Nutrizione e fertilità hanno legami molto stretti e vanno sempre più considerati nei Paesi – come il nostro – con la tendenza costante al calo della natalità. In Italia, infatti, nascono sempre meno bambini e i dati relativi al 2017 confermano questa tendenza. Oggi i problemi di infertilità riguardano circa il 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle coppie del nostro Paese, il doppio di 20 anni fa. Ogni anno più di 100.000 persone si rivolgano ai centri specializzati per i problemi di fertilità; il problema riguarda nel 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi le donne, nel 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi gli uomini, nel 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi la coppia. Da molti anni si cerca di fronteggiare i cosiddetti esiti avversi della riproduzione legate a problemi di fertilità, aborti spontanei e gestosi. Nelle 28 raccomandazioni in proposito molte riguardano gli stili di vita e l’alimentazione. I principali fattori di rischio per la fertilità femminile – oltre l’endometriosi – sono sicuramente fumo, alcol e obesità. Sovrappeso e obesità, infatti, provocano un aumento dei parti cesarei, del diabete gestazionale, di pesi alla nascita superiore ai 4 kg (macrosomia) e della gestosi. Per gli uomini l’assenza di spermatozoi nel liquido seminale e il varicocele (un’alterazione patologica delle vene del testicolo) danno un notevole contributo ai casi di infertilità, ma pesano tanto anche gli stili di vita poco sani: alimentazione squilibrata, sedentarietà, alcol, droghe e fumo (che da solo causa la riduzione del 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di spermatozoi). Negli ultimi 50 anni il numero degli spermatozoi maschili si è dimezzato, anche per effetto dell’inquinamento legato a molte sostanze chimiche, tra cui i bisfenoli della plastica delle bottiglie d’acqua. Che fare, allora? Un recente studio spagnolo – pubblicato sul Journal of Nutrition – ha seguito per 3 anni 17.000 donne e 11.000 uomini della fascia di età 29-65 anni: chi ha seguito la dieta mediterranea non ha avuto aumenti di peso. In altri studi si è visto che con la dieta mediterranea si ha la riduzione (del 50-70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) dei difetti congeniti (labbro leporino, spina bifida) dei nascituri, un miglioramento della fecondazione assistita e minori disturbi ovulatori. Per molti aspetti, pertanto, questo modello alimentare costituisce una sorta di dieta della fertilità (fertility diet). Ricordiamone i punti salienti: almeno il 55{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle calorie da carboidrati di buona qualità (cereali integrali e legumi), il 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dalle proteine (con equilibrio tra proteine animali e vegetali) e il 25-30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dai grassi. Per questi ultimi non più del 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di grassi saturi, niente grassi trans e colesterolo sotto i 200 mg giornalieri; inoltre, pochissimi zuccheri aggiunti (meno del 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), sale ridotto (massimo 1,5 grammi) e almeno 25 grammi di fibre. I vantaggi della dieta mediterranea per le donne in gravidanza sono legati, soprattutto, all’apporto di acido folico (vitamina B 9), una vitamina ben studiata già dagli anni ’80. Con apporti adeguati di questa vitamina si riduce il rischio di spina bifida, difetti cardiaci, labbro leporino (labio-schisi), autismo e alcuni tumori infantili. Per questo motivo nei LARN 2014 viene proposta una prevenzione primaria a tutte le donne in età fertile: 400 mg al giorno di acido folico – l’unico integratore davvero utile – e un’alimentazione con agrumi e kiwi, bieta e spinaci, crucifere e legumi, tutti alimenti ricchi di acido folico.
Calcio femminile, uno sport in ascesa
I Mondiali di calcio del 2015 in Canada e le Olimpiadi di Rio De Janeiro del 2016 hanno testimoniato l’eccezionale seguito che il calcio femminile riscuote nel mondo, con protagoniste assolute statunitensi e tedesche; con circa un milione mezzo di praticanti le ragazze USA sono sempre arrivate alle semifinali nei 7 mondiali e nei 6 tornei olimpici disputati, con l’eccezione di Rio, vincendo tre Mondiali e 4 Olimpiadi; per la Germania, invece, vittorie in due Mondiali e una Olimpiade; ai vertici sono arrivate anche Norvegia (un Mondiale e una Olimpiade) e Giappone (1 mondiale); tra le squadre arrivate a finali mondiali o olimpiche ci sono Brasile (3 volte), Svezia (2 volte) e Cina (2 volte); completano il quadro delle grandi scuole mondiali Inghilterra, Francia e Canada. Se ci riferiamo solo all’Europa, possiamo aggiungere Danimarca, Olanda (campione uscente) e la nostra Italia, 5 volte tra le prime 4 e due volte finalista (nel 1993 e nel 1997, battute da Norvegia e Germania). Nei paesi del Nord Europa l’attenzione che viene data al calcio femminile è notevole. Televisioni, giornali e internet garantiscono un’ampia copertura e il seguito di pubblico negli stadi è buono. In Germania il numero delle tesserate ha raggiunto il milione, in Canada 350.000, in Francia 90.000, in Inghilterra 80.000; si tratta di paesi in cui la partecipazione delle donne al lavoro è molto alta. Nella Champions League femminile le ultime 10 finali hanno sempre visto in campo, con due sole eccezioni, squadre tedesche o francesi. In Italia il calcio femminile è rimasto per anni relegato ai margini, con una scarsissima visibilità da parte dei media; le atlete tesserate con la FIGC sono appena 11.000; si arriva a 24.0000, con l’aggiunta del settore giovanile e scolastico e degli enti di promozione sportiva. Qualcosa, però, sta cambiando. La Nazionale Femminile si è qualificata per la Mondiali del 2019 in Francia (vedi foto), 20 anni dopo l’ultima esperienza delle azzurre ai Mondiali degli USA. Da quest’anno, inoltre, la Divisione Calcio Femminile fa parte ufficialmente della FIGC, che ha organizzato i campionati di Serie A e di Serie B. Nella Serie A, infine, le ricchissime società professionistiche maschili hanno iniziato a organizzare una squadra femminile. Così, lo scudetto 2016-17 è andato alla Fiorentina Women; l’anno seguente alla Juventus Women, alla sua prima esperienza in Serie A; quest’anno bis per la Juventus W, con titolo assegnato all’ultima giornata su Fiorentina W e Milan W; anche Roma, Chievo e Sassuolo hanno acquisito i diritti per entrare a far parte della Serie A. Buoni segnali, ma tutto era cominciato 50 anni fa. Il 1968 non era stato un anno come gli altri. In Italia il terremoto del Belice in Sicilia aveva fatto quasi 400 morti; a Roma a Valle Giulia erano iniziati gli scontri tra studenti e polizia. Il sessantotto fu l’anno del Maggio francese, dell’assassinio di Robert Kennedy e di Martin Luther King, della Primavera di Praga dell’invasione sovietica, delle lotte antirazziste e della protesta studentesca contro la guerra statunitense in Vietnam. Il 1968 fu anche l’anno zero del calcio femminile italiano, con il primo campionato femminile disputato e vinto dal Genova, 70 anni dopo i primi tre storici scudetti maschili del Genoa (1898, 1899 e 1900). Nei 50 anni successivi la squadra più titolata del calcio femminile sarà una squadra sarda, la Torres di Sassari, con 7 scudetti e 8 Coppe Italia, conquistati in 35 anni di attività (dal 1980 al 2015). Il futuro del calcio femminile l’abbiamo visto il 24 marzo di quest’anno, quando Juventus W e Fiorentina W – prime e seconde in classifica – si sono affrontate allo Juventus Stadium di Torino, davanti a 40.000 spettatori, record di presenze in Italia per una partita di calcio femminile. Sara Gama, ottimo difensore e capitana della Nazionale, nata a Trieste da madre italiana e padre congolese, è il simbolo di uno sport non macchiato dal razzismo e dalla violenza che imperversano nell’ambito maschile. “I cori razzisti a Koulibaly? – ha detto – Nel nostro calcio non succedono cose così. Se non li si argina, questi fenomeni rischiano di diffondersi. C’è intolleranza, crescente. Il razzismo è uno dei virus dell’intolleranza”. “Quando riempi uno stadio così – ha concluso – è un sogno che si avvera” ed è stata la miglior risposta al presidente della Lega Dilettanti che solo tre anni fa, da responsabile del calcio femminile, aveva liquidato l’intero movimento con una infelice e squallida battuta (“basta soldi a 4 lesbiche“). Le 4 lesbiche andranno al Mondiale e tutta l’Italia sportiva tiferà per loro.
Salute e disuguaglianze per Gavino Maciocco
Salute e disuguaglianze sono argomenti ben conosciuti da Gavino Maciocco, medico e docente di politica sanitaria presso l’Università di Firenze, coordinatore del sito web www.saluteinternazionale.info “L’Osservatorio sulla Salute Globale è nato in modo quasi fortuito, nel 2001 a Erice durante un convegno sulle migrazioni e la salute globale; ci fu un incontro tra persone provenienti da diverse aree del Paese e appartenenti a diverse realtà, università e ONG, tra loro anche Giovanni Berlinguer”. “L’influenza delle grandi agenzie internazionali sui processi politici globali che riguardano la salute è vicina allo zero; anche gli Obiettivi del Millennio – Millennium Development Goals – sono stati del tutto disattesi proprio nei Paesi più poveri; la valutazione andrebbe fatta Paese per Paese, per capire cosa sta davvero accadendo. La mia impressione è che, ancora una volta, la sanità sia fortemente condizionata dallo sviluppo economico, ben più che dalle linee guida internazionali, solo laddove l’economia tira, ne beneficia (in parte) anche la sanità”. “In Cina sono ben lontani ancora dal garantire una copertura sanitaria universale, ma negli ultimi anni hanno fatto molti progressi, sul piano per esempio della copertura assicurativa. Il Brasile, invece, fino a tre anni fa ha avuto delle performance sanitarie straordinarie, ora con la crisi sta invece avendo un ritorno indietro terribile, molte conquiste stanno arretrando proprio a causa della crisi economica”. “Mantenere un sistema sanitario poco equo causa problemi sociali seri, e spesso delle vere e proprie rivolte, mentre investire in salute vuol dire investire in economia”. “Ciò che sta accadendo per l’epatite C è emblematico di questa tendenza: in Europa non era mai successo, come invece in Africa, che un farmaco salvavita come il Sofosbuvir fosse razionato, e lo fosse nell’indifferenza totale, a parte i pazienti che lo vivono sulla propria pelle; non c’è una forza politica che si assuma una responsabilità verso questa enorme ingiustizia, tutto sta passando come una cosa normale. Il prezzo è così alto semplicemente perché se il prezzo è alto, restano alte anche le azioni, se il prezzo cala, calano anche le azioni. È una questione semplicemente speculativa. Paesi come l’India, abituata a produrre farmaci generici, hanno preso subito posizione, dicendo che se i prezzi fossero rimasti così elevati avrebbero prodotto il generico, la casa produttrice Gilead ha ceduto, senza nemmeno il bisogno della procedura di licenza obbligatoria che di solito si deve intraprendere in questi casi. Così, in India il trattamento costa 700 euro, da noi 41.000, 74.000 se si acquista in farmacia”. “Mentre nel modello dell’universalismo si prevedeva che tutti dovessero avere una copertura, o di tipo mutualistico o fornita dal Sistema Sanitario Nazionale, questo oggi non è più considerato un principio fondamentale, ma qualcosa che può variare al variare del contesto: se il contesto non è favorevole, per esempio dal punto di vista delle assicurazioni e del mercato, l’accesso alle cure non è più considerato una variabile indipendente”. “Nelle COOP di Firenze, come in Emilia-Romagna, ormai ci sono all’interno ambulatori medici a pagamento, le persone consumano lì prestazioni sanitarie come lì consumano la Coca Cola o qualsiasi altra merce si trovi in un supermercato. Se tutti premono verso questa direzione, se tutti premono verso le assicurazioni integrative, noi avremo un sistema pubblico che si impoverisce progressivamente”. “Le disuguaglianze nell’accesso alle cure si vedono già ora, ma non è nulla rispetto a quello che vedremo tra qualche anno, stante questo trend. Sono processi, questi, che minano alla radice il sistema sanitario, perché è un sistema fatto innanzitutto di risorse umane. L’attenzione della politica a questi processi è davvero scarsa, da noi anche a causa della crisi della sinistra, perché è la sinistra che dovrebbe farsene carico”. “Lavorare sui determinanti sociali implicherebbe cambiamenti decisi: pensiamo alla lotta povertà, che sarebbe fattore cruciale, vediamo forse un qualche serio impegno politico in questa direzione? E l’aumento della povertà ha evidenti ricadute sulle disuguaglianze e sulla salute dei più deboli”. “Non si fanno nemmeno cose apparentemente più semplici, come una seria campagna per ridurre il consumo di tabacco tra i più giovani. Oppure, lo zucchero: l’OMS ha emesso una raccomandazione per ridurre del 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} la percentuale di zucchero nella dieta, il solo Paese che si è opposto è l’Italia, perché dobbiamo difendere gli interessi dei nostri dolciari, Nutella e gli altri. Non credo che ci sia davvero l’intenzione di fare prevenzione e una seria lotta alle disuguaglianze”. (dall’intervista di Susanna Ronconi a Gavino Maciocco del 19/1/2017)
Appello per una scienza al servizio della comunità
“Di recente tutte le forze politiche italiane sono state invitate a sottoscrivere un Patto Trasversale per la Scienza, idealizzata come valore universale. Si tratta di una visione della scienza per certi aspetti condivisibile ma ingenua perché la scienza e gli scienziati agiscono all’interno di sistemi sociali, culturali ed economici che ne condizionano priorità, orientamenti e risultati e di cui è importante essere consapevoli. Proponiamo un modo diverso di intendere la scienza e la medicina e il loro rapporto con la politica e la società civile. 1. La scienza è il luogo dell’incertezza, del dubbio, della curiosità e della ricerca. Solo in parte ciò che in passato è stato scientificamente riconosciuto è tuttora valido. Ciò vale per la fisica, la chimica, la biologia, ma ancor più per la medicina, la cui storia è colma di errori e di verità che si sono dimostrate false. La presunzione rassicurante di conoscere la verità assoluta si addice alle fedi e alle ideologie ma non alla scienza. Il metodo scientifico è il modo migliore fino ad oggi per indagare alcuni aspetti della realtà, ma nei confronti della scienza è bene assumere un atteggiamento di umiltà, di confronto, d’imparzialità e di autonomia, sapendo che l’evoluzione del sapere è la principale garanzia della sua affidabilità. 2. La conoscenza non si esaurisce con la scienza o con il metodo scientifico. Non tutto ciò che ha valore per la vita è scientifico e sarebbe pericoloso affidare ogni decisione alla scienza, identificata come l’assoluto. Ciò sarebbe la fine della medicina, la cui essenza emerge dall’interazione tra due forme ugualmente importanti di conoscenza: il sapere scientifico, di cui è titolare il professionista sanitario, e il sapere che deriva dalla vita, in cui si combinano esperienze, valori, sentimenti, relazioni di cui solo la persona interessata può disporre. La scienza aiuta il cittadino a valutare le opzioni disponibili e a fare previsioni, ma non deve sostituirsi a lui nelle decisioni, nel rispetto delle norme costituzionali e della dottrina del consenso informato. 3. La medicina è una pratica che si avvale di conoscenze scientifiche, ma non solo. Se in medicina impiegassimo solo ciò che è scientificamente provato, dovremmo abbandonare gran parte di ciò che costituisce la pratica clinica corrente, che solo in proporzione minore si basa su valide prove scientifiche. In medicina non basta applicare le migliori conoscenze scientifiche, occorre essere preparati ad affrontare la quota di incertezza che contraddistingue ogni decisione, riconoscendo i limiti del nostro sapere. Attenersi alle conoscenze scientifiche, quando ci sono, è di certo la cosa più sensata, ma spesso non è sufficiente. La medicina basata sulle prove di efficacia chiede di integrare le conoscenze dedotte dalla ricerca con l’esperienza del clinico e i valori dei pazienti. È poi responsabilità di tutti vigilare sulla diffusione di notizie infondate e di pratiche di non comprovata efficacia e dannose, allo scopo di evitarne l’impiego. 4. L’indipendenza della scienza deve essere difesa dagli interessi del mercato. La maggior parte della ricerca biomedica è finanziata dall’industria del farmaco, dei dispositivi sanitari, delle attrezzature biomedicali ed è considerata un investimento commerciale. La speranza di risolvere i problemi di salute è dunque in larga misura riposta sugli interessi dell’industria. Anche questa è scienza, legittima e a volte di alto livello, ma non sempre: la letteratura scientifica è ricca di esempi eloquenti sui rischi associati al mercato della salute. Gli operatori sanitari devono esserne consapevoli e la politica deve vigilare su questo fenomeno, garantendo che l’attività professionale, la ricerca, le linee d’indirizzo, le raccomandazioni, le linee guida siano indipendenti da interessi commerciali. 5. Cosa chiediamo alla politica. L’indipendenza dei medici e degli altri operatori sanitari è un bene prezioso che la politica deve contribuire a preservare creando un ambiente antidogmatico, favorevole al libero dibattito scientifico, trasparente e il più possibile esente da conflitti d’interessi. Nessun ricercatore e nessun operatore sanitario deve aver timore di esporre i propri convincimenti su temi attinenti alla medicina e alla pratica medica, fermo restando che le pratiche da raccomandare sono quelle che in un contesto scientifico in continuo divenire si avvalgono delle migliori prove di efficacia e sicurezza nel tempo. La politica deve assicurare adeguati finanziamenti pubblici per sostenere la ricerca biomedica indipendente da interessi commerciali, basata su priorità dettate dai principali problemi di salute della popolazione, con particolare attenzione alla ricerca comparativa di efficacia, sicurezza e costo-efficacia e alla ricerca sui modi migliori per trasferire nell’operato del personale sanitario le tecnologie e le conoscenze e verificare i risultati ottenuti. La politica ha la responsabilità di favorire la formazione di una cultura della scienza nelle scuole e nelle università, intesa non come dogma, ma come sviluppo di capacità di osservazione critica, ragionamento e corretta interpretazione dei dati, con spirito di umiltà e disponibilità all’ascolto degli altri” (27-3-2019). Rete Sostenibilità e Salute è un insieme di associazioni da anni impegnate per proteggere, promuovere e tutelare la salute, accomunate da una visione complessiva della salute e della sostenibilità; tra i firmatari dell’appello: Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia; Medicina Democratica; Psichiatria Democratica; Slow Food Italia; Slow Medicine; www.sostenibilitaesalute.org
Cibo e umanità in Rigoni Stern
Cibo e umanità, due parole che dovrebbero sempre essere vicine, perché è nella condivisione del cibo che siamo diventati una specie sociale. Davanti a un piatto cucinato le nostre biografie e quelle del nostro gruppo di appartenenza posono avvicinarsi e- spesso – riconoscersi. Cucinare per l’altro – come ricorda Enzo Bianchi ne Il pane di ieri (2008, Einaudi)- è conoscenza, incontro, condivisione. “Che facciamo qui da soli? Non abbiamo quasi più munizioni. Abbiamo perso il collegamento con il capitano. Non abbiamo ordini. Se avessimo almeno munizioni! Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mnié khocetsia iestj [vorrei mangiare], – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. – Spaziba [grazie], – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta [prego], – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco. Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere”. (Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve, 1953)
Fertilità e dieta
Fertilità e dieta. Negli anni 50 un uomo aveva mediamente il doppio degli spermatozoi di oggi. Venti anni fa l’infertilità riguardava una coppia su 14, mentre oggi fare figli è un problema per circa una coppia su sette (15%). Per questi motivi sono sempre di più le coppie che si rivolgano ai centri specializzati dove scoprono che il problema dell’infertilità è equamente suddiviso: nel 40% dei casi riguarda le donne, in un altro 40% riguarda gli uomini, nel restante 20% dei casi entrambi. Che cosa si può fare, allora? Escludendo patologie organiche specifiche – come endometriosi per le donne e varicocele per i maschi – e l’inquinamento ambientale (ad esempio da bisfenoli) gli stili di vita di chi vuole fare figli sono molto importanti e riguardano 4 aspetti principali: uso di alcol, tabacco e droghe; attività fisica; peso corporeo; alimentazione. Per il primo aspetto, ricordiamo che il fumo da solo riduce del 20% gli spermatozoi, mentre l’abuso di alcol concorre all’infertilità di entrambi i sessi; anche la sedentarietà dà il suo contributo ai problemi di concepimento come forte sovrappeso e obesità. Per l’alimentazione molti studi – anche recenti – hanno mostrato la capacità della dieta mediterranea nel ridurre i difetti congeniti dei nascituri, migliorare la fecondazione assistita e diminuire i disturbi dell’ovulazione. Vediamo gli aspetti principali di una possibile dieta per la fertilità di coppia. Almeno il 55% delle calorie giornaliere deve provenire da carboidrati di buona qualità, ovvero da pasta, riso e pane integrale, limitando fortemente gli zuccheri raffinati e aggiunti (massimo 5%) che stimolano molto la produzione di insulina e gli aumenti rapidi di glicemia, due meccanismi che possono interferire con la riproduzione. Le proteine dovrebbero fornire il 15% delle calorie, con equilibrio tra proteine animali e vegetali; si tratta semplicemente di mangiare tutti gli alimenti proteici, in particolare i legumi, fonti di proteine vegetali e di zinco, utile al concepimento e alla salute degli ovuli; nella dieta della fertilità è fondamentale il pescato per l’apporto di zinco e per gli omega-3, utili alle gonadi e allo sviluppo del feto; importanti anche carni magre e uova di qualità, come fonti di proteine, zinco e ferro. Chi vuole concepire figli ha bisogno, inoltre, di un 25-30% di energia proveniente dai grassi, con la raccomandazione di limitare (al 10%) i grassi saturi, e di evitare i grassi idrogenati trans; traducendo in alimenti: a tavola sempre olio extravergine di oliva per condire e niente oli di frittura, snack salati e simili. Il sale non va tolto, ma ridotto; importantissime le fibre, almeno 25 grammi al giorno da verdure e frutta di stagione (con la buccia, se biologica). Infine, servono due importanti vitamine del gruppo B. La prima è la vitamina B 6 (piridossina), importante per ridurre nausea e vomito dei primi mesi di gravidanza e per diminuire il rischio di aborti; difficile averne carenza con una dieta varia, dato che si trova in pesce e carne, uova e latte, cereali e vegetali. L’altra vitamina fondamentale per le donne in gravidanza è l’acido folico (vitamina B 9), in grado di ridurre il rischio di spina bifida, difetti cardiaci fetali, labbro leporino (labio-schisi), autismo e alcuni tumori infantili. Per questo motivo nei LARN 2014 viene proposta una prevenzione primaria a tutte le donne in età fertile: 400 mg al giorno di acido folico – l’unico integratore davvero utile – e una dieta ricca di agrumi e kiwi, bieta e spinaci, crucifere e legumi, tutti ottime fonti di acido folico. (4-2019)
Dieci tesi sulla fragilità
La nostra fragilità è, in primo luogo, una fragilità biologica. Una fragilità legata all’incompletezza e all’imperfezione fisica della nostra specie, rispetto agli altri gruppi animali. La nostra resistenza e la nostra forza, pertanto, sono sempre state legate alla cooperazione e alla cultura. Per questo, la fragilità dei nostri tempi è, soprattutto, una fragilità sociale: è la perdita di reti protettive, di solidarietà e cooperazione, è la solitudine, è il rischio di rimanere soli esposti alle malattie e alla povertà. Ecco dieci tesi sulle fragilità di oggi. Le malattie del passato – infettive e carenziali – hanno lasciato il posto alle malattie cronico-degenerative: cardiopatie e ictus, tumori, malattie respiratorie croniche e diabete. Le malattie croniche, nella maggioranza dei casi, non guariscono, le terapie non sono quasi mai risolutive, mentre hanno grande importanza stili di vita salutari, quasi sempre legati al livello di istruzione e reddito delle persone. La longevità assoluta della popolazione italiana è tra le più alte al mondo ed è stabile da anni; dal 2003 in poi si è ridotta fortemente – per la prima volta e in particolare per le donne – la longevità in buona salute, ossia gli anni trascorsi senza farmaci e altri presidi medici. L’inquinamento continua a essere la più grande causa ambientale di malattia e morte prematura: un autobus che ci passa davanti ci fa ricevere in pochi secondi tutti i radicali liberi che riceveva un nostro antenato; agli effetti cronici dell’inquinamento urbano, legato ai motori e ai sistemi di riscaldamento domestico, in molte parti d’Italia dobbiamo aggiungere il pesante inquinamento di fabbriche e centrali, come l’Ilva di Taranto o le centrale a carbone di Civitavecchia e di Brindisi Negli ultimi 8 anni sovrappeso e obesità nei bambini italiani sono scesi dal 35{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} al 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}; siamo, però, ancora terzi – dietro USA e Grecia – nella classifica dell’obesità infantile mondiale; tutto il nostro Sud, inoltre, presenta valori aumentati di oltre 10 punti – sopra il 35{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} – rispetto al Nord; i bambini obesi, infine, vivono quasi sempre in famiglie con poco reddito e basso livello scolastico (dati 2017 di OKkio alla Salute). Con la dieta mediterranea, ricca di nutrienti, povera di calorie vuote (zucchero, cibo-spazzatura) e a base di alimenti vegetali, la popolazione ha un’alta protezione dai tumori e dalla malattie cardiovascolari; al diminuire del reddito – e della scolarizzazione – le famiglie risparmiano sulle spese alimentari, tagliando proprio i prodotti più protettivi; anche la dieta mediterranea risulta inefficace, se non abbinata a cibi di qualità (studio Moli-Sani, 2016). Nessuno mette più in discussione la grande protezione fornita dall’attività fisica per le malattie croniche. Siamo, però, all’ultimo posto in Europa per numero di praticanti di attività sportive e aumentano anche le persone sedentarie, ormai stabili oltre il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} (contro il 35{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di 15 anni fa); la situazione è critica anche nella fascia 6-10 anni, aggravata dal fatto che solo nel 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle scuole elementari e medie si svolgono attività motorie pomeridiane, quindi gratuite, con picchi negativi al Sud (Quinto atlante dell’infanzia – a rischio – di Save the Children, 2014). In Italia ci sono tra un milione e un milione e mezzo di portatori cronici del virus HCV (2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), responsabile dell’epatite C, il numero più alto in Europa. Il paradosso tragico di oggi vede da un lato finalmente disponibile la cura per debellare una delle più terribili malattie infettive, dall’altro l’impossibilità di estenderla a tutti i malati per i costi imposti dalla logica di mercato. Le aziende farmaceutiche produttrici dei farmaci per la malattia stanno ripetendo la stessa cinica strategia degli anni ’90, quando hanno fatto profitti milionari con i farmaci anti HIV. Le associazioni di malati – come EpaC – sono state lasciate sole a protestare, non capendo che la loro battaglia è l’unico modo di difendere un sistema sanitario pubblico, universalistico e gratuito. Assordante il silenzio delle associazioni mediche (con poche eccezioni come Salute Internazionale). Una delle più diffuse malattie croniche è il diabete. Si parla, a ragione, di pandemia diabetica, una pandemia a fortissima connotazione socio-economica. Un dato rende ben l’idea: in Italia nella fascia 45-64 anni si ammala una persona su 37 (2,7{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) tra i laureati, contro 1 su 9 (11,5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) tra chi ha una licenza elementare o nessun titolo di studio; una volta ammalati, anche la gestione del diabete è peggiore nei gruppi a basso reddito: le complicazioni – a livello di cuore, reni e retina – arrivano in anticipo e sono curate con maggiore fatica. Nei persone con disagio economico dopo una diagnosi di tumore e l’inizio della chemioterapia si ha un rischio di ridotta risposta alle cure del 35{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}; nelle stesse persone, per le spese delle cure legate alla chemioterapia (financial toxicity), il rischio di morte è maggiore del 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} (meta-studio dell’IRCCS Fondazione G. Pascale di Napoli su Annals of Oncology 2019). Nel 2018 per dodici milioni di italiani è stata necessaria la rinuncia alle cure sanitarie; quasi otto milioni, inoltre, si sono indebitati per spese sanitarie; il totale dà venti milioni, un terzo dell’intera popolazione (rielaborazioni di dati CENSIS e ISTAT); cinque milioni di italiani, infine, per motivi economici hanno rinunciato alle cure odontoiatriche (dati ISTAT, 2017) Conclusioni. Nel rapporto finale dei lavori della Commissione sui determinanti sociali di salute dell’OMS (2013) erano presenti il Premio Nobel per l’economia Amartya Sen e il nostro Giovanni Berlinguer. Le conclusioni di tre anni di lavoro sono state riassunte in una sola frase: “la principale causa di malattia nel mondo è l’ingiustizia sociale” (nella foto uno studio del 2015 che mostra la perdita di un anno circa di vita ad ogni fermata della metropolitana di Glasgow che si allontana dal centro).
Gioco d’azzardo: un Paese-bisca
L’Italia sta diventando un Paese-bisca? Nel 2013 il gioco d’azzardo – in inglese gambling – assorbiva una bella fetta della spesa delle famiglie italiane: in media 1.260 euro a testa – bambini compresi – per slot-machine, Lotto, Gratta e vinci, video-scommesse, bingo e poker on-line. La battaglia contro il gioco d’azzardo, però, ha aspetti surreali e paradossali: tutti ormai considerano l’azzardo una dipendenza da combattere e limitare, ma lo Stato ricava circa 10 miliardi di euro dal fenomeno, per cui l’industria del gioco si sente protetta dal governo. Il gioco d’azzardo, inoltre, dà lavoro a circa 200.000 persone in modo diretto o indiretto, anche se le sue ripercussioni sul territorio sono pesanti: quando aumentano i giocatori, la zona interessata diventa più povera, perché il gioco d’azzardo non fa circolare il denaro ma lo sottrae all’economia locale. Per questo motivo, molte regioni italiane hanno approvato leggi per contrastare il fenomeno del gioco d’azzardo e assistere i giocatori patologici. Decine di comuni hanno approvato misure a livello locale per limitare il fenomeno, riducendo gli orari di apertura delle sale da gioco Uno studio dell’Università della Sapienza di Roma (2012) ha stimato in poco meno di 800.000 le persone a forte rischio di dipendenza dal gambling, detta ludopatia, con un altro milione e mezzo di giocatori problematici che faticano a gestire il tempo da dedicare al gioco, a controllare la spesa, alterando inoltre i comportamenti sociali e familiari: il 5,8{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei giocatori problematici ha ottenuto la cessione del quinto sullo stipendio rispetto allo 0,7 dei non giocatori (8 volte di più); l’Italia ha la più alta densità di slot-machine di vario tipo, oltre 400.000, la metà degli USA (che hanno una popolazione 5 volte quella italiana); il nostro record di 1 macchinetta ogni 143 abitanti fa impallidire i dati di Germania (1 ogni 261) e USA (1 ogni 372). Preoccupante anche il rapporto gioco d’azzardo-adolescenti: quasi 700.000 minorenni hanno giocato d’azzardo almeno una volta nell’ultimo anno e quasi 70.000 sono già giocatori problematici. Un aspetto sotto gli occhi di tutti è il vertiginoso aumento della pubblicità del gioco d’azzardo nei mezzi di comunicazione, spesso veicolata da campioni dello sport agonistico. Francesco Totti e Gigi Buffon, ad esempio, entrambi campioni del mondo e modelli di adulto da emulare per migliaia di adolescenti, hanno fatto tranquillamente pubblicità al poker. Come loro altri campioni di calcio e di altri sport, o intere compagini, mettono sulle maglie gli sponsor delle scommesse. In Spagna delle 20 società della Liga solo la squadra basca del Real Sociedad continua a non avere alcuna sponsorizzazione di società di scommesse sportive, in Italia si salva l’Inter. Nel frattempo le ludopatie sono sempre più frequenti, soprattutto tra ragazzi, disoccupati, anziani. In Italia sono circa 12.000 le persone in cura per ludopatia ed è solo la punta di un iceberg, il segno della crisi che – dal 2008 – sta togliendo speranze a larghe fasce di popolazione. Quelli che cadono nel gioco d’azzardo, infatti, appartengono a gruppi sociali con pochi anni di istruzione o lavori precari. Sono persone che si illudono di trovare nel gioco una sorta di rivalsa, di rivincita sulla vita che non li ha premiati. Come ha scritto qualche anno fa Michele Serra, di questa tragedia sociale si parla troppo poco. “L’attuale folle proliferazione di sale da gioco ci sta trasformando in un Paese-bisca. Si tratta di un segno evidente di degrado sociale e dell’onnipotenza economica e politica della malavita organizzata” (nella foto l’allenatore della nazionale di calcio italiana con lo sponsor di scommesse Intralot) (10-2016)
Smettere di fumare: i Centri Antifumo (Luciana Cacciotti)
Cominciare a fumare sembra facile, ma non lo è altrettanto smettere: i fumatori che hanno tentato di smettere senza successo, in oltre il 90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi lo hanno fatto senza alcun tipo di supporto. Nel mondo e in Italia fuma una persona su quattro (25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}); il discorso è molto diverso per le donne: nel mondo fuma 1 donna su 20, nel nostro Paese 1 donna su 8. Mediamente si smette di fumare subito dopo i 40 anni anni, soprattutto per la maggior consapevolezza dei danni provocati dal fumo o per motivi di salute. Per chi fuma un pacchetto di sigarette al giorno la spesa media annuale è notevole, circa 1700 euro, quasi il 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di un bilancio familiare medio da 36.000 euro. Un aspetto preoccupante del problema riguarda la forte sottovalutazione del problema da parte dei medici di famiglia (MMG): soltanto al 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei fumatori è stato consigliato di smettere di fumare dal proprio medico e solo al 4 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei fumatori il medico ha dato indicazioni per l’invio a un Centro Antifumo. Al maggio 2017 erano presenti 366 servizi per la cessazione del fumo da tabacco: 307 del Servizio Sanitario Nazionale, 56 della LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) e 3 del privato sociale. Dal mese di aprile 2016 anche il nostro territorio ospita un Centro Antifumo all’interno della Casa della Salute del Distretto 2, Cerveteri-Ladispoli, della ASL Rm 4. Si tratta di un Centro Antifumo di primo livello con responsabile un medico di famiglia (MMG), counselor sistemico, che ha seguito un addestramento all’uso dei farmaci nel centro antifumo di II livello dell’ospedale San Camillo di Roma. Ecco una prima valutazione dell’esperienza da parte del Responsabile, la dottoressa Luciana Cacciotti. “Il bilancio dei primi 18 mesi – sei dell’anno 2016 e dodici tra maggio 2017 e aprile 2018 – appare incoraggiante. Va sottolineato che il percorso è offerto gratuitamente a tutti i cittadini del Distretto 2 della ASL Roma 4. Nei primi sei mesi sono state seguite solo persone segnalate da cardiologi, pneumologi, e diabetologi in servizio nella Casa della Salute, proprio per sottolineare l’appropriatezza della cessazione del fumo in condizioni di alto rischio cardiovascolare; successivamente sono stati coinvolti anche i medici di famiglia. L’invio dei pazienti avviene attraverso la compilazione di un modulo nel quale vengono elencate le patologie del paziente fumatore. Il ritmo delle visite è inizialmente settimanale, diventa quindicinale, poi mensile e trimestrale dopo la cessazione del fumo, fino al compimento dei dodici mesi. In diciotto mesi hanno avuto accesso al centro antifumo 54 pazienti; di questi 12 (22.2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) hanno smesso di fumare. I restanti 42 (78.8{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) hanno rinunciato al percorso. Il ruolo del medico di famiglia è centrale nella motivazione al cambiamento, ancora di più nella lotta al tabagismo. Considerando l’esiguità del numero degli accessi, 54 persone nell’arco di 18 mesi, in un bacino d’utenza di 80.000 persone, riteniamo che un maggiore coinvolgimento dei medici di famiglia sul fronte del tabagismo, possa essere un’opportunità unica nella diminuzione delle patologie tabacco correlate” (nella foto una locandina della Giornata Mondiale senza Tabacco 2018).
Storia dell’oppio e dell’eroina
Eroina e morfina sono sostanze stupefacenti ottenute elaborando chimicamente l’oppio grezzo, il succo lattiginoso estratto dalle capsule del Papaver somniferum attraverso processi di laboratorio piuttosto semplici. Come nel caso di altre sostanze psicoattive, l’oppio ha una storia antichissima. Per la prima civiltà umana – i Sumeri – l’oppio era la pianta della gioia, mentre gli Egizi lo usavano come calmante per i bambini. Nella Grecia antica veniva usato nel culto di Demetra, dea della fertilità, e nelle raffigurazioni di Morfeo, dio del sonno; la medicina greca e romana vedeva l’oppio presente in molti tipi di pozione; il grande medico romano Galeno prescriveva oppio diluito nell’alcol per febbre, cefalea, avvelenamenti e molti altri disturbi; Galeno curò con l’oppio il più eminente dei suoi pazienti, l’imperatore Marco Aurelio, sino a farlo divenire dipendente. Dalla medicina araba l’oppio arrivò in Europa; all’alchimista Paracelso viene attribuiti un preparato a base di oppio chiamato laudano. A partire dal XVI secolo il consumo di oppio in Europa ebbe prevalentemente consumatori occasionali e un ristretto numero di oppiomani dipendenti dalla sostanza. Le cose cambiarono con la rivoluzione industriale: l’Impero britannico iniziò la produzione di oppio su larga scala, soprattutto in India, che portò ad un bassissimo prezzo di vendita, da 5 a 10 volte minore di quello della birra, con conseguenze facilmente immaginabili sulla popolazione. La morfina fu isolata nel 1804 e fu inizialmente usata per curare l’alcolismo; a partire dalla seconda metà dell’800, fu impiegata in guerra sui militari vittime di traumi bellici; agli inizi del ‘900 l’uso e l’abuso della morfina tra le élite delle grandi città europee costituiva un serio problema sociale e sanitario. Per questo motivo nel 1898 la Bayer introdusse sul mercato l’eroina, con almeno 30 indicazioni terapeutiche che andavano dall’angina pectoris alla disfagia, dall’influenza all’ipertensione. Cinque anni prima, nel 1893, il chimico della Bayer Felix Hoffmann era riuscito a produrre l’acetilazione di due molecole dell’acido salicilico e della morfina; dalla prima ottenne l’aspirina, dalla seconda l’eroina (nella foto una pubblicità del tempo). All’inizio del secolo la Bayer esportava l’eroina in 23 Paesi; in poco tempo almeno 20 ditte farmaceutiche iniziarono a produrre e vendere il nuovo farmaco miracoloso (il nome eroina, significava questo). Non ci volle molto per capire che l’eroina produceva gli stessi effetti della morfina, compresa la capacità di generare assuefazione, tolleranza e dipendenza, oltretutto con maggiore intensità e rapidità. La Convenzione sull’oppio di Ginevra del 1925 sancì il bando dell’eroina dalle farmacie, ma molte ditte riuscirono a vendere tonnellate di eroina al mercato nero, dal 1925 al 1930. Il “proibizionismo” antialcolici favorì, negli Stati Uniti, il rapido sviluppo del mercato nero di tutte le droghe – alcol compreso – e delle attività criminali. Negli anni ’40 a New York, nel ghetto nero di Harlem, l’eroina era diffusissima. Come ha detto il jazzista Tony Scott “Il fatto è che l‘eroina, ad un certo punto, costava meno che le sigarette, ed era usata anche a fini terapeutici come antidolorifico. In quegli anni i neri occupavano lo scalino più basso della scala sociale e, visto che la droga costava pochissimo, ne erano i consumatori privilegiati.” Un’intera generazione di jazzisti statunitensi rimase invischiata nell’eroina: Lester Young, Thelonious Monk, Bud Powell, Ben Webster, Charlie Mingus, Chet Baker, Art Pepper, Sonny Rollins. Il resto è storia di oggi, con il ritorno dell’eroina e degli oppioidi negli Stati Uniti e gli oltre 40.000 morti annui per overdose. (4-2019)