Dopo le tragiche carestie irlandese e indiana dell’Ottocento, alcune gravi crisi alimentari hanno colpito nel Novecento i due grandi stati socialisti, l’URSS, di Lenin prima e Stalin poi (oggi rappresentata soprattutto dalla Russia), e la Cina di Mao. “In Russia sono stati calcolati, dalla fine del primo millennio alla metà del 20° secolo, oltre 60 episodi di fame epidemica, molti dei quali provocati dalla siccità. Anzi, a ripercorrere gli ultimi cento anni della Russia ci si rende conto che i problemi alimentari provocati dalle ondate di siccità sono stati praticamente una costante. Sia la Russia degli zar sia l’Unione Sovietica hanno dovuto fare i conti con la siccità addirittura ogni 5-7 anni” (Massimo Cresta, voce Fame dell’Enciclopedia Treccani). L’Unione Sovietica – il primo stato socialista della storia – era nato nel 1918 nel pieno di una carestia, con la pena di morte per gli speculatori e i militari inviati nelle campagne a cercare grano; nel biennio 1921-1922 la prima carestia socialista scoppiò per una combinazione di diversi fattori: da un alto la pesante siccità che ridusse i raccolti, dall’altro 6 anni di instabilità e violenze, legate alla Prima guerra mondiale, alla Rivoluzione sovietica e alla Guerra civile; infine, le requisizioni forzate di prodotti agricoli voluti dal governo dei Soviet di Lenin. Il risultato fu una gravissima crisi alimentare per la popolazione che richiese un programma di aiuti internazionale “unico, gigantesco, memorabile” (nelle parole del grande scrittore russo Maksim Gorkij), portato soprattutto dall’American Relief Administration del futuro Presidente USA Herbert Hoover, che riuscì a sfamare almeno 7 milioni di persone. Nonostante lo sforzo titanico, i morti per la carestia furono circa 6 milioni, soprattutto per tifo e febbre ricorrente, dovuto all’indebolimento fisico della sottoalimentazione. La seconda carestia socialista del ‘900 fu la carestia sovietica del 1932-1933, durante gli anni della collettivizzazione delle campagne voluta da Stalin. Le autorità sovietiche procedettero alla deportazione di molti contadini, al loro inserimento forzato nelle fattorie collettive e a massicce confische di grano che provocarono una pesante carenza di cibo per 40 milioni di persone, con un numero di vittime compreso tra i 2,5 e i 7 milioni e una grande ondata migratoria verso Cina, Iran, Mongolia e Afghanistan. La carestia sovietica del 1946-47 è stata l’ultima carestia scoppiata in Europa. Come le due precedenti è legata a un evento climatico estremo (la siccità del 1946 che aveva messo in ginocchio oltre la metà dei territori cerealicoli), a un contesto storico sfavorevole (i 4 anni precedenti della II Guerra Mondiale) e a una scelta politica sbagliata (la cattiva gestione riserve alimentari da parte delle autorità). Per i sovietici questa carestia significò un numero altissimo di vittime – tra 1 e 1,5 milioni – e una riduzione del loro tasso di fertilità. La carestia cinese del 1958-1961 è stata – come numero di vittime – la più grave crisi alimentare del ‘900. Furono, infatti, tra i 15 e i 30 milioni le vittime del “grande balzo in avanti”, voluto da Mao Tse-tung. Come le altre crisi alimentari anche questa carestia fu il risultato di una serie di cause di ordine naturale, storico e politico: i raccolti ridotti per le condizioni climatiche avverse, il ritiro dei tecnici sovietici per divergenze ideologiche tra Stalin e Mao, l’adozione delle idee agronomiche di Lysenko, la collettivizzazione forzata delle campagne, l’eccessivo ritiro di cereali da parte delle autorità. Lo storico dell’economia irlandese Cormac O’ Grada, autore di “Storia delle carestie” (2011, Il Mulino) ha sottolineato l’apparente paradosso delle gravi carestie socialiste con i milioni di vittime delle fasce più vulnerabili della popolazione in regimi nati per combattere la povertà. (nella foto un’immagine ufficiale della campagna cinese per il “grande balzo in avanti”)
Carestie e politica
“La fame cronica e quella epidemica conseguenti alle carestie sono state sempre all’origine di profonde trasformazioni nelle società, in quanto causa di migrazioni, di cambiamenti economici, politici, sociali, e in casi estremi, dell’estinzione di intere popolazioni.” Come ha scritto alcuni anni fa Massimo Cresta – alla voce Fame per l’Enciclopedia Treccani – la storia delle carestie di fatto coincide con la storia della nostra specie. L’arrivo stesso dell’agricoltura in Europa è probabilmente riconducibile a una carestia. La forte pressione demografica, infatti, spinse 7.000-8.000 anni fa parte delle popolazioni della Mezzaluna Fertile a lasciare le proprie terre per migrare in Europa, introducendo le prime colture di cereali. Fino a un secolo fa le carestie si verificavano in ogni parte del mondo, più o meno sviluppata. Nel Paese che per primo ha avuto la Rivoluzione industriale – la Gran Bretagna – sono state censite dal I secolo a metà ‘800 quasi 190 carestie e di queste solo un terzo era dovuta a fattori climatici – ricorda Cresta – perché il clima non è mai stato l’unica causa delle carestie. Le grandi carestie sono quasi sempre il risultato di componenti climatiche-ambientali e scelte politiche. Un esempio in tal senso è la Grande carestia irlandese di metà Ottocento. Tra il 1845 e il 1852 le immense coltivazioni di patate, allora pianta energetica base degli Irlandesi, furono attaccate da un fungo (Peronospora) e distrutte: le poche varietà di patate coltivate, infatti, erano tutte sensibili al parassita. Per la riduzione di biodiversità – c’erano centinaia di diverse varietà della pianta, ma si scelsero solo quelle più produttive – vi furono oltre un milioni di morti e altrettanti emigranti verso l’America e l’Australia, con una riduzione di circa il 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione. Al censimento del 1841 risultavano 8,2 milioni di individui, al successivo, dieci anni dopo, la popolazione era scesa a 6,2 milioni. Secondo lo storico Tim Pat Coogan la carestia irlandese fu in realtà un atto di genocidio compiuto dagli inglesi per motivi opportunistici. La colpa fu del governo guidato da Lord John Russell, tenace sostenitore di un liberismo sfrenato. La crisi del raccolto delle patate offrì l’occasione per riorganizzazione l’economia con il consolidamento delle piccole proprietà terriere e lo smaltimento della popolazione in soprannumero. Londra – per lo storico irlandese – fece di tutto per far morire o costringere all’emigrazione le masse di contadini, consentendo ai proprietari terrieri di convertire la produzione verso modalità più redditizie. Mentre gli irlandesi morivano di fame, dai porti irlandesi decine di navi inglesi partivano alla volta dell’Inghilterra, cariche di generi alimentari. Venti anni dopo la tragica vicenda irlandese, la storia si è ripetuta in Asia con la Grande carestia indiana. “Olocausti tardovittoriani” (2002, Feltrinelli) dello storico statunitense Mike Davis racconta la devastante siccità che, dal 1876 al 1902, ha causato la morte – per fame o malattia – di più di 50 milioni di contadini in Asia e America Latina. El Niño è un fenomeno climatico che periodicamente provoca un riscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico. Nell’estate del 1876 El Niño fu responsabile in India di un’estate senza monsoni che causò una gravissima siccità nelle campagne. Negli ultimi tre anni, però, i raccolti di frumento e di riso erano stati sopra la media: le scorte accumulate avrebbero permesso di nutrire la popolazione affamata. Come 20 anni prima in Irlanda, su un gravissimo problema climatico si inserì una scelta politica, improntata ai principi del liberismo: il Viceré Lord Litton e le autorità colonialiste inglesi decisero di svuotare comunque i granai indiani per destinarli all’esportazione. Le nuove ferrovie indiane, pubblicizzate come l’innovazione che avrebbe salvaguardato il paese dalle carestie, furono in realtà utilizzate dalle autorità coloniali per convogliare i cereali destinate all’esportazione, mentre gli Indiani morivano di fame per le strade delle città e nelle campagne. Davis ha avuto il grande merito di ricostruire la tragedia indiana, pressoché ignorata dalla storia ufficiale, mostrando come la carestia fu utilizzata per riequilibrare il rapporto tra popolazione e risorse. Per Davis il capitalismo inglese – ispirato alle teorie di Malthus e Adam Smith – ritenne naturale ridurre la sovrappopolazione della colonia attraverso la mano invisibile e autoregolatrice del mercato. La natura da sola non uccide fra i 30 e i 40 milioni di persone – ricorda Davis – El Niño c’era prima e c’è stato dopo: la vera causa della Grande carestia indiana è stato l’imperialismo coloniale inglese. (nella foto The Famine Memorial di Rowan Gillespie, Dublino)
Vietato ai minori
Save the Children è un’organizzazione internazionale non governativa (ONG) che da 100 anni si batte per i diritti dei minori e per garantire loro un futuro in 125 Paesi del mondo, con 28 organizzazioni nazionali, tra cui la sezione italiana che festeggi quest’anno i primi 20 anni di attività. Nel 2010 l’organizzazione ha lanciato il primo Atlante dell’infanzia in Italia, arrivato alla decima edizione. Pubblicato da Treccani, con il titolo di Atlante dell’infanzia a rischio, il report curato da Giulio Cederna, propone un bilancio della condizione di bambini e adolescenti in Italia negli ultimi dieci anni. Il primo dato che colpisce è quello demografico: 30 anni fa bambini e adolescenti erano quasi un quarto della popolazione totale (23{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), mentre oggi superano di poco il 16{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}; al contrario le persone con più di 65 anni (non più etichettabili come anziani, essendo stata innalzata la soglia della terza età ai 75 anni) sono cresciute dal 13{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} al 21{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Il forte calo demografico si accompagna ad un forte aumento del numero di minori che vivono in povertà assoluta, ossia privi dei beni indispensabili per condurre una vita accettabile: dal 3,7{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del 2008 a oggi la percentuale è più che triplicata arrivando al 12,5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, per un totale di 1,2 milioni di minori poveri. Un decennio tragico – secondo l’Atlante – segnato dalla crisi finanziaria del 2008, un periodo buio di cui non si vede l’uscita, poiché l’Italia continua a investite nel sociale risorse del tutto insufficienti. L’Atlante segnala, inoltre, le enormi differenze esistenti tra le Regioni nell’accesso ai servizi per i bambini e le loro famiglie: 26 euro di spesa sociale per chi vive in Calabria, 12 volte di più (316 euro) per chi ha la fortuna di nascere o vivere in Emilia Romagna. Sono dati inaccettabili – quelli calabresi – che faranno crescere sempre più nei prossimi anni il divario tra Centro-Nord e Sud-Isole. Anche per l’istruzione e l’università Italia non brilla, poiché investe solo il 3,6{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del proprio PIL, un punto e mezzo in meno rispetto alla media degli altri Paesi europei, pari al 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} (dati OCSE). Con la riforma Gelmini del governo Berlusconi-Salvini del 2008, in tre anni, sono stati tolti alla scuola ben 8 miliardi, facendo crollare la spesa per l’istruzione dal 4,6{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del PIL del 2009 al 3,6{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del 2016. Le differenze tra Nord e Sud sono drammatiche anche nei dati dell’abbandono scolastico. Mentre alcune regioni del Centro-Nord (Trentino, Umbria, Abruzzo e Friuli Venezia Giulia) sono in linea con le percentuali europee, in Calabria, Sicilia e Sardegna il tasso di dispersione scolastica è oltre il 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}; in alcune regioni meridionali due minori su tre non leggono libri (64{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} in Campania, 66{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} in Calabria, 69{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} in Sicilia), con una media italiana di poco sopra il 47{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} (nel 2008 i “non lettori” erano il 45{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}). La povertà economica oltre a riflettersi sull’educazione ha riflessi anche sullo stato di salute, che per i minori è soprattutto la possibilità di fare attività motorie e sportive. L’Atlante 2018 aveva denunciato il fatto che 94 bambini su 100 tra i 3 e i 10 anni non hanno la possibilità di giocare in strada, solo uno su 4 dispone di cortili e poco più di uno su tre ha la un parco o un giardino vicino a casa dove poter giocare. Nonostante ciò, scende la percentuale di minori sedentari, dal 22{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del 2008 al 18{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del 2018; lo sport – quasi sempre a pagamento – per molti minori italiani rimane un privilegio: tra i 6 e i 17 anni 1 su 5 non pratica nessuno sport e il 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} svolge solo qualche attività fisica. Dobbiamo stupirci se siamo da molti anni (dati OCSE) il quarto Paese al mondo per numero di bambini obesi o in sovrappeso?.”Siamo di fronte a un paese ‘vietato ai minori’ che negli ultimi dieci anni ha perso di vista il suo patrimonio più importante: i bambini. Impoveriti, fuori dall’interesse delle politiche pubbliche, costretti a studiare in scuole non sicure e lontani dalle possibilità degli altri coetanei europei. Ma che non si arrendono, che hanno trovato il coraggio di chiedere a gran voce che vengano rispettati i loro diritti, che gli adulti lascino loro un pianeta pulito e un ambiente di vita dove poter crescere ed esprimersi” (Valerio Neri, direttore generale di Save the Children)
Neanderthal a tavola
Se incontrassimo un Neanderhal vestito nella metropolitana, forse faremmo fatica a capire che si tratta di una specie diversa dalla nostra (o una nostra sottospecie estinta), con cui abbiamo convissuto per migliaia di anni e della quale conserviamo nei geni una quota di DNA variabile dall’1 al 4{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Dopo la scoperta dei primi resti nella cava tedesca della Valle di Neander, i Neanderthal furono scambiati per scimmie o umani deformi. Oggi, però sappiamo che a loro sono attribuibili le prime forme di arte simbolica, rinvenute in grotte spagnole e risalenti a oltre 64.000 anni fa, almeno 10-15.000 anni prima dell’arte dei Sapiens. I Neanderthal, inoltre, avevano tutto tutte le caratteristiche anatomiche e fisiologiche necessarie per parlare (compreso il gene FoxP2 che nella nostra specie regola il linguaggio). La grande diversità tra i Neanderthal europei e i Sapiens provenienti dall’Africa era principalmente nei caratteri di adattamento al freddo, per il rigido clima dell’Europa di allora: corporatura robusta – da rugbista di mischia – con spalle, torace e fianchi larghi, arti inferiori corti, pelle molto chiara e capelli castani o biondi. Homo Sapiens, invece, aveva tutti i caratteri di adattamento al caldo, corporatura longilinea – da saltatore o da fondista – con gambe e braccia lunghe, pelle scura per proteggersi dalle radiazioni UV. Le recenti scoperte paleontologiche stanno facendo luce sui rapporti tra noi i e i Neanderthal. La storia comune dovrebbe essere iniziata con Homo heidelbergensis, specie evoluta in Africa da Homo erectus un milione di anni e poi diffusasi in Europa e in Asia 600.000 anni fa; da questo antenato comune avrebbero preso origine gli Homo sapiens africani, da cui deriva tutta l’umanità attuale, i Neanderthal europei e i Denisoviani asiatici. Cosa sappiamo oggi dell’alimentazione dei Neanderthal? Diverse cose, alcune sorprendenti. Innanzitutto, avevano un dispendio energetico inimmaginabile al giorno d’oggi, persino per i grandi sportivi: 4.400 kcal per chi restava negli accampamenti, oltre 6.600 Kcal per chi andava a caccia. Come spiegare questi valori, due-tre volte maggiori di quelli attuali? I Neanderthal avevano grandi masse muscolari, adatte alla caccia contro animali a volte 100 volte più grandi di loro (le 7-8 tonnellate degli elefanti o dei mammut, vedi foto); svolgevano, inoltre, un’enorme attività fisica e, infine, avevano un notevole dispendio di energia per mantenere la temperatura corporea nel clima rigidissimo di allora. Il secondo aspetto che colpisce è la quota altissima di proteine della loro alimentazione; in assenza di piante coltivate, la carne – per lo più cacciata, ma anche lasciata da altri predatori – forniva circa la metà dell’energia, con quote proteiche paragonabili a quelle dei lupi o delle iene. La terza caratteristica è la presenza di una quota rilevante di piante selvatiche, tra cui precursori dei cereali (grano e orzo) e dei legumi (piselli). Sul cannibalismo dei Neanderthal le prove sono ormai tantissime, in un arco temporale cha va da 120.000 a 45.0000 anni fa. Da notare che i Neanderthal, mentre praticavano forma di cannibalismo, seppellivano i loro defunti. Un libro molto interessante di Silvana Condemi e François Savatier (Mio caro Neandertal. Trecentomila anni di storia dei nostri fratelli, 2018 Bollati Boringhieri) fa il punto di tutto ciò che sappiamo oggi sui nostri “cugini”. L’ultimo capitolo si occupa della scomparsa di questa popolazione e del loro testamento. Le ipotesi sulla fine dei Neanderthal sono molte. La loro scomparsa definitiva, circa 40.000 anni fa, potrebbe essere avvenuta a causa di malattie portate dai Sapiens dall’Africa: i nuovi agenti patogeni sarebbero stati catastrofici per la popolazione Neanderthal adattata alle malattie infettive tipiche del vecchio continente. Secondo le autrici del libro, però, più che di scomparsa si dovrebbe parlare di fusione: i circa 70.000 Neanderthal sparsi sul continente euroasiatico sarebbero stati lentamente assorbiti da una popolazione molto più ampia di Sapiens. Aggiungiamo, infine, che questo assorbimento in una popolazione numericamente preponderante potrebbe essere stato favorito dal vantaggio dei Sapiens legato alla domesticazione del lupo; andare a caccia con l’aiuto dei cani comporta – anche nelle popolazioni attuali di cacciatori-raccoglitori – una quota fino a tre volte maggiore di prede, aspetto non trascurabile in termini evolutivi, soprattutto nei periodo di scarsità di selvaggina.
Salute nelle città: bene comune
Un gruppo di esperti – l’HealthCity Think Tank – indicati da diverse istituzioni (Ministero della salute, Istituto Superiore di Sanità, Associazione Nazionale Comuni Italiani, Università di Roma “Tor Vergata”, ISTAT, CENSIS), ha elaborato un importante documento che parla – in modo chiaro e comprensibile a tutti – di ciò che veramente determina la salute di chi vive nelle città. Cento anni fa solo il 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione mondiale viveva nei centri urbani. Per la metà del secolo arriveremo al 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di residenti nelle aree urbane. In Italia ormai più di un italiano su 3 vive nelle 14 città metropolitane. Ogni anno circa 60 milioni di persone si spostano dalle campagne o da ambienti rurali verso le città, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito. La salute di chi vive in città diventerà, pertanto, in pochi anni la salute di 2/3 della popolazione mondiale. Al manifesto dell’HealthCity Think Tank fa riferimento anche il programma Cities Changing Diabetes (partnership tra lo University College London e il danese Steno Diabetes Center), cui aderiscono molte metropoli mondiali – per l’Italia Roma e Milano – nell’intento di prevenire il diabete e le altre malattie croniche. Ecco i 10 principi del manifesto. La Salute nelle città: bene comune Ogni cittadino ha diritto ad una vita sana ed integrata nel proprio contesto urbano. Bisogna rendere la salute dei cittadini il fulcro di tutte le politiche urbane. Assicurare un alto livello di alfabetizzazione e di accessibilità all’informazione sanitaria per tutti i cittadini, aumentando il grado di autoconsapevolezza. Inserire l’educazione sanitaria in tutti i programmi scolastici, con particolare riferimento ai rischi per la salute nel contesto urbano. Incoraggiare stili di vita sani nei luoghi di lavoro, nelle grandi comunità e nelle famiglie. Promuovere una cultura alimentare appropriata attraverso programmi dietetici mirati, per prevenire l’obesità. Ampliare e migliorare l’accesso alle pratiche sportive e motorie per tutti i cittadini, favorendo lo sviluppo psicofisico dei giovani e l’invecchiamento attivo. Sviluppare politiche locali di trasporto urbano orientate alla sostenibilità ambientale e alla creazione di una vita salutare. Creare iniziative locali per promuovere l’adesione dei cittadini ai programmi di prevenzione primaria, con particolare riferimento alle malattie croniche, trasmissibili e non trasmissibili. Considerare la salute delle fasce più deboli e a rischio quale priorità per l’inclusione sociale nel contesto urbano. Studiare e monitorare a livello urbano i determinanti della salute dei cittadini, attraverso una forte alleanza tra Comuni, Università, Aziende sanitarie, Centri di ricerca, industria e professionisti.
Fumo e sessualità (Luciana Cacciotti)
Smettere di fumare rimane è l’unica arma che abbiamo per ridurre il rischio di un tumore al polmone, la neoplasia con il maggior tasso di incidenza e di mortalità nel mondo. Ma non c’è solo questo. I benefici della rinuncia al fumo iniziano già dopo 20 minuti dall’accensione dell’ultima sigaretta, con un miglioramento della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca; dopo due ore la nicotina inizia ad essere eliminata dal corpo, con l’urina. Dopo 12-24 ore il monossido di carbonio scompare dall’organismo, permettendo al sangue di trasportare più efficacemente l’ossigeno ai tessuti; dopo due giorni gusto e olfatto sono decisamente migliorati, dopo tre giorni migliora la qualità del respiro. Dopo una settimana gli altri ci vedono in modo diverso: alito più fresco, denti e capelli più puliti, carnagione più rosea; per noi la prima grande conquista è la scomparsa dei sintomi di astinenza dalla nicotina. Dopo un mese si riforma l’epitelio cigliato delle vie respiratorie, distrutto dal fumo: il muco viene ora rimosso dai bronchi, la tosse elimina le sostanze dannose e diminuisce il rischio di infezioni respiratorie. Nei mesi successivi migliora la circolazione del sangue e la funzionalità dei polmoni: dopo un anno senza fumo il rischio delle principali malattie cardiovascolari – infarto e ictus – cala significativamente, dopo 5 anni si riduce della metà. Dopo 10 anni, il rischio di un tumore al polmone si dimezza fino a ritornare all’incirca pari a quello di una persona che non ha mai fumato. Ultimo aspetto, non trascurabile, della rinuncia alle sigarette è il miglioramento della vita sessuale e riproduttiva. Smettendo di fumare aumenta la fertilità di uomini e donne, per le quali è più alta anche la probabilità di portare a termine le gravidanze. Togliere il fumo per l’uomo vuol dire, inoltre, migliorare le capacità erettili, per la miglior circolazione sanguigna dei vasi che giungono al pene. Per la donna smettere di fumare, invece, spesso migliora la capacità di raggiungere l’orgasmo. Forse per tutti questi motivi – come dice una riuscita pubblicità – gli ex-fumatori sono davvero irresistibili. (nella foto: Il fumo può ridurre il flusso sanguigno e causa impotenza) Dr.ssa Luciana Cacciotti)
Ricchi si nasce
OXFAM è un’importante rete internazionale di organizzazioni non profit che si impegnano per ridurre la povertà globale, con aiuti umanitari e progetti di sviluppo. Periodicamente OXFAM presenta rapporti sullo stato delle disuguaglianze nel mondo. Il rapporto del 2018 “Ricompensare il lavoro, non la ricchezza” era stato divulgato alla vigilia del World Economic Forum di Davos. I dati fotografavano un mondo con sempre minor giustizia sociale ed economica. Ecco qualche dato. Nel 2018 l’1{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} più ricco della popolazione mondiale continuava a possedere una quantità di ricchezza pari a quella del restante 99{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione globale; questa élite multimiliardaria – negli ultimi 12 mesi – aveva incamerato l’82{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dell’aumento di ricchezza netta, mentre alla metà più povera del mondo (3,7 miliardi di persone) non era arrivato nulla. Come ha ben documentato l’economista francese Thomas Piketty nel suo “Capitale del XXI secolo”, ricchi si nasce, non si diventa: due terzi della ricchezza dei miliardari odierni – scrive OXFAM – non sono frutto del loro lavoro ma sono stati ereditati o derivano da rendite monopolistiche. Nel frattempo 40 milioni di persone lavorano in condizioni di schiavitù, e 4 milioni sono bambini. “Il boom dei miliardari non è un segno di un’economia fiorente, ma un sintomo di un sistema economico in fallimento – aveva dichiarato il Direttore esecutivo di OXFAM International – Le persone che confezionano i nostri vestiti, assemblano i nostri telefonini e coltivano il nostro cibo vengono sfruttati per assicurare un approvvigionamento costante di beni economici e gonfiare i profitti delle multinazionali e degli investitori miliardari”. Il futuro non sembra promettere miglioramenti. Le disuguaglianze stanno aumentando in quasi tutto il mondo: 7 cittadini su 10 vivono in Paesi dove la disuguaglianza è aumentata negli ultimi 30 anni. Anche nel nostro Paese le disuguaglianze economico-sociali sono accentuate e continuano a crescere. Insieme a due stati a forte impronta liberista – come Gran Bretagna e Stati Uniti – Italia e Francia sono Paesi dove nascere in una buona famiglia conta moltissimo, dato che i genitori con retribuzioni elevate trasmettono ai figli almeno il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del vantaggio economico rispetto ai genitori con retribuzioni modeste. Il rapporto OXFAM di quest’anno “Non rubateci il futuro” (2019) conferma la ridotta mobilità sociale dell’Italia: un terzo dei figli di genitori più poveri rimane nel gruppo sociale della famiglia, mentre il 60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di che appartiene alla fascia sociale alta (il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} più ricco) mantiene la posizione della famiglia di provenienza. Le disuguaglianze di reddito dei genitori diventano disuguaglianze di istruzione dei figli e produrranno, a loro volta, altre disuguaglianze di reddito. La direttrice delle campagne di OXFAM Italia ha sintetizzato così lo scenario italiano “Viviamo in un’epoca e in un Paese in cui ricchi sono soprattutto i figli dei ricchi e poveri i figli dei poveri. I figli delle persone collocate nel 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} più povero della popolazione italiana, sotto il profilo retributivo, ad oggi avrebbero bisogno di 5 generazioni per arrivare a percepire il reddito medio nazionale”. P.S. “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (Articolo 3 della Costituzione italiana).
Tumori in Italia secondo Medici per l’Ambiente
“Nella recente presentazione del volume I numeri del cancro in Italia 2019, curato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e dall’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM), viene riportata la diminuzione di 2.000 casi di tumori in Italia per l’anno in corso, interpretando il dato come segnale di una “tendenza alla diminuzione” “L’informazione è che in Italia ogni anno si ammalano di cancro circa 400.000 persone e questo è il dato, certo non trascurabile, cui a nostro avviso andrebbe prestata attenzione. Ma questo spunto ci offre l’occasione per segnalare come in questo Report, come nelle precedenti edizioni, il cancro continua ad essere interpretato come una malattia “genetica”: geni mutati inducono le cellule a proliferare in modo incontrollato”. “Questa visione stereotipata nel tempo non tiene conto che da oltre 15 anni gli studi di epigenetica hanno dimostrato che l’incontrollata proliferazione cellulare che caratterizza il cancro può essere scatenata non solo da mutazioni geniche, ma anche dai processi che ne alterano le funzioni. La metilazione di parti non codificanti del DNA può indurre il cancro, aumentando l’espressione oncogenica o bloccando la trascrizione di geni oncosoppressori e assumendo, così, un ruolo centrale nella regolazione della proliferazione e differenziazione cellulare”. “Le modificazioni epigenetiche, ormai considerate come forza trainante della cancerogenesi, aprono nuove aree di ricerca nella valutazione del rischio, perché sono conseguenze dirette degli influssi ambientali (oltre che degli stili di vita). Sono, infatti, reazioni adattative all’ambiente che ci circonda, ambiente che si è profondamente ed innegabilmente modificato nell’ultimo secolo sia dal punto di vista fisico (pensiamo alla espansione delle telecomunicazioni), che chimico per le migliaia di sostanze estranee, tossiche, persistenti e cancerogene ormai presenti in tutte le matrici ambientali (suolo, aria, acqua e cibo) che penetrano nei nostri corpi, condizionando negativamente il nostro stato di salute e, passando attraverso la placenta, anche quello dei nascituri”. “Il considerare come base della cancerogenesi esclusivamente il vecchio modello genetico è una visione miope che porta ad avvallare tabelle obsolete ed ormai inadeguate sui Fattori di Rischio che vengono così descritti nel volume in questione: ‘il fumo di tabacco da solo è responsabile del 33{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle neoplasie; un altro 33{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} è legato ai cosiddetti stili di vita (dieta, sovrappeso, abuso di alcol e inattività fisica). I fattori occupazionali sono responsabili del 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle neoplasie. Le infezioni causano circa l’8{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei tumori… e l’inquinamento ambientale contribuisce per un altro 2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}’. “Nell’età da 0 a 19 anni nei 22 siti coperti da Registri Tumori l’eccesso di incidenza è stato del 9{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, attribuibile soprattutto a sarcomi, leucemie mieloidi, linfomi NH e tumori al testicolo. Più in generale l’aumento di incidenza tumorale e di malattie croniche degenerative che si manifestano nelle aree più inquinate ed in età sempre più precoce interessando bambini, adolescenti e giovani adulti è l’aspetto più eclatante del legame fra ambiente e salute”. “Ma il problema riguarda anche la contaminazione da sostanze perfluoro-alchiliche e da acido perfluoro-ottanoico (PFAS/PFOA) in Veneto o alla Pianura padana vista dai satelliti: una delle aree più inquinate a livello globale. A tutto questo va aggiunto l’effetto transgenerazionale: gli effetti epigenetici che avvengono nei momenti critici dello sviluppo fisiologico del corpo (embrione, feto, infanzia, adolescenza) ed anche trasmessi dai genitori per via gametica, possono influenzare la salute dei nascituri sia nell’infanzia che nella vita adulta”. “Uno studio condotto nel 2017 dalla IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) sull’incidenza mondiale dei tumori infantili e giovanili (0-19 anni) ha evidenziato i valori più elevati nei Paesi del Sud-Europa, con l’Italia nelle prime posizioni; l’incidenza di tumori infantili in Italia è andata crescendo per 3 quinquenni consecutivi (1993-2008) per poi stabilizzarsi, ma senza mai regredire e confermandosi una delle più elevate a livello globale” “A parte la battaglia contro il fumo, per la quale tutti concordiamo, riteniamo indispensabile rivolgere pari attenzione a emissioni inquinanti, pesticidi in agricoltura, sostanze chimiche presenti anche in prodotti di uso quotidiano (spesso interferenti endocrini), inquinamento crescente da onde elettromagnetiche”. “Continuare ad enfatizzare il ruolo dello stile di vita nella genesi del cancro significa di fatto “colpevolizzare”, da un lato, i pazienti che tanto spesso si chiedono inutilmente cosa possono aver sbagliato nelle proprie scelte personali, addossando loro anche questo tormento all’angoscia della malattia, e dall’altro, viceversa, “assolvere” coloro che hanno la responsabilità delle scelte politiche ed imprenditoriali nella nostra società. Nuovi paradigmi di prevenzione primaria devono essere pensati, assunti ed organizzati perché il tempo per cambiare le sorti della salute umana e quella degli esseri viventi del pianeta sta per scadere”. (dalla Lettera aperta agli oncologi italiani scritta da Ruggero Ridolfi, Patrizia Gentilini e Paola Zambon di ISDE Italia | Associazione Medici per l’Ambiente)
Diabete a tavola: i falsi miti
Diabete e alimentazione, un binomio strettissimo, perché il diabete di tipo II è a tutti gli effetti una malattia che può essere prevenuta mangiando bene e facendo un’adeguata attività motoria. Purtroppo sui social e sulla stampa girano sul diabete molte false credenze, in particolare sulle scelte alimentari. Vediamone alcune. Chi ha il diabete deve seguire una dieta specifica. Falso. Per chi ha il diabete – e per chi non lo ha e vuole prevenirlo – è utile un’alimentazione sana, equilibrata e variata. Chi ha il diabete, in realtà, ha solo una ragione in più per seguire la dieta mediterranea, limitando gli alimenti meno salutari, ricchi di grassi animali, sale e zuccheri, e cercando di consumare una porzione di alimenti ricchi di fibre (frutta, verdura o farine integrali) in ogni pasto, colazione compresa. Per i diabetici la frutta dolce è proibita. Falso. Nelle Linee Guida per il Diabete è concessa tutta la frutta fresca di stagione, meglio se consumata cruda e, in caso di prodotti biologici, con la buccia; si raccomanda solo di limitare – non eliminare – banane, uva, fichi, cachi una volta la settimana (come noci, arachidi, nocciole, castagne); quella da evitare è la frutta sciroppata, mentre è molto utile consumare la frutta – come spuntino – a distanza dal pasto. I diabetici non possono mangiare nessun cibo dolce. Falso. Il diabete non è un’allergia agli zuccheri (come l’Intolleranza Ereditaria al Fruttosio, malattia genetica rara); anche con il diabete è possibile, di tanto in tanto, concedersi un alimento dolce. Come? Ad esempio, scambiandolo con il primo patto e accompagnandolo con un secondo e un contorno ricco di fibre. Nel diabete bisogna prestare attenzione solo ai carboidrati. Falso. Nelle nostre cellule e nei nostri tessuti il metabolismo è unico e coinvolge carboidrati, grassi e proteine in una rete di forti interconnessioni. Se mangiamo male, le ripercussioni saranno su tutto il metabolismo. Troppi grassi saturi, ad esempio, hanno effetti negativi sulle cellule del pancreas che producono l’insulina, troppe proteine faranno aumentare la glicemia e la produzione di insulina. Esistono diete per «guarire» da cancro e diabete. Falso, e soprattutto pericoloso parlarne con leggerezza in televisione e nei media. I regimi alimentari a base di proteine in eccesso e integratori (venduti a caro prezzo) sono una truffa e compromettono nel tempo la salute. L’attuale epidemia di diabete ha il suo picco negli Stati Uniti, con tassi della malattia due volte i nostri e percentuali di obesità quattro volte la nostra (36% contro 9%). Il motivo? Un regime iperproteico, con pochi carboidrati complessi e tantissimi zuccheri semplici di pessima qualità, basato per 2/3 su cibi industriali pronti (cibi processati e ultra processati). In conclusione, sessanta anni di studi scientifici di popolazione ci confermano che la dieta mediterranea è stata ed è ancora oggi un potente argine al diabete e all’obesità, ai tumori e alle malattie cardiovascolari. Nel Libro bianco sulla dieta mediterranea (2015) la FAO, massimo organismo mondiale in tema di agricoltura e alimentazione, denuncia il “paradosso mediterraneo”, ossia il “drammatico declino del salutare modello alimentare mediterraneo in tutta l’area mediterranea”. Questa è l’unica vera criticità della dieta mediterranea. Il resto sono chiacchiere da bar e pubblicità per vendere prodotti inutili (nella foto Natura morta con biscotti e dolci di Georg Flegel, prima metò del ‘600) (10-2019)
In difesa del pane
Sembra assurdo dover scrivere un articolo in difesa del pane, l’alimento simbolo dell’alimentazione umana. Eppure, in una crisi mondiale di obesità, diabete e malattie croniche legate al cibo-spazzatura e alla sedentarietà, imperversano attacchi alla dieta mediterranea – di cui il pane e la pasta sono elementi centrali, come fonte di carboidrati complessi – e ai cereali che, utilizzati nella maniera giusta, sarebbero invece la soluzione del problema. Senza entrare nel merito delle singole proposte nutrizionali che mettono al bando i cereali dalla dieta, diciamo semplicemente che sono fuori dalla scienza e da qualsiasi grande studio di popolazione degli ultimi 60 anni. Dal Seven Countries Studies degli anni ’60 al contemporaneo EPIC quello che regolarmente emerge è il ruolo protettivo dei cereali integrali e la pericolosità dei regimi iperproteici dove tutti i detrattori del modello mediterraneo in vario modo vanno a parare. Il pane è un alimento straordinario, anche per la sua semplice composizione: fondamentalmente è composto solo da tre ingredienti – farina, acqua e lievito – con l’eventuale aggiunta di un pizzico di sale. Il primo pane è stato sicuramente ottenuto in maniera casuale – sembra in Giordania circa 14.000 anni fa – quando una poltiglia ottenuta da chicchi di cereali selvatici cadde fortuitamente su una pietra rovente, dando sapore, profumo e consistenza alla pappa precedente. Ogni cultura e ogni popolazione del mondo ha un alimento basato sulla farina di un cereale. In Italia si contano più di 250 varietà di pane, che spaziano dal pane di Altamura pugliese alla focaccia ligure, dalla michetta torinese al carasau sardo, dal pane senza sale toscano alla piadina emiliana; nel Lazio ricordiamo il pane di Lariano e il pane di Allumiere (con grano duro). Una cosa su cui pochi riflettono è che la preoccupante diffusione dell’obesità è avvenuta mentre il consumo di pane calava progressivamente. In Europa e in Italia, dal 1960 a oggi le porzioni di pane si sono praticamente dimezzate, dai 200 grammi di allora ai 100 grammi scarsi di oggi (per la cronaca a inizio del ‘900 era normale mangiare 500 grammi di pane al giorno e nessuno era grasso). Tutti possono e devono mangiare cereali, anche se stanno seguendo una dieta per dimagrire; la porzione media di pasta, riso o altri cereali indicata dai LARN è di 80 grammi, che corrispondono a 100 grammi di pane normale o a 130 grammi di pane integrale o di segale; in una dieta equilibrata è possibile arrivare senza problemi a 150-200 grammi di pane al giorno, all’incirca 3 o 4 fette, se si rinuncia alla pasta e alle patate. I nostri avi hanno vissuto per secoli mangiando pane e – quando c’era – companatico. Poi, nell’800, arriva la “rivoluzione del pane bianco” di cui parla lo storico francese Fernand Braudel: farina e pane bianco di frumento – sino ad allora riservati all’élite – diventarono più accessibile, anche in termini economici. Soprattutto nel dopoguerra la farina bianca raffinata ha preso il sopravvento sulla farina non raffinata: ufficialmente in quanto più digeribile, in realtà perché più adatta ai processi industriali, con tempi di lavorazione ridotti e maggiore conservabilità. Oggi il problema dei carboidrati sta tutto nella scelta di alimenti il più possibile simili a quelli del passato. Prodotti da forno e industriali, pertanto, ridotti al minimo e, soprattutto, largo spazio a pane e pasta integrali, perché – come ripete da tempo l’oncologo Franco Berrino “la farina 00, come tutti i prodotti raffinati, provoca un aumento della glicemia e il conseguente incremento dell’insulina, fenomeno che nel tempo porta ad un maggior accumulo di grassi depositati”. Nella farina bianca al seme del grano vengono tolte crusca e germe, ricchi di fibre, vitamine, sali minerali, grassi polinsaturi, lasciando soprattutto amidi e proteine. In termini nutrizionali l’unico vantaggio delle farine raffinate è la riduzione dei fitati (sostanze anti-nutrienti); di contro, si perdono buona parte degli acidi grassi polinsaturi, le vitamine del gruppo B e la vitamina E; la maggior parte di magnesio, ferro e degli altri minerali e oltre la metà delle importantissime fibre; particolare non trascurabile, il pane integrale ha oltre 65 calorie in meno (225 contro 289) di quello fatto con la farina 00, ha indice glicemico ridotto (per le fibre) e contiene pochissimo sale, due caratteristiche che lo rendono adatto a chi ha problemi di diabete o pressione alta. Il pane integrale, infine, si mantiene fragrante più a lungo di quello bianco, riducendo il problema dello spreco di cibo. Per tutto questo il pane è sempre stato ed è ancora oggi l’elemento centrale di un’alimentazione sana ed equilibrata. Il termine “compagnia” viene dalle parole latine cum e panis. Come ha scritto Mario Rigoni Stern “Coloro che condividono il pane, condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze”. (9-2019)