Limitare la carne per migliorare la nostra salute. La carne ha avuto un ruolo importante nel passato, soprattutto se inserita in regimi carenti di energia e proteine. Oggi le cose sono molto cambiate e i consumi eccessivi di carne sono sempre più associati a stati infiammatori e malattie croniche. La carne rossa, in particolare, oltre a importanti nutrienti, contiene troppi grassi e sostanze potenzialmente cancerogene. Da almeno due decenni i massimi organismi sanitari mondiali ne raccomandano un consumo moderato, a favore di alimenti più leggeri e salutari, come verdura, frutta e legumi. Il consumo di carne, però, è ancora troppo spesso considerato un indicatore di benessere e progresso socio-economico, soprattutto per la memoria dalla scarsità degli apporti del passato. Fino a pochi decenni fa, infatti, anche nella maggior parte delle famiglie italiane il consumo di carne era per lo più riservato alla domenica e lle festività. Uno studio statunitense ha seguito per 10 anni oltre mezzo milione di persone adulte e anziani, tutti pensionati, con età iniziale tra 50 e 71 anni. Gli autori hanno valutato la relazione tra i consumi di carne rossa (bovino e suino), di preparazioni a base di carne (salumi, insaccati, hamburger, ripieni, precotti, sughi per pasta o pizza), di carne bianca (pollame e pesce) e la mortalità totale da un lato, la mortalità per tumori, malattie cardiovascolarie altre cause dall’altro. Nel decennio considerato dallo studio sono morti circa 48.000 uomini e 23.000 donne. Per uomini e donne con maggiori consumi di carne rossa aumentava in modo significativo sia il rischio di mortalità totale (+36{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) sia la probabilità di contrarre tumori e/o malattie cardiovascolari. Per chi consumava pollame e pesce si è vista, invece, una relazione inversa: una diminuzione di mortalità, tumori e malattie cardiovascolari. In linea con le recenti raccomandazioni dell‘Organizzazione Mondiale della Sanità sembra, quindi, opportuno ricordare a tutti di ridurre a due porzioni settimanali, e comunque non oltre i 300 grammi, il consumo medio di carne: ne guadagna la nostra salute e – per il grande impatto ecologico degli allevamenti intensivi – ne guadagna l’ambiente. (6-2009)
Citi-news, un giornalino importante
Citi-news non è stato un giornalino come gli altri. Il titolo giocava con l’assonanza al termine inglese city, ma le news che ha pubblicato erano le notizie (in inglese, news) di una comunità terapeutica (o ci ti, usando la sigla); la comunità era la comunità terapeutica Fratello Soledi Santa Severa (nella foto), a pochi chilometri da Roma. Fratello Sole è una comunità “piccola”, certamente non una piccola comunità; nel 2008 ha festeggiato 30 anni di attività, con una longevità che potrebbero vantare solo altre 4 o 5 strutture simili in Italia. La prima comunità era nata nel 1978 a Santa Marinella (Roma), per iniziativa di padre Ludovico Pesola e di alcuni psichiatri e psicoanalisti dell’Ambulatorio per le farmacodipendenze dell’Università Cattolica di Roma; l’anno dopo si era trasferita a Santa Severa, dove tuttora resiste. La comunità fin dall’inizio ha scelto una via originale, rispetto ai modelli che in quegli anni si andavano affermando: la tossicodipendenza era vista soprattutto come un sintomo, un segnale di problemi e disturbi ben più profondi. Si fece la scelta di lavorare con pochi ospiti, tra i 20 e i 30, quasi tutti dipendenti da eroina, moltissimi sieropositivi all’HIV e all’HBV; almeno a partire dal mio arrivo – nel 1990 – vi fu sempre grande attenzione all’esterno, perché il reinserimento nella società di chi finiva il programma non fosse solo una bella parola. Dai 4, 5 operatori degli anni ’90 che letteralmente vivevano nella struttura, oggi lavorano in comunità una decina di operatori; negli ultimi 30 anni sono passati a Santa Severa centinaia di ragazze e ragazzi, centinaia di volti, di modi di fare e di parlare. Io me li ricordo tutti benissimo – nonostante la mia memoria sia per altri versi non esattamente strepitosa – e ricordo quasi tutte le cose fatte con loro: le assemblee e le gite, le partite di pallavolo e le visite mediche, le lezioni di igiene e le partite di calcio, le risate e le arrabbiature (più risate, comunque). Ricordo anche questo pezzo di memoria che è stato il Citi-news, un giornalino scritto, pensato e disegnato da loro, senza censure e senza intenti apologetici (due difetti ricorrenti in questo tipo di pubblicazioni): io ero il loro direttore “ir-responsabile”, correggevo solo i pochi errori di grammatica, a volte neanche quelli. Un grazie immenso va a Natalia e Antonella, validissime colonne lavorative della tipografia che da sempre ci affianca: con la loro pazienza e la loro professionalità è stato possibile quell’esperimento a metà tra il giornalismo e la rivista giovanile, il diario e il fumetto. Con questo piccolo ricordo speriamo di aver fatto cosa gradita ai tanti ospiti della comunità e, in particolare, a tutti i collaboratori del Citi-news, qualcuno dei quali oggi avrà i capelli bianchi e forse sorriderà ripensando a quel pezzo della propria vita trascorso a Santa Severa (5-2009)
Da vegetariani a onnivori
I nostri antenati del genere Homo sono stati per lungo tempo prevalentemente vegetariani; siamo diventati onnivori – con il consumo di carne e altri prodotti animali – relativamente tardi e con forme di approvvigionamento piuttosto diverse dalle attuali. Vediamo quello che oggi possiamo ricostruire. L’esatta classificazione dei vari gruppi preumani – del genere Australopiteco e Homo – che si sono succeduti dopo l’evoluzione dall’antenato comune agli scimpanzé è tuttora oggetto di discussione tra i paleontologi. Alcuni punti, tuttavia, appaiono abbastanza accertati. Verso la fine del Mesozoico, – tra i 70-60 milioni di anni fa – la scomparsa dei grandi rettili portò alla liberazione di vasti habitat di cui approfittarono Uccelli e Mammiferi; tra i Mammiferi comparvero le prime scimmie. Si trattava di animali di piccole dimensioni che si cibavano di germogli, frutta, bacche e semi, tutti alimenti costituiti prevalentemente da carboidrati; da questo tipo di alimentazione ebbe origine un metabolismo basato sul glucosio – lo zucchero della frutta – e regolato dall’ormone insulina. Il glucosio è una molecola fondamentale per la nostra biologia: il cervello utilizza esclusivamente glucosio per le sue richieste energetiche, durante l’attività muscolare si usa soprattutto glucosio e anche la lattazione necessita di glucosio. Pensare, lottare, fuggire, allattare: sono tutte situazioni di fondamentale importanza che richiedono la presenza di zuccheri. Nel periodo Cenozoico o Terziario accaddero alcuni importanti avvenimenti; i nostri antenati erano ancora vegetariani e prevalentemente arboricoli, ma progressivamente avevano acquisito la postura eretta (o mentre ancora stavano nell’ambiente di foresta o nel nuovo ambiente d di savana creatosi dopo gli sconvolgimenti geologici); inoltre, tra i 3 e i 2 milioni di anni fa, il clima aveva iniziato a raffreddarsi sensibilmente; con la prima glaciazione la disponibilità di cibo – già ridotta per il raffreddamento precedente – subì un’ulteriore riduzione; in un primo tempo la dieta rimase vegetariana con alcune modifiche: visto che la frutta e le bacche – a base di zuccheri semplici – erano meno presenti, aumentò la quota di semi, radici e tuberi, ossia carboidrati complessi e fibre. La consistente riduzione di temperatura del Pliocene – durata oltre mezzo milione di anni – costrinse il genere Homo ai primi tentativi di caccia e soprattutto alla “raccolta di resti carnei” lasciati dai grandi predatori: la nostra alimentazione onnivora iniziò con questa ricerca di proteine animali da animale “spazzino”. Nel periodo seguente le abilità di caccia aumentarono considerevolmente, innalzando la razione proteica della dieta, ma non è da escludere che anche il “cannibalismo rituale” (ossia legato a particolari occasioni, come una vittoria su un gruppo nemico) possa essere servito a migliorare le entrate proteiche, stante la persistente riduzione di alimenti vegetali. (2008, segue)
Obesità e fame: un paradosso?
Obesità e fame nello stesso Paese, sembra un paradosso, ma è ciò che si osserva sempre più spesso nei Paesi a basso reddito. In realtà i paradossi sono due. Il primo paradosso è che mentre abbiamo raggiunto la maggiore produzione di cibo nella storia degli ultimi 10.000 anni, oltre un decimo della popolazione mondiale – in Africa, in Asia, in America Latina, ma non solo – soffre la fame. Il secondo paradosso è che fame e obesità stanno diventando due aspetti opposti della stessa situazione di disagio socio-economico. Osserviamo due situazioni apparentemente agli antipodi: gli Stati Uniti e la Mauritania. Negli Stati Uniti, massima potenza economica occidentale, indagini attendibili, rappresentative ed accurate (lo studio Nhaves, ad esempio) mostrano un crescente e costante aumento di sovrappeso e obesità nella popolazione adulta negli ultimi 40 anni: quasi il 64{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} degli statunitensi risulta oggi avere un IMC maggiore di 25, con un 31{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} addirittura obeso. Se la tendenza rimarrà confermata, si prevede che ciò potrebbe comportare una riduzione dell’aspettativa di vita tra 2 e 5 anni entro il 2050. La Mauritania è un Paese africano con tutti i gravi problemi dei paesi del Terzo mondo, compresa una quota rilevante di popolazione con quantità di cibo insufficienti; paradossalmente, accanto alla malnutrizione per difetto – fame e deficit proteici e vitaminici – sta prendendo consistenza anche la malnutrizione per eccesso: tra le fasce meno abbienti della popolazione qualcuno soffre la fame e qualcuno ha problemi di obesità (si prevede che tra non molti anni oltre un terzo degli obesi saranno nei Paesi del Terzo Mondo). In tutto il mondo occidentale il problema dell’obesità e del sovrappeso – ma anche spesso il consumo e l’abuso di alcol e sigarette – riguarda ormai principalmente le fasce a basso reddito della popolazione; ingrassa, soprattutto, chi ha poche entrate o poca cultura, o entrambe le situazioni. Qualcuno avrà già capito che i due problemi si potrebbero risolvere insieme; come ben racconta l’anglo-indiano Raj Patel (I padroni del cibo, 2007 Feltrinelli), si possono cambiare le cose, se si agisce sulle leve giuste e se si toglie il potere economico-decisionale a chi sta facendo montagne di soldi sia con la pandemia di obesità sia con le carestie programmate. (nella foto la percentuale di persone sovrappeso e obese in Sudafrica) (3-2009)
Energia e futuro sceondo Jeremy Rifkin
1. “Appena raggiungeremo il picco della produzione di petrolio, i prezzi saliranno, l’economia globale ristagnerà, avremo recessione e ci saranno persone che non riusciranno a mettere in tavola qualcosa da mangiare. Il “picco del petrolio” avviene quando si è usato metà del petrolio disponibile. Quando questo avverrà, quando saremo all’apice di questa curva, saremo alla fine dell’era del petrolio perché il costo di estrazione non sarà più sostenibile”. 2. “Oggi un terzo delle guerre civili nel mondo è nei Paesi produttori di petrolio. Tutti vogliono il petrolio, il petrolio sta diventando sempre più costoso. Ci saranno più conflitti politici e militari nei Paesi produttori”. 3. “Se prendiamo gli obiettivi dell’Unione Europea sulla riduzione della CO2, e la UE è la più aggressiva del mondo in questo senso, anche se riuscissimo a raggiungere quegli obiettivi ma non facessero lo stesso India, Cina e altri Paesi, la temperatura aumenterà di 6°C in questo secolo e sarà la fine della civilizzazione come la conosciamo”. 4. “Le grandi rivoluzioni economiche accadono quando l’umanità cambia il modo di produrre l’energia, primo, e quando cambia il modo di comunicare, per organizzare questa rivoluzione energetica. All’inizio del XX secolo la rivoluzione del telegrafo e del telefono convergeva con quella del petrolio e della combustione interna, dando vita alla seconda rivoluzione industriale. Ora siamo al tramonto di quella rivoluzione industriale”. 5. “La parola chiave è “distribuita”, questa rivoluzione “piatta”, “equa” della comunicazione proprio ora sta cominciando a convergere con la rivoluzione della nuova energia distribuita. La convergenza di queste due tecnologie può aprire la strada alla terza rivoluzione industriale”. 6. “L’energia distribuita la troviamo dietro l’angolo. Ce n’è ovunque in Italia, ovunque nel mondo. Il Sole sorge ovunque sul pianeta. Il vento soffia su tutta la Terra, se viviamo sulla costa abbiamo la forza delle onde. Sotto il terreno tutti abbiamo calore. C’è il mini idroelettrico”. 7. “Dobbiamo passare alle energie rinnovabili e distribuite. La UE ha fissato l’obiettivo al 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Dobbiamo rendere tutti gli edifici impianti di generazione di energia. Milioni di edifici che producono e raccolgono energia in un grande impianto di generazione. Questo già esiste”. 8. “Dobbiamo accumulare questa energia. Perché il Sole non splende sempre, nemmeno nella bellissima Italia. Il vento non soffia sempre e le centrali idroelettriche possono non funzionare nei periodi di siccità. La principale forma di accumulo sarà l’idrogeno. L’idrogeno può accumulare l’energia così come i supporti digitali contengono le informazioni multimediali”. 9. “Quando io, voi e ognuno produrrà la sua propria energia – come produciamo informazione grazie ai computer – la accumuliamo grazie all’idrogeno come i media con i supporti digitali, potremo condividere il surplus di produzione nella rete italiana, europea e globale. Questa è la terza rivoluzione industriale“. 10. “L’Italia è l’Arabia Saudita delle energie rinnovabili. L’Italia ha il Sole, è una penisola, c’è il vento tutto il tempo, c’è il mare, ci sono ricche zone geotermiche in Toscana, biomasse da Bolzano in su nel nord Italia, la neve, per l’idroelettrico, dalle Alpi. In Italia c’è molta più energia di quella che ci serve, in energie rinnovabili”. (dall’intervista a Jeremy Rifkin dal sito www.greenreport.it del 17-03-2009)
Malattie inventate, farmaci inutili
Da diversi anni le industrie farmaceutiche, utilizzando la loro enorme influenza sulla medicina ufficiale, stanno “commercializzando” la paura. Il loro intento è quello di “ridefinire” le malattie, abbassare la soglia per la prescrizione delle cure e, in taluni casi, addirittura inventare nuove patologie. “Gli inventori delle malattie” (Lindau) del giornalista medico Jörg Blech e “Farmaci che ammalano” (Nuovi Mondi Media) di Ray Moynihan e Alan Cassels sono due dei molti libri che cercano di fare luce su questa pericolosissima tendenza a “medicalizzare” ogni aspetto della vita. Per espandere il mercato dei farmaci vengono continuamente ridefinite le soglie di “normalità” e “patologia” della pressione arteriosa e della colesterolemia, in modo da estendere enormemente il bacino di potenziali acquirenti dei farmaci per le suddette condizioni. L’industria della salute, per assicurarsi una continua crescita del mercato, stia trasformando normali alti e bassi della vita quotidiana, disturbi lievi e comuni, in malattie potenzialmente serie per cui è necessario assumere farmaci. La menopausa è proprio una malattia? La timidezza è veramente un “disturbo sociale ansiogeno”? Siamo davvero tutti malati? C’è qualcosa che non torna. (2007)
Tumori e prevenzione
Tumori e prevenzione: 11 anni fa Umberto Veronesi ha pubblicato su Lancet (7-1998) due studi sull’azione preventiva dei retinoidi (derivati della vitamina A) e del farmaco tamoxifene, capaci di proteggere le cellule mammarie dal rischio di carcinoma mammari. E uno dei primi esempi di prevenzione dei tumori. Abbiamo quasi debellato le malattie infettive e le malattie carenziali, ma sul versante dei tumori e delle altre malattie cronico-degenerative la situazione peggiora di anno in anno. Secondo la European Society for Medical Oncology e la European Cancer Organisation dai 7,6 milioni di decessi per cancro registrati nel 2008 si passerà a 17 milioni entro il 2030 e la responsabilità ricadrà sull’invecchiamento generale della popolazione e sugli stili di vita sbagliati. Ogni anno la diagnosi di tumore riguarda nel mondo oltre 12 milioni di persone, tre milioni – un quarto – solo in Europa, nonostante sia meno di un ottavo della popolazione mondiale. Il World Cancer Report 2008 riporta questi dati per il nostro continente: il tumore alla mammella (il 13,5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) è il più diffuso, seguito dal cancro al colon-retto (13{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), dal tumore al polmone (12{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) e dal cancro alla prostata (11{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}). Entro il 2030 si prevedono 75 milioni di tumori diagnosticati, oltre 5 volte il valore attuale, con oltre la metà dei nuovi casi e due terzi dei decessi nei Paesi in via di sviluppo. Esaminando i tumori più frequenti per mortalità, per gli uomini prevalgono i tumori al polmone, alla prostata, allo stomaco e al colon-retto. Per le donne le neoplasie alla mammella, alla cervice uterina e al colon-retto. La sopravvivenza varia a seconda del tipo di tumore: per alcuni, i progressi della medicina hanno prodotto in 5 anni un tasso di sopravvivenza del 75{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} (utero, mammella e testicoli), per altri la percentuale rimane bassa (pancreas, fegato, stomaco e polmone) attestandosi a meno del 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Questi dati sembrano una premessa necessaria al rapporto 2008 del World Cancer Research Fund (WCRF), organismo mondiale impegnato nella ricerca scientifica per la prevenzione dei tumori, che ha stilato un decalogo dettagliato per evitare il rischio di ammalarsi di cancro. Le raccomandazioni sono il frutto di un’analisi attenta di oltre 500.000 studi in materia, di cui 7000 sono stati giudicati solidamente attendibili. La prima raccomandazione riguarda il controllo del peso corporeo, dato che l’obesità è legata ad un rischio superiore alla media per i tumori dell’esofago, del colon-retto, del pancreas, della mammella, dell’endometrio e del rene. Al secondo posto del decalogo fare esercizio fisico, per proteggersi da almeno 12 tipi di cancro, compreso quello al colon e al seno. Qualsiasi tipo di attività va bene, bastano 30 minuti al giorno di attività moderata ma costante, per almeno 5 giorni alla settimana. Al terzo posto evitare gli alimenti super-calorici e poco nutrienti, come le bevande zuccherate (meglio acqua oppure tè e tisane non dolcificati) e i cibi elaborati ad elevato contenuto energetico (una merendina al cioccolato contiene 10 volte le calorie di una mela di pari peso). Quarta raccomandazione: abbondare con frutta, verdura, cereali e legumi: vale la regola del 3 a 1: i 2/3 di ogni pasto dovrebbero essere composti da vegetali, che svolgono un’azione protettiva e antiossidante, grazie al loro contenuto di vitamine, sali minerali, fitoestrogeni. Quinto comandamento: limitare il consumo di carne rossa; ci si dovrebbe mantenere su un consumo medio di 300 grammi a settimana, poiché il legame tra tumore colon-rettale e consumo di carne rossa è ormai “convincente”, con una differenza del 30 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di incidenza tra i grandi mangiatori di carni rosse e insaccati rispetto a chi non ne fa uso. Sesta raccomandazione: limitare le bevande alcoliche (non più di due bicchieri al giorno per gli uomini e di uno per le donne); l’alcol è un fattore di rischio ormai indiscusso per i tumori di bocca, faringe, laringe, esofago, colon-retto e mammella, oltre che causa della cirrosi epatica, possibile anticamera del carcinoma del fegato. Gli ultimi 4 consigli sono: salare i cibi con parsimonia: oltre ad aumentare la pressione, il sale può danneggiare lo stomaco; evitare gli integratori: per avere il giusto apporto di vitamine o fibre è sufficiente una dieta varia ed equilibrata; allattare i bambini al seno, quando possibile: si avrà un rischio ridotto di tumore della mammella, oltre ad una minore incidenza di sovrappeso e obesità infantile; ultima raccomandazione: dopo un tumore, se possibile, fare attività fisica e mangiar sano, perché si può evitare di riammalarsi (nella foto un depliant del WCRF che invita a lasciare i fast-food e a seguire la dieta mediterranea). (5-2009)
Agricoltura, malattie, clima
La storia ambientale è una disciplina relativamente recente, ma tra le più interessanti, per il suo sforzo di una visione complessiva delle vicende umane nella loro interconnessione tra aspetti biologici e storici; in senso ampio è lo studio del rapporto tra la storia delle società umane (nei loro aspetti demografici, economici, politici e culturali) e i mutamenti nel tempo dell’ambiente fisico (climatico, geografico, biologico epidemiologico), nonché delle loro influenze reciproche in entrambe le direzioni. Insieme alle opere di Alfred Crosby (L’imperialismo ecologico, Lo scambio colombiano) e di Jared Diamond (Armi, acciaio, malattie, Collasso), possiamo collocare L’aratro, la peste, il petrolio. L’impatto umano sul clima del paleo-climatologo statunitense William Ruddiman. La tesi del libro è che le attività umane abbiano iniziato ad influenzare il clima terrestre molto prima delle rivoluzioni industriali. Ruddiman inizia la sua indagine dal ritrovamento di alcune carote di ghiaccio di ghiaccio antartiche con le tracce evidenti di un aumento della concentrazione di metano già 5.000 anni fa; la spiegazione di tale fenomeno è da attribuirsi per Ruddiman alle coltivazioni di riso in ampie zone delle pianure del sud est asiatico: sotto lo strato d’acqua necessario la vegetazione marciva e rilasciava il metano che si accumulava nell’atmosfera. Anche per l’altro gas serra, l’anidride carbonica, Ruddiman chiama in causa l’agricoltura nascente. Gli estesi disboscamenti, con incendi provocati dall’uomo per far posto alle coltivazioni, hanno condotto ad un’inattesa inversione nella diminuzione della concentrazione di anidride carbonica, che ha cominciato a innalzarsi proprio 8.000 anni fa. Ma l’uomo non ha influito sul clima solo con le attività agricole (l’aratro del titolo) , anche le epidemie (la peste del titolo) hanno avuto un ruolo significativo; non può essere casuale che i periodi in cui negli ultimi 10.000 anni l’anidride carbonica è calata coincidano con le grandi pandemie del passato: la peste bubbonica del VI secolo che uccise il 25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione, la peste del 1300 (quella di cui parla Boccaccio nel Decameron) che fece il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di vittime e quella del 1500 in America, dopo la brutale conquista europea, che sterminò oltre il 90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei nativi americani (descritto in Olocausto americano di David E. Stannard). Dalla somma delle attività agricole e delle pandemie ricorrenti Ruddiman calcola che, da 8.000 a 200 anni fa, l’uomo potrebbe aver determinato un aumento della temperatura media di 0,8°C, senza il quale probabilmente la Terra sarebbe entrata in una nuova epoca glaciale. Il terzo riferimento del titolo – il petrolio – si riferisce agli ultimi 200 anni della Rivoluzione industriale che. secondo molti scienziati, ci hanno fatto entrare in una nuova era geologica, chiamata Antropocene. Il termine è stato ideato negli anni ottanta dal biologo statunitense Eugene F. Stoermer e adottato successivamente dal chimico olandese Paul Crutzen, Nobel per la chimica nel 1995 per i suoi studi sull’atmosfera. Nel suo libro del 2000 Benvenuti nell’Antropocene Crutzen attribuisce alle attività dell’umanità negli ultimi due secoli le principali modifiche territoriali, strutturali e climatiche del pianeta. Ruddiman conferma l’ipotesi di Crutzen, ricordandoci che in questo periodo di tempo così limitato le attività umane hanno aumentato i livelli di metano pari a 4 volte quelli degli 8.000 anni precedenti e i livelli dell’anidride carbonica di due volte e mezzo L’aumento della temperatura è stato, però, di soli 0,6°C, per il ritardo con cui il clima reagisce all’incremento dei gas serra. Il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dell’effetto dei gas già immessi nell’atmosfera, purtroppo, lo vedremo nei prossimi 50 anni e non sarà un bello spettacolo. (2-2009)
Longevità e società
Perché alcuni gruppi umani riescono a portare molti loro membri alla soglie dei 100 anni e, comunque, presentano minori incidenze di malattie nella terza età? Che cosa hanno in comune i Sardi dell’Ogliastra, i Giapponesi di Okinawa e i Caucasici della Giorgia? Da che cosa dipendono la longevità assoluta e la longevità in buona salute (la definizione medica di una vita lunga e sana)? Qualche anno fa i ricercatori della Loma Linda University hanno pubblicato uno studio sulla loro località, poco meno di 20.000 anime nella contea di S. Bernardino in California, poiché era emersa una particolare longevità nella comunità religiosa locale degli “avventisti del settimo giorno“. Se per Georgiani, Sardi e Giapponesi – oltre alle abitudini salutari – entra in gioco anche di un bagaglio genetico particolarmente vantaggioso, nel caso degli avventisti nordamericani sembrano decisive soprattutto le scelte di vita adottate quotidianamente. Tutti i gruppi umani longevi studiati condividono almeno quattro caratteristiche. Innanzitutto, non fumano; in secondo luogo, presentano adeguati consumi di cibi protettivi come frutta, verdura e cereali integrali; a livello sociale, mettono la famiglia al primo posto; in generale – quarto e decisivo ultimo punto – sono attivi ogni giorno e curano la vita sociale. Lo studio californiano conferma, pertanto, lo stretto legame tra benessere fisico, benessere psichico e benessere sociale (la famosa definizione di salute dell’OMS di 50 anni fa): mangiare bene aiuta moltissimo, ma non basta. Per vivere a lungo in buona salute bisogna essere inseriti in gruppi che valorizzino la terza e la quarta età, in cui le persone anziane svolgono un ruolo attivo e hanno un’intensa vita di relazione. Ecco il segreto di Sardi, Giapponesi, Georgiani e Avventisti californiani (nella foto la cartina delle zone del mondo dove si studiano popolazioni anziane in buona salute). (1/2009).
Biodiversità da salvare
Nel 1992 tutti gli stati europei hanno aderito alla convenzione dell’Onu sulla diversità biologica, che ha promosso e sollecitato politiche per la conservazione della biodiversità. La riduzione della biodiversità inizia con la comparsa dell’agricoltura circa 11.000 anni fa, resa climaticamente possibile dalla fine dell’ultima glaciazione. I primi agricoltori selezionarono specie vegetali e animali che si prestavano meglio di altre alla domesticazione e per i successivi millenni continuarono a scegliere le piante e gli animali che davano rese energetiche e proteiche migliori, ottenendo – senza alcuna conoscenza scientifica alta – risultati straordinari (come la trasformazione della spighetta del teosinte nell’attuale pannocchia di mais). Le piante che ricevevano i maggiori favori presentavano semi mangiabili, erano annuali ed a rapida crescita. Le grandi scoperte geografiche del 16° e 17° secolo portarono, inoltre, a grandi scambi nelle popolazioni vegetali ed animali tra i vari continenti (si pensi, ad es. all’importazione dall’America delle diverse varietà di mais, pomodori, patate, fagioli, peperoni e cacao). L’avvento della moderna genetica era ancora alle porte, ma già nella metà del 19° secolo una terribile serie di carestie colpirono l’Irlanda. La peronospora attaccò tra il 1845 e il 1849 le immense coltivazioni di patate, pianta energetica base degli irlandesi, e le distrusse praticamente tutte, giovandosi del fatto che le poche varietà presenti fossero tutte sensibili al parassita. Questa prima riduzione di biodiversità – allora come oggi si conoscevano centinaia di diverse varietà della pianta – provocarono oltre 1,5 milioni di morti e un numero leggermente inferiore di emigranti verso l’America. Il ‘900 segna un punto di svolta per la biodiversità del nostro pianeta: da un lato nasce la genetica moderna, con la scoperta della struttura del DNA e gli imponenti sviluppi della biologia molecolare, dall’altro viene concepita ed attuata la cosiddetta rivoluzione verde. L’avvento della genetica e delle tecniche di miglioramento genetico rappresentano una sorta di evoluzione guidata dall’uomo, che ha avuto un forte impatto sulla biodiversità, portando all’attuale situazione agro-alimentare caratterizzata da tre fattori estremamente preoccupanti: 1) colture sempre più vulnerabili; 2) prodotti finali dell’agricoltura sempre meno sicuri e salutari; 3) controllo della sovranità alimentare di milioni di persone da parte di poche imprese multinazionali Per capire l’entità di ciò che si definisce la perdita della biodiversità è sufficiente ricordare qualche dato: delle oltre 200.000 specie vegetali conosciute, almeno un quinto sono commestibili, cioè circa 50.000. La moderna agricoltura scaturita dalle rivoluzioni scientifiche novecentesche si limita a coltivare 150 tipi di piante; di queste 150 specie, 12 soltanto forniscono il 75{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dell’apporto calorico; 4 in particolare – riso, grano, patate e mais – contribuiscono per il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} alla razione energetica della popolazione mondiale. La rivoluzione verde ha accelerato il processo di riduzione di biodiversità, per almeno tre ragioni. Innanzitutto, ha drogato l’agricoltura del Terzo mondo: è innegabile che le rese alimentari siano aumentate, ma ciò è avvenuto soltanto con l’utilizzo massiccio di pesticidi e fertilizzanti chimici. Secondo aspetto critico: con la rivoluzione verde sono state selezionate piante ideali ad alta resa, adatte a crescere in qualsiasi terreno, con semi, foglie, fusti e radici ottimali; sono piante sicuramente eccellenti per il modello agro-industriale, ma assolutamente deleterie per la biodiversità naturale. Ultimo aspetto negativo dell’agricoltura intensiva è la scelta di poche varietà di piante, poco o nulla diversificate geneticamente, e pertanto suscettibili di ripetere all’infinito i drammatici scenari delle carestie irlandesi di metà ottocento. L’introduzione di organismi geneticamente modificati (OGM) nell’agricoltura mondiale rappresenta, in un certo senso, uno sviluppo postumo della rivoluzione verde, e come tale non risolverà ma probabilmente aggraverà i problemi degli agricoltori. (2008)