Da molti recenti tragici episodi di cronaca viene in primo piano tra gli attuali adolescenti un problema spesso legato a famiglie e genitori. Mi riferisco soprattutto a quel fortissimo bisogno di uscire dall’anonimato che appare così diffuso, da sembrare “epidemico”, tra i giovani occidentali. Il filosofo Umberto Galimberti ha più volte segnalato come la nostra sia una società ormai quasi senza più legami affettivi e sociali. Viviamo in luoghi e situazioni nelle quali “a segnalarci agli altri sono i nostri ruoli e non più il nostro nome, dove i nostri volti non sono più riconoscibili perché a individuarci sono solo le funzioni che svolgiamo, e fuori di questo ambito nessuno più ci chiama, ci telefona, ci invita; allora il bisogno di esistere può assumere quelle forme estreme di rivendicazione della propria identità, dove si può giocare anche con la morte, perché la propria vita, che a nessuno interessa, è già avvertita come non esistenza, come di già imparentata con la morte”. Ritrovarsi “anonimi” significa che l’anonimato è già iniziato nel nucleo familiare. La famiglia, è – o dovrebbe essere – il posto dove i figli chiedono attenzione. Ma – dice Galimberti – ci può essere vera attenzione se non c’è tempo disponibile? Davvero crediamo che quello che conta è la qualità del tempo o si tratta di un luogo comune con cui ci giustifichiamo quando siamo intrappolati in una vita super-impegnata? Ai nostri figli – conclude Galimberti – serve una disponibilità che consenta loro di avere un’attenzione significativa e interessata, indispensabile per costruire dentro di sé un’identità riconosciuta. Quell’identità riconosciuta che, da adulti, eviterà loro un bisogno spasmodico di attenzione e forme incontenibili di protagonismo, spesso pericolosissime per loro e per tutta la società. Evitare l’anonimato a volte può voler dire finire all’eccesso opposto: siamo quotidianamente bombardati dalla descrizione di adolescenti consumisti, edonisti, sofisticati, malati di protagonismo. Eppure i giovani devianti sono una minoranza rispetto a quelli che lottano per la sopravvivenza degli ideali. Il neuropsichiatra infantile Giovanni Bollea elogiava questa grande maggioranza di giovani “coraggiosi ed entusiasti della vita, dotati di quel giusto manicheismo adolescenziale che prima o poi saprà dare frutti positivi” e si scagliava, invece, contro il conformismo passivo, più difficile e da affrontare delle altre devianze poiché “non è reattivo ma rappresenta una forma di adattamento acritico alla realtà e si rivela più tenace e sottilmente ancorato alle abitudini quotidiane”. Le parole di Bollea si riferiscono a un periodo storico di fatto ancora senza Internet. Oggi il problema dell’anonimato di massa – soprattutto, ma non solo, giovanile – ha creato le condizioni per il boom delle piattaforme social. Quando Mark Zuckerberg ha lanciato Facebook su Internet nel febbraio del 2004 per i suoi colleghi studenti di Harvard, in realtà ha intercettato un enorme bisogno di visibilità che in poco tempo ha decretato il successo della sua creazione. Il nome Facebook in inglese significa il libro dei volti: è, infatti, l’elenco – con nome e foto degli studenti – che le università statunitensi distribuiscono all’inizio dell’anno accademico favorire la socializzazione. Le pagine Facebook in un certo senso hanno svolto la stessa funzione: sono state un mezzo per sfuggire alla solitudine e uscire dall’anonimato delle tantissime persone che si sentivano dimenticate e trascurate. In questi anni non sono mancate le critiche a questo strumento social: per molti Facebook sarebbe un’esca per gli utenti, capace di generare una vera e propria dipendenza nonché un notevole veicolo di disinformazione. Tutto vero, ma Facebook ha ormai rivoluzionato le nostre vite, con milioni di utenti che vi accedono quotidianamente per condividere foto e poesie, pensieri e citazioni, giochi e vignette, video e collegamenti (link), ad altri video, eventi e ricorrenze. In un mondo sempre più virtuale, le piattaforme come Facebook saranno ancora per molto tempo l’unica possibilità di uscire dall’anonimato di massa, perché come ha scritto il filosofo Arthur Shopenhauer (Parerga e paralipomena, 1851, Adelphi): “Ciò che rende socievoli gli uomini è la loro incapacità di sopportare la solitudine e, in questa, se stessi” (nella foto un’immagine con la scitta: Facebook, l’innovazione della solitudine?) (6-2010)
Olimpiadi di Mosca del 1980 (1)
Nel 1980 in Italia era stato istituito il Servizio Sanitario Nazionale, che prevedeva l’assistenza medica gratuita a tutti i cittadini; a maggio era stata emessa la sentenza per il calcio scommesse e il Milan e la Lazio erano state retrocesse in serie B. La sera del 27 giugno a nord di Ustica, un DC9 della compagna Itavia, partito da Bologna per Palermo, era scomparso dai radar ed era finito in mare erano morti i 77 passeggeri e i 4 membri dell’equipaggio. In Africa la colonia britannica della Rhodesia era divenuta indipendente con il nome di Zimbabwe. A maggio era morto in Jugoslavia il maresciallo Josip Broz Tito, una delle grandi figure del 900; con la sua scomparsa la Jugoslavia avrebbe iniziato una sanguinosa disgregazione. Nel dicembre del 1979 l’Unione Sovietica aveva invaso l’Afghanistanper sostenere un governo filo-sovietico contro i nazionalisti musulmani. Gli Stati Uniti e i Paesi musulmani erano stati i principali fautori del boicottaggio delle Olimpiadi (anche se il Comitato Olimpico statunitense era propenso alla partecipazione). Oltre agli Stati Uniti avevano aderito al boicottaggio Germania Ovest, Norvegia, Canada, Giappone, Kenya, Arabia, Marocco: in totale 60 Paesi su 141 facenti parte del Cio, A Mosca fu assente anche la Cina, che era da poco rientrata nel CIO, dopo esserne uscita negli anni Cinquanta per protestare contro l’ammissione di Taiwan; parteciparono, invece, Italia, Francia e Gran Bretagna. Il 19 luglio 1980 Leonid Breznev dichiarò aperti i XXII giochi olimpici. Il ginnasta sovietico Nikolay Andrianov lesse il giuramento degli atleti; il cestista Sergej Belov, eroe della finale di Monaco, fu l’ultimo tedoforo. Nell’atletica il boicottaggio si fece sentire. A Montreal era stato il fondo ad essere stravolto, per l’assenza degli atleti africani; qui l’assenza dei neri statunitensi si fece sentire soprattutto nella velocità. Allo stadio Lenin di Mosca furono, comunque, stabiliti 3 record mondiali in campo maschile e altrettanti in campo femminile. Il medagliere vide l’URSS prima con 15 ori, poi la Germania Est con 11, terzi i britannici con 4 e poi l’Italia con ben 3 ori. Nella velocità l’inglese Alan Wells e il cubano Leonard ottennero lo stesso tempo – 10’’25 – ma la vittoria andò all’inglese; nei 200 metri Wells dovette arrendersi al nostro Pietro Mennea, da un anno primatista mondiale della specialità con 19’’79; terzo il giamaicano Don Quarry, che vincerà l’ultima medaglia olimpica a 33 anni (argento nella 4 x100), alla sua quinta olimpiade. Nel fondo pesò l’assenza del Kenya; gli inglesi ebbero campo libero con Steve Ovett negli 800 metri (secondo Coe) e con Sebastian Coe nei 1500 m (terzo Ovett). Coe è stato uno dei più grandi mezzofondisti di tutti i tempi, il suo mondiale sui 1500 di 1’41’’73 ha resistito per ben 16 anni (dal 1981 al 1997 battuto dal keniano Kipketer); dopo la seconda vittoria olimpica è stato eletto deputato per i Conservatori e nominato poi barone. Nei 5.000 e nei 10.000 grandissima doppietta dell’etiope Mirus Yfter, mentre il tedesco dell’Est Waldemar Cerpinski riuscì a ripetere l’impresa di Bikila, vincendo per due olimpiadi consecutive l’oro nella maratona, La sorpresa olimpica italiana fu Maurizio Damilano, specialista della 20 km di marcia, ma capace di vincere l’oro sulla distanza dei 50 km. Dal punto di vista tecnico da ricordare il mondiale dell’asta portato a 5.78 m da Kozakiewicz, atleta nato in Lituania, vincitore dell’oro olimpico per la Polonia e, infine. campione nazionale della Germania. A Mosca cadde anche il primato mondiale del salto in alto ad opera del tedesco orientale Wessing: 2,36 m il nuovo limite stabilito da un atleta alto oltre 2 metri. Il terzo mondiale lo fece con la misura di 81,80 m il grandissimo sovietico Jurij Sjedich, dominatore della specialità per quasi 20 anni, dal 1976 al 1995. Il suo lancio del 1986 di 86,64 m è ancora oggi primato del mondo. In campo femminile l’unico oro non sovietico o tedesco orientale venne dalla nostra Sara Simeoni (nella foto), con 1.97 m. La campionessa italiana aveva già vinto l’argento a Montreal e lo rivincerà a Los Angeles. Il suo primato mondiale di 2,01 m resisterà 4 anni, dal 1978 al 1982. Lo migliorerà la tedesca Ulrike Meyfarth, oro a Monaco nel 1972 a soli 16 anni e ancora oro a Los Angeles nel 1984, a 28 anni davanti proprio alla Simeoni. (segue)
Olimpiadi di Montreal del 1976 (2)
Alle Olimpiadi di Montreal la ginnastica fu dominata dalle squadre sovietiche che vinsero metà degli ori disponibili, 7 su 14. Il Giappone vinse, per la quinta volta consecutiva, l’oro nel concorso a squadre e altri 2 ori con Tsukahara e Kato, mentre il sovietico Nikolay Andrianov vinse 4 ori e 2 argenti. In campo femminile si impose la stella della romena Nadia Comaneci che vinse 3 ori e 1 argento: nella gara delle parallele asimmetriche ebbe il primo 10.0, massimo punteggio assegnato alle Olimpiadi. Nel nuoto la supremazia delle nuotatrici tedesche orientali – molto sospetta – fece avvicinare la DDR nel medagliere del nuoto agli storici dominatori Usa: 13 ori agli Stati Uniti, 11 alla DDR. Lo statunitense John Naber prese 4 ori, 2 nel dorso e 2 nelle staffette. Anche la tedesca Kornelia Ender vinse 4 ori: l’italiano Klaus Dibiasi fu il primo (e finora unico) tuffatore a vincere tre ori consecutivi nella piattaforma da 10 metri; argento al giovane statunitense Greg Louganis, che raccoglierà la sua eredità. Nella canoa e nel canottaggio vi fu il consueto dominio di sovietici e tedeschi dell’Est: 6 ori all’URSS e 3 alla DDR nella canoa, 9 ori su 14 alla Ddr nel canottaggio. Nel ciclismo Italia e Francia, grandi protagoniste delle precedenti edizioni, si accontentarono di un argento ciascuno: per noi Martinelli nella corsa in linea, per i francesi il solito Morelon nella velocità. Nei pesi i sovietici presero 7 ori su 9, nel judo 3 ori al Giappone e 2 all’URSS; nella lotta ancora dominio sovietico con 12 ori su 20; nella boxe 3 ori ai pugili cubani, con il secondo oro di Teofilo Stevenson (nella foto) nei massimi e ben 5 agli USA con i fratelli Spinks, Michael e Leon, futuri campioni del mondo nel professionismo. In un’edizione che vide protagonisti gli schermitori dell’URSS e della Germania Ovest – rispettivamente 3 e 2 ori – l’italiano Fabio Dal Zotto dopo anni di insuccessi conquistò la medaglia d’oro del fioretto, secondo ed ultimo oro italiano. Nel tiro 2 ori a testa a DDR e USA; nel tiro con l’arco ancora 2 ori agli USA, come a Monaco. Nel basket maschile gli Stati Uniti si presero la rivincita della sconfitta di 4 anni prima, battendo in finale la Jugoslavia; terzi i sovietici campioni uscenti; a Montreal fu assegnato il primo oro nella pallacanestro femminile: vinsero, a sorpresa, le sovietiche sulle statunitensi. Nel torneo di pallavolo maschile vinse la Polonia, dopo una finale combattutissima contro i favoriti sovietici. Terzi i cubani, quarti i giapponesi. Per l’Italia prima partecipazione alla fase finale e ottavo posto, dietro al Brasile. In campo femminile seconda vittoria olimpica del Giappone che vinse l’oro davanti alle sovietiche, terze le coreane. La Germania Est conquistò l’oro olimpico nel calcio, battendo in finale la Polonia, campione uscente. Nell’hockey su prato oro alla Nuova Zelanda, argento all’Australia, solo bronzo all’India. Nella pallamano oro all’URSS, argento alla Romania, bronzo alla Polonia. Nel medagliere finale vi fu un testa a testa tra sovietici e tedeschi orientali; alla fine prevalse l’URSS con 49 ori, seconda la Germania Est con 40, terzi gli Stati Uniti con 34, poi Germania Ovest con 10 ori e Giappone con 9. Il 1 agosto 1976 furono dichiarate chiuse le XXI Olimpiadi. Un mese dopo in Cina morirà Mao Tse Tung, l’artefice della “lunga marcia” e dell’avvento del socialismo. Il suo posto verrà preso da Hua Kuo Feng. A Stoccolma lo statunitense Saul Bellow, autore de “Il re della pioggia” vincerà il Premio Nobel per la Letteratura
Olimpiadi di Montreal del 1976 (1)
Nel 1976 in Italia era uscito un nuovo quotidiano, senza sport e con tanta politica, La Repubblica; su Rai Due la domenica era iniziata una trasmissione che avrebbe fatto storia, L’altra domenica, con Renzo Arbore e un giovanissimo Benigni; un terremoto aveva colpito il Friuli e provocato quasi 1.000 morti; alle elezioni politiche anticipate la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista si erano confermati primi partiti; al Parco Lambro di Milano la rivista Re Nudo aveva organizzato la sesta edizione del Festival del proletariato giovanile; a Seveso, vicino Milano, una nube tossica contenete diossina aveva provocato un disastro ambientale senza precedenti. Nel mondo un colpo di stato in Argentina aveva portato al potere il generale Videla; in Cina Hua Kuo Feng aveva preso il posto di Deng Xiao Ping; il Vietnam del Sud e il Vietnam del Nord si erano finalmente riunificati. Le Olimpiadi di Montreal furono i primi giochi segnati dalla politica e dai boicottaggi: bisognerà attendere l’edizione di Seul del 1988 per rivedere tutte le nazioni in gara. Quando il 17 luglio 1976 iniziarono le XXI Olimpiadi, il mondo si accorse che mancavano quasi tutti gli stati africani, che nella notte avevano deciso per un boicottaggio di massa (con l’eccezione di Senegal e Costa d’Avorio): il numero delle nazioni partecipanti calò notevolmente: dai 121 di Monaco a 92. Mancava l’Africa. I podi dell’atletica furono falsati dall’assenza dei grandi atleti africani del fondo, che avevano iniziato a dominare tutte le specialità dagli 800 ai 10.000 metri.; la Germania Est prevalse nel medagliere con 11 ori davanti a USA e URSS con 6 e 4 ori; Hasley Crawford nei 100 (secondo Quarry, terzo Borzov) e il giamaicano Don Quarry nei 200 firmarono la doppietta caraibica nella velocità; il cubano Alberto Juantorena (nella foto) fu il primo atleta a fare la doppietta 400-800 m nella stessa Olimpiade; negli 800 con 1’43’’50 ottenne il nuovo record mondiale, battendo quello stabilito 3 anni prima dal nostro Marcello Fiasconaro; lo statunitense Edwin Moses vinse l’oro nei 400 ostacoli col primato mondiale di 47’’64 e fu l’ unico atleta USA a vincere una medaglia d’oro individuale nella corsa; dal 1977 al 1987 Moses vincerà 122 gare consecutivamente e solo il boicottaggio di Mosca gli impedirà di vincere 3 ori nella specialità, impresa riuscita a Montreal – dopo l’oro di Città del Messico e Monaco – al sovietico Viktor Saneyev nel salto triplo; il finlandese Lasse Virén si confermò degno erede di Paavo Nurmi e bissò sui 5.000 e 10.000, il doppio oro di Monaco. In campo femminile nel dominio delle atlete della Germania Est, vi fu la doppietta 800-1500 m della sovietica Kazankina e l’argento nel salto in alto della nostra Sara Simeoni. (segue)
Olimpiadi di Monaco del 1972
Le Olimpiadi di Monaco del 1972 erano i secondi giochi olimpici che si svolgevano in Germania, dopo l’edizione “nazista” di Berlino nel 1936. Gli organizzatori volevano offrire al mondo l’immagine di uno Germania democratica ed ottimista. Dopo la strage degli studenti messicani di 4 anni prima, a Monaco il mondo assistette all’omicidio di 11 atleti israeliani da parte di un commando del gruppo Settembre Nero, un’organizzazione di terroristi arabi. I terroristi furono poi uccisi all’aeroporto cittadino durante la fuga (ne vennero catturati solo tre) e le gare ripresero nonostante la richiesta di molti di sospendere i giochi. Il 26 agosto 1972 si aprirono le XX Olimpiadi. Parteciparono 122 nazioni con oltre 7.000 atleti e un numero di atlete superiore a tutte le altre edizioni. Per la prima volta gli Stati Uniti non primeggiarono nel medagliere dell’atletica: con soli 6 ori finirono dietro l’Unione Sovietica e la Germania Est; la velocità fu dominata dal sovietico Valerij Borzov, che vinse 100 e 200 m davanti a due statunitensi; terzo nei 200 il nostro Pietro Mennea; nel fondo grandissima impresa del finlandese Lasse Viren che vinse sia i 5.00 che i 10.000 (facendo anche il primato mondiale); 4 anni dopo a Montreal avrebbe realizzato la stessa impresa; al keniano Keino andarono i 3000 siepi.; un altro record del mondo lo realizzò l’ugandese John Aki-Bua: 47’’82 e oro sui 400 ostacoli; altri due record mondiali furono realizzati dallo statunitense Milburn nei 110 hs (13’’24) e dalla staffetta veloce USA (38’’19); il sovietico Viktor Sanejev vinse il secondo oro nel triplo, la staffetta del Kenya a sorpresa vinse l’oro nella 4 x 400. In campo femminile vi fu il dominio delle atlete tedesche dell’Est, mentre la nostra Paola Pigni vinse il bronzo nei 1500. Nella ginnastica ancora 11 ori su 16 per sovietici e giapponesi (6 ori all’URSS e 5 al Giappone); per i sovietici le stelle furono Andrianov e Klimenko, per i giapponesi Nakayama, Kato, Kenmotsu e Mitsuo Tsukahara; in campo femminile chiuse la sua splendida carriera olimpica – con il quarto oro – Ludmilla Tourischeva (nella foto), l’ultima ginnasta “normale”, che passò le consegne alla connazionale sovietica Olga Korbutt, una piccola atleta capace di vincere 3 ori e un argento. Nel nuoto la nuotatrice australiana Shane Gould si aggiudicò tre ori, un argento ed un bronzo; ma il nuotatore simbolo di Monaco fu Mark Spitz che, con un fisico normale, conquistò 7 medaglie d’oro, 4 individuali e 3 di squadra. Per noi il solito oro nei tuffi dalla piattaforma per Klaus Dibiasi. Nella canoa e nel kayak dominio assoluto degli armi dell’URSS– 6 ori – e della DDR – 4 ori. Nel canottaggio dominio a ruoli invertiti: 3 ori alla DDR e 2 all’URSS. I pugili cubani, da sempre protagonisti della disciplina, vinsero 3 ori; il grande Teofilo Stevenson rivinse l’oro nei massimi (a Mosca completerà il tris). Bulgaria e URSS fecero il pieno nei con 3 ori a testa. Tre grandi scuole di scherma si divisero il bottino olimpico: 2 ori ciascuno a Ungheria, URSS e Italia. Per l’Italia vinsero l’oro la squadra di sciabola di Michele Maffei e la fiorettista Antonella Ragno. Nel tiro un italiano – Angelo Scalzone – vinse l’oro, mentre nel tiro con l’arco gli USA vinsero entrambi gli ori. Negli sport di squadra il torneo di basket passerà alla storia per la finale tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica; l’Unione Sovietica a 3 secondi dalla fine, fu sorpassata con due tiri liberi (50-49); dopo un time-out contestato, Ivan Edeshko passò il pallone a Aleksandr Belov, che segnò i punti decisivi della vittoria sovietica, per 51-50; gli Stati Uniti sporsero un reclamo e non si presentarono per ricevere la medaglia d’argento. Nella pallavolo maschile si qualificano per le semifinali URSS (imbattuta) e Bulgaria, Giappone (imbattuto) e Germania Est; fu il primo oro per il Giappone, argento alla DDR e bronzo all’URSS. In campo femminile oro all’URSS sul Giappone; per il bronzo derby tra Nord e Sud Corea, a favore delle prime. Nel calcio arrivarono ai quarti solo squadre dell’Est, le uniche ai tempi a schierare la miglior formazione; l’oro andò alla Polonia di Deyna e Gadocha sull’Ungheria, terza l’URSS di Blochin. Nell’hockey su prato i due Paesi asiatici che storicamente arrivavano in finale – India e Pakistan – finirono terzi e secondi: vinsero, a sorpresa, i padroni di casa della Germania. Nella pallamano vittoria alla Jugoslavia. Il medagliere finale vide l’URSS prevalere nettamente con 50 ori, secondi gli USA con 33, poi Germania Est con 20 e Germania Ovest con 13; quinto il Giappone. L’11 Settembre 1972 le XX Olimpiadi erano state dichiarate concluse. Tre mesi dopo il socialdemocratico Willy Brandt era stato eletto cancelliere della Germania e avrebbe iniziato la sua politica di apertura verso il blocco socialista. A Stoccolma lo scrittore tedesco Heinrich Boll aveva ricevuto il Premio Nobel per la letteratura.
Olimpiadi di Città del Messico del 1968 (2)
Alle Olimpiadi di Città del Messico nella ginnastica Giappone e URSS si spartirono, come a Tokyo, le medaglie: 6 ori al Giappone, 5 all’Unione Sovietica e 30 medaglie su 42 ad atleti dei due Paesi; gli eroi dell’edizione messicana furono i giapponesi Sawao Kato (nella foto), Akinori Nakayama, Eizo Kenmotsu e il sovietico Michail Voronin; tra le donne la protagonista fu una ginnasta cecoslovacca, Vera Caslavska, che riuscì ad aggiudicarsi 4 ori e due medaglie d’argento. Il nuoto fu una faccenda interna agli Stati Uniti: 21 ori su 29 andarono ad atleti a stelle e strisce; Debbie Meyer dominò lo stile libero dai 200 agli 800 m e vinse 3 ori; altri 4 atleti vinsero 2 ori: Michael Wenden (100 e 200 s.l.), Mike Burton (400 e 1500 s.l.), Claudia Kolb (200 e 400 misti) e il tedesco orientale Roland Matthes (100 e 200 dorso); Don Schollader vinse l’ultimo oro con la staffetta 4 x 200, Mark Spitz il primo in quella 4 x 100. Nei tuffi l’italiano Klaus Dibiasi si impose nella piattaforma da 10 metri e vinse il primo dei 3 ori consecutivi. Nel canottaggio solo la DDR vinse 2 ori (sui 7 complessivi); nel due-con gli italiani Baran e Sambo vinsero l’oro, anticipando le imprese dei fratelli Abbagnale. Dominio francese nel ciclismo con 4 ori su 7; per l’Italia oro nella corsa in linea; nella velocità oro al grande Daniel Morelon – che vincerà l’oro anche nel tandem – davanti al nostro Turrini. Nella boxe 3 ori all’URSS, 2 al Messico e agli USA; nei massimi Gorge Foreman vinse l’oro e poi diventerà uno dei più grandi pugili professionisti di tutti i tempi. Anche nei pesi l’URSS primeggiò con 3 ori su 7. Nella scherma 3 ori all’URSS e 2 all’Ungheria; per l’Italia argento dalla sciabola a squadre di Michele Maffei. Negli sport di squadra settimo oro consecutivo nel basket – il primo a Saint Louis nel 1904 – per i “marziani” USA; argento alla grande Jugoslavia di Kresimir Cosic che in finale perse 65-50; bronzo all’URSS di Sergey Belov e Paulauskas; poi Brasile, Messico, Polonia, Spagna e Italia (ottava); nella nazionale messicana giocava Manuel Raga, una delle più forti ali di tutti i tempi; alto solo 188 cm, saltava 110 cm da fermo; giocò 6 anni con l’Ignis Varese, vincendo 3 scudetti e 4 Coppe dei Campioni. Nella pallavolo maschile oro all’URSS che vinse tutte le partite tranne quella con gli USA, argento al Giappone, bronzo alla Cecoslovacchia, poi DDR, Polonia, Bulgaria e Stati Uniti (penultimo il Brasile); stessa formula in campo femminile e anche qui vittoria dell’URSS con 7 vittorie su 7, secondo ancora il Giappone, poi Polonia, Perù, Corea, Cecoslovacchia (ultime le ragazze USA). Nella pallanuoto si qualificarono per le semifinali Ungheria (imbattuta) e Urss, Italia e Jugoslavia; la finale fu tra URSS e Jugoslavia, che vinse l’oro dopo i supplementari, terza l’Ungheria. Nel calcio l’Ungheria confermò l’oro di Tokio; nell’hockey su prato vi fu il primo oro del Pakistan sull’Australia, con l’India terza. In testa al medagliere finale arrivarono gli Stati Uniti, grazie a atletica e nuoto, con 45 ori; al secondo posto l’Unione Sovietica con 29, terzo il Giappone con 11, l’Ungheria 10 e la Germania Est 9. Il 27 ottobre 1968 le XIX Olimpiadi furono dichiarate concluse. Una settimana dopo Richard Nixon vinse le elezioni presidenziali statunitensi. In Italia ad Avola la polizia sparò ai braccianti che scioperavano; a Milano Mario Capanna e altri studenti universitari contestarono l’inaugurazione della Scala lanciando uova e ortaggi.
Olimpiadi di Città del Messico del 1968 (1)
Nel 1968 avevo 10 anni quando nel terremoto del Belice in Sicilia morirono quasi 400 persone; a Roma a Valle Giulia erano iniziati gli scontri tra studenti e polizia. Il sessantotto fu l’anno del Maggio francese, del duplice assassinio di Robert Kennedy e di Martin Luther King, della Primavera di Praga e dell’invasione sovietica, delle lotte antirazziste e della protesta studentesca contro la guerra statunitense in Vietnam. Pochi giorni prima della cerimonia di inaugurazione delel Olimpiadi, vi fu una strage, ancora oggi senza cifre ufficiali. La polizia messicana era entrata nelle università per far cessare le proteste degli studenti contro il Presidente e aveva ordinato l’occupazione militare dell’Università di Città del Messico, ma nella notte tra il 2 e il 3 di ottobre gli studenti si erano dati appuntamento in Piazza Tre Culture per manifestare il diritto alla protesta. Il governo aveva risposto in modo brutale sparando agli studenti uccidendone quasi 300 (stima reale rispetto alle 34 vittime ammesse dalle fonti ufficiali). Nonostante la strage e le proteste che ne erano seguite, il CIO decise che le Olimpiadi si sarebbero svolte regolarmente. Il 12 ottobre 1968, pertanto, le XIX Olimpiadi iniziarono. Per la prima volta la fiaccola con la fiamma olimpica fu portata all’interno dello stadio da una donna. Le due Germanie iniziarono da allora a gareggiare divise (fino a Barcellona nel 1992); la Cina, presente solo nel 1952 a Helsinky, continuò a non partecipare. Nell’atletica, prima dei giochi, molti avevano espresso perplessità sul fatto di gareggiare a 2.600 m sul livello del mare. Gli eccezionali record stabiliti da atleti afroamericani degli USA smentirono queste ipotesi: nei 100 m Jim Hines vinse l’oro con il record mondiale di 9’’95; nei 200 m Tommie Smith prese oro e record mondiale con 19’’83; Hines e Smith non furono gli unici recordmen: Lee Evans, oro e record mondiale nei 400 m con 43’’86; Bob Beamon, oro e record mondiale nel salto in lungo con 8,90 m; il sovietico Victor Sanejev, nel salto triplo oro e record mondiale con 17,39 (bronzo al nostro Giuseppe Gentile); nel salto in alto Richard Fosbury vinse l’oro con 2,24 m e – con lo scavalcamento dorsale – cambiò per sempre la tecnica di salto; oro e record mondiale anche per la staffetta USA veloce (39’’23 nella 4 x 100) e per la staffetta USA 4 x 400. Gli Stati Uniti vinsero, con i loro atleti afro-americani, 15 ori su 38. Ma a Città del Messico non ci furono solo record e medaglie. Durante la premiazione dei 200 metri piani, Tommie Smith (nella foto) e il suo connazionale John Carlos, terzo classificato, alzarono il pugno chiuso guantato in nero in segno di protesta contro il razzismo e a favore del “black power” (potere nero). Il giorno dopo Lee Evans, Larry James e Ron Freeman, primo secondo e terzo nei 400 metri, salirono sul podio a piedi nudi, con il pugno alzato e con il basco scuro delle Pantere nere. Gli atleti neri autori della clamorosa protesta furono espulsi dal villaggio olimpico e sospesi dalla Federazione USA, ma il loro gesto è ancora oggi il simbolo di quelle olimpiadi. (segue)
Olimpiadi di Tokyo del 1964 (2)
Alle Olimpiadi di Tokyo la scuola italiana di ciclismo su pista si fece ancora valere e permise all’Italia di prendere 3 ori su 7 e 5 argenti su 7; due ori per Giovanni Pettenella (tandem e km da fermo). Nel pugilato la finale dei pesi massimi fu vinta dallo statunitense Joe Frazier, nonostante avesse la mano sinistra fratturata; sovietici e polacchi raccolsero 3 ori a testa; per l’Italia 2 ori: Fernando Atzori nei mosca e Pinto nei massimi leggeri. Anche nel sollevamento pesi si ottennero risultati brillanti, con quattro primati mondiali; i sovietici vinsero 4 ori su 7. Nella lotta, oltre alle tradizionali nazioni protagoniste dell’Europa orientale (3 ori la Bulgaria e l’URSS, 2 l’Ungheria) e alla Turchia (2 ori) il Giappone si aggiunse prepotentemente nel medagliere con ben 5 ori su 16. Il Giappone la fece da padrone nello judo, disciplina introdotta per la prima volta, vincendo in tre categorie su quattro; purtroppo per gli appassionati del Sol Levante, sfuggì ai loro atleti la medaglia nella gara più prestigiosa, la categoria assoluti, che fu vinta da un olandese. Nella scherma l’Ungheria e l’URSS con 4 e 3 ori raccolsero quasi tutto il bottino; per l’Italia Antonella Ragno confermò il bronzo di Roma nel fioretto, mentre spadisti e sciabolatori vinsero l’argento a squadre. Nel canottaggio il sovietico Ivanov raggiunse il traguardo di 3 ori in 3 olimpiadi nel singolo. Negli sport a squadre la grande attesa era per l’esordio olimpico della pallavolo, sport seguitissimo in Giappone. Il torneo maschile si svolse con un girone unico in cui si incontrarono tra loro le 10 squadre qualificate; a parte il Giappone terzo, dal primo al sesto posto si piazzarono tutti i Paesi socialisti: vinse l’Unione Sovietica che lasciò 5 set in 9 partite (3 al Giappone nell’unica sconfitta), poi la Cecoslovacchia, la Romania, la Bulgaria e l’Ungheria; agli ultimi piazzamenti il Brasile, l’Olanda, gli Usa e la Corea del Sud; i giapponesi si consolarono vincendo nella pallavolo femminile; anche qui girone all’italiana per le sei squadre qualificate; dopo il Giappone, l’URSS (nella foto la finale persa con le giapponesi), la Polonia, la Romania, gli Usa e la Corea del Sud. Nel torneo di pallacanestro le squadre furono divise in 2 gironi; nel primo girone si qualificano per la finale l’USS imbattuta e Porto Rico, eliminate Polonia e Italia, nel secondo passarono Stati Uniti, imbattuti, e Brasile, eliminati Jugoslavia e Uruguay; in semifinale gli USA vinsero facilmente su Porto Rico, mentre l’URSS faticò con il Brasile; vi fu solita finale USA-URSS e il sesto oro consecutivo degli USA; terzo il Brasile, quinta l’Italia. Nel calcio arrivarono ai quarti 4 squadre dell’Est – Jugoslavia, Romania, Ungheria, Cecoslovacchia – la Germania unificata, il Giappone, il Ghana e la R.A.U. (la Repubblica Araba Unita, fondata dal Presidente egiziano Nasser nel 1958, per unificare il mondo arabo); in semifinale l’Ungheria travolse 6-0 la R.A.U, la Cecoslovacchia superò di misura la Germania; il titolo andò all’Ungheria (2-1 sulla Cecoslovacchia). Nella pallanuoto l’Ungheria riscattò il terzo posto di Roma e, come a Melbourne ed a Helsinki, divenne campione olimpico; argento alla Jugoslavia, bronzo all’URSS. Finale “classica” tra India e Pakistan nell’hockey su prato: oro agli indiani, già vincitori a Londra, Helsinki e Melbourne, argento ai pakistani, bronzo all’Australia. Il 24 ottobre 1964 a Tokio si conclusero i XVIII giochi olimpici moderni. Gli Stati Uniti tornarono a primeggiare nel numero di ori: 36, seguiti dall’ l’URSS con 30, terzo il Giappone ospitante con 16, quarti con 10 ori la Germania, l’Italia e l’Ungheria. In Italia alla fine del 1964 si dimise per ragioni di salute Giovanni Gronchi e fu eletto Presidente della Repubblica il socialdemocratico Giuseppe Saragat. Negli Stati Uniti Lyndon Johnson fu confermato Presidente. In un giorno di dicembre del 1964 John Coltrane registrò, in un’unica sessione, il disco A love supreme.
20 anni di pallavolo in una Comunità. Gli anni d’oro.
Dopo i primi pionieristici tornei interni e la partecipazioni a manifestazioni esterne, nel 1996 vi fu il primo torneo organizzato dalla comunità Fratello Sole: si svolse nei mesi di marzo ed aprile del 1996 nella palestra del Liceo Scientifico di Santa Marinella con due squadre nostre, seguite da me e da Franco Piersanti, e due di studenti maggiorenni del Liceo. Fu un’esperienza significativa, non solo in senso sportivo, per la possibilità di mettere a confronto il mondo della scuola con la Comunità. La seconda edizione si svolse nel 1997 con la partecipazione di 5 squadre, tra cui la CRI S. Severa e il Badminton di Santa Marinella. Nel 1997, dopo molti anni di allenamenti precari in strutture che ci ospitavano per qualche partita, finalmente avemmo a diposizione una nostra palestra, presso la sede delle Suore Orsoline di S. Severa. Grazie alla disponibilità di suor Rosa, potemmo disputare tutte le partite del torneo a Santa Severa, compresa la bellissima e combattutissima finale vinta di misura dalla Croce Rossa sui nostri ragazzi. Il terzo torneo si svolse nel 1998, ancora con 5 squadre (CRI S. Severa, Anfora S. Marinella, Guernica Cerveteri, Onda D’Urto di S. Severa e noi). Nel febbraio 2000 si concluse la 4° edizione del Torneo: dopo 10 anni di alterni piazzamenti, finalmente arrivò l’attesissima vittoria di una squadra della Comunità, che prevalse di misura in finale contro la rappresentativa di S. Marinella. Da allora abbiamo continuato ad organizzare ogni anno un torneo, con la partecipazione di scuole superiori, realtà territoriali, centri di salute mentale e comunità Ricordiamo con piacere tutte le squadre che in questi anni hanno voluto condividere il nostro modo di vivere lo sport: Polisportiva Valcanneto (vincitrice nel 2002), Pegaso S. Marinella (vincitrice nel 2006), Guernica Cerveteri, l’ISIS E. Mattei di Cerveteri (vincitrice 2006 e 2007 della sezione scuole), Liceo Galilei di S. Marinella (vittoria tra le scuole nel 2008 e 2009), Circolo S. Severa (vittoria nel 2004), Santa Marinella (vittoria nel 2005). Abbiamo partecipato, inoltre, a tre raduni nazionali delle comunità, quasi sempre ben figurando. Nel 1996 a Cassino in una bellissima cornice ambientale – si giocava in una piazza al centro della città – fummo eliminati nei quarti al termine di un incontro assai equilibrato dalla comunità Exodus che poi avrebbe vinto la manifestazione con una squadra assolutamente fuori dalla portata delle altre. L’anno successivo – nel 1997 – andammo a Rimini con due squadre di beach volley; per il nostro nobilissimo senso di sportività rinunciammo a fare una squadra competitiva ed una di rappresentanza come fecero tutte le altre comunità: nonostante ciò una delle due entrò nelle prime otto. A Roma, infine, nel 1999 ci presentammo con una squadra fortissima grazie anche ad Emiliano, obiettore che aveva giocato in serie B ed al suo collega Gianluca, serie C di Basket. Arrivammo alla semifinale – che in realtà valeva come la finale visto che la comunità di San Patrignano schierava come al solito una formazione di quasi professionisti – contro Sorella Luna ma con la testa già alla finale del giorno dopo. Si sa come finisce in questi casi, noi perdemmo la semifinale e Sorella Luna si fece massacrare l’indomani al posto nostro contro la squadra di Muccioli (ci rimise pure l’obiettore Gianluca che perse una settimana premio di licenza che gli avevo promesso nel caso avesse rinunciato all’impegno già preso con la fidanzata per giocare la finale). Gli anni che vanno dal 2000 al 2005 ci hanno visto protagonisti soprattutto di manifestazioni esterne, in particolare nell’ottimo Torneo Regionale di volley misto per il “benessere psico-sociale” (una sigle terrificante, ma una manifestazione bellissima). Il I Torneo Regionale è nato con uno spirito ed un regolamento sostanzialmente identici a quelli dei nostri tornei; abbiamo partecipato a tutta la fase preparatoria e finalmente nel 2000 siamo partiti con una formula che ci ha impegnato per ben 16 partite con altre 8 squadre del Lazio. Al termine del girone all’italiana ci siamo classificati quarti. In semifinale abbiamo perso di misura con Villa Maraini – già battuta nel girone di ritorno – che poi avrebbe lasciato la vittoria finale a Gnosis Red Eagles di Marino. L’anno seguente, per difficoltà nostre al momento di partire con il campionato, abbiamo fatto un esperimento, solo in parte riuscito: abbiamo fuso la nostra squadra con quella del DSM di Ladispoli di Alberto Poerio. Al termine della prima fase del 2° Torneo Regionale, ci siamo classificati terzi e siamo finiti in una semifinale a tre con Frosinone e Exodus di Cassino: abbiamo battuto i ragazzi della comunità di Cassino e ci siamo qualificati per la finale a tre di Roma con Libera e Villa Maraini. Non abbiamo vinto, ma i ragazzi della Comunità ricordano la bella atmosfera della finale con la palestra di Corviale gremita, il tifo assordante, la vittoria netta ma sofferta su Libera e quella rimonta quasi completata su Villa Maraini dell’amico Marco Angeleri, che invece andrà meritatamente a vincere il Torneo – la premiazione con il sindaco Walter Veltroni e soprattutto le foto – di mio figlio Jacopo – con il mitico Gianni Rivera. Il 2003 è stato un anno indimenticabile. Per il III Torneo Regionale abbiamo presentato una squadra molto forte, con l’apporto prezioso di alcuni amici ed amiche di S. Marinella e Cerveteri (Marzia, Barbara e mio figlio Jacopo in particolare). L’inizio è stato altalenante, abbiamo alternato grandi prestazioni a preoccupanti cali di concentrazione, per cui ci siamo posizionati tra la quinta e la sesta posizione, su 11 squadre (passavano le prime sei); poi, nel girone di ritorno, c’è stata la svolta, il salto di qualità che ci ha fatto arrivare lanciatissimi alle semifinali – in cui abbiamo battuto nettamente Cassino e il Gabbiano – ed alla finalissima di Roma, ancora con Villa Maraini. Tutto questo grazie a Ernesto Schiavone, un vero allenatore, arrivato in Comunità per svolgere il servizio civile. Con lui finalmente abbiamo vinto un torneo importante, vincendo una magnifica finale contro gli avversari di sempre: Villa Maraini. Il IV Torneo Regionale – allargato a 14
20 anni di pallavolo in una Comunità. Gli inizi
20 anni di pallavolo in una Comunità: la comunità si chiama Fratello Sole, è nata a Santa Marinella nel 1978, ed è stata una delle prime strutture di recupero per i tossicodipendenti – allora quasi tutte persone con dipendenza da eroina – in Italia. Gli operatori storici, cioè vecchi, della comunità hanno iniziato tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90. Io sono uno di loro. Le mie competenze hanno fin dall’inizio riguardato la salute fisica degli utenti che trascorrevano un paio d’anni in comunità per ritrovarsi e riprendersi. Quindi, prevenzione delle malattie infettive – allora HIV/AIDS ed epatite B da HBV – igiene e alimentazione, ma anche movimento e attività sportive. Nei primi anni ’90 la comunità Fratello Sole – con utenza allora prevalentemente maschile – ha privilegiato il calcio, sport nazionale e di fatto praticato da quasi tutti gli italiani, tossicodipendenti compresi. I primi anni l’attività sportiva prevalente – quasi esclusiva – fu, pertanto, il calcio. Da un lato gagliarde partitelle quotidiane appena dopo pranzo; dall’altro il lunedì sera un’impegnativa scadenza settimanale: un’amichevole contro gli Amatori Santa Severa di Enzo Mei militante in II categoria. Il calcio, però, per essere utilizzato come attività di recupero e riabilitativa presentava allora – e presenta ancora oggi – diversi limiti: per prima cosa è un gioco sportivo che si presta poco all’attività mista, con la contemporanea presenza femminile e maschile; in secondo luogo, prevede un continuo contatto fisico che può avvantaggiare le personalità più aggressive; il calcio, infine, è un’attività in cui sono frequenti traumi e incidenti di gioco, con conseguenti inabilità che possono interferire con percorsi di formazione o lavoro. Tra i tanti possibili sport di squadra, avendo in mente inizialmente soprattutto il coinvolgimento della piccola componente femminile della comunità, ho pensato, allora, che la pallavolo avrebbe potuto dare il suo contributo nel recupero psico-fisico degli ospiti, come aveva sino allora aiutato me e tanti altri semplicemente a stare bene. La presenza di Fratello Sole nella pallavolo locale inizia, pertanto, agli inizi degli anni ‘90, con la passione mia, di Alberto Poerio e di Franco Piersanti, insegnante di educazione fisica e allenatore FIPAV. I primi anni non disponevamo di una palestra, per cui ci impegnavamo principalmente nel beach-volley estivo e in una pallavolo in formato ridotto, 4 contro 4 nel cortile della struttura. In diverse occasioni abbiamo coinvolto i ragazzi di Santa Severa con mini-tornei all’aperto nel nostro cortile o nelle spiagge. Ricordo con tenerezza i tre tornei “interni” che si disputarono dal ‘93 al ’95 tra ospiti, obiettori di coscienza, lavoratori della tipografia e operatori. Per me giocare era abbastanza naturale, visto che mi allenavo regolarmente in una squadra locale 2 o 3 sere a settimana; la cosa incredibile fu riuscire a coinvolgere anche altri psicologi – come Fabio Tini in canottiera balneare – e, addirittura, Roberto Carotenuto, coinvolto in un unico memorabile set per convincere una sua paziente a giocare. Ci prendevamo a pallonate dalle due alle tre del pomeriggio per rientrare poi, sudatissimi, nelle varie attività della comunità. La memoria corre al primo torneo serio cui partecipammo nell’inverno 92/93. Si giocava a Roma, sulla Cassia, in una palestra molto bella di un liceo con altre quattro squadre molto più forti di noi contro ragazzi e ragazze che probabilmente giocavano anche in campionati ufficiali. Arrivammo quarti, o penultimi a seconda dei punti di vista, ma le ricadute di quella manifestazione furono tante e importanti. Ci confrontammo come gruppo con altri gruppi, imparammo tutti, ospiti ed operatori, la superiorità del collettivo sul singolo, uscendo quando giocavamo male ed entrando quando giocavamo bene; appezzammo infine il positivo rituale che precede le competizioni: il viaggio insieme, la carica nello spogliatoio, I’incoraggiamento dentro e fuori il campo. Sempre in quegli anni ricordo anche una bella esperienza al carcere minorile di Casal del Marmo. A differenza della volta precedente, nella quale il confronto sportivo era stato una brutta partita di calcio, falsata dall’eccessiva aggressività dei ragazzi dell’istituto, questa volta il momento sportivo fu un piccolo quadrangolare di pallavolo con due squadre nostre e due loro. Andò tutto bene e ci lasciammo con la forte impressione di aver utilizzato uno gioco sportivo molto più adatto del calcio a tale genere di incontri. Dopo aver partecipato a diverse manifestazioni, finalmente decidemmo di organizzare noi un torneo. (nella foto il libro Eroina del sociologo Guido Blumir, uscito nel 1976 per la Feltrinelli) (segue)