Le anfetamine – o amfetamine – sono le più conosciute droghe di sintesi: sono sostanze prodotte in laboratorio che stimolano il sistema nervoso centrale. A livello farmacologico producono vasocostrizione periferica, con conseguente aumento della pressione sanguigna, aumento del battito cardiaco, riduzione del senso di fatica e diminuzione dell’appetito (ma soltanto nei primi mesi); agiscono riducendo il riassorbimento di dopamina e aumentando la concentrazione di adrenalina e noradrenalina, con conseguente forte stimolazione a livello centrale; diversamente dalla cocaina, sono eliminate lentamente e presentano, quindi, effetti più lunghi e pericolosi. Data la loro origine chimica, la storia delle anfetamine è piuttosto recente. Sono state scoperte più di 100 anni fa, nel 1887, ma sono state brevettate solo nel 1924 nel corso di ricerche per individuare un sostituto sintetico dell’efedrina, efficace nella cura dell’asma. Negli anni ’30 fu introdotta sul mercato – con il nome commerciale di Benzedrine (nella foto) – un nuovo inalatore per trattare la congestione nasale: era la prima anfetamina, disponibile senza prescrizione medica. Le anfetamine, nel corso degli anni successivi, trovarono impiego soprattutto in 3 campi: nell’esercito, tra studenti e sportivi, come prodotti dimagranti. Il Giappone, negli anni ’50, ha avuto una vera e propria epidemia da abuso di anfetamine. La metamfetamina, molto potente e di facile produzione, fu scoperta proprio in Giappone nel 1919, ma la prima grave epidemia d’abuso si verificò durante la seconda guerra mondiale. L’esercito tedesco e quello giapponese distribuirono massicciamente pillole a base di anfetamine ai loro soldati, in particolare ai piloti per aumentarne le prestazioni belliche. I Giapponesi distribuirono le anfetamine anche alla popolazione civile, nelle fabbriche di munizioni e materiale bellico, per aumentare la produttività. Finito il conflitto, le industrie farmaceutiche nipponiche intrapresero una efficace campagna pubblicitaria per vendere le enormi scorte di anfetamine accumulate. Le anfetamine venivano consigliate nei casi di sonnolenza e stanchezza cronica, obesità e depressione. Alla fine degli anni ’40 si registravano 11.000 casi l’anno di “psicosi da anfetamine”; una statistica del 1950 stimava che quasi il 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei giovani giapponesi abusasse di queste sostanze. Per limitare la portata dell’abuso di anfetamine, prima furono lasciate in commercio solo le confezioni iniettabili – producendo un abuso di metamfetamina per endovena – poi fu bloccata completamente la loro produzione; iniziò, immediatamente, la produzione il traffico illegale di anfetamine per rifornire tutti coloro che prima le acquistavano legalmente, ma la frequenza dell’abuso gradualmente diminuì. Per l’utilizzo in campo scolastico, l’esempio storico più significativo è quello della Svezia. Nel Paese scandinavo le anfetamine furono commercializzate a partire dal 1938, con una martellante campagna pubblicitaria che le consigliava a tutta la popolazione e agli studenti in particolare. Furono sufficienti 6 anni di libera circolazione perché si diffondesse, come in Giappone, un abuso generalizzato di questi stimolanti; nel 1944 le anfetamine furono inserite tra le sostanze stupefacenti, ma la fioritura de mercato illegale mantenne per molti anni il fenomeno sociale dell’abuso, giovanile ma non solo, di anfetamine. In modo analogo negli Stati Uniti, negli anni 50, due anfetamine legali – Dexedrine e Methedrine – divennero sostanze d’abuso per studenti, camionisti e atleti. Tra i tantissimi casi di abuso di anfetamine a livello sportivo – chiaramente con azione di doping – la tragica morte del ciclista inglese Tom Simpson, su una salita del Tour de France del 1967. Il terzo settore di impiego delle anfetamine è stato quello delle cure dimagranti. Il caso italiano è interessante. Nonostante i precedenti del Giappone e della Svezia, per non parlare degli Stati Uniti, nel 1965 furono immesse nel mercato 30 prodotti diversi a base di anfetamine; il più famoso aveva il nome commerciale di Simpamina. La pubblicità di questi farmaci “miracolosi” passò rapidamente dalle riviste di medicina alle riviste a larga diffusione, determinando – a partire dagli anni ’50 negli Usa, 15 anni dopo da noi – una grave e particolare forma di epidemia d’abuso, con moltissimi casi di persone diventate dipendenti all’anfetamina nel corso di cure dimagranti. Lo scrittore Hugh Selby Jr. ha descritto magistralmente questo dramma nel suo libro “Requiem per un sogno”, portato recentemente sullo schermo da Darren Aronoksky. Come ha bene rilevato Luigi Cancrini: “fra il 1965 e il 1972, le tossicomanie da anfetamine hanno continuato così a verificarsi in Italia in modo del tutto legale: sordi alle denunce ed all’evidenza dei fatti, l’industria continuava a produrre, i grossisti a commerciare, i farmacisti a vendere con la protezione e l’avallo dello Stato.” Oggi il consumo di anfetamine – in particolare ecstasy e metamfetamina – è principalmente un fenomeno giovanile, che riguarderebbe quasi 2 milioni di consumatori in Europa e altrettanti negli Stati Uniti.
Camminare secondo Rebecca Solnit
Rebecca Solnit è una scrittrice e giornalista californiana; è anche storica, ambientalista, femminista e critica d’arte e ha pubblicato diversi libri su politica, letteratura ed esperienze di viaggio, tra cui – nel 2002 – Storia del camminare (Mondadori), da cui sono estratti questi passi “Una gamba è il pilastro che sostiene il corpo eretto tra cielo e terra. L’altra, un pendolo che oscilla da dietro. Si parte con un passo, poi un altro e un altro ancora che, sommandosi come lievi colpi su un tamburo, formano un ritmo: il ritmo del camminare” “La cosa più ovvia e più oscura del mondo è questo camminare, che si smarrisce così facilmente nella religione, la filosofia, il paesaggio, la politica urbana, l’anatomia, l’allegoria e il crepacuore. La storia del camminare è una storia non scritta, segreta, i cui frammenti si possono rintracciare con parole semplici in migliaia di passi di libri come anche di canzoni, nelle strade e in quasi tutte le avventure di ciascuno di noi”. “La storia corporea del camminare è quella dell’evoluzione del bipedismo e dell’anatomia umana. Per la maggior parte del tempo camminare è un atto puramente pratico, il mezzo locomotorio inconsapevole tra due luoghi”. “La materia del camminare riguarda, in un certo senso, il modo in cui attribuiamo significati particolari ad atti universali. Come il mangiare o il respirare, così il camminare può essere investito di significati culturali completamente diversi, da quelli erotici a quelli spirituali, da quelli sovversivi a quelli artistici”. “Il camminare ha creato sentieri, strade, rotte commerciali; ha generato concezioni di spazio locali e transcontinentali; ha conformato città, parchi; prodotto mappe, guide, attrezzature e, ancora, una vasta biblioteca di racconti e di poemi che ci parlano di camminate, pellegrinaggi, spedizioni alpinistiche, vagabondaggi, e anche di picnic estivi”. “La storia del camminare è la storia di ciascuno di noi, e ogni sua versione scritta può solo sperare di indicare alcuni dei sentieri più calpestati nelle vicinanze di chi la scrive, vale a dire che i sentieri che ho tracciato non sono gli unici cammini”. “Due o tre ore di camminata mi possono condurre nel luogo più straordinario che mi sia mai accaduto di ammirare. Una fattoria isolata, mai vista prima, può avere lo stesso fascino dei domini del Re del Dahomey. Ed effettivamente è possibile scoprire una sorta di armonia tra le risorse di un paesaggio entro un raggio di dieci miglia, o i limiti di una passeggiata pomeridiana, e i settant’anni della vita umana. Né gli uni né gli altri vi diverranno mai troppo familiari”. “Camminare in sé è l’atto volontario più vicino ai ritmi involontari del corpo: il respiro e il battito del cuore. Stabilisce un delicato equilibrio tra il lavorare e l’oziare, tra il fare e l’essere. È una fatica fisica che produce nient’altro che pensieri, esperienze, arrivi”. “Camminare è, idealmente, uno stato in cui la mente, il corpo e il mondo sono allineati come se fossero tre personaggi che finiscono per dialogare tra loro, tre note che improvvisamente formano un accordo. Camminare ci permette di essere nel nostro corpo e nel mondo senza esserne sopraffatti. Ci lascia liberi di pensare senza perderci totalmente nei pensieri” “Camminare ha avuto una sua età dell’oro che, iniziata nel tardo XVIII secolo, si spense, temo, qualche decennio fa. Fu un’età imperfetta, più aurea per alcuni che per altri, eppure eccezionale perché ha creato luoghi appositi e dato valore alla camminata per diporto. Visse il suo apice attorno al giro di boa del XIX secolo, quando nordamericani ed europei si davano appuntamento per uscire insieme tanto per una passeggiata quanto per un aperitivo o un invito a cena; andare a piedi aveva spesso una sua sacralità, era anche uno svago di routine, e fiorivano le associazioni escursionistiche. A quei tempi, le innovazioni urbane del XIX secolo, come i marciapiedi e le fogne, rendevano più vivibile la città non ancora minacciata dalle accelerazioni del secolo successivo”.
Disuguaglianze e salute
L’aumento delle disuguaglianze socio-economiche e il peggioramento della salute pubblica sono due pesanti ipoteche sul futuro delle prossime generazioni. Sul sito della Commissione Europea per la Salute si trova l’indicatore Health life years at birth; se lo analizziamo, vediamo che nel nostro Paese -dal 2003 in poi – si riduce fortemente l’aspettativa di vita in salute, in modo particolare nelle donne. La nostra longevità è sempre maggiore, ma la vita senza farmaci e altri presidi medici si accorcia drasticamente ed è la prima volta che succede. Il fenomeno è sicuramente collegato all’aumento di molte patologie cronico-degenerative fra cui, in primo luogo, il cancro. I tumori – seconda causa di morte nel mondo, dopo le malattie cardio-vascolari – sono collegati strettamente all’ambiente, 8 tumori su 10 dipendono da ciò che mangiamo e da ciò che respiriamo, dal nostro modo di vivere. Nelle nostre società occidentali sono di fatto presenti tutti i presupposti per favorire le malattie oncologiche. Innanzitutto, l’abbandono della dieta mediterranea e il prevalere del modello alimentare nordamericano, la generale riduzione dell’attività fisica e l’enorme diffusione delle vetture private, la presenza di impianti industriali e centrali termoelettriche, l’invecchiamento sempre maggiore della popolazione. Circa due anni fa, nel marzo 2013, la rivista Lancet ha pubblicato uno studio sulla longevità di 19 Paesi europei. Al primo posto la Spagna, poi noi Italiani, quindi Francia, Germania e Svezia. Solo quattordicesimi gli Inglesi. Molti sono stati colpiti dal fatto che a capeggiare la classifica fossero due stati dalle economie non proprio floride, come Spagna e Italia, e con spese sanitarie inferiori. Sicuramente si tratta di due Paesi che hanno un’alimentazione mediamente migliore di quella inglese; anche se la dieta mediterranea sembra un ricordo degli anni ’50, sicuramente influisce nel modello alimentare italiano e spagnolo la grande varietà di frutta e verdura, il ridotto apporto di grassi animali e l’uso dell’olio d’oliva; un altro fattore che depone a sfavore degli Inglesi sembra essere la forte assunzione di alcol in brevi intervalli di tempo (di solito, nel fine settimana) con l’aumento del rischio di ammalarsi di demenza senile. Meno alcolici, più vegetali e grassi di qualità migliore non spiegano, però, questi dati. Tra i Paesi in fondo alla classifica di tutti gli indicatori socio-sanitari c’è infatti il Portogallo, con alimentazione più simile alla nostra, ma disuguaglianze economiche più vicine a quelle inglesi. Il punto è proprio questo: nelle società caratterizzate da forti disuguaglianze economiche – il modello anglo-statunitense, per capirci – tutti gli indicatori di benessere tendono al peggio, a partire dalla salute. Nei Paesi in cui la distribuzione della ricchezza è fortemente diseguale si riscontrano alcune caratteristiche che difficilmente si penserebbe di collegare: a) bassa speranza di vita alla nascita; b) alta mortalità infantile; c) maggior numero di gravidanze adolescenziali; d) alti tassi di incarcerazione; e) minor rendimento scolastico degli studenti; f) maggior incidenza delle malattie mentali; g) alte percentuali di alcolisti e consumatori di droghe; h) maggior tasso di sovrappeso e obesità; questi 8 parametri sono l’evidente dimostrazione di un peggior stato di salute fisica, psichica e sociale. Gli epidemiologi Richard Wilkinson e Kate Pickett hanno sintetizzato 30 anni di ricerche e confronti statistici in un eccellente lavoro intitolato “La misura dell’anima”. Il sottotitolo spiega tutto: “Perché le disuguaglianze rendono le società più infelici”. Con una serie impressionante di dati e tabelle statistiche i due studiosi fanno vedere come in una società in cui il divario tra le fasce ricche di popolazione e quelle povere è alto, il risultato inevitabile sarà: più obesi e più malati di mente, più carcerati e più violenza. Una crescita economica che ottenga solo l’aumento del PIL del Prodotto Interno Lordo, senza ridurre le differenze di reddito non rende una nazione più sana, più felice, più soddisfatta: semplicemente peggiora la qualità della vita, anche degli strati più ricchi di popolazione. I problemi sanitari e sociali sono evidentemente correlati alla disuguaglianza, ma vengono colpevolmente trattati dai politici e dai responsabili delle politiche sanitarie come se fossero fenomeni distinti, non connessi. Il messaggio che emerge da questo libro è forte e chiaro: ripensare la follia liberista degli anni ’80 e ’90, impersonata da Reagan, da Thatcher e dai loro emuli, per ridurre la forbice sociale e costruire società più solidali e, quindi, più sane. (4-2015)
Salute e farmaci per Silvio Garattini
“In Italia da anni siamo vivendo un eccesso di medicalizzazione, Tra le cause ci sono importanti interessi economici, ma concorre al fenomeno anche una pesante asimmetria dell’informazione. Chi vende fa pressione sui gradini inferiori della piramide, e chi acquista non è abbastanza informato”. “La società si è dimenticata che la scienza è, in realtà, parte integrante della cultura, intesa non solo come sapere, ma anche come capacità critica. In Italia, sembra che il concetto di cultura si applichi solo alle lettere, alla filosofia o al diritto. La scuola non vede la scienza come elemento culturale forte, non insegna principi scientifici che permettano di stabilire con relativa certezza se un farmaco serve o no, se esiste un rapporto di causa-effetto o quali sono i rischi e i benefici. Per questo la gente è meno capace che altrove di individuare principi guida cui ispirarsi per valutare le situazioni”. “Siamo vittime della pubblicità e siamo convinti di poter vivere in eterno, evitando qualsiasi rischio di malattia, perché la pubblicità promette cose non vere. A forza di sentire che un certo farmaco serve, ci crediamo davvero. Ma così diventiamo tutti pazienti a rischio.” “La medicalizzazione più spinta è nella diagnostica, perché oggi si prescrivono moltissimi esami ematochimici e funzionali inutili. Non a caso si parla di medicina difensiva, perché il medico dimostra così di aver fatto tutto ciò che era in suo potere per inquadrare quel paziente. L’Italia è tra i paesi in cui si eseguono più Tac e risonanze magnetiche”. “E lo stesso succede con i test genetici, dove la scoperta continua di nuovi marcatori nel DNA porta a esagerare la prescrizione di test. Test del tutto inutili, perché nella maggior parte dei casi trovare un “difetto” genetico non impone di passare alla terapia, dato che non tutte le mutazioni nel genoma portano a patologia. Ma anche perché spesso una cura proprio non esiste”. “Alcuni esempi di trattamenti terapeutici inutili sono l’utilizzo dell’ozono per l’artrite, degli ultrasuoni per i disturbi muscolari, l’abuso degli integratori alimentari, privi di prove di efficacia. Nessuno dice che non fanno nulla, che basterebbe cambiare stile di vita per stare meglio.” “I farmaci, se si dimostrano inutili, andrebbero eliminati. Invece, in Italia sono passati 24 anni dall’ultima revisione del prontuario terapeutico, quando erano stati eliminati farmaci (non necessari) per un giro di vendite pari a 4.000 miliardi di vecchie Lire di fatturato. Sui circa 12.000 farmaci oggi in commercio ne eliminerei almeno il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}”. “Per iniziare a cambiare questo stato di cose bisognerebbe smettere di inventare malattie che non esistono e che servono solo a vendere farmaci. “Bisognerebbe avere il coraggio di cambiare l’approccio alle poli-patologie, specie nell’anziano, dove l’assunzione anche di 10 farmaci non migliora lo stato di salute perché non sappiamo come i farmaci interagiscono fra loro”. “Bisognerebbe ridare allo Stato un po’ più di potere rispetto alle Regioni, migliorando l’informazione pubblica e rendendola capillare e corretta sin dall’infanzia. Non possiamo guarire tutto con i farmaci, ma buoni stili di vita possono evitare l’impiego di molti farmaci” (dall’intervista di Cristina Serra dell’Espresso a Silvio Garattini del 21-12-2017) (nella foto Lezione di anatomia del dottor Tulp di Rembrandt, 1632)
Politica e sobrietà per Josè Mujica
La politica e la sobrietà secondo José Mujica; Mujica è stato Presidente dell‘Uruguay dal 2010 al 2015; gli è succeduto il rappresentante del Fronte Ampio, il medico socialista Tabaré Vázquez (che era già stato Presidente dal 2005 al 2010). “La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli”. “E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere”. “Lo spreco è funzionale all’accumulazione capitalista, che per essere alimentata ha bisogno che compriamo di continuo, ci indebitiamo fino alla morte”. “Se in 7 miliardi vivessimo tutti come il nordamericano medio ci vorrebbero tre pianeti. Serve misura. E fare delle scelte”. “Se si dimezzassero i 2000 miliardi di dollari per spese militari si cancellerebbe la fame dal mondo. I mezzi ci sono, li spendiamo male. Si parla da 20 anni di Tobin Tax, sulle transazioni finanziarie. Per Wall Street cambierebbe poco, tantissimo invece per il welfare in crisi ovunque: perché non si fa?”. “Papa Francesco è un gran personaggio. Condividiamo la sobrietà. Se lo lasciano fare potrebbe riportare la Chiesa a una vocazione più popolare”. “La differenza tra destra e sinistra è proprio che quest’ultima dovrebbe avere come priorità la fratellanza, ridurre le differenze economiche, e quindi sociali, che per la destra sono invece buone e auspicabili”. “La politica è l’arte di organizzare il futuro, senza subirlo come se fosse il terremoto. La vita è breve, ci scappa dalle mani, e nessun bene materiale vale altrettanto: capire questo è fondamentale”. “Il mio progetto di legalizzare la marijuana, facendola gestire allo Stato a un dollaro ai grammo è un tentativo. Odio la droga, ma il narcotraffico è, se possibile, ancora più pericoloso. La guerra fatta sin qui non ha funzionato. Proviamo questa strada e guardiamo come va”. “L’animale uomo resta, essenzialmente, un animale utopico, nel senso che ha sempre bisogno di qualcosa in cui credere, perché se non ci si innamora di qualcosa non ha senso alzarsi tutte le mattine e continuare a lottare” (dall’intervista a José Mujica di Riccardo Staglianò, il Venerdì 8-11-2013) (nella foto Fiumana di Pellizza da Volpedo, 1895)
Razzismo ieri e oggi
Razzismo ieri e oggi: razzismi vecchi e nuovi e proto-razzismi sono stati una terribile pagina della storia umana, che hanno accompagnato tre secoli di schiavismo e sono culminati nell’ olocausto degli Ebrei del ‘900. Il pensiero razzista come fenomeno occidentale moderno ha costantemente messo in discussione l’unità del genere umano e ha preteso di concepire le varietà della specie umana come delle “sottospecie” distinte – chiamate razze – con origine differenziata in diverse parte della Terra (teoria del poligenismo,). Tutti gli studi antropologici confermano che il razzismo non è un fenomeno istintivo, ma una costruzione culturale. I bambini di tre anni – di qualsiasi cultura – già riconoscono differenza del colore della pelle, altezza ed età apparente, dato che apparteniamo ad una specie molto visiva. Notiamo subito il colore della pelle, ma non la usiamo per etichettare un gruppo di persone a meno che non ci dicano che quel gruppo di persone è “differente”. Nel 1986 io e mia moglie eravamo in Africa, in Benin, per un progetto di cooperazione: quando entravamo nei villaggi suscitavamo stupore e, forse, sbigottimento, per lo strano colore della nostra pelle. Iowò, iowò (uomo bianco) era il grido che ci accompagnava; se qualcuno avesse associato al dato visivo – il nostro pallore – un significato negativo – il giudizio culturale – quei bambini avrebbero iniziato a etichettarci in blocco come persone cattive e pericolose da cui guardarsi. Alla domanda sacrosanta sul perché sembriamo così diversi va risposto spiegando che la diversità è il risultato dell’adattamento ai diversi climi e ai diversi ambienti. Un congolese, un peruviano e un italiano sembrano diversissimi perché vivono lontani e si sono adattati ad ambienti diversissimi. Oggi sembriamo tutti molto diversi, ma in realtà siamo tutti africani – nel senso di origine – e i nostri antenati sono tutti parenti. Discendiamo tutti da uno stesso (piccolo) gruppo che nel giro di 20.000 anni ha colonizzato tutto il pianeta. Le differenze di colore della pelle sono dovute alla quantità di melanina. Uno dei tanti paradossi della posizione razzista è che discrimina le persone per un carattere biologico che ci ha salvato dall’estinzione: senza melanina, infatti, ci saremmo estinti da tempo per la sua protezione dai raggi UV. In Africa è stata selezionata la variante di un gene (il gene MC1R), che permette ai melanociti della pelle di produrre grandi quantità di melanina, per proteggere chi vive a latitudini con forte esposizione ai raggi solari dal ccancro alla pelle (melanoma). Il primo uomo moderno, l’Homo sapiens, era africano. Era africano e aveva la pelle scura. Uscendo dall’Africa si è decolorato, almeno tre volte in maniera indipendente: prima nei nostri cugini Neanderthal, poi nei Sapiens dell’Asia, infine nei Sapiens europei. Un altro paradosso dell’ideologia razzista viene dalla genomica comparata. Ora che disponiamo d’una buona quantità di genomi completamente sequenziati, la nostra visione dei rapporti tra i viventi è cambiata. La genomica comparata sta clamorosamente mettendo in evidenza non tanto la presenza di geni diversi tra i vari organismi quanto piuttosto una grande conservazione di intere famiglie geniche. Il dato più sorprendente nei diversi genomi di cui conosciamo le sequenze sono le somiglianze geniche non le differenze. La differenza biologica tra due specie molto distanti – come un insetto ed un rettile – sembrano aver poco a che fare con la presenza di geni specifici dell’uno o dell’altro organismo, ma dipendono soprattutto dal modo in cui è regolata l’espressione (nel corso del tempo dello sviluppo e del tempo evolutivo) degli stessi geni presenti nei diversi organismi. In poche parole, la biologia sta dicendo – anche ai razzisti – che tutti noi viventi ci assomigliamo e – come sosteneva Gregory Bateson – siamo tutti connessi reciprocamente. P.S. nella prima classificazione di Linneo del 1735 erano previste 4 razze principali, associate a differenti temperamenti; 14 anni dopo, Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, sostenne che l’uomo primitivo era bianco; per il grande naturalista francese ogni mutamento di colore rappresentava una degenerazione del ceppo originale risalente ad Adamo ed Eva; i neri, pertanto, andavano considerati esseri inferiori, prossimi alla condizione animale. Appare buffo pensare che – rovesciando l’ipotesi di Buffon e utilizzando le attuali conoscenze scientifiche – le popolazioni nere sarebbero il modello iniziale perfetto, le popolazioni scandinave la degenerazione estrema, noi mediterranei una via di mezzo (nella foto immagine di copertina del sito Take Action Against Racism, Carleton University).
Mondo vivente e connessioni per Gregory Bateson
“Noi abbiamo la tendenza a pensare per astrazioni, ma le astrazioni rappresentano male il mondo reale. Questo errore viene in gran parte fin dalla rivoluzione industriale. Le scienze naturali hanno sviluppato l’idea che le quantità fossero buone, e le misure valide; e hanno permesso l’errore di supporre che i numeri fossero una sorta di quantità. Così noi diamo una fiducia cieca alle statistiche, che trattano i numeri come se fossero quantità.In realtà, il numero e la quantità hanno origine da due diverse sorgenti logiche. I numeri sono distinti. Le quantità invece sono sempre approssimative”. “Questi modi di pensare consentono alla cupidigia il sopravvento. Più è sempre meglio che meno: è il credo della cupidigia. Ma questo non è mai vero biologicamente. C’è sempre un valore ottimale al di là del quale tutto diviene tossico: l’ossigeno, il sonno, la psicoterapia, la filosofia”. “Siamo una specie in pericolo? Sì. L’ordine di grandezza del pericolo sembra essere legato al fatto che le specie più grandi sono le più minacciate, come la balena o i grandi mammiferi africani. Noi siamo più o meno il numero dieci della lista”. “Uno spirito orientato verso i modelli – come fu mio padre (William Bateson) – è uno dei fattori fondamentali che permettono al vento dell’ispirazione di soffiare sulla mente. I lavori di mio padre mi hanno aiutato a uscire dalle false piste su cui mi ero avviato all’inizio” “Ho partecipato ad alcune conferenze presso la Macy Foundation, dove il gruppo di Norbert Wiener studiava la cibernetica. Da lì, ho cominciato a meditare su quella “conoscenza più vasta” che è, per esempio, il cemento che collega le foreste di sequoia ai gruppi umani”. “E’ l’epistemologia la colpevole. E’ questa ristrettezza di vedute che ci impedisce di scorgere il modello che collega le cose. Vale a dire un meta-modello: un modello dei modelli. Per la maggior parte del tempo noi non arriviamo a scorgerlo. Fatta eccezione per la musica, siamo stati abituati a considerare i modelli come cose statiche”. “La verità è che il metodo corretto per iniziare a riflettere sul “modello di relazione” è di concepirlo come una danza di parti in interazione, solo in modo accessorio ostacolate da differenti tipi di limiti fisici: i limiti che gli organismi impongono per abitudine e così via. Gli studiosi comportamentali hanno l’abitudine di cercare delle quantità, è così che non colgono i fattori realmente importanti. Un gran numero di spiegazioni offerte dalla psicologia sono di questo tipo. L’aggressione è spiegata con un “istinto aggressivo”. E via di seguito. Questo tipo di spiegazione suppone che la causa di un comportamento è una parola astratta derivata dal nome di quel comportamento stesso. Ebbene, l’alternativa all’oppio è considerare le relazioni tra l’oppio e il paziente, e cercare un metodo di indagine della biochimica di ambedue. Lì si trova la risposta: nella relazione”. “Gli psichiatri sono abituati a un modello falso, derivato dalle scienze dell’800. L’entità clinica è vista come una certa cosa, che risiederebbe all’interno del paziente. Ciò che non vogliono vedere è che dare un nome a questa “cosa” non è sufficiente per conoscerla. La mappa non è il territorio. Guardiamo la storia della psichiatria: l’insulina, la lobotomia, l’elettrochoc, la ferocia del disprezzo popolare hanno contribuito a quell’aumento della sofferenza che va sotto il nome di schizofrenia”. “Esiste una mente più vasta di cui la mente dell’individuo è solo un sottosistema. Questa mente più vasta è forse quella che alcuni chiamano Dio. Ma è immanente nel sistema sociale totale, interumano, e include l’ecologia planetaria. Sono sicuro che vale la pena di cercare di percepire questa rete di modelli e di conoscenze”. (da un’intervista a Gregory Bateson, pubblicata sul N. 7 di Essere secondo Natura, novembre 1986)
Piante e innovazione per Stefano Mancuso
“Spesso ci sfuggono le dimensioni della nostra dipendenza dalle piante: viene dal mondo vegetale tutto quello che mangiamo, l’ossigeno che respiriamo, la maggior parte dei tessuti con cui ci copriamo, l’energia fossile, più del 90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei principi attivi usati in medicina. Nonostante questo, il numero di persona che studia le piante nel mondo è ridicolo”. “Le piante hanno comportamenti simili a quelli degli animali, per esempio nei movimenti e nella crescita della radice. Poi, ci si accorge che in realtà non hanno niente a che fare con gli animali. Sono dei modelli diversi, e questo le rende ancora più affascinanti”. “Un primo passo per capire la pianta è pensarla non come se fosse un organismo unico come un animale, ma come una colonia di insetti. Una colonia si comporta come un super organismo: una formica da sola è stupidissima, ma quando stanno tutte insieme fanno cose eccezionali”. “Mentre gli animali si muovono, le piante stanno ferme. Per questo noi animali non abbiamo bisogno di essere incredibilmente sensibili: se ci accorgiamo anche in ritardo di qualcosa che sta accadendo, ci spostiamo. La pianta non può farlo: la sua unica possibilità di sopravvivenza è riuscire a percepire i cambiamenti con larghissimo anticipo e mutare di conseguenza la propria anatomia e fisiologia, e questa è una cosa che richiede tempo”. “Le piante sono molto più sensibili degli animali: i vegetali sono capaci di sentire campi elettrici, magnetici, elementi chimici, luce. Quando ancora noi non sentiamo nulla, loro già sanno che tra qualche giorno arriverà il freddo, o il fuoco. Non è corretto dire che sono in grado di fare previsioni: sono capaci di sentire minime variazioni”. “Noi animali abbiamo organi per rispondere a specifiche esigenze: vediamo con gli occhi, respiriamo con i polmoni, pensiamo e decidiamo con il cervello. Le piante non possono permettersi di avere gli organi, perché sono punti deboli: gli animali predandole le ucciderebbero. Le piante vedono, sentono e prendono decisioni, solo che queste funzioni sono distribuite su tutto il corpo”. “Le piante rappresentano un modello più adatto a produrre innovazione, meno efficiente in termini di tempo, ma più robusto e maggiormente capace di rispondere ai cambiamenti dell’ambiente”. “Negli animali tutto è movimento: in noi tutto si basa sulla risposta veloce, non ci siamo evoluti per percepire i mutamenti e risolvere i problemi, ma per evitarli. Siamo costruiti nella maniera più efficiente possibile, con un unico organo di comando che decide, per fare una sola cosa: spostarci. Essendo fatti in questa maniera, abbiamo costruito così tutto quello che ci riguarda: la nostra società è gerarchica, così come lo sono le aziende. Il mandato del mondo animale è quello di evitare i mutamenti, non di adattarsi ad essi. Non siamo capaci di cambiare e dunque di innovare”. “Il modello vegetale è diverso da noi, è in grado di percepire prima i mutamenti e di adattarsi. Nelle piante l’epigenetica ha un’importanza enorme: se una pianta cresce in un ambiente più caldo e con meno acqua, per esempio, imparerà come resistere e lascerà questa conoscenza alla generazione figlia”. “Penso che il nostro futuro dovrebbe essere affidato a un modello di tipo vegetale. La vera risposta al nostro futuro è, insieme a tante altre, dare la possibilità a tutte le persone che nascono di poter dare la soluzione. Ecco perché il modello vegetale è importante mentre la gerarchia è contro l’innovazione: la gerarchia riduce il numero delle soluzioni a quelle che possono essere pensate da un numero ridottissimo di persone. Nel 1992 Nature ha pubblicato un lavoro strepitoso in cui ha dimostrato che le decisioni prese in gruppo sono sempre migliori di quelle prese dal più esperto del gruppo. Questo è il sistema con il quale le piante prendono le decisioni: distribuito, non gerarchico, con un grandissimo vantaggio di essere creativo e di portare innovazione”. (dall’intervista di Stefano Mancuso a Repubblica 4-12-2016)
Economia circolare e rifiuti secondo Daniela Ducato
“Io sono una freelance, una sorta di referente per l’economia circolare laddove serve. Opero assieme ad altri professionisti, per conto dell’associazione Casa Verde. Favorisco l’incontro fra aziende e persone, ho messo insieme un team multidisciplinare, ma niente di quello che faccio è una mia iniziativa”. “La prima cosa è la scelta dei materiali: non devono essere materie prime sottratte agli ecosistemi, né prodotte ad hoc” (Daniela Ducato utilizza lane vegetali e animali, bucce di pomodoro e vinacce, paglie di gramigna o di canapa e altri prodotti di scarto). “E’ importante conoscere la storia e la geografia dei materiali. Dove vengono prodotti, da chi, in quali condizioni. Perché i materiali sono pezzi di mondo, hanno dentro persone, economie”. “I materiali hanno dentro le donne, che nella green economy sono quelle più sfruttate, perché costano meno, come le donne che lavorano in Africa la fibra di cocco, immerse nel veleno. Chi usa fibra di cocco lo fa pensando di usare un materiale buono, pulito, vegetale; non sa quanta morte e disperazione sta creando dall’altra parte del mondo”. “I nostri prodotti devono essere ecologici e sani per chi li utilizza e per l’ambiente. Per questo nel nostro gruppo multidisciplinare, oltre a ingegneri, agronomi, chimici, biologi e geologi, abbiamo anche medici e pediatri”. “I nostri prodotti devono avere prestazioni elevate, uguali o superiori ai prodotti petrolchimici, e un costo sostenibile, perché la salute e l’ecologia non possono rientrare fra i beni di lusso, devono essere per tutti”. “Noi riponiamo molta fiducia nel riciclo, ma la parola riciclo è una parola di transizione, che dobbiamo limitare. Prendiamo la plastica: ne continuiamo a produrre sempre di più, ne ricicliamo una piccola parte”. “Stiamo soltanto rimandando il problema. Dobbiamo iniziare a progettare oggetti con un design plastic-free, senza petrolchimica, e che non diventino rifiuti”. “Economia circolare dal mio punto di vista vuol dire anche democrazia e condivisione dei saperi. Non esiste una banca dati condivisa, perciò si tendono a replicare gli stessi studi e gli stessi errori. Questo è un enorme spreco di risorse e di denaro pubblico”. Guardare a un problema da vari punti di vista, con varie competenze, ci aiuta a trovare soluzioni migliori. Quando le persone si incontrano e si confrontano, si produce un’idea del limite che è alla base dell’innovazione”. (dall’intervista di Andrea Degli Innocenti sull’Extra Terrestre, supplemento del Manifesto del 21/3/2019)
Determinismo genetico secondo Richard Lewontin
“La selezione naturale non è una nozione mistica, come tendono invece a definirla i neodarwinisti” “I cultori dell’evoluzionismo come Daniel Dennett e Richard Dawkins hanno fatto dell’evoluzione una nozione astratta. Preferisco parlare di evoluzione con i miei amici biologi e chimici” “Oggi sappiamo che ci fu una evoluzione, e questo è un fatto, ma non è lo stesso che dire ‘perché’ questa evoluzione abbia avuto luogo” “La domanda deve essere posta sul ‘come’, mentre il ‘perché’ non appartiene alla scienza, ma alla religione. I neodarwinisti vogliono invece creare significato. Per questo non dobbiamo porre domande troppo grandi sull’evoluzione”. “Ho aperto la mia mente su queste domande. Ho realizzato che l’ambiente non è qualcosa di fisso e che non c’è una evoluzione verso l’adattamento” “L’ambiente si costruisce. Per questo ho criticato il determinismo genetico. I geni non fanno un organismo, non puoi predire l’evoluzione di un organismo a partire dal DNA. Devi tenere conto anche dell’ambiente” “C’è una costante interazione fra interno ed esterno. Il fatto che un organismo è il risultato di esterno e interno finisce con il modificare anche la comprensione dell’evoluzione. Il riduzionismo è invece semplicistico su queste materie. E’ un non senso” “Il premio Nobel James Watson ad esempio non ha capito nulla sull’ambiente, ma pensa che siano i geni a determinare tutto. Ha persino detto che da una sequenza del DNA sarebbe in grado di ricondurre a un organismo. Nella stampa e nell’opinione pubblica questa è una idea del tutto dominante e maggioritaria” “In medicina c’è la tentazione di ricondurre le malattie ai soli geni. Il progetto Genoma Umano a mio avviso è stata una completa perdita di tempo”. “Per capire meglio la natura umana, preferisco leggere i libri di Lev Tolstoj” (da un’intervista a Richard Lewontin del 4-2010) (nella foto Il Peccato originale di Pieter Paul Rubens, 1617)