La Società Italiana di Andrologia (SIA) ha lanciato una vasta campagna di sensibilizzazione per una sessualità responsabile con il progetto Prevenzione Andrologica 2.0. Ecco le 10 regole d’oro per i genitori Fate fare a vostro figlio una visita andrologica all’età di 14 anni e poi regolarmente negli anni successivi. Questa visita sarà molto utile per controllare il regolare sviluppo e per cogliere eventuali anomalie dei genitali. In questo modo, inoltre, il ragazzo impara a capire che c’è uno specialista (l’andrologo) e un luogo (l’ambulatorio) dove poter essere ascoltato sui temi del proprio apparato genitale. Una persona a cui poter chiedere e dalla quale avere risposte scientifiche e corrette. Informatevi e documentatevi sulle principali malattie a trasmissione sessuale e su come prevenirle. Informatevi anche sulla fisiologia del sesso, su quali sono i parametri di normalità, e sui principali disturbi sessuali maschili e femminili. Solo in questo modo potrete abbattere quelle barriere nella comunicazione sui temi della salute sessuale e riproduttiva che a volte portano gli adolescenti a paure ingiustificate o a false sicurezze. Aprite un dialogo sui temi sessuali con i vostri figli. Questo farà capire ai ragazzi che è possibile avere con voi genitori un ascolto su dubbi e preoccupazioni. Una risposta corretta oggi eviterà loro una angoscia domani, o una risposta sbagliata dalla persona sbagliata. Dall’andrologo con papà. Per i padri andare insieme dallo specialista come fanno le mamme e le figlie dal ginecologo aiuta a ricostituire la solidarietà fra le generazioni. Insegnate a conoscere il proprio corpo e il proprio apparato genitale. L’auto palpazione dei testicoli è fondamentale per la prevenzione del carcinoma del testicolo, così come per le donne l’auto palpazione della mammella. Guardare il proprio pene non per valutarne le dimensioni, ma per vedere se si hanno delle escrescenze o delle perdite è fondamentale per la prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale. Insegnate l’importanza di una sessualità responsabile, sia per la prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale che delle gravidanze indesiderate. Spiegate come si apre, si calza e si usa il preservativo, e soprattutto cosa fare nel caso in cui mentre lo si indossa si ha una detumescenza. Insegnate ai vostri figli a volersi bene e ad avere rispetto di loro stessi. Spiegate loro che fumo, alcool e droga sono nemici della sessualità e della fertilità. Ricordate che la fertilità maschile va controllata e protetta non quando si cerca di avere un figlio, ma molto prima. Fare questi controlli nel momento in cui si cerca una gravidanza potrebbe essere troppo tardi. No Panic. Fate capire ai ragazzi che gli insuccessi sessuali possono capitare a chiunque, e che fanno parte della normalità. Dopo il secondo insuccesso sessuale, tuttavia, meglio andare da un andrologo. Insegnate il rispetto. Spiegate a vostro figlio che durante un approccio sessuale, quando una ragazza dice NO vuol dire NO. Non sempre questo è chiaro ai ragazzi, e il rispetto per le donne va insegnato fin dai primi anni. (6-2015)
Sitting volley al Santa Lucia
Quest’anno ricorrono i 120 anni della creazione della pallavolo; dallo strano gioco inventato nel 1895 dal professor Morgan molte cose sono cambiate. Oggi la pallavolo è lo sport più praticato dalle donne e dagli studenti.Tra i grandi sport di squadra è l’unico ad avere campionati femminili e maschili di pari livello e con la stessa storia (il volley esordì alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 con entrambi i tornei). Tutti conoscono ormai la pallavolo ufficiale e il beach-volley, ma esistono da tanti anni altri giochi di rimando della palla, che presentano regole leggermente diverse dalla pallavolo ufficiale a sei. Le ultime varianti del volley – la Pallavolo unificata e il sitting-volley – mi sembrano decisamente le più interessanti. La pallavolo unificata, come tutto lo Sport Unificato, nasce per riunire nella stessa squadra atleti con e senza disabilità; l’obiettivo è far giocare insieme persone disabili e normo-dotate per realizzare momenti di forte inclusione. Il sitting volley è nato in Olanda a metà degli anni ‘50, come sport senza supporti tecnici, in alternativa al volley che si praticava in carrozzina; nel 1976 è stato inserito come sport sperimentale nei Giochi paralimpici di Toronto, l’equivalente dei Giochi olimpici riservati ad atleti con disabilità fisiche; quattro anni dopo c’è stata l’introduzione nel programma ufficiale ad Arnhem; gli ultimi Giochi paralimpici di Londra del 2012 hanno dato grande visibilità alla disciplina; sono state trasmesse in diretta molte partite del torneo e abbiamo potuto assistere alla vittoria nel torneo maschile degli atleti della Bosnia (secondi i brasiliani). In Italia la patria del sitting volley è stata l’Emilia – patria anche della pallavolo tout court – e da qualche anno si sta capillarmente sviluppando in tutto il territorio nazionale. Ad aprile alla Fondazione Santa Lucia di Roma si è svolto il primo workshop “Sitting volley… una nuova opportunità di sport”, con l’intento aprire agli allenatori della pallavolo una finestra sul mondo dei diversamente abili. Il Santa Lucia è un centro di eccellenza nella riabilitazione in Italia; anche il suo centro sportivo è un’eccellenza, con la punta di diamante della squadra di basket in carrozzella, più volte campione nazionale. Nelle quattro e passa ore della mattinata abbiamo capito tante cose di questa disciplina che si può praticare senza ausilio di altri mezzi. È un volley che si gioca stando seduti (sitting in inglese vuol dire, appunto, seduti), in un campo più piccolo (6 x 10 metri) e con rete più bassa (110 centimetri); bisogna sempre stare con il sedere a contatto con il terreno di gioco al momento di colpire il pallone ed è permesso murare – sempre da seduti – il servizio avversario. Quando nell’ultima ora del work-shop ci hanno messo in campo con i ragazzi privi di arti del Santa Lucia abbiamo capito il senso profondo di questo gioco: ci siamo tutti scordati di essere ad un corso di aggiornamento, ci siamo fatti travolgere dall’entusiasmo e dalla voglia di giocare. C’era solo la bellezza e la creatività del gioco, il modo più significativo di fare integrazione. Per loro e per noi. (5-2015)
Sport e fascismo
Sport e fascismo. “Lo sport italiano, sorretto e potenziato dal Regime, ha realizzato a Los Angeles la sua maggior conquista. Questa è l’ora del tripudio. Si levi l’inno al Capo che ha reso possibile la formidabile impresa olimpionica” Queste le parole che si potevano leggere nella prima pagina della Gazzetta dello Sport del 16-17 agosto del 1932. L’entusiasmo del giornale italiano era ampiamente giustificato: gli anni Trenta vedranno almeno quattro grandi successi internazionali dello sport italiano. Nel 1932 la squadra olimpica raggiunse – ai decimi Giochi Olimpici di Los Angeles – la seconda posizione nel medagliere dietro gli Stati Uniti, un risultato mai prima raggiunto e mai più ripetuto in nessun’altra edizione dei Giochi. Due anni dopo – nel 1934 – la nazionale di calcio, allenata da Vittorio Pozzo, vinse allo Stadio del Partito Nazionale Fascista in Via Tiziano a Roma – presente Mussolini – i Mondiali di calcio, per poi ripetersi alle Olimpiadi di Berlino del 1936 ed ai Mondiali di Francia del 1938. Al successo olimpico italiano del 1932 contribuirono soprattutto tre discipline: la ginnastica (4 ori e Romeo Neri protagonista assoluto con 3 titoli olimpici), il ciclismo (3 ori su 6) la scherma (2 ori e altre 6 medaglie). Va sottolineato che ai giochi di Los Angeles nella squadra nazionale italiana non figuravano donne, e ciò rende ancora più significativo il risultato conseguito dai soli atleti maschi. Oltre al calcio – dominatore nella seconda metà degli anni Trenta – ed ai tradizionali grandi risultati nella scherma e nella ginnastica, lo sport italiano vide nel ventennio fascista i trionfi ciclistici e molti successi internazionali nell’automobilismo, nel motociclismo e nella motonautica, discipline molto care al fascismo per il fatto che esaltavano la velocità e la macchina, tematiche centrali del movimento futurista di Marinetti. Per quanto riguarda il ciclismo, in quegli anni un gruppo di campioni italiani riuscì a vincere molte grandi corse dell’epoca e tutte le 19 edizioni del Giro d’Italia disputate nel Ventennio; oltre ad Alfredo Binda, 5 vittorie al Giro, si distinsero Bottecchia, Learco Guerra, Gino Bartali e Fausto Coppi. Tutti questi successi in campo sportivo furono il risultato di una scelta di fondo del Regime: appropriarsi del’attività fisica e dello sport per rafforzare il consenso intorno al Regime, per aumentare il prestigio internazionale dell’Italia, per educare gli Italiani ad essere cittadini di una “nazione in armi“. “Le prodezze sportive accrescono il prestigio della nazione e abituano gli uomini alla lotta in campo aperto, attraverso la quale si misura non soltanto la prestanza fisica, ma il vigore morale dei popoli“: per Mussolini era questo il senso della pratica sportiva nel ventennio. L’atteggiamento del regime fascista verso gli sportivi di alto livello anticipò – per molti aspetti – il successivo “dilettantismo di Stato” della Germania nazista e dei Paesi socialisti. Campioni come il ciclista Learco Guerra o il pugile Primo Carnera diventavano veri e propri ambasciatori del regime; per gli atleti emergenti c’era la possibilità di essere mantenuti dallo Stato per allenarsi a tempo pieno senza preoccupazioni economiche; come ancora succede oggi ai tantissimi atleti dei corpi militari, gli atleti militari del ventennio erano ufficialmente impiegati in enti statali, ma n realtà dovevano solo prepararsi alle gare (alle prossime Olimpiadi di Londra ben 194 atleti su 290, circa due terzi del totale, saranno atleti militari). Grandissima importanza fu dedicata dal Fascismo all’educazione sportiva dei giovani. Sicuramente l’istituzione che ebbe maggior peso fu l‘Opera Nazionale Balilla con la quale il Regime aveva una sorta di monopolio sulle attività motorie dei bambini e dei giovani, dai 5 ai 18 anni (per i giovani universitari fascisti c’era il GUF). Gli sport fondamentali che venivano praticati erano l’atletica leggera, gli sport invernali, il ciclismo, il nuoto, il pugilato, il tiro a segno. In tutta Italia vennero costruiti stadi, piscine e palestre. Nei cinegiornali dell’Istituto Luce venivano immortalati i grandi saggi ginnici collettivi che impegnavano quasi tutti i giovani e le giovani italiane; nel 1936 queste attività arrivavano a coinvolgere quasi 4 milioni di adolescenti; il Fascismo stimolava a svolgere attività sportive, come il nuoto e il tiro con l’arco, anche le ragazze; per tutti i giovani le motivazioni al movimento erano legate all’igiene, all’eugenetica – allora ampiamente accettata a livello scientifico – e alla morale; per i giovani maschi c’erano anche a esigenze di preparazione premilitare. Nel 1937 iniziò le sue attività la Gioventù Italiana del Littorio (GIL) alle dirette dipendenze del segretario del Partito Fascista – nonché presidente del CONI – Achille Starace. Tutta la popolazione giovanile italiana, dai 6 ai 21 anni, fu inquadrata nella GIL, che ebbe anche il monopolio dell’istruzione premilitare e, dal 1941, la gestione di tutti gli insegnanti di educazione fisica. Venendo alle conclusioni possiamo dire che fascismo ha indubbiamente conferito all’educazione fisica una centralità mai verificatasi né prima e né dopo in Italia. Il fascismo ha, inoltre, creato il modello del dilettante di stato, ripreso dai Paesi socialisti per le loro affermazioni in campo olimpico. Un terzo aspetto importante della visione fascista dello sport è nell’avergli attribuito la possibilità di “plasmare” un popolo per renderlo adatto ad un’ideologia (in modo opposto al determinismo biologico del nazismo tedesco che riteneva il popolo germanico “razza superiore” per ragioni genetiche). L’ultima osservazione riguarda il fallimento concreto della visione mussoliniana dello sport come preparazione alla “lotta in campo aperto”: quando nel giugno del 1943, con gli Alleati pronti a sbarcare in Sicilia, l’esercito chiese alla GIL di fornire elementi da adibire ai servizi ausiliari, a Milano si presentano 50 giovani, a Roma 30. Nonostante tutti gli sforzi compiuti, la nuova umanità fascista rimase uno slogan, smentito dalla realtà. (nella foto affresco di Mario Sironi per l’Università di Roma, 1935) (2012)
Frutta secca e salute
Frutta secca o frutta a guscio: a Natale tutti la mangiano, a volte anche esagerando, poi viene quasi dimenticata, fino alla festività successiva. Stiamo parlando di noci e nocciole, arachidi e pistacchi, mandorle e pinoli, un gruppo botanicamente eterogeneo di frutti accomunati da notevoli proprietà nutrizionali. Per secoli la frutta secca – considerata un “cibo povero” – ha letteralmente salvato la vita alle popolazioni europee. I cereali sono sempre stati gli alimenti base per tutti i popoli, il grano per noi Italiani, la segale per chi viveva più a nord, ma comunque c’era sempre un cereale alla base dell’alimentazione. Quando diminuivano o mancavano i cereali (per variazioni del clima, per parassiti o per guerre e carestie), la frutta secca con le sue 500-600 calorie per 100 grammi aiutava a completare la quota di energia necessaria per vivere e lavorare. Oggi, naturalmente, quasi nessuno dalle nostre parti guarda alla frutta secca come nel passato, anzi l’elevato contenuto calorico scoraggia molte persone a consumare questi ottimi alimenti. In realtà, per la frutta secca possiamo fare lo stesso ragionamento che si fa per l’olio d’oliva: sono alimenti eccellenti dal punto di vista nutrizionale, ma poiché hanno molta energia ne vanno consumate quantità limitate. La frutta secca ha almeno 5 aspetti che la rendono utilissima in un regime alimentare sano ed equilibrato. Vediamoli. Contiene acidi grassi insaturi (omega-3 e omega-6) e fitosteroli, che riducono il livello di colesteroloe eagiscono contro gli stati infiammatori, fornendo così valida protezione dalle malattie cardiovascolari. E’ ricca in fibre, soprattutto insolubili, notoriamente capaci di azione antiossidante e di prevenzione dei tumori. Rappresenta un’ottima fonte – dal 15 al 30% – di proteine vegetali. E’ una delle principali fonti di vitamina E, molecola liposolubile con riconosciute proprietà antiossidanti e anti-invecchiamento; nella frutta secca, inoltre, troviamo quasi tutte le vitamine del gruppo B (tiamina, riboflavina, niacina, acido pantotenico, piridossina, acido folico) Dispone di una serie di minerali che spesso in età avanzata sono carenti, in particolare magnesio e potassio, selenio, calcio e fosforo). L’unica pecca della frutta secca è legata al suo potere allergizzante: le allergie ai diversi tipi di frutta secca sono tra le più diffuse (negli USA in particolare si riscontra – dato il grande consumo – l’allergia alle arachidi). Come inserire la frutta secca in un menù giornaliero? Soprattutto nei mesi invernali, 30 grammi di noci, mandorle o pinoli si abbinano benissimo a spinaci crudi, cavolfiore, verze e insalate miste. Un altro possibile utilizzo della frutta secca consiste in una porzione di 15 grammi a colazione, insieme a cereali integrali e marmellate, oppure come spuntino al posto dei tradizionali snack pieni di calorie, grassi, zuccheri e sale. (nella foto La fruttivendola di Vincenzo Campi, 1580)
Cibo e sessualità
Alimentazione e sessualità, due sfere della nostra vita con molti tratti in comune. Entrambe legati a funzioni biologiche di base (il mantenimento delle funzioni organiche e la riproduzione), entrambe molto appaganti (per la loro relazione con sistemi cerebrali di ricompensa), entrambe fortemente legate alla socialità. Il primo legame tra cibo e sessualità che viene in mente ci porta ai cosiddetti cibi afrodisiaci,, alimenti che avrebbero proprietà nutrizionali capaci di stimolare l’attività sessuale. In realtà, nessuno studio serio ha mai provato che singoli cibi possano avere questi effetti miracolosi, non fosse altro per il fatto che noi non mangiamo mai singoli alimenti, ma decine di cibi diversi nel corso della giornata. Torneremo più avanti sull’argomento, vediamo, invece, quali sono le evidenze scientifiche condivise sui fattori che veramente influenzano i vari aspetti della sessualità. Pochissimi dubbi sul fatto che fumo e alcol non siano amici della sessualità; molti tabagisti e moltissimi alcolisti hanno seri problemi di fertilità e di disfunzione erettile (impotenza). Anche l’obesità – e il diabete spesso ad essa associata – può comportare seri problemi: le alterazioni ormonali legate all’eccesso di tessuto adiposo si riflettono – negli uomini – in riduzioni del flusso vascolare con possibile disfunzione erettile. Attenzione a fumo, alcol e obesità, pertanto. Vediamo, invece, che cosa può aiutare. In primo luogo l’attività fisica: i classici 30 minuti quotidiani di movimento consigliati dall’OMS proteggono da moltissime malattie, compresa l’impotenza (dimezzando di circa il 50 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} il rischio che si presenti); tutte le attività aerobiche – camminate, corsa leggera e bici – presentano due grandi vantaggi: riducono i livelli di colesterolo, trigliceridi e glicemia (che possono dare problemi vascolari con ripercussioni sul piano sessuale) e stimolano la produzione di dopamina,, molecola che accende il desiderio sessuale. Le attività fisiche all’esterno – nuotate, pedalate e beach-volley, ad esempio – stimolano con la luce solare la sintesi di vitamina D, alzando i livelli di testosterone, principale ormone sessuale maschile. In generale, dopo attività sportive leggere è frequente riscontrare un significativo aumento della libido, sia nei maschi sia nelle femmine. Tornando al legame possibile tra alimentazione e sessualità, possiamo dire che il primo pericolo viene dagli integratori alimentari proteici in commercio su Internet (a volte distribuiti nelle palestre stesse); spesso contengono anabolizzanti steroidi, che dovrebbero far aumentare la massa muscolare; di sicuro i muscoli vengono da soli – e meglio – con un buon allenamento: con gli anabolizzanti si rischia, invece, di compromettere la vita sessuale e riproduttiva. Anche alcune diete alla moda possono essere pericolose per la sfera sessuale. Le diete iperproteiche – la Dukan in primis – sono da evitare per diversi motivi; intanto, non danno garanzie di dimagrimento: nelle popolazioni con maggiori assunzioni di proteine – gli Statunitensi, ad esempio – troviamo anche i maggiori tassi di obesità e sovrappeso (ormai intorno al 70-75{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), dato che le proteine in eccesso diventano grasso; in secondo luogo, le diete iperproteiche affaticano organi fondamentali come fegato e reni; infine, questi regimi sbilanciati comportano spesso alito cattivo (alitosi) e riduzione della molecola del benessere (la serotonina): difficile a quel punto avere una vita sessuale appagante. I popoli dell’antichità credevano fermamente all’intima connessione tra tavola e letto ricorrevano a molte sostanze ed alimenti più o meno efficaci, sia per gli uomini che per le donne, atte a stimolare e potenziare sessualità, eccitazione amorosa, nonché fertilità e gravidanza. Oggi sappiamo che un buon supporto alla sessualità va cercato non tanto in specifici cibi (miele e cioccolato, uova e frutti di mare, peperoncino, solo per citarne alcuni, sono effettivamente coinvolti in singoli aspetti della fisiologia sessuale), ma in un approccio complessivo, legato all’alimentazione e allo stile di vita. Invece di sterminare squali e rinoceronti – per le inesistenti proprietà afrodisiache delle loro pinne e dei loro corni – faremmo meglio a fare tre cose, tutte legate al rilascio di dopamina: mangiare bene, fare movimento e cercare la convivialità. (6-2015, nella foto La fruttivendola di Vincenzo Campi, 1580)
Primavera a tavola
Primavera – dal sanscrito “vas” – significa “stagione prima dell’estate“. Dal 20 marzo, equinozio di primavera, le temperature aumentano, le giornate si allungano e le piante escono dalla pausa invernale. Per la nostra specie l’evento più importante è l’aumento dell’intensità e della quantità di luce; alla fine di un complesso meccanismo a cascata – che coinvolge l’ipotalamo – aumenta la produzione di serotonina e dopamina da un lato, di ormoni tiroidei e anabolizzanti dall’altro. L’ipotalamo, inoltre, riduce la produzione di melatonina, ormone regolante il sonno, con la conseguente tendenza a svegliarci prima. Come assecondare tutti questi importanti cambiamenti fisiologici? Da un lato bisogna aumentare l’attività fisica, per sfruttare l’attivazione metabolica, dall’altro è bene scegliere verdure, frutta e legumi stagionali per adattare il nostro organismo alla nuova stagione. Tra le verdure primaverili spiccano verdure a foglia adatte alla preparazione di gustose insalate miste; tra indivia, songino, lattuga romana e riccia, radicchi rossi, insalatine primaverili e spinaci non c’è che l’imbarazzo della scelta; l’ideale è condire il tutto con olio extravergine e limone, aggiungendo un po’ di proteine, magari 30 g di noci o mandorle; ottime le frittate – in questo periodo le galline fanno uova in gran quantità – con asparagi, cipolle bianche, porri e cipollotti, erbette; primavera è anche la stagione di bietole, cicoria da taglio, cime di rapa e, per il nostro territorio, carciofi, eccellenza gastronomica e prodotto salutare per la diuresi e il fegato. Molto importanti anche i legumi primaverili: i primi piselli, teneri e dolci racchiusi nei loro baccelli; i fagiolini, di cui diversamente dagli altri legumi, non mangiamo i semi ma l’intero baccello e, per questo, hanno pochissime calorie; due significativi piatti regionali sono legati a questi due legumi: il veneto “risi e bisi” e il vero pesto genovese, con fagiolini, patate, basilico e trenette; per il Lazio e il Sud in genere i legumi primaverili sono soprattutto le fave; ideali per zuppe, minestre e passati; da sole o accompagnate ad altre verdure, sono buonissime anche crude, con pecorino, pane e salame; alimenti poveri per eccellenza le fave sono state riscoperte dal grande interesse per la dieta mediterranea e per i piatti semplici della tradizione, come l’ottimo purea di fave e cicoria pugliese (nella foto); le fave sono ricche di ferro, potassio, magnesio, rame, selenio, fibre e vitamina C; con la cottura, però, la maggior parte delle vitamine e dei sali minerali viene perduta; poche le calorie del prodotto crudo, circa 50 per 100 g; molte di più nell’alimento secco: circa 340 Kcal con ben 26 g di proteine. Parlare di frutta primaverile significa parlare di fragole e ciliegie. Ricche di vitamina C, le fragole hanno proprietà diuretiche, depurative e disintossicanti; lo xilitolo, presente nel frutto previene la formazione della placca dentale e uccide i germi responsabili di un alito cattivo; naturalmente, è meglio consumare fragole provenienti da agricoltura biologica. Le ciliegie sono ricche di vitamina C e flavonoidi, sono dunque una buona fonte di antiossidanti; molto utili anche le loro fibre di tipo solubile per la stipsi. Un aspetto poco conosciuto di fragole e ciliegie è il loro buon contenuto di melatonina. Dato che a partire dal 20 marzo – equinozio di primavera – le giornate si stanno sempre più allungando, con conseguente calo di melatonina, ciliegie e fragole – insieme ad altri vegetali – possono aiutare a dormire meglio. In tutte le stagioni – Primavera compresa – è bene che una buona quota di proteine provenga dal pesce di mare, per le proprietà protettive dei suoi grassi. Il consiglio è quello di mangiare i pesci del Mediterraneo e seguire la stagionalità del pesce, evitando sia i pesci che si stanno riproducendo sia di farne viaggiare altri, in aereo o su strada, per migliaia di chilometri. Cosa significa? Pesce fresco più buono sulle nostre tavole, un pesce fresco che non ha perso sapore e proprietà durante lo spostamento. Pescato primaverile, allora, vuol dire comprare e cucinare alici, cefali, naselli, occhiate, pagelli rombi, saraghi, sardine, sgombri, seppie e totani. Per completare i menù giornalieri primaverili ricordiamoci dei cereali di buona qualità, di qualche porzione di carne (da allevamenti non intensivi) e formaggio fresco o stagionato e – ogni tanto – di qualche dolce fatto in casa. (5-2015)
“Grande via”: cibo, meditazione e salute
“Per risolvere la iniqua distribuzione delle risorse e le cause strutturali della povertà è necessario risolvere la radice di tutti i mali che è l’iniquità”. Con queste significative parole di Papa Francesco I, è iniziato l’intervento magistrale di Franco Berrino al convegno Abni di Roma su Alimentazione e tumori. Il direttore del Dipartimento di medicina preventiva e predittiva dell’Istituto Nazionale dei Tumori ha presentato i dati dello European Code Against Cancer (ECAC, Codice europeo per la prevenzione del cancro) sulla diffusione dei tumori in Europa: quasi 3.5 milioni di nuovi casi nel 2012, con 4 forme tumorali a rappresentare oltre il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della casistica (mammella per le donne, prostata per gli uomini, intestino e polmone per entrambi i sessi). La stragrande maggioranza dei tumori sono di origine ambientale, pertanto prevenibili con adeguati stili di vita; l’ECAC ha indicato 12 strumenti per ridurre il rischio di cancro. La prima indicazione è quella di eliminare il tabacco e fare in modo che nessuno fumi intorno a noi, per l’estrema pericolosità del fumo passivo; conviene, inoltre, ridurre al minimo il consumo di alcol; l’Ecac invita a fare tutti i giorni esercizio fisico, mantenendo un peso corporeo sano (né sottopeso né sovrappeso/obesità) e a fare le vaccinazioni per i tumori di origine virale (epatite B per i neonati e il virus del papilloma per le ragazze); bisogna, inoltre, evitare esposizioni eccessive al sole e alle lampade abbronzanti; per le donne è importante allattare al seno ed evitare le terapie sostitutive ormonali in menopausa; nei luoghi di lavoro è fondamentale proteggersi dai cancerogeni professionali (amianto, benzene, aniline e molti altri); nelle case va verificata l’eventuale presenza di alte concentrazioni di radon, gas radioattivo naturale (molto diffuso in materiali edili che derivano da rocce vulcaniche, come il tufo); l’ECAC invita a partecipare ai programmi organizzati di diagnosi precoce per tumori di intestino, mammella e collo dell’utero. Sull’alimentazione, infine, 8 consigli per ridurre il rischio di cancro: 1) consumare cereali integrali; 2) consumare legumi; 3) consumare verdure e frutta; 4) limitare i cibi molto calorici (ricchi di zucchero e grassi); 5) limitare le carni rosse; 6) limitare i cibi ricchi di sale; 7) evitare le bevande zuccherate; 8) evitare le carni conservate. Il professor Berrino ha fatto notare come queste indicazioni di fatto coincidano con la dieta mediterranea. Per far capire l’importanza di uno stile di vita sano Berrino ha ricordato un dato eclatante: se una donna seguisse 5 tra le raccomandazioni dell’ECAC, avrebbe il 60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di probabilità in meno di contrarre un tumore al seno. Analogamente un drastico calo del consumo di carni ed un contemporaneo aumento del consumo di pesce porterebbe ad una forte riduzione dei tumori intestinali (dati dello studio Epic, fatto su oltre 500.0000 europei); frutta e verdura in quantità adeguate (5-7 porzioni al giorno) potrebbero abbattere il cancro al polmone; anche un consumo giornaliero di legumi darebbe una forte protezione verso molte forme di cancro. “Oggi il rischio in Occidente è di avere – con la crisi attuale – bambini non denutriti, ma malnutriti, perché mangiano da McDonald’s” ha detto Berrino ed ha rivolto un forte invito a limitare due alimenti, il latte e lo zucchero. “Non c’è nessun motivo per raccomandare il latte industriale di oggi nelle diete”, ricordando che si tratta di un alimento non necessario nella vita adulta e fortemente sospettato di favorire stati patologici cronici. L’altro alimento da limitare fortemente è lo zucchero, un prodotto – ha ricordato Berrino – diffuso solo dopo l’800 con la sua estrazione dalla barbabietola in Francia: tutti gli studi di popolazione mostrano una relazione stretta tra il consumo di bevande zuccherate e il rischio di obesità. “Il problema oggi è il cibo industriale, a parte la pasta nessun cibo industriale presenta vantaggi sul cibo naturale”. Che fare, dunque? Il professor Berrino propone di concentrarci su tre cose, anzi su tre vie. La via del cibo sano, la via del movimento, la via della meditazione (chi fosse interessato può trovare on-line il sito de La Grande Via, l’associazione di Berrino, Luigi Fontana ed altri collaboratori per la prevenzione delle malattie e la longevità in salute). (nella foto Vittore Carpaccio, meditazione sulla passione, 15010) (4-2015)
Cocaina e società
Cocaina e società. Dopo la cannabis la cocaina è la droga più utilizzata al mondo. Secondo il Global Drug Survey 2018, in rapporto alla popolazione l’Italia è il paese che più fa consumo di cocaina in Europa mentre nel mondo siamo al terzo posto dietro Stati Uniti e Canada. La cocaina si ricava da una pianta arbustiva sempreverde (nome scientifico Erythroxylon coca) che cresce spontaneamente nei climi caldo umidi tropicali delle Ande in America meridionale (Ecuador, Colombia, Bolivia, Perù, Cile e Brasile) ad una altitudine compresa tra i 700 e i 2000 metri di altezza. La cocaina è il principale alcaloide della coca (0,5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} – 1{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle foglie secche). Con le foglie, contenenti cocaina in concentrazione pari allo 0,1{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, si prepara la pasta di coca da cui si ottiene con un processo chimico la cocaina di base (grezza). Da quest’ultima, per successiva raffinazione, si ricava la cocaina cloridrato; aggiungendo ammoniaca ad una soluzione acquosa di cocaina cloridrato si arriva ai cristalli di crack da fumare, con effetto immediato e rapido esaurimento nel giro di 10 minuti. La sostanza ha tre fondamentali azioni farmacologiche; è un anestetico locale, un vasocostrittore e – principale motivo per cui la si utilizza – un potente stimolante del sistema nervoso centrale. Una dose singola di cocaina “sniffata” è mediamente di circa 20-30 mg, con effetti che non durano più di 40-60 minuti per chi sniffa, molto meno per chi si buca o fuma (10-20 minuti). La breve durata dell’effetto – con un meccanismo analogo a quello della nicotina del tabacco – spinge a ripetere l’assunzione. Non ci sono antagonisti specifici per l’overdose da cocaina, e le sole terapie possibili sono quelle di supporto. La cocaina può provocare emergenze cardiovascolari, anche mortali: aritmie, infarto miocardico, emorragie cerebrali. Nello sport la cocaina è vietata dalla legge italiana antidoping e rientra nella classificazione della WADA delle sostanze dopanti, come stimolante illecito, sempre vietato, sia in competizione che in allenamento. Il caso più conosciuto di uso della cocaina nello sport è sicuramente quello di Diego Armando Maradona, trovato positivo alla cocaina a Napoli nel 1991 e squalificato 15 mesi; lasciato il Napoli, il grandissimo campione argentino tornò in campo ai Mondiali del 1994 negli Stati Uniti, ma fu nuovamente squalificato, stavolta per uso di efedrina – altra sostanza stimolante – e partì per Cuba a disintossicarsi. L’elenco degli sportivi scoperti a usare cocaina è assai lungo, dal tennista USA Vitas Gerulaitis al campione di salto in alto cubano Sotomayor, dal pugile Mike Tyson al ciclista belga Tom Boonen. Ai nostri giorni, dopo il crollo del prezzo di vendita, diventa sempre più diffuso l’uso occasionale di dosi moderate di cocaina nel fine settimana. Ha fatto notare Luigi Cancrini che in moltissimi ambienti, giovanili e non solo, la cocaina è considerato un potentissimo mobilitatore sociale che permette di legare insieme tempo libero, divertimento e sesso. La cocaina, infatti, sembra favorire l’integrazione e le prestazioni intellettuali. Nasce così lo stereotipo della cocaina “droga dei nostri tempi”, droga delle persone di successo. Nel suo libro Gomorra lo scrittore Roberto Saviano parla della cocaina in questi termini: “La cocaina, in passato droga d’élite, oggi grazie alle nuove politiche economiche dei clan è divenuta assolutamente accessibile al consumo di massa, con diversi gradi di qualità ma capace di soddisfare ogni esigenza….La coca si è emancipata dalla categoria di sballo, diviene sostanza usata durante ogni fase del quotidiano, dopo le ore di straordinario, viene presa per rilassarsi, per avere la forza di fare qualcosa che assomigli ad un gesto umano e vivo e non solo un surrogato di fatica. La coca viene presa dai camionisti per guidare di notte, per resistere ore davanti al computer, per andare avanti senza sosta a lavorare per settimane senza nessun tipo di pausa. Un solvente della fatica, un anestetico del dolore, una protesi della felicità.” (nella foto un manifesto statunitense sui danni fisici da cocaina)
Diete vegetariane e vegane
Modelli alimentari a base vegetale, diete vegetariane e vegane sono in costante aumento nel nostro Paese; secondo il rapporto Eurispes 2014, i vegetraiani rappresentano ormai circa il 7% della popolazione, 4,2 milioni di persone (contro i 3,7 del 2013). Nella galassia vegetariana i vegani – che rifiutano qualsiasi alimento collegabile agli animali – sono circa il 10%, il restante 90% consuma uova, latte e formaggi, facendo spesso attenzione alle condizioni di allevamento degli animali. Le due principali motivazioni alla base di questa scelta sono il rispetto per gli animali (31%) ed il valore salutistico del rifiuto – totale o parziale – dei prodotti animali (24%). La terza motivazione (9%) è il rispetto dell’ambiente: in genere chi è vegetariano adotta stili di vita eco-sostenibili, capaci di ridurre l’impatto delle scelte alimentari degli esseri umani sull’ambiente. Ricordiamoci che gli allevamenti di bestiame sono tra i principali responsabili dell’inquinamento terrestre. Il più illustre testimonial vegetariano è sicuramente il professor Umberto Veronesi, che ci ricorda spesso quella ampia fetta di tumori (30%) legata a diete carnee ricche di grassi saturi associate all’obesità. Con regimi vegetariani equilibrati è, inoltre, possibile ridurre l’incidenza di malattie cardiovascolari e diabete. La scelta vegetariana, infine, riduce il rischio di intossicazioni alimentari, essendo gli animali le principali cause di questo tipo di infezioni intestinali. Per tutti questi motivi il passaggio alle diete a base vegetale in linea di massima comporta benefici per la salute; a mio avviso permangono, comunque, alcuni punti critici da non sottovalutare. Il primo rischio è la monotonia alimentare; rinunciando a carni, pesci, molluschi, crostacei, (per i vegani anche uova e miele, latte e formaggi), ci si ritrova spesso a cucinare sempre le stesse cose o a ricorrere ad alimenti tutt’altro che naturali, come alcuni derivati della soia. Il secondo rischio è quello della difficoltà conviviale: nelle cene con amici, nelle feste con cibi tradizionali caratteristici della nostra storia ci si ritrova inevitabilmente con uno o più piatti da rifiutare. Il terzo rischio riguarda i nutrienti carenti; la vitamina B12 è importante per la maturazione dei globuli rossi e per la formazione del rivestimento delle fibre nervose; è presente solo negli alimenti animali, passando a diete prive di carne e pesce in media i depositi si esauriscono dopo circa un anno, pertanto bisogna assumerla con integratori o con cibi fortificati; il ferro è presente in molti vegetali, ma è utilizzabile (bio-disponibile) solo all’1% rispetto al 10% di quello dei prodotti animali; ai vegetariani, alle donne in particolare, conviene controllare sideremia (ferro circolante), transferrina (sistemi di trasporto) e ferritina (depositi); la terza possibile carenza è quella dei famosi omega 3, grassi essenziali estremamente benefici per la nostra salute, ma presenti nel pesce pescato in mare. Il quarto rischio si riferisce al possibile accumulo di due anti-nutrienti; i fitati (presenti nelle proteine di cereali, legumi e, soprattutto, soia) possono ridurre l’assorbimento di zinco, calcio, magnesio e ferro; gli ossalati (presenti in cereali integrali, cavoli e spinaci) possono diminuire l’assorbimento di ferro, magnesio e calcio. Il quinto rischio è legato specificamente alla soia; il 90% della soia mondiale è geneticamente modificata (OGM), con rischi da valutare nei prossimi anni; le proteine di soia isolata, con cui si fanno le imitazioni di carne e i prodotti caseari a base di soia, sono prodotte in impianti industriali con pesanti trattamenti chimici. In conclusione: sì alla scelta vegetariana, ma con attenzione: una dieta strettamente vegetariana non è semplicissima, per ragioni di scelta e preparazione dei cibi, per la cura e il tempo che questo modo di mangiare richiede, ma – come ha scritto qualche anno fa l’American Dietetic Association – “le diete vegetariane correttamente impostate sono sane, adeguate dal punto di vista nutrizionale e possono garantire alcuni benefici nella prevenzione e nel trattamento di determinate malattie.” (3-2015)
Cibo nell’arte, dal ‘500 a oggi
Cibo nell’arte. Abbiamo visto la svolta in senso naturalistico della pittura olandese e fiamminga del ‘500, legata al movimento della riforma protestante. L’olandese Pieter Bruegel il Vecchio è sicuramente uno dei grandi della pittura cinquecentesca; una delle sue opere più significative è il “Matrimonio contadino” del 1568. Si tratta di un vero e proprio affresco storico con scene di vita reale: delle nozze contadine con brocche di vino rosso, scodelle di polenta, pasticci d’avena. Le zuppe di cereali erano evidentemente il massimo che due persone umili avevano allora a disposizione e potevano offrire ai loro invitati. In ogni caso, nel quadro di Bruegel gli alimenti sono i protagonisti assoluti dell’opera. Insieme a tanti pittori fiamminghi in questo filone di pittura naturalistica si inserisce un artista italiano, il cremonese Vincenzo Campi, con una serie di dipinti dedicati al cibo, in particolare “La fruttivendola” del 1580 e “La pollivendola”. Tra le opere di fine 1500 va, inoltre, accennato a una serie notevole di dipinti del tedesco George Flegel, con vivide descrizioni del cibo del tempo: frutta fresca e secca, biscotti e dolci, bevande e pane. Un dipinto caratteristico è, infine, “Il mangiafagioli” del bolognese Annibale Carracci (1584) che ritrae – senza intenti ironici – la scena quotidiana di un contadino che mangia una zuppa di fagioli, con in primo piano anche del pane, dei porri e una brocca di vino. Di tutt’altro genere sono, invece, le opere del milanese Giuseppe Arcimboldi, capace di costruire con qualunque tipo di alimento teste antropomorfe. Tra i suoi quadri, conosciutissimi dal grande pubblico segnaliamo “L’imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno” del 1591. A simbolo della pittura sul cibo del ‘600 possiamo prendere un famoso dipinto dell’olandese Jan Vermeer. “La lattaia” (1660) raffigura un donna che sta versando del latte con una brocca all’interno di una ciotola; sul piano di lavoro della lattaia Vermeer dipinge anche una piccola natura morta con del pane spezzato, un cestino pieno di pagnotte e un contenitore per il latte. Nelle successive nature morte fiamminghe dell’età barocca saranno moltissime le tele con trionfi di frutta e selvaggina pieni di cibi arrivati dal nuovo mondo: caffè e cioccolato, pomodori e peperoni. Dal barocco seicentesco arriviamo all’Ottocento. Due opere francesi significative sono “La colazione sull’erba” di Edouard Manet del 1863, efficace raffigurazione della borghesia, classe emergente del tempo, e “Il mercato del 4 stagioni” della pittrice Louise Maria Schryves, che rappresenta, invece, un’altra classe sociale, gli umili venditori di verdure del mercato. Nel ‘900 entrano nell’arte sul cibo anche i disturbi alimentari. Da un lato abbiamo le figure scarne – al limite dell’anoressia – dell’austriaco Egon Schiele, dall’altro i personaggi dilatati e senza ombre (con forte richiamo all’obesità dei nostri giorni) del colombiano Fernando Botero. Anche la contrapposizione dei modelli alimentari novecenteschi ha trovato ampio spazio nella pittura. L’opera “Zuppa Campbell” dello statunitense Andy Warhol (1962) è un buon esempio della globalizzazione alimentare iniziata nel dopoguerra, con l’omologazione dei gusti in tristi fast-food e in misere imitazioni dei cibi veri. Al cibo industriale inscatolato e privato di nutrienti e sapori, possiamo contrapporre il dipinto “Vucciria” (1974) del siciliano Renato Guttuso. Lo storico mercato di Palermo è raffigurato attraverso un trionfo di colori, odori e sapori, con la tela riempita completamente da passanti e venditori – stretti in pochissimo spazio – pesci spada e carni appese ai ganci, uova e formaggi, frutta e verdure. Uno spot perfetto della cucina meridionale e della cucina mediterranea in generale. In definitiva – nel corso dei secoli – l’arte ci ha raccontato la società con la lente del cibo, della cucina, dei luoghi conviviali. Secondo l’antropologo Marino Niola “la civiltà stessa è una sorta di cucina. Perché strappa gli umani alla loro naturalità nuda e cruda e li trasforma, li rende coltivati”. “Non a caso – conclude Niola – le parole coltura e cultura hanno lo stesso significato.” Come a dire: chi ama la cultura, ama il cibo che dalle colture proviene. (3-2015)