati – “ha ormai contaminato anche l’attività sportiva dei bambini. Sono pochi quelli che un giorno diventeranno bravi ciclisti o bravi nuotatori, la maggior parte sono bambini normali che non hanno bisogno di una preparazione da adulti, ma soltanto di gioco, attività e varietà di movimento”. (2007)
Circoncisioni e mutilazioni
Circoncisioni e mutilazioni sono interventi sull’anatomia dell’apparato genitale maschile e femminile, di significato molto diverso. Negli anni ’50 negli Stati Uniti era invalsa una moda alquanto strana, ossia la circoncisione di tutti i neonati di sesso maschile. In quegli anni evitarono l’intervento poco più del 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione. Ai nostri giorni la circoncisione è tra gli interventi chirurgici più diffusi al mondo: si stima che un uomo su tre sia circonciso. Il termine circoncidere viene dalle parole latine circum (attorno) e caedere (tagliare), quindi letteralmente significa tagliare attorno. Si tratta, infatti, di un piccolo intervento chirurgico che consiste nell’asportare il prepuzio, un sottile strato di pelle che ricopre il pene. La circoncisione viene praticata da secoli. La conoscevano persino alcune popolazioni preistoriche e sicuramente gli antichi Egizi. In campo antropologico la troviamo soprattutto all’interno dei riti d’iniziazione, spesso per certificare il passaggio all’età adulta. In campo religioso rappresenta un elemento distintivo per due religioni monoteiste: tutti i bambini di religione ebraica vengono circoncisi all’ottavo giorno di vita, mentre per i giovani di religione musulmana la circoncisione avviene tra i 5 ed i 7 anni. Al di là di questi ambiti, non ci sono validi motivi di altro genere per praticarla. L’igiene intima maschile, può essere carente o soddisfacente a prescindere dall’essere o meno circoncisi. La circoncisone non dà nessuna reale beneficio igienico, ma può risultare necessaria nelle fimosi, restringimenti della pelle del prepuzio che rendono difficile scoprire il glande. Molto più controversa è l’altra circoncisione, quella femminile, che fa parte di un insieme di pratiche chiamate mutilazioni sessuali femminili. Sono almeno 40 gli stati in cui tali pratiche sono diffuse, soprattutto nell’Africa sub-sahariana. Sudan, Somalia e Mali guidano questa poco onorevole classifica che vede ogni anno due milioni di bambine aggiungersi ai 120 milioni di donne (stime ONU) che subiscono questo trattamento per motivi rituali. Altri stati che praticano la mutilazione dei genitali femminili sono la Nigeria, l’Egitto, il Kenya e diversi paesi arabi (nonostante le autorevoli prese di posizione in senso contrario di molti leader religiosi islamici). In realtà le mutilazioni attraversano le culture e le religioni, essendo presenti anche in popolazioni animiste, protestanti, cristiane, ebree. Quasi sempre non aver subito la mutilazione sessuale significa isolamento sociale, visto che nella tradizione culturale di chi le pratica sono –paradossalmente – considerate un segno d’attenzione. Sono tre le principali forme di mutilazione. La circoncisione femminile è la forma meno cruenta, poiché può limitarsi ad una piccola incisione del clitoride. L’escissione prevede il taglio del clitoride e quello parziale o totale delle piccole labbra. L’ infibulazione (dal latino fibula, spilla) o circoncisione faraonica consiste nella chiusura della vagina attraverso una sutura che lascia solo un piccolo passaggio per l’urina ed il sangue mestruale, con asportazione o meno del clitoride e delle piccole labbra. Questo tipo di intervento viene fatto o alla nascita (in Nigeria) a da bambine (in Somalia) o alla pubertà (in Uganda). Da alcuni anni il problema ha iniziato ad essere trattato anche dai nostri mass media e dalle nostre istituzioni, poiché in Italia vivono decine di migliaia di donne infibulate e spesso i genitori richiedono un intervento medico per limitare i problemi sanitari che queste pratiche comportano (principalmente infezioni ed emorragie, ma anche ritenzioni urinarie o cisti). Al di là del giudizio di ognuno sul rispetto delle tradizioni e delle culture diverse dalle nostre, ricordiamo che due tra i più importanti organismi mondiali, l’OMS e l’UNICEF, hanno espresso una ferma condanna di ogni forma di mutilazione femminile. (2007)
Scienza e cultura
Scienza e cultura, sono due termini generali, usati con molte accezioni. La conoscenza scientifica e la scienza dovrebbe essere parte integrante della cultura, ma non sempre è così. Spesso si definiscono “persone di cultura”, donne e uomini che affermano candidamente di non quasi nessuna nozione di biologia, chimica, fisica e matematica. Io e mia moglie siamo nati nel 1958. L’anno successivo, nel 1959, il chimico Charles Snow tenne una conferenza all’ università di Cambridge su “Le due culture e la rivoluzione scientifica”, che fu poi pubblicata sulla rivista Encounter . Nel 1963 la conferenza fu pubblicata e divenne uno dei più famosi libri sulla moderna divaricazione tra cultura scientifica e cultura umanistica. La tesi di Snow era semplice: mentre gli scienziati, in genere, conoscono la letteratura, la musica, l’arte e la filosofia, gli umanisti non sanno molto di biologia e matematica, fisica e chimica. Eppure gli illuministi Diderot e D’Alambert, fondatori e curatori dell’Enciclopedia, erano rispettivamente un letterato e un matematico: dalla collaborazione della cultura umanistica e scientifica è nata una delle opere maggiori della storia della civiltà occidentale. La separazione tra scienza e cultura umanistica nasce nell’Ottocento, in pieno romanticismo, e viene mantenuta anche nel ‘900; secondo Snow è pericoloso avere due culture che non possono o non sanno comunicare, in un tempo in cui la scienza determina gran parte del nostro destino. Nei 50 anni che ci dividono dal libro di Snow le cose sembrano essere rimaste esattamente com’ erano; se apriamo le pagine culturali dei giornali – quelle scientifiche non esistono – ci si accorge che anche oggi “la scienza non si pubblica, se si pubblica la si banalizza, e se non si banalizza non la si valorizza”. (P. Odifreddi). Eppure la scienza è da almeno 400 anni il fattore culturale più dinamico della società. Per Ludovico Geymonat, il grande e compianto studioso torinese, la scienza, in questi ultimi quattro secoli, ha contribuito più di qualsiasi altra impresa umana a modificare la nostra vita quotidiana. Chi non riconosce l’intrinseco valore culturale della scienza rischia di non capire la modernità. Geymonat credeva nell’alleanza tra cultura scientifica e cultura umanistica, tra scienza e filosofia. Con le sue opere – e in particolare con la sua “Storia del pensiero filosofico e scientifico”(nella foto) – ha contribuito a fondare non solo la filosofia della scienza in Italia, ma ha contribuito a riscoprire anche la logica. Geymonat credeva nella scienza. Ma non credeva nella neutralità della scienza.La scienza – sosteneva – è uno strumento potente, il più potente che si è dato l’uomo. E non è indifferente quale gruppo sociale la possegga: la scienza può diventare un potente strumento di coercizione oppure il più potente strumento di liberazione e di progresso civile. (5-2007)
Cannabis e derivati
La Cannabis indica (canapa indiana) è una pianta originaria dell’Asia centrale da cui si estraggono marijuana, hashish e olio di hashish. Con le materie prime della canapa, in realtà, si possono produrre tessuti, carta, plastiche, vernici, combustibili e materiali per l’edilizia; dalla canapa si ricava anche una farina ricca di proteine e un olio di ottimo valore nutrizionale. Si tratta, evidentemente, di una pianta dalle proprietà eccezionali. Le parti utilizzate per estrarre il tetra-idro-cannabinolo (THC), il principio attivo, sono le infiorescenze e le foglie. L’olio estratto dalla canapa per distillazione contiene più THC e quindi è più potente. La marijuana contiene meno principio attivo (3-5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) ed è una miscela di foglie, fiori e steli secchi della pianta femmina; l’hashish contiene dal 7 al 14{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di THC e deriva dall’impasto della resina della cannabis, estratta dal polline dei suoi fiori, con grasso animale o miele. La cannabis è soprattutto fumata, spesso con tabacco; se ingerita, sotto forma di tisane o dolci, non ha un effetto immediato ma dopo qualche ora può avere un effetto più forte rispetto alla canapa fumata. A basse dosi, la cannabis ha prevalentemente un effetto rilassante, sedativo e euforizzante: spesso provoca voglia di ridere e golosità. Ad alte dosi, si hanno alterazioni sensoriali e percettive, di tipo allucinogeno. Il rischio più grave, comune alle sigarette, è il rischio di cancro; fumare marijuana, come fumare tabacco, porta nei polmoni sostanze irritanti e cancerogene derivanti dalla combustione. In alcuni Paesi la cannabis è usata anche per scopi terapeutici; come anti-nausea e anti-vomito nelle chemioterapie antitumorali e nel glaucoma. La cannabis e i suoi derivati hanno una tossicità acuta trascurabile e non sono mai stati segnalati casi di morte per una dose eccessiva. Tra gli effetti psicoattivi la cannabis diminuisce la capacità di concentrazione, di attenzione e di memoria, oltre a possibili reazioni ansiose, in genere non gravi. Dopo aver fumato cannabis non si dovrebbe guidare l’auto o usare attrezzi o macchinari pericolosi. La tossicità cronica è difficile da valutare ed è oggetto di furibonde polemiche tra fautori dell’uso e contrari. Sugli effetti della cannabis è intervenuto più volte Gian Luigi Gessa, professore di Neuro-psicofarmacologia all’Università di Cagliari e responsabile dell’unico gruppo italiano di eccellenza sullo studio delle dipendenze. Gessa ha ricordato che il tetra-idro-cannabinolo agisce sul cervello e ne altera la normale attività, ma non produce danni fisici. Per Gessa ci sono due rischi consistenti quando si inizia ad assumere droghe leggere da adolescenti, soprattutto al di sotto dei 15 anni. Da un lato si possono avere importanti deficit cognitivi, nell’apprendimento e nella memoria. Dall’altro si può diventare – negli anni successivi – dei fumatori abituali, da più spinelli al giorno, delle persone il cui pensiero dominante è la droga. Per i rischi psichiatrici legati alla cannabis, il professor Gessa ha pochi dubbi: non si diventa schizofrenici con la marijuana, ma alcuni fumatori di cannabis scoprono di esserlo in seguito all’assunzione di hashish o marijuana.
Droghe psichedeliche
Le droghe psicotrope o psichedeliche sono sostanze ancora oggi usate a scopo medico-magico-religioso presso le culture tradizionali, soprattutto in America Latina, e caratterizzate da notevoli effetti sulle percezioni, sensazioni, emozioni e processi mentali in genere. Gli allucinogeni più conosciuti sono mescalina, psilocibina e LSD. LSD è una sigla e sta per dietil-amide dell’acido lisergico; si tratta di una sostanza sintetica scoperta nel 1938 da Albert Hoffman presso i laboratori svizzeri della Sandoz; negli anni ’50 – dopo anni di uso terapeutico in ambito psichiatrico – l’LSD è diventato una droga di uso comune e largamente diffuso, per cui nel 1965 la Sandoz l’ha tolto dal mercato. L’ LSDviene assunta sotto forma di piccoli francobolli di carta da mettere sotto la lingua o come minuscole pastiglie colorate; la sostanza modifica lo stato di coscienza e le percezioni sensoriali a livello visivo, acustico, tattile e termico. L’LSD stimola i centri del sistema nervoso simpatico nel diencefalo provocando dilatazione delle pupille, aumento della temperatura corporea e innalzamento del livello di zucchero nel sangue. L’effetto finale può variare da visioni paradisiache a veri e propri incubi, quasi sempre influenzati dal luogo, dalla situazione (setting ) e dall’umore (set) con cui si assume l’acido; l’effetto è variabile, ma in genere persistente – tra le 10 e le 16 ore; tra gli effetti collaterali sono stati riportati attacchi di panico, tachicardia, alterazioni del pensiero; esistono anche antidoti all’LSD, come l‘antipsicotico cloropromazina, che blocca gli effetti della sostanza; come nel caso della cannabis, sembra che gli acidi possano far emergere reazioni psicotiche non rilevate nel passato; sono, inoltre, possibili “flashback” anche a molti anni di distanza. La mescalina è contenuta in varie specie di cactus, soprattutto in America centrale, tra cui il famoso peyote che gli Aztechi, ritenevano sacro. Il suo principale principio attivo è un alcaloide psicoattivo che si consuma in forma di bottoni freschi o secchi. Psilocibina e psilocina sono contenute in molti funghi, diffusi in tutto il mondo; la psilocibina ha struttura chimica simile alla serotonina e agisce limitando il rilascio di questo neurotrasmettitore nel sistema nervoso centrale; mescalina, psilocibina e funghi allucinogeni vengono in genere ingeriti – più raramente bevuti come infusi o fumati – e hanno un effetto psicoattivo analogo all’LSD. Tra gli effetti fisici si rileva abbassamento della pressione sanguigna, infiacchimento dei muscoli, bocca asciutta e frequenti sbadigli. Oltre agli effetti ricercati, giudicati positivi, coinvolgenti e gratificanti, dai consumatori, vanno segnalati possibili effetti negativi di gravità variabile (nella foto un’immagine psichedelica di Jimi Hendrix).
Ketamina, kobret e shaboo
Ketamina, kobret e shaboo: un potente anestetico veterinario, un derivato dell’eroina e una metamfetamina. Nomi relativamente nuovi in un panorama che cambia continuamente. La ketamina è un anestetico usato in veterinaria e in medicina; si presenta come liquido trasparente e inodore; la sua azione psicotropa varia a seconda della dose assunta; a bassi dosaggi prevalgono gli effetti psichedelici; a dosaggi maggiori vengono riportate sensazioni di dissociazione mente-corpo e fenomeni tipo near death experiences (esperienze vicine alla morte); se si aumenta ulteriormente la dose si ha anestesia totale. Tra gli effetti collaterali della ketamina sono state segnalate difficoltà psicomotorie, sensazione di freddo, disorientamento, rallentamento del ritmo respiratorio, nausea intensa, vomito. Sotto l’effetto della ketamina è pericoloso mettersi alla guida o fare il bagno. Trattandosi di un potente anestetico sono state descritte anche situazioni di overdose da arresto respiratorio. Il cobret o kobret è un prodotto intermedio di lavorazione dell’eroina; costa molto meno, ma ha gli stessi effetti devastanti; questa sorta di eroina di scarto è tagliata con amfetamina o simili e viene scaldata e poi inalata. La tossicità della sostanza è legata, oltre all’azione del principio attivo, a quella delle sostanze con cui viene tagliata: quasi sempre si tratta di prodotti velenosi e pericolosi che possono danneggiare polmoni, fegato, reni e apparato circolatorio. Il cobret viene anche impiegato come sedativo da chi usa abitualmente ecstasy, cocaina e anfetamine. In alcuni casi la polvere viene messa a striscia nello spinello e il tutto viene fumato: da questa modalità di consumo deriverebbe il nome cobret, per il fumo che sale a spirale e avvolge come il cobra; la diffusione di questa sostanza si inserisce nella tendenza più generale al consumo di eroina inalata, che rappresenta ormai la modalità principale di utilizzo dell’eroina (circa il 75-80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}). Arrivata dalla Cina, si è diffuso negli ultimi anni in Italia lo shaboo, una metamfetamina, pericolosissima, perché in grado di dare subito dipendenza; ritenuta una vera emergenza in Paesi in cui l’uso va avanti già da anni; ketamina e metamfetamina sono oggi tra le droghe sintetiche più utilizzate, soprattutto nei rave , illegali e non (nella foto Edvard Munch, Il giorno dopo del 1895).