Il Global Health Observatory (GHO) dell’OMS ha pubblicato i dati sulle stime della mortalità per causa, età, sesso, per paese e per regione nel periodo 2000-2016. Le malattie croniche non trasmissibili – malattie cardiache, ictus, cancro, diabete e malattie polmonari croniche – hanno causato il 71{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei decessi a livello globale, passando dal 37{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nei paesi a basso reddito all’88{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nei paesi ad alto reddito. In termini di numero assoluto di morti, tuttavia, il 78{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei decessi totali da malattie non trasmissibili si è verificato nei paesi a basso e medio reddito. I dati in continua crescita delle patologie croniche ci portano a domandarci se stiamo veramente affrontando le cause reali di questa pandemia. Le soluzioni scientifiche proposte per denutrizione cronica, obesità e malattie croniche, infatti, si affidano soprattutto a interventi tecnici, quando invece sono da ricercarsi in ambito sociale, dato che – fin dalla sua nascita – capitalismo e salute sono sempre stati in conflitto, in particolare nell’ambito della nutrizione. E’ questa la tesi di fondo delle oltre 900 pagine di Cibo, salute e libertà (2018, Aboca) di Jonathan C.K. Wells, professore di Antropologia e nutrizionismo pediatrico presso lo UCL Institute of Child Care di Londra, uno dei ricercatori di punta sugli studi sull’alimentazione infantile. Lo sviluppo biologico della maggior parte degli animali – uomo compreso – è contrassegnato da periodi critici, durante i quali effetti fisiologici indotti dall’ambiente rimangono persistenti a distanza di molti anni. L’infanzia è il più importante periodo critico, dato che in essa si determina una sorta di imprinting metabolico, capace di modellare lo sviluppo futuro dell’individuo. Wells ricorda che nelle prime fasi della vita fetale e neonatale si acquisisce capacità metabolica, ossia l’insieme di caratteri fisiologici capaci di mantenere l’omeostasi, attraverso il numero di nefroni dei reni, la massa muscolare, il numero di cellule beta del pancreas, il diametro dei vasi e le dimensioni delle vie aeree dei polmoni. Chi ha un basso peso alla nascita, nasce con organi mediamente più piccoli e circa il 25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} in meno di massa magra; per recuperare lo svantaggio iniziale si ha grande aumento della sensibilità all’insulina, che promuove la crescita rapida in recupero, ma anche un aumento della massa grassa. Nascere sottopeso, quindi, significa partire con una pesante ipoteca sulla salute futura in relazione al rischio di ipertensione, insulino-resistenza, intolleranza al glucosio o diabete, livelli alti di LDL e trigliceridi, aumento della proteina C reattiva e malattie cardiovascolari. Che cosa determina un basso peso alla nascita? Principalmente la scarsità di cibo per le madri. Nella maggior parte dei gruppi umani peso alla nascita e povertà sono strettamente associati, così come statura e reddito: chi appartiene a fasce di popolazione con basso reddito nasce mediamente sottopeso e rimane mediamente con una statura inferiore. Oggi sappiamo – con l’epigenetica – che l’ambiente influenza l’espressione dei geni e mantiene le modifiche da una generazione all’altra. Una ridotta alimentazione materna e difficili condizioni socio-economiche nella prima infanzia lasciano una pesante eredità nelle generazioni successive. Ancora oggi – a 70 anni dall’indipendenza dalla Gran Bretagna – la maggioranza degli organi vitali degli Indiani ha massa ridotta rispetto agli Europei: una riduzione del 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nel cuore, del 25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nel fegato e valori simili nella massa magra muscolare. Nell’800 una situazione simile era presente anche in Europa: negli anni ’70 dell’800 in Italia gli adolescenti poveri erano 11 centimetri più bassi dei coetanei ricchi; verso il 1840 – 30 anni prima – in Gran Bretagna, patria del capitalismo moderno – la differenza tra sedicenni ricchi e poveri aveva addirittura raggiunto i 22 centimetri. Con una mole di dati e di studi notevoli Wells vuole farci capire che il responsabile del cattivo stato di salute di gran parte della popolazioni umane attuali è proprio il modello economico capitalistico. Il capitalismo crea continuamente disuguaglianze: mentre divide le ricchezze in modo sempre più diseguale, fa aumentare le disuguaglianze sulle scelte alimentari (le “nuove differenze di classe” di cui parla Marc Augè), sull’attività fisica e sull’esposizione alle malattie. Il capitalismo, inoltre, nasconde sempre i suoi veri costi: nel passato lo spaventoso costo sociale di cui non si parlava era soprattutto il lavoro degli schiavi e lo sfruttamento coloniale, oggi è la suscettibilità a malattie croniche di milioni di bambini esposti a cibo e tecnologie non salutari. I costi fisiologici e sociali del cibo-spazzatura industriale di oggi si vedranno con due o tre decenni di ritardo: la grande industria del cibo industriale ultra-processato conta su questo scarto temporale per continuare tranquillamente a seminare malattie e fare profitti. (8-2019)
Cibo e vacanze (intervista a Rolling Pandas)
Cibo e vacanze. Dottor Segnini, ci racconti un po’di lei e del suo lavoro.. “Faccio da oltre 30 anni il nutrizionista. Ho iniziato occupandomi di malnutrizione in Africa con il professor Massimo Cresta, uno dei padri della dieta mediterranea. Sono passato – a metà anni ’80 – al versante occidentale della malnutrizione, l’obesità come conseguenza di pasti con troppe calorie e pochi nutrienti. Negli ultimi anni mi occupo dell’aspetto nutrizionale del diabete – collaboro con la ASL del mio territorio – e vado nelle scuole per favorire scelte consapevoli nei giovani. Per quanto mi riguarda, cerco di assomigliare alle cose che dico agli altri: cammino tutti i giorni, vado in bici quando posso, alleno e gioco a pallavolo e a beach-volley, acquisto prodotti locali e li preparo nello stile mediterraneo. Faccio parte di Slow Food da tantissimi anni, perché anche nelle diete il cibo deve essere “buono, giusto e pulito” Come evitare l’effetto yo-yo, di cui parla nel suo sito durante il periodo estivo? “In genere il periodo estivo favorisce perdite di peso per l’energia spesa nella regolazione della temperatura corporea e per la presenza sulle nostre tavole di una varietà di ottimi prodotti vegetali – verdure, frutti, aromi – con poche calorie e molti nutrienti protettivi. Ma non c’è solo questo. D’estate per molte persone aumenta il numero di pasti fuori casa, si tende a cucinare di meno e – per soddisfare l’aumento della sete – si ricorre spesso a bevande zuccherate o agli alcolici. L’effetto yo-yo – con forti oscillazioni di peso – può essere facilmente evitato ricordando che con l’aumento delle temperature il nostro metabolismo basale si riduce e si riduce anche il nostro fabbisogno di energia quotidiana; ovunque ci troviamo – a casa, al mare o in un locale pubblico – possiamo ridurre di 100-200 calorie i nostri pasti. Come fare? Tre consigli. Primo, mangiamo più leggero, usando meno condimenti; secondo, preferiamo i piatti unici; terzo, aumentiamo le porzioni di verdure, bevendo solo acqua. L’altro aspetto essenziale è l’attività fisica che d’estate va fatta nelle ore più fresche”. Pasto al mare, in spiaggia: quali sono le scelte giuste per non compromettere la linea? “Mangiare al mare può essere un buon sistema per mantenere la linea. Se ci portiamo il pasto da casa – rigorosamente nella borsa frigo – possiamo prepararci ottimi piatti unici, tipo le insalatone miste con dentro proteine e accompagnate da pane integrale o patate; oppure piatti a base di couscous, pasta fredda, riso, farro o orzo con molte verdure, aromi, proteine condite con olio extravergine d’oliva; bene, infine, anche il panino; purché sia fatto con pane integrale o di segale e vi siano – insieme alle proteine (tonno, affettati, latticini) – delle verdure come pomodori o lattughe. Per completare il pasto una porzione di frutta estiva o una macedonia. Le stesse cose possiamo in genere trovarle negli stabilimenti in spiaggia; eviterei solo i piatti giù pronti, riscaldati al momento; fanno parte del cosiddetto cibo ultra-processato che è una delle cause dei terribili numeri in fatto di obesità, diabete e malattie cardiovascolari degli USA”. Molti dei nostri lettori, dopo un viaggio in aereo, si sentono gonfi e stanchi. L’alimentazione può aiutare? “I lunghi viaggi in aereo comportano una riduzione della velocità del flusso sanguigno nelle vene degli arti inferiori – con rischio di trombosi – soprattutto nelle persone anziane e in quelle obese o in sovrappeso. L’alimentazione è fondamentale per la prevenzione di quasi tutte le malattie; con un’alimentazione adeguata, inoltre, possiamo migliorare qualsiasi quadro patologico. Nel caso del rientro a casa dopo un periodo di vacanza può essere utile privilegiare soprattutto cibi anti-infiammatori, come verdure, cereali integrali, legumi e olio d’oliva, limitando fortemente carni e salumi, farine raffinate e formaggi e tutto il cosiddetto cibo-spazzatura, ricco di sale, grassi e zuccheri raffinati. Poi, torniamo pure alle nostre abitudini, ricordando che nessun cibo di per sé è dannoso o miracoloso, ma semplicemente più o meno protettivo. In un momento di proposte dietetiche senza alcuna base scientifica – la dieta Lemme, la dieta Life 120 di Panzironi e tante altre – il nostro modello mediterraneo si distingue perché non mette al bando nessun cibo, proponendo convivialità, attività fisica e un’alimentazione equilibrata, su base vegetale e con prodotti del territorio da cucinare”. (8-2019)
Intolleranze alimentari
Le intolleranze alimentari sono reazioni avverse al cibo basate su meccanismi molto diversi dalle allergie alimentari; per prima cosa, si presentano solo a partire da una certa quantità di alimento (meccanismo dose-dipendente); inoltre, non è mai coinvolto il sistema immunitario (anticorpi); infine, non sono condizioni permanenti, possono essere presenti per alcuni mesi, sparire e poi ripresentarsi. I sintomi sono per lo più di tipo intestinale (dolore addominale, meteorismo, nausea, vomito) e sono legati alla quantità dell’alimento assunto (mentre nel caso delle allergie anche piccole quantità di cibo possono comportare sintomi importanti). Il 15 – 20% della popolazione riferisce di avere un’intolleranza alimentare, ma – se si approfondisce il problema – il dato cala sensibilmente. L’intolleranza al lattosio riguarda buona parte della popolazione mondiale ed è dovuta alla mancanza dell’enzima (deficit di lattasi) che spezza il latte nei suoi due zuccheri (glucosio e galattosio); la diagnosi viene fatta in modo molto semplice, con il test del respiro all’idrogeno (Breath test); se è positiva, bisogna fare attenzione a latte, formaggi freschi, panna, gelati, cioccolato, prodotti con burro e margarine; pochi problemi, invece, con yogurt e formaggi stagionati, come il parmigiano. L’intolleranza a fruttosio e sorbitolo riguarda zuccheri semplici contenuti in frutta, zucchero da tavola e sciroppo di fruttosio da amido modificato (HFCS, presente in moltissimo cibo spazzatura); si tratta di un malassorbimento abbastanza comune e non va confuso con la rara intolleranza ereditaria al fruttosio; la diagnosi è semplice e va fatta con il Breath test, la terapia consiste nell’evitare – per almeno 3 settimane – tutti i cibi contenenti elevate quantità di fruttosio, limitando il consumo di frutta e di alcune verdure; nel periodo estivo attenzione in particolare a pere, pesche, susine e ciliegie; se le cose migliorano, si reintroducono gradualmente gli alimenti vegetali eliminati, fino a trovare le quantità di frutta e verdura che possiamo mangiare senza eccessivi problemi; il discorso, naturalmente, non vale per il cibo spazzatura: dato che fa ingrassare e stimola gli stati infiammatori, prima ce ne liberiamo, meglio è. Il favismo è la terza importante intolleranza alimentare, dato che riguarda circa 400 milioni di persone; la malattia nasce dall’assenza di un enzima (la glucosio-6-fosfato-deidrogenasi), senza il quale diventa pericoloso consumare fave, piselli e alcuni farmaci, per il rischio di gravi anemie. Le zone in cui il favismo è molto diffuso – oggi in Italia soprattutto la Sardegna – sono le stesse in cui il protozoo responsabile della malaria (il plasmodium falciparum) era diffuso in nel passato, o lo è tuttora, perché i globuli rossi malati degli individui affetti da favismo sono relativamente resistenti alla sua infezione e venivano, quindi, per questo motivo selezionati. Un’importante reazione avversa al cibo riguarda, infine, il nichel, un metallo che può penetrare lo strato corneo della pelle e legarsi a proteine della pelle, producendo in alcuni soggetti una reazione immunitaria di tipo ritardato che causa la dermatite da contatto; anche alcuni alimenti ricchi in nichel possono dare una reazione allergica, in particolare frutta secca, legumi, cioccolato, tè verde, verdure, grano o riso integrali, con sintomi per lo più cutanei o intestinali; fortunatamente solo poche persone presentano la sindrome sistemica da allergia al nichel (SNAS), nella quale vanno limitati i cibi che possono avere un alto contenuto del metallo; per tutti gli altri soggetti allergici al nichel, prima di togliere alimenti fortemente protettivi – come legumi, cereali integrali e frutta secca – conviene prima verificare la positività ad un test specifico per l’allergia e poi intraprendere una dieta specifica. (nella foto Floris van Dyck, Pièce de banquet del 1622) (7-2019)
Clima, salute e agricoltura
La visione eco-sistemica del mondo ci ricorda ogni giorno che tutto è collegato: l’ecologia e la salute, l’agricoltura e la malnutrizione (in eccesso o in difetto), la ricchezza delle élite e la povertà di milioni di persone. Anche i “venerdì per il futuro” (Fridays for future) di Greta Thunberg vanno in questa direzione: i milioni di giovani che manifestano in tutto il mondo – Italia compresa – chiedono una nuova visione del mondo, una nuova economia e una nuova società, per combattere la crisi climatica in atto. Chi scende in piazza per il proprio futuro – legato indissolubilmente al clima dei prossimi decenni – chiede di fatto anche una nuova agricoltura. L’agricoltura è il settore primario di ogni economia, perché fornisce alla nostra specie – sotto forma di cibo – l’energia indispensabile a tutte le funzioni vitali. Se “il destino delle nazioni dipende dal modo in cui si nutrono” (J. A. Breillat-Savarin), il futuro della Terra è strettamente legato alle scelte più o meno sostenibili delle agricolture nazionali. L’agricoltura italiana in questo senso vanta diversi primati che non tutti conoscono. Vediamoli. I gas serra prodotti dall’agricoltura sono principalmente il metano (CH4) e il protossido di azoto (N2O), legati soprattutto alle deiezioni animali, all’uso dei suoli agricoli (con prodotti chimici), alla coltivazione delle risaie e alla combustione dei residui agricoli. L’agricoltura del nostro Paese emette il 46{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di gas serra in meno della media europea; solo la Spagna ha prestazioni simili (+25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} rispetto all’Italia): le agricolture degli altri tre grandi Paesi europei emettono quantità molto maggiori di gas serra (Francia, +91{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, Germania +118{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, Inghilterra, +161{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}). I pesticidi inquinano il terreno e contribuiscono all’effetto serra, essendo prodotti di sintesi, ma molti di loro sono anche un importante rischio per la salute dei contadini e dei consumatori. Ogni anno nel mondo si registrano oltre 26 milioni di casi di avvelenamento da pesticidi con 258.000 vittime (dati OMS). Per i pesticidi, inoltre, non va trascurato il problema legato a incidenti nei luoghi di produzione o di deposito. La tragedia di Bhopal nel 1984, in India, fu provocato dalla fuoriuscita di 40 tonnellate del pesticida Sevin (isocianato di metile) e ha provocato almeno 8.000 morti e 500.000 intossicati. Quattro anni dopo l’incidente alla Farmoplant di Massa Carrara, in Toscana, fece fuoriuscire il pesticida Rogor (dimetoato, fosforganico impiegato nell’olivocoltura) con una nube tossica diffusa per oltre 2.000 chilometri quadrati. Dai dati dell’organismo di controllo europeo (EFSA) l’Italia è risultata avere il minor numero di prodotti agroalimentari con residui di pesticidi in Europa: 1,9{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} contro il 3,8{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della Germania e il 6,4{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, della Spagna, con percentuali molto più alte per i Paesi al di fuori dell’Unione europea. Anche nella produzione da agricoltura biologica l’Italia è leader in Europa con quasi 65.000 produttori biologici, circa il doppio di Spagna e Francia. Con un produzione in costante aumento, la superfice destinata al biologico ha raggiunto circa 1,8 milioni di ettari. Un altro dato incoraggiante della nostra agricoltura è la presenza di giovani. Dopo decenni di abbandono dei campi, la produzione di prodotti agricoli sta diventando un settore trainante dell’economia, capace di attrarre persone giovani: le oltre 55.000 imprese agricole italiane gestite da under 35 sono il numero più alto in Europa e hanno mediamente fatturati più elevati (+75{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) e più occupati (+50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}). L’ultimo aspetto positivo della nostra agricoltura è il forte legame con il territorio e il nostro straordinario patrimonio eno-gastronomico che ci rende il paese con il più alto numero di produzioni certificate in Europa. Sono tutti dati confortanti per chi come me e gli altri 40.000 iscritti a Slow Food si batte da 30 anni per un cibo “buono, pulito e giusto”. Al recente nono congresso di Slow Food Italia di Montecatini Terme si è giustamente deciso di aggiungere un quarto aggettivo al cibo del futuro. Abbiamo, infatti, bisogno di “cibo buono, pulito, giusto e sano”, prodotto da un’agricoltura ecologica capace di assicurare un futuro sostenibile a Greta e alle nuove generazioni. (foto di Massimo Colombo, Il glifosato in Italia, pubblicata su www.lifegate.it)
Bambini, natura e salute
Eugene Pleasants Odum è stato uno dei più influenti biologi del ‘900 per i suoi pionieristici lavori sugli ecosistemi ecologici. Il suo Basic ecology (Basi di ecologia), pubblicato in Italia nel 1983 da Piccin, è stato un testo di riferimento per me e per diverse generazioni di studenti universitari. A Odum dobbiamo la definizione moderna di ecosistema e i suoi lavori – spesso in collaborazione con il fratello Howard – hanno fatto diventare l’approccio eco-sistemico un patrimonio indiscutibile della scienza, dell’ecologia e della biologia. Da diversi anni la salute umana e la salute degli ecosistemi – di cui facciamo parte – non vengono più trattate separatamente, dato che gli ecosistemi sono a tutti gli effetti uno dei più importanti determinanti di salute. Si è andata, pertanto, progressivamente affermando una definizione eco-sistemica di salute che enfatizza gli effetti diretti di ecosistemi in salute, come le aree verdi cittadine, sulla salute umana. Per quanto riguarda i bambini l’importanza del rapporto con la natura è talmente rilevante che da alcuni anni esiste una specifica condizione – definita disturbo da deficit di natura (DDN) – caratterizzata da una serie di segnali fisici e psichici legati alla mancanza di ore all’aperto. Un grande contributo mediatico al tema natura-bambini l’ha dato sicuramente il giornalista statunitense Richard Louv, nel suo vendutissimo libro del 2005 Last chid in the woods (L’ultimo bambino nei boschi, 2006, Rizzoli), nel quale rilevava nei bambini statunitensi urbanizzati un ridotto uso dei sensi, problemi di attenzione, disturbi fisici ed emotivi. Con una storia di almeno 2,5 milioni di anni del nostro genere Homo, ininterrottamente a contatto con l’ambiente naturale, non è difficile capire il motivo per cui le aree verdi urbane siano così importanti per il benessere e la salute di adulti e bambini. Il primo impatto positivo di spazi verdi in città è legato all’attività fisica: la possibilità di passeggiare nel verde è un potente farmaco senza effetti collaterali per bambini, adulti e anziani, capace di produrre miglioramento della salute fisica anche a livello epigenetico. Il secondo aspetto è legato alla coesione sociale (e, indirettamente, al tema della sicurezza delle città): disporre di spazi verdi comuni – senza auto – facilita rapporti di vicinanza e collaborazione, stimola attività ricreative e sportive, individuali o collettive. Il terzo beneficio è quello sulla salute mentale con la riduzione dell’inquinamento acustico (ma anche visivo), una minor sensazione di affollamento e una minor incidenza di depressione e ansia. L’ultimo fondamentale aspetto è legato alla salute fisica: la presenza di aree verdi nel raggio di un chilometro da dove si vive produce dimostrati effetti salutari sulle malattie cardiovascolari, muscolo-scheletriche, respiratorie, neurologiche e digestive, aumenta le difese immunitarie e diminuisce obesità, pressione arteriosa, frequenza cardiaca e livelli di cortisolo (il principale ormone associato allo stress e agli stati infiammatori). Il disturbo da deficit di natura dei bambini che vivono con scarso o nullo contatto con la natura, quindi, porta a conseguenze importanti sul piano fisico e psichico. Tra le evidenze fisiche sono state segnalate l’obesità, la carenza di vitamina D, la miopia e le allergie. Il sistema di sorveglianza nutrizionale di OKkio alla Salute rileva che i nostri bambini presentano percentuali di obesità e sovrappeso – sia pur in diminuzione – tra le più alte d’Europa e un’eccessiva sedentarietà. La carenza di vitamina D riguarda dal 50 al 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei bambini italiani ed è legata a scarsa esposizione al sole e a stili di vita errati; i nostri bambini, inoltre, risultano sempre più deboli e meno muscolosi del passato, con ridotta coordinazione e controllo motorio. Passare troppe ore in casa – spesso davanti a schermi – non aiuta la vista; con soli 80’ di attività all’aperto, è possibile diminuire del 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} la miopia dei bambini. In campagna, infine, il sistema immunitario dei bambini è più sviluppato e si riscontrano meno allergie. Tra le evidenze psichiche del disturbo da deficit di natura ci sono il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD), le videodipendenza, l’ansia e la depressione, l’insicurezza e una minor capacità di valutare i rischi. Le videodipendenze sono sempre più diffuse nelle nuove generazioni; negli Stati Uniti si è arrivati a 8 ore quotidiane di schermi per i bambini e addirittura a 11 per gli adolescenti; nelle videodipendenze si rileva un minor rendimento scolastico e modifiche cerebrali al “sistema della ricompensa”, come nei tossicodipendenti (Turel et al, 2014). Un aspetto da non trascurare è la possibilità per i bambini di crearsi negli spazi verdi nascondigli per la loro privacy, lontano dagli sguardi adulti; i bambini che vivono in spazi sovraffollati o in luoghi di cura presentano maggior aggressività e maggiori livelli di ansia e iperattività. In conclusione, la natura è fondamentale per la salute e lo sviluppo dei bambini. L’OMS ha detto nel 2015 che “Spazi verdi e promoventi la complessità biologica e stimolando l’attività fisica sono benefici per la salute e il benessere umano”. Invece di inutili integratori, Richrad Louv ha invitato tutti a prescrivere ai nostri bambini la Vitamina N, intesa non come acido alfa-lipoico ma come natura. (nella foto la copertina del libro di R. Louv, Vitamin N)
Allergie alimentari
Allergie alimentari e reazioni avverse al cibo sembrano essere sempre più diffuse. Il cibo che quotidianamente mangiamo, infatti, può avere conseguenze spiacevoli in alcune persone; in medicina si parla di reazioni avverse al cibo, distinguendo tra allergie e intolleranze alimentari. La parola allergia deriva dal greco allos, diverso: nelle reazioni allergiche, infatti, ogni persona reagisce in modo diverso, con sintomi più o meno gravi, dall’orticaria allo shock anafilattico. Un italiano su cinque (il 20%) pensa di avere allergie o intolleranze alimentari; in realtà, le allergie effettivamente diagnosticate riguardano il 3-4% della popolazione adulta; la frequenza delle allergie è maggiore nei primi tre anni di vita (6-8%), ma fortunatamente solo il 15 % dei bambini allergici mantiene l’allergia anche in età adulta. La diffusione delle diverse reazioni avverse al cibo sono legate alle abitudini alimentari regionali. In Italia le più comuni sono nei confronti di latte, grano e uova; negli Stati Uniti riguardano le arachidi, nei paesi scandinavi il pesce. Anche se in teoria le reazioni allergiche possono avvenire contro qualsiasi cibo, il 90% delle allergie alimentari in Italia sono rivolte verso pochi alimenti: latte e uova, grano nei bambini, pesci, crostacei, molluschi, frutta secca e fresca negli adulti. Dal punto di vista biologico possiamo definire le allergie delle risposte eccessive del sistema immunitario nei confronti di proteine – dette allergeni – innocue per la popolazione in generale; le allergie sono sempre reazioni dose-indipendenti, dato che è sufficiente una quantità minima dell’allergene proteico per scatenare la reazione allergica (vedremo che il discorso cambia completamente con le intolleranze). Nelle reazioni allergiche sono coinvolte un gruppo di immunoglobuline (dette IgE), anticorpi specifici della reazione allergica che reagiscono con gli allergeni dando inizio ai sintomi. I sintomi dell’allergia si possono presentare 2 o 3 minuti dopo l’assunzione dell’alimento o in tempi più lunghi (dai 30 ai 120 minuti); in molti casi i sintomi sono lievi, limitandosi a prurito e maculo-papule a del cavo orale; nei casi più gravi può presentarsi l’anafilassi, una reazione sistemica grave con possibile rischio per la vita; altri sintomi caratteristici sono: rossori e gonfiori cutanei improvvisi, orticaria, gonfiore di labbra, viso o gola, nausea, vomito, crampi, diarrea, respiro sibilante, vertigini, cali di pressione (ipotensione), anche con perdita improvvisa di coscienza. Un importante aspetto protettivo nei confronti delle allergie è legato all’allattamento materno. L’allattamento esclusivo al seno nei primi 6 mesi di vita presenta molti vantaggi sia per il bambino sia per la mamma, di tipo nutrizionale, ma anche di tipo immunitario, In particolare protegge il bambino allattato da infezioni respiratorie e asma e riduce il rischio di sviluppare allergie. Per identificare le allergie alimentari abbiano tre test: i test cutanei (Prick test), prelievi del sangue che misurano la presenza di anticorpi specifici per gli alimenti (RAST) e test di stimolo con alimenti, da effettuare solo in ambiente ospedaliero. Abbiamo visto che le allergie sono legate a particolari proteine presenti nei cibi; le stesse proteine sono a volte presenti anche nei pollini di alcune piante. Si parla allora di reazione allergiche crociate: chi è allergico al polline di betulla dovrebbe escludere anche mele e nocciole che hanno proteine uguali; in realtà, solo una parte delle persone allergiche al polline di betulla ha anche allergia a mele e nocciole. Dato che l’allergia è una condizione che rimane per tutta la vita, conviene valutare caso per caso le possibili reazioni crociate; in caso contrario, si limitano molto le scelte alimentari, senza reali vantaggi. (6-2019)
Malattie infettive e droghe
Quasi trenta anni di attività come Responsabile sanitario di una comunità terapeutica per la riabilitazione delle persone tossicodipendenti mi hanno offerto un quadro significativo dei vari aspetti della salute fisica nelle persone con problemi di dipendenza, spaziando dalle patologie infettive alle cure odontoiatriche, dai disturbi del comportamento alimentare alle infezioni opportunistiche e ad altre malattie ricorrenti in questa particolare fascia di popolazione. Per le persone ospiti delle comunità alcune malattie infettive – prima l’epatite B e le infezione da HIV/AIDS, poi soprattutto l’epatite C – sono state sicuramente il principale problema di salute. Per l’epatite B in un periodo di critica ai vaccini e alle vaccinazioni obbligatorie va ricordato il grande impatto positivo dell’introduzione in Italia nel 1991 della vaccinazione universale obbligatoria anti-epatite B per tutti i nuovi nati e per i dodicenni; dai 12 casi per 100.000 abitanti del 1985 siamo arrivati oggi a circa 1,5 casi; 25 anni fa una malattie croniche su due del fegato era legata all’epatite B oggi sono solo una su otto (il 13{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}); sarebbe un errore, però, abbassare la guardia per una malattia che si diffonde facilmente con i rapporti sessuali non protetti e della quale si contano quasi 5 milioni di persone con infezione cronica in Europa – soprattutto nei paesi orientali – e più di 250 milioni nel mondo. Anche per le infezioni da HIV (sieropositività e AIDS) gli anni 2000 hanno portato positivi cambiamenti legati all’arrivo di nuovi farmaci più efficaci e molto meno tossici e alla riduzione del ricorso all’eroina endovena come droga primaria. Questo nuovo quadro ha migliorato la qualità della vita delle persone con l’HIV, portando l’aspettativa di vita delle persone sieropositive a livelli paragonabili a quella della popolazione generale. Anche se non abbiamo ancora farmaci in grado di eliminare una volta per tutte il virus HIV dall’organismo, oggi la sieropositività – opportunamente trattata – è diventata un’infezione cronica, che lascia spazio a progetti di vita personali, lavorativi e familiari, compreso quello di diventare genitori. Per la terza malattia infettiva – l’epatite C – le Regioni italiane hanno dato inizialmente le nuove efficacissime terapie ai pazienti più a rischio; le altre decine di migliaia di pazienti con la diagnosi conclamata – tra cui molti nostri ospiti – hanno iniziato ad essere curati – tutti con successo – o a entrare nelle liste di chi riceverà il trattamento. In definitiva, negli ultimi 30 anni abbiamo assistito a un calo progressivo dell’incidenza dell’epatite A e, ancor di più, delle epatiti B, C e Delta; l’unica forma di epatite in aumento è l’epatite E (nella foto), vera e propria malattia emergente, con un aumento del numero di casi non legati a viaggi in aree endemiche. (6-2019)
MMG e motivazione al cambiamento (Luciana Cacciotti)
La comunicazione tra ilmedico e il paziente è fortemente slivellata. Saper comunicare non è una dote innata, si impara, così come si impara ad essere empatici, senza interpretare le parole del paziente, senza sostituirsi a lui nelle scelte, ma orientandolo in un percorso di consapevolezza. Ciascuna persona fa parte di un sistema (quasi sempre la famiglia) in cui gli elementi (le persone) sono fortemente connessi tra loro in modo che la modificazione di un elemento produrrà cambiamenti anche negli altri. In generale, i sistemi umani hanno due caratteristiche importanti. Innanzitutto, funzionano su regole che difficilmente vengono espresse. In secondo luogo, hanno dei ruoli quasi mai evidenti (in una famiglia, infatti, il leader può essere chiunque). Noi siamo all’oscuro di tutto. Appare, pertanto, indispensabile la massima cautela, nel momento in cui proponiamo un cambiamento dello stile di vita. Le prescrizioni e le richieste di cambiamento dello stile di vita sono, di fatto, irruzioni nella vita del paziente. I pazienti percepiscono l’intervento del professionista sanitario come una limitazione della loro libertà. E’ importante ricordare che spingere troppo in senso prescrittivo può provocare blocchi comunicativi. Dobbiamo anche avere consapevolezza di quanto costi rinunciare ad abitudini consolidatesi nel tempo. Nella motivazione della disassuefazione al fumo è molto utilizzata la “ruota di Prochaska-Di Clemente”, articolata in cinque fasi. Nella fase pre-contemplativa manca nel paziente l’idea della cessazione del fumo; bisogna, però, esplorare la possibilità di parlarne; si possono utilizzare i minimal advice, colloqui di 3-4 minuti per prospettare i vantaggi del cambiamento e per sapere se il paziente ha mai preso in considerazione l’idea di smettere di fumare. Va anche valutato il rischio di reattanza (meccanismo di difesa strenua delle proprie abitudini, quando la persona sente minacciata la propria libertà). Importante in questa fase la bilancia motivazionale, per valutare i pro e i contro del cambiamento. Bisogna, comunque, lasciare al paziente il tempo di pensare al cambiamento. La fase contemplativa è la fase più difficile: il paziente prende in considerazione di smettere di fumare, ma non prende alcun impegno. In questa fase è necessario solo il rinforzo legato ai vantaggi del cambiamento, incoraggiando il paziente a prendere seriamente in considerazione la cessazione del fumo. Come cambiare quando si pensa di non averne le capacità? Spostando la percezione dell’ostacolo dalla volontà alla decisionalità. “Lei può decidere di non smettere…”. Nelle fasi di determinazione e azione il paziente comincia a programmare il cambiamento. Il MMG può aiutarlo ad esplorare le sue risorse senza essere direttivo ed è importante valutare le situazioni rischiose, prevedendo strategie di compensazione. Nell’ultima fase di mantenimento, infine, il paziente va aiutato a consolidare il cambiamento. Il MMG dovrebbe essere disponibile a colloqui che rafforzino la scelta compiuta e va valutata la possibilità dell’ausilio farmacologico in caso di insonnia, senza trascurare il possibile aumento ponderale Tre testi per approfondire. Mauro Doglio, “Parlare per tutti” (2004, Lupetti): Giorgio Bert e Silvana Quadrino, “Medicina narrativa. Storie e parole nella relazione di cura” (2007, Dati); Biagio Tinghino, “Stili di vita e tabagismo” (2012, Il Pensiero Scientifico Editore) (6-2019)
Mercato del cibo per Stefano Liberti
“Pochi grandi gruppi controllano la produzione, la commercializzazione e la distribuzione del cibo che mangiamo. Queste industrie trattano il cibo come se fosse un giacimento di petrolio. Si cerca di produrre il più possibile al minor costo possibile, a scapito della qualità degli alimenti, dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori che operano nella catena alimentare”. “La carne di maiale è un caso emblematico, utile a comprendere come funziona l’intero sistema. La filiera si alimenta di una serie di esternalità negative come l’inquinamento, il consumo di suolo e via dicendo, che vengono scaricate sulla comunità intera, ma non sul prezzo che paghiamo al supermercato” “Cosa succede quando un miliardo e mezzo di cinesi decide di emulare i modelli alimentari occidentali, con consumi di proteine animali molto elevati, replicando un modello che già di per sé è insostenibile? “Una filiera che, nelle varie tappe, si compone dell’allevamento intensivo dei maiali stipati nei capannoni, delle grandi monocolture, sviluppate principalmente in Sud America, per poterli nutrire. È qui che troviamo i mangimi, prodotti con mais e soia che, in particolare, viene prodotta in spaventose distese che stanno portando al disboscamento di intere aree del Mato Grosso e della Foresta Amazzonica” “Quando mangiamo il Prosciutto di Parma DOP, questo è prodotto da maiali alimentati con la soia che con ogni probabilità arriva dal Sud America. E quindi, non soltanto ha fatto migliaia di km per poter arrivare in Italia (con l’inquinamento che ne consegue), ma ha anche indirettamente portato ad una devastazione dell’ambiente che si ripercuote su tutto il pianeta”. “Credo che sia necessario, nel medio periodo, rivedere tutto il sistema alimentare. L’attuale modello di produzione e di consumo non è più sostenibile, soprattutto in seguito all’aumento del consumo di proteine animali in paesi largamente popolati, come la Cina. In Cina vivono 700 milioni di suini, uno ogni due abitanti. Si tratta della metà della popolazione complessiva mondiale di maiali”. “Nella Mesopotamia, allevamento e agricoltura consistevano in una forma di economia circolare in cui non si buttava nulla e il letame prodotto dagli animali era un prezioso fertilizzante per il terreno”. “L’alleanza tra grandi gruppi alimentari e fondi finanziari ha portato allo sviluppo di quelle che definisco aziende-locusta: gruppi interessati a produrre su larga scala al minor costo possibile, che stabiliscono con l’ambiente e con i mezzi di produzione – la terra, l’acqua, gli animali d’allevamento – un rapporto puramente estrattivo. Tali ditte hanno come unico orizzonte il profitto, nel più breve tempo possibile. E sfruttano le risorse in modo intensivo, fino al loro totale dissipamento; esaurite le capacità di un luogo, passano oltre, proprio come uno sciame di locuste” “Il mercato del cibo è gestito da pochi grandi gruppi. Pochi conoscono la Cargill, ditta che commercializza soia, cereali e molti prodotti alimentari di base da una parte all’altra del pianeta. Eppure Cargill ha un fatturato che è cinque volte quello di McDondald’s e quattro volte il PIL della Bolivia. Negli ultimi anni, questi gruppi sono cresciuti fagocitando grazie alle loro economie di scala i piccoli e medi attori della filiera. E ormai controllano il mercato alimentare, orientando i nostri gusti e definendo il sapore di quello che mangiamo”. “Penso che gli scioperi per il clima in tutta Europa, in tutto il mondo e finalmente anche in Italia, siano una delle cose più interessanti che stanno succedendo nell’ultimo periodo. Le nuove generazioni stanno dimostrando una sensibilità maggiore rispetto a chi prende le decisioni a proposito del cambiamento climatico, tra le cui cause c’è anche un certo modello di produzione alimentare “. (dall’intervista a Stefano Liberti di Antonella Caporale, The Bottom Up, 12-3-2019) (nella foto um pubblicità del nuovo documentario di Stefano Liberti ed Enrico Parenti, Soyalism)
Educazione sessuale e contraccettivi: il ritardo dell’Italia
In Italia manca una legge sull’educazione sessuale nelle scuole. Manca da 44 anni. Siamo in compagnia di Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Spagna e Romania. Nel resto dell’Europa bambini e adolescenti affrontano il tema della sessualità e dell’affettività, già a partire dall’infanzia. La Svezia ha reso obbligatoria l’educazione sessuale a scuola nel 1955; la Gran Bretagna un anno fa; noi ancora siamo in attesa dopo 44 anni: nel 1975 abbiamo avuto la prima proposta di legge, nel 2015 l’ultima, ma sempre senza alcun risultato. Tutto è lasciato all’autonomia delle scuole; io stesso – nel biennio 2003-2004 – ho proposto, insieme ad altri colleghi della Medi.Ter, un corso integrato di educazione sessuale nelle scuole del Lazio. L’esperienza è stata sicuramente positiva, ma interventi così sporadici non affrontano il problema alla radice. Lacune così rilevanti nella formazione dei giovani hanno un peso non trascurabile nei comportamenti, dato che – in mancanza di educazione sessuale scolastica – molti adolescenti si rivolgono a Internet, siti pornografici compresi. Ecco qualche dato per riflettere. Innanzitutto, da diversi anni le vendite di profilattici sono in calo; solo un italiano su cinque usa il preservativo, e non sempre; per oltre il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle ragazze sotto i 25 anni la prima esperienza sessuale viene fatta senza nessun contraccettivo (dati della Società italiana di Ginecologia e Ostetricia). Eppure il preservativo rimane l’unico contraccettivo in grado di proteggere anche dalle malattie sessualmente trasmissibili (MST), con una sicurezza intorno al 97{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. In Italia – negli ultimi 15 anni – sono aumentate le principali infezioni legate al sesso. I casi di sifilide sono aumentati di 4 volte, quelli di gonorrea di 2 volte; sono in forte aumento anche le infezioni di clamidia, raddoppiate negli ultimi 7-8 anni, e i condilomi ano-genitali dovuti ad alcuni tipi di virus, triplicati negli ultimi 15 anni. Del resto, qualsiasi rapporto vaginale, anale e orale non protetto – al di fuori dei rapporti di coppia – è potenzialmente pericoloso per contrarre una delle oltre 20 malattie sessuali legate a batteri, virus, funghi e parassiti. Anche l’infezione da HIV rientra in questo gruppo di malattie; l’epidemia è ancora in pieno svolgimento, dato che in Italia continuiamo ad avere circa 3.700 nuove diagnosi l’anno, quasi tutte (84{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) attribuibili a rapporti sessuali non protetti. Si sta pericolosamente abbassando la guardia per una malattia che nel nostro Paese riguarda almeno circa 130.000 persone, 15.000 delle quali ancora inconsapevoli della propria condizione di sieropositività. Per tutto questo, un gruppo di ginecologi ha lanciato una grande petizione nazionale per la “contraccezione gratuita” sulla piattaforma www.change.org/ Da tre anni in Italia tutti i prodotti contraccettivi sono a pagamento, dopo che nel luglio del 2016 le ultime pillole anticoncezionali sono passate dalla fascia A alla fascia C; questa disposizione ha ridotto ulteriormente il già scarso utilizzo di anticoncezionali nel nostro Paese (intorno al 16{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), in particolare tra le categorie più a rischio, ovvero le giovanissime. Solo in Emilia Romagna tutti gli under 26 residenti e registrati presso un medico di famiglia nella regione possono avere anticoncezionali gratis presso i consultori: preservativi, maschili e femminili, spirali, pillola, anello, impianti sottocutanei e contraccezione d’emergenza (pillola del giorno dopo). Qualcuno ha fatto notare il paradosso di un Paese che prevede un’interruzione di gravidanza gratuita, ma la pillola anticoncezionale a pagamento. Resta il fatto che in Italia manca l’educazione sessuale nelle scuole, e preservativi e pillola sono una spesa che non tutti – adolescenti in primis – si possono permettere. Chiudiamo, allora, con le recenti parole di Papa Francesco, che – come fa spesso – ha spiazzato tutti dicendo una cosa molto semplice e rivoluzionaria: “Nelle scuole bisogna fare educazione sessuale. Il sesso è un dono di Dio. Non è un mostro”. (nella foto Leon Frederic, L’età dell’oro, il mattino, 1901)