Gli handicap visivi sono tra le più importanti malattie trascurate; da stime dell’OMS, nel mondo, vi sono circa oggi circa 180 milioni di persone con handicap visivi; 135 milioni sono affetti da problemi alla vista (ipovisione) che, se non curati, potrebbero portare alla cecità; 45 milioni sono i non vedenti, tra i quali 1.500.000 di bambini. Il 90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle persone non vedenti vive nei Paesi in via di sviluppo, specialmente in zone rurali e nelle periferie degradate delle città, dove malnutrizione, malattie, mancanza di medicine e di cure adeguate legate alle precarie condizioni sanitarie e socio-economiche, rendono il rischio molto alto. Circa 5 milioni di persone ogni anno perdono la vista, ma nell’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi la cecità potrebbe essere evitata, con programmi di prevenzione e di cura. Le principali cause di cecità nel mondo sono il tracoma, il glaucoma, la cataratta, l’oncocercosi e la xeroftalmia. Il tracoma è una infezione batterica della congiuntiva e della cornea, causata da Chlamydia trachomatis, un batterio diffuso prevalentemente in Africa sahariana e sub-sahariana, Medio Oriente, Sudest asiatico, Cina e tra gli aborigeni australiani; quasi 150 milioni di persone hanno oggi un tracoma; 6 milioni sono già prive di vista. La cura è la prevenzione degli insetti vettori e pomate antibiotiche per chi è infetto. Il glaucoma è una malattia caratterizzata dalla progressiva riduzione della vista per l’aumento della pressione interna dell’occhio. Il trattamento si basa sull’esame della pressione oculare, l’uso regolare di un collirio e un’operazione; 7 milioni di persone sono attualmente cieche per il glaucoma L’oncocercosi, nota anche come cecità dei fiumi, è una malattia endemica causata da un verme parassita, l’Onchocercas Volvulus, trasmesso all’uomo attraverso la puntura di una mosca che si riproduce nei fiumi, nella savana e nelle zone pluviali dell’Africa e del Sud America. Oltre 85 milioni di persone sono a rischio di infezione; 17 milioni sono già state infettate, 500.000 sono già diventate cieche a causa dell’oncocercosi; il mectizan uccide i vermi appena nati; quando il verme è adulto, non c’è modo di eliminarlo, per cui è necessario assumere il farmaco anche per 20 anni, durata della vita media dei vermi per essere certi di eliminare i nuovi vermi nati dagli adulti. La cataratta è la prima causa di cecità non prevenibile nel mondo; circa 20 milione di persone sono diventate cieche per questa malattia, 12 milioni delle quali vivono in Africa. Il cristallino è la struttura dell’occhio che funziona come una lente naturale; nella cataratta il cristallino diventa sempre più opaco, riducendo la quantità di luce all’interno dell’occhio, portando gradualmente alla cecità. Non è possibile evitare la formazione della cataratta, ma si può trattarla in maniera facile ed economica. La cura consiste in un’operazione chirurgica che permette di rimuovere il cristallino che si è opacizzato dietro la pupilla. Attraverso appositi occhiali si può riacquistare la vista. Se l’operazione viene rimandata troppo nel tempo, l’intervento chirurgico diventa inutile ai fini della guarigione La xeroftalmia (o avitaminosi A) è causata principalmente dalla carenza di vitamina A; sono attualmente 350.000 i bambini ciechi per un’alimentazione povera di questa vitamina. La vitamina A è presente soprattutto negli alimenti di origine animale; si trova, inoltre, nel latte e nei derivati, nelle uova, nel pesce, nei vegetali di colore giallo-arancione e in quelli a foglia. Se diagnosticata per tempo, la xeroftalmia può essere evitata con la somministrazione periodica di capsule di Vitamina A. P.S. Distribuzione degli oculisti nel mondo: in Europa 50 oculisti per ogni milione di abitanti, in India 10 oculisti per ogni milione di abitanti, in Africa 2 oculisti per ogni milione di abitanti.
Malattie trascurate da protozoi
La malaria è la più importante malattia infettiva causata da protozoi, ma non è certo l’unica a essere trasmessa dalle oltre 50.000 specie di organismi unicellulari che – insieme agli animali pluricellulari (Metazoi) – un tempo costituivano i due sottoregni del Regno animale. Malaria, leishmaniosi, malattia del sonno e malattia di Chagas hanno in comune i protozoi come causa, gli insetti (zanzare, mosche, moscerini, ematofagi) come vettori, la povertà come aggravante. Altre infezioni da protozoi piuttosto conosciute sono la toxoplasmosi (con sintomi simil-influenzali, pericolosa in gravidanza), e le infezioni intestinali che danno soprattutto diarrea (giardiasi, l’amebiasi e la dissenteria amebica) La Leishmaniosi umana è causata da 20 specie diverse di protozoi del genere Leishmania e trasmessa dalle punture di diverse specie di moscerini flebotomi (o mosche della sabbia). La malattia è nota da centinaia ed è diffusa in tutto il mondo. Sono ospiti della Leishmania anche numerosi animali, in particolare roditori e cani. In genere gli uomini vengono infettati in seguito al contatto con animali infetti, ma può succedere che la mosca trasmetta la malattia anche direttamente da uomo a uomo. La leishmaniosi si trasmette attraverso il sangue, spesso attraverso una siringa condivisa; la presenza di leishmaniosi accelera l’attacco del virus HIV e di altre malattie opportunistiche come tubercolosi o polmonite; la sieropositività all’HIV aumenta enormemente il rischio di contrarre leishmaniosi nelle zone endemiche: l’infezione con Leishmania è una delle cause principali, in molte zone del mondo, della morte di individui affetti da AIDS. Secondo l’OMS vi sono 12 milioni di persone infettate nel mondo e 600.000 nuovi casi ogni anno. Le zone endemiche a più alto rischio sono Brasile, Cina, India, Kenya, Nepal e Sudan. Le terapie vanno somministrate sotto forma di iniezione, ma sono scarsamente disponibili per l’alto costo. La malattia del sonno o tripanosomiasi africana umana è diffusa solo nelle regioni equatoriali dell’Africa dove rappresenta uno dei maggiori problemi di sanità pubblica, subito dopo AIDS e malaria. Il nome “malattia del sonno” è dovuto al fatto che l’ultimo stadio della malattia è caratterizzato da apatia, sonnolenza e forte indebolimento organico, venendo menola capacità di alzarsi né di mangiare. La malattia è causata da un protozoo parassita, il Tripanosoma brucei, mentre l’insetto vettore è la mosca Glossina morsitans (mosca tse-tse), la quale pungendo un soggetto già infetto, diventa a sua volta infetta e può trasmettere la malattia ad altri soggetti. I dati dell’OMS (relativi al 2003) parlano di circa 70.000 morti l’anno, con 40.000 nuovi casi annui segnalati, che dovrebbero corrispondere realisticamente a 300.000 nuove infezioni per anno. Trattandosi di una malattia trascurata dalla comunità internazionale, la tripanosomiasi è ancora curata con farmaci della metà del secolo scorso – come pentamidina, suramina e melarsoprol – con forti effetti collaterali e scarsa efficacia terapeutica. Sono stati sviluppati più recentemente nuovi farmaci, ancora troppo cari (ad esempio l’eflornitina). Servirebbe, inoltre, una strategia efficace per il controllo della mosca tse-tse. In passato la malattia era stata efficacemente controllata, tanto che tra il 1960 ed il 1965 era stata considerata “quasi scomparsa”. Attualmente è ancora in corso un’epidemia, iniziata al principio degli anni settanta La tripanosmiasi americana o malattia di Chagas è causata da un protozoo flagellato, il Tripanosoma cruzi, molto diffuso nel continente latino americano. La trasmissione dell’infezione può avvenire anche per trasfusione di sangue infetto, per trapianto di organi, attraverso la placenta e per contatto con sangue contaminato. L’insetto vettore è il Triatoma infestans, un ematofago che si annida nelle crepe e negli interstizi delle pareti delle abitazioni e delle capanne costruite con fango e legname. Rimane nascosto durante il giorno ed esce la notte per nutrirsi di sangue umano o di altri mammiferi, sia domestici che selvatici. L’infezione umana è diffusa esclusivamente nel continente americano, dal Sud degli Stati Uniti fino alle province settentrionali dell’Argentina. Si calcola che, dei 360 milioni di persone abitanti in quest’area, 90 milioni siano a rischio di infezione e 15-20 milioni abbiano l’infezione (2009) (segue).
Malattie tropicali neglette
Qualche anno fa si è svolta a Bruxelles una conferenza internazionale sulle malattie tropicali neglette. L’incontro, organizzato da membri del Parlamento europeo, si è concluso con un appello a rivolgere l’attenzione su alcune malattie infettive che stanno decimando intere popolazioni nei Paesi in via di sviluppo. Ulcera di Buruli, febbre dengue, leishmaniosi, cecità del fiume, schistosomiasi, malattia del sonno e malattia di Chagas sono solo alcune delle malattie attualmente trascurate, sebbene siano responsabili di circa 500 000 morti l’anno e di milioni di casi di disabilità; fra il 1975 e il 1999, dei 1400 nuovi farmaci che hanno raggiunto il mercato, solo 13 – meno dell’ 1{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} – erano molecole utili per le malattie tropicali, mentre fra i farmaci attualmente disponibili, alcuni sono considerati altamente tossici, inefficaci o di difficile somministrazione. Ecco un parziale elenco delle principali malattie infettive tropicali trascurate. L’ulcera del Buruli è scatenata dal Mycobacterium ulcerans. che agisce nella pelle distruggendo progressivamente derma ed epidermide, con formazione di ulcere; per diffusione è la terza micobatteriosi,dopo tubercolosi e lebbra. L’ambiente gioca un ruolo preponderante nella sopravvivenza del micobatterio, dato che i maggiori focolai sono localizzati in zone paludose naturali o create dall’intervento dell’uomo, a seguito di dighe, cave, deforestazione che conducono alla formazione di acque stagnanti. La febbre dengue, o Dengue, è causata da 4 virus molto simili ed è trasmessa agli esseri umani dalle punture di zanzare che abbiano già punto una persona infetta. Il virus circola nel sangue della persona infetta per 2-7 giorni e in questo periodo la zanzara può prelevarlo e trasmetterlo ad altri. La malattia è particolarmente presente durante e dopo la stagione delle piogge nelle zone tropicali e subtropicali di Africa, Sudest asiatico e Cina, India, Medioriente, America latina e centrale, Australia e diverse zone del Pacifico. Per ridurre il rischio di epidemie, il mezzo più efficace è limitare il vettore della malattia, la zanzara, eliminando i ristagni d’acqua in prossimità delle zone abitate; bisogna, inoltre, effettuare campagne di disinfestazione. Non esiste un trattamento specifico per la dengue, e nella maggior parte dei casi le persone guariscono completamente in due settimane. Serve riposo assoluto, qualche farmaco per abbassare la febbre e liquidi per ridurre la disidratazione. La schistosomiasi, o bilharziosi, è causata da vermi platelminti del genere Schistosoma. Il serbatoio del parassita sono gli individui infestati cronicamente; gli ospiti intermedi sono molluschi gasteropodi d’acqua dolce. La schistosomiasi colpisce oltre 200 milioni di persone – soprattutto in Africa, Estremo Oriente, Brasile e Centro America – e causa quasi 300.000 morti all’anno. La malattia inizia con il contatto in acque dolci contaminate da feci o urine di individui parassitati; le larve dei vermi penetrano nella pelle umana e migrano verso il fegato o verso i vasi della vescica. La malattia non curata può provocare conseguenze pericolose per la vita, provocando danni al sistema urinario e al fegato, tumori della vescica e dell’intestino. La terapia non distrugge il parassita, ma arresta la produzione delle uova; il farmaco più usato a tale scopo è il praziquantel, che consente il miglioramento dell’aspetto clinico ma ha forti effetti collaterali.(2009) (nella foto un manifesto che mostra la lotta contro le malattie tropicali neglette, NTDs) (segue)
Nascita dell’agricoltura
La nascita dell’agricoltura rappresenta uno degli eventi più importanti della storia umana ed è uno degli argomenti chiave della disciplina chiamata “storia ambientale“, un nuovo modo di guardare al passato, mettendo insieme lo sgaurdo storico e lo sguardo ecologico. Jared Diamond è uno degli dei più importanti storici ambientali dei nostri tempi insieme a William Cosby e William Ruddiman. Biologo, entomologo di professione, Diamond ha dato un impulso decisivo a guardare la storia – e, quindi, il presente – con tutti gli strumenti di cui disponiamo, in particolare con quelli biologici. Nel suo lavoro Armi, acciaio e malattie (1997, Einaudi) sostiene che il successo delle civiltà europee, nelle conquiste dei secoli passati, sia principalmente legato a tre favorevoli condizioni bio-ambientali dell’Eurasia: 1) la presenza di un numero sufficiente di animali selvatici facilmente addomesticabili; 2) la presenza di specie vegetali facilmente addomesticabili, capaci di fornire un significativo contributo nutritivo; 3) le caratteristiche geografiche del continente che hanno favorito il diffondersi delle innovazioni tecnologiche (assenza di barriere geografiche, come deserti, catene montuose; sviluppo del territorio principalmente da est a ovest e non da nord a sud come Africa e Americhe). Per il primo fattore ambientale, Diamond ha identificato appena 14 specie animali domesticabili in tutto il mondo. Le cinque più importanti (vacca, cavallo, pecora, capra e maiale) sono tutte native dell’Eurasia dove, inoltre, l’uomo primitivo è giunto con capacità di caccia limitate; i mammiferi presenti hanno potuto evolvere – a fianco dell’uomo – fino al nascere dell’agricoltura e della pastorizia. Negli altri continenti, principalmente nelle Americhe, diverse specie animali, invece, si sono estinte molto prima che l’uomo iniziasse a domesticare piante e animali. Per quanto riguarda le piante domesticabili, delle quasi 200.000 specie vegetali terrestri, togliendo quelle legnose, quelle che non producono frutti commestibili o non hanno foglie o radici mangiabili, ne restano poche migliaia: gli attuali raccolti agricoli per oltre l’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} sono costituiti da 5 cereali (grano, riso, mais, orzo e sorgo), un legume (soia), 3 tuberi (patate, manioca e patate dolci), 2 piante zuccherine (barbabietola e canna da zucchero) e un frutto (banane). Ormai da molti anni non si domesticano specie vegetali utili all’alimentazione, probabilmente perché sono poche le varietà di interesse agricolo su larga scale. Secondo Diamond in larga parte del mondo sono mancate le “materie prime” su cu far nascere l’agricoltura, mentre nella mezza luna fertile medio orientale si ebbe la fortuna di aver contemporaneamente 9 piante “strategiche”: 3 cereali (orzo, farro e un precursore del grano), 4 legumi (piselli, ceci, lenticchie e cicerchie) e una pianta tessile (lino). La domesticazione delle piante e degli animali rese possibile produrre e conservare grandi quantità di cibo, permettendo ad una parte dei cittadini, liberati dall’incombenza del sostentamento, di dedicarsi a tempo pieno ad attività come l’artigianato, l’innovazione tecnologica, la realizzazione di strutture politiche e militare. I popoli che rimangono allo stadio di cacciatori-raccoglitori, invece, non sono in grado di produrre eccedenze di cibo tali da sostenere le classi non produttive: gli artigiani, i politici, i soldati. Secondo Diamond i destini dei popoli sono stati così diversi a causa delle differenze ambientali, non biologiche, tra i popoli medesimi. L’idea che l’ambiente naturale influisca sullo sviluppo delle società non è, però, molto popolare tra gli storici ed è stata viene bollata come “determinismo ambientale”. (10-2009)
Antropologia del liberismo
Il liberismo – da Adam Smith a Milton Friedman (il Premio Nobel consulente di Pinochet) – ha sempre sostenuto che il mercato deve essere lasciato libero di agire e che l’intervento dello Stato deve essere ridotto al minimo necessario per l’attività del mercato. La scuola e l’università, ma più in generale la cultura e la formazione delle giovani generazioni sono al centro delle politiche dell’attuale governo di ispirazione liberista. Riportiamo tre opinioni critiche, di un economista, di un politico atipico, di uno scrittore-insegnante. L’economista Luigino Bruni insegna all’Università Bicocca di Milano. La rivista Nuovo consumo lo ha intervistato questa estate chiedendogli un’opinione sulla crisi italiana e sulle strategie per uscirne. Bruni ha sottolineato un aspetto quasi antropologico dell’attuale modello economico liberista. “L’etica del capitalismo globalizzato – secondo l’economista – è l’immunitas, nel senso di distacco, di non entrare in rapporto, perché il legame con l’altro è pericoloso.” Il capitalismo finanziario che ci ha portato alla crisi attuale propone – secondo Bruni – “l’etica della libera indifferenza”. La risposta consiste nel “riuscire a reinventare rapporti umani che non siano basati sull’indifferenza, un saper stare insieme anche fra diversi, un nuovo modello di vita comune”. Per l’economista non si può che ripartire dalla scuola, dall’educazione. “La cosa più importante è aprire una grande stagione educativa. Dobbiamo investire nella scuola, mettervi le persone migliori”. I bambini – gli adulti di domani – stanno perdendo la capacità di cooperare, di giocare insieme, essendo abituati fin da piccoli a vivere in una dimensione isolata, quasi autistica tanto è radicata la cultura dell’individualismo e del liberismo diffusa attraverso la televisione. L’invito finale di Bruni è, pertanto, a “rilanciare una grande scuola comunitaria, una scuola pubblica e per tutti, con bravi docenti”. Nichi Vendola è il presidente della regione Puglia ed il leader di Sinistra Ecologia Libertà; in una intervista andata in onda a maggio su La7 ha criticato l’idea dominante per la quale la crisi economica può essere affrontata tagliando il Welfare e la cultura. Ridurre i fondi destinati all’innovazione, alla ricerca, all’università, alla scuola e alla sanità – per Vendola – è un idea malata e controproducente: “la cultura fa crescere l’intelligenza in generale e la nostra economia ha bisogno di più intelligenza, di più valore aggiunto, di più innovazione”. “Una società povera di cultura – ha concluso Vendola – una società regredita, una società segnata da un analfabetismo di ritorno imboccherà non la via del futuro ma un vicolo cieco, una regressione tribale”. Il terzo intervento critico è quella di Marco Lodoli, scrittore di successo ma anche insegnante di “borgata” nella periferia romana. Commentando le non eccellenti prestazioni degli atleti italiani ai recenti campionati europei di Barcellona, Lodoli ha ricordato che lo sport, per tradizione, dovrebbe essere di destra, mentre la sinistra – in questa visione stereotipata – avrebbe il monopolio della cultura; perché allora – si domanda lo scrittore – il governo di centro-destra non investe di più nello sport? Lodoli racconta di aver insegnato in tante scuole con “palestre indecenti, senza attrezzi, cameroni gelidi e scrostati dove nessuno zompava e correva con entusiasmo”. L’invito dello scrittore racchiude in modo efficace tutto il valore formativo e socializzante – quindi culturale in senso ampio – dello sport e dell’attività fisica. “Credo che il benessere fisico, al di là dei risultati nel medagliere olimpico, sia un obiettivo che ogni governo dovrebbe prefissarsi, cominciando dalle scuole elementari, dalle medie, dalle superiori, educando i ragazzi allo sforzo e alla gioia del sudore, alla gara, che si vinca o si perda, all’armonia di una squadra o alla tensione ripetuta di un allenamento individuale” (2009)
Elogi della bicicletta
Bollati Boringhieri Editore, una delle migliori case editrici italiane, ha finalmente pubblicato un lavoro poco conosciuto di Ivan Illich, filosofo e antropologo austriaco deceduto nel 2002. “Elogio della bicicletta” è stato scritto nel 1973, in piena crisi energetica quindi. Per Illich tutto ha avuto inizio con un’invenzione della seconda metà dell’Ottocento: il cuscinetto a sfera. Con esso diventano possibili, in contemporanea, tanto l’automobile quanto la bicicletta. La società si trova davanti a un bivio di portata storica: da una parte il mondo della bicicletta, legato – dice Illich – a una maggiore libertà nell’equità, dall’altra l’illusione di una maggiore velocità progressivamente paralizzante: il mondo dell’automobile. “L’auto –scrive Illich – è oggi il disprezzo del mondo là fuori, il poterne chiaramente fare a meno“. Illich sfata anche il luogo comune del progressivo aumento della velocità di spostamento nel corso dei secoli. La velocità dell’uomo, infatti, è rimasta sostanzialmente invariata dall’età di Ciro il Grande, fondatore dell’impero persiano, nel VI secolo a.C. – fino a quella del vapore. “Con qualunque mezzo venisse portato il messaggio, le notizie non potevano viaggiare a più di 170 chilometri al giorno. Né i corrieri inca, né le galee veneziane, né i cavalieri persiani, né i servizi di diligenza istituiti sotto Luigi XIV superarono mai questa barriera. I soldati, gli esploratori, i mercanti, i pellegrini percorrevano al massimo trenta chilometri al giorno” Illich conclude il suo elogio della bicicletta con queste parole: “La bicicletta ha ampliato il raggio d’azione dell’uomo senza smistarlo su strade non percorribili a piedi. Dove egli non può inforcare la sua bici, può di solito spingerla. Inoltre la bicicletta richiede poco spazio. Se ne possono parcheggiare 18 al posto di un’auto, se ne possono spostare trenta nello spazio divorato da un’unica vettura. Le biciclette permettono di spostarsi più velocemente senza assorbire quantità significative di spazio, energia o tempo scarseggianti”. Da Ivan Illich a Marc Augè. Dall’elogio della bicicletta a “Il bello della bicicletta” (sempre per Bollati Editore): “E impossibile parlare del bello della bicicletta senza parlare di sé. La bicicletta fa parte della storia di ognuno di noi. E’ così che abbiamo scoperto un po’ del nostro corpo, delle nostre capacità, e abbiamo sperimentato la libertà legata a queste scoperte.” Inizia con queste parole il bell’opuscolo dell’antropologo francese Marc Augè, uscito pochi mesi fa. Lo studioso ricorda i tempi della sua giovinezza quando la bici era “strumento indispensabile per i più poveri” ma anche “simbolo di sogno ed evasione”. Andare in bicicletta per Augè ha significato “imparare a gestire il tempo” e, soprattutto, oggi egli vede nel ciclismo amatoriale e del tempo libero un’occasione di solidarietà attiva e di confronto tra generazioni. Augè esalta le possibilità socializzanti dell’andare insieme in bici, “legami sociali gradevoli, leggeri, eventualmente effimeri, ma sempre portatori di una certa gioia di vivere”. E conclude il suo lavoro con un’esortazione che ci sentiamo di girare a tutti gli amministratori locali e a tutti i politicanti che, spostandosi in macchina, credono di conoscere le loro città, i loro quartieri, le loro campagne:”La trasformazione della città è un sogno possibile? E la bicicletta può avere un ruolo in tutto questo? Perché la città avrebbe bisogno di una rivoluzione, nel senso letterale del termine, per trasformarsi”. (2009)
Ossessione del cibo sano
Accanto alle tantissime persone che per svariati motivi non possono o non vogliono occuparsi più di tanto di ciò che mangiano, si incontrano sempre più frequentemente persone – spesso molto giovani – troppo preoccupate dalla ricerca di un’alimentazione sana. La medicina – che vuole mettere un nome a tutto – chiama ortoressia questo particolare atteggiamento, dal greco ortos, corretto e oreksis, appetito. Secondo Steve Bratman – che ha descritto per primo la malattia nel 1997 – l’ortoressia induce un comportamento simile a quello delle persone che soffrono di anoressia o di bulimia nervosa: nell’anoressia e nella bulimia ci si preoccupa troppo della quantità del cibo, nell’ortoressici ci preoccupa troppo della qualità. Le persone ortoressiche sono, infatti, molto preoccupate del fatto che oggi è difficile alimentarsi senza correre rischi: in frutta e verdure ci sono i pesticidi, nel pescato mercurio e metalli pesanti, ormoni e antibiotici nella carne, lo zucchero provoca la carie, burro e uova aumentano il colesterolo; dolci, formaggi e carni rosse fanno male. Allora, scatta un meccanismo ossessivo di ricerca di alimenti con due caratteristiche; da un lato si pretende cibo sano, incontaminato, puro, senza traccia di contaminanti o inquinanti; dall’altro si vorrebbe cibo assolutamente salutare, che non alteri glicemie, profili lipidici o qualsiasi altro equilibrio metabolico. Peccato, che di cibi così non ne esistano. Anche il miglior cibo biologico, che rinuncia in partenza ad ogni trattamento chimico, non può nulla per l’eventuale inquinamento delle falde idriche o dell’ambiente in cui le piante sono coltivate. Per quanto riguarda l’impatto sulla salute del cibo, inoltre, se è vero che statisticamente il cibo-spazzatura porta all’obesità e alle patologie cronico-degenerative, è altrettanto vero che ognuno di noi ha una diversa vulnerabilità alle malattie che dipende sia dalla nostra biologia (legata alla genetica) sia dalla nostra storia (legata, invece, all’epigenetica). Quindi, mangiamo bene e riduciamo il più possibile cibo scadente, ma senza l’illusione di poter avere accesso al cibo sano al 100% che ci preserverà da ogni malanno: a volte i salutisti si ammalano prima dei buongustai. Un altro aspetto preoccupante dell’ortoressia – comune agli altri disturbi alimentari – è la tendenza a mangiare da soli, per la difficoltà di trovare alimenti sani nelle situazioni più conviviali (case di amici, ristoranti e altri luoghi di aggregazione), mettendo a rischio amicizie e rapporti sociali; se si accetta un invito, inoltre, spesso si parla solo di ciò che si dovrebbe mangiare. Queste persone che passano intere giornate a scegliere cibi di qualità sono in genere adulti con buon redito alto e buona istruzione vivono esclusivamente nei Paesi occidentali. Come nel caso dei due più famosi disturbi del comportamento alimentare – anoressia e bulimia – l’ortoressia appare, infatti, un atteggiamento possibile solo in chi dia per scontata la disponibilità di tre pasti al giorno tutti i giorni. Nei tanti luoghi del mondo dove questa disponibilità è un sogno ancora da realizzare qualsiasi forma di rifiuto del cibo apparirebbe una follia. (8-2009)
Sport di squadra e Olimpiadi
Alle Olimpiadi di Pechino del 2008 hanno partecipato 204 Paesi, in pratica tutto il pianeta e le discipline sportive ammesse sono state 28, per un totale di 302 specialità. Sono soltanto 6 gli sport sempre presenti alle Olimpiadi: atletica leggera, ciclismo, scherma, ginnastica, nuoto, canottaggio (anche se nel 1896 le gare di canottaggio non si poterono disputare per il maltempo). Nessuno sport di squadra può vantare un curriculum simile. Il calcio e la pallanuoto furono i primi due sport collettivi ad entrare stabilmente nel programma olimpico, nel 1900, a Parigi (anche se alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932 il torneo di calcio non fu disputato); per veder il terzo sport di squadra bisognò attendere 24 anni: nel 1928 ad Amsterdam (dopo 2 apparizioni nel 1908 e nel 1920) arrivò l’hockey su prato; nel 1936 fu inserito il basket . Naturalmente si parla di sport riservati ai maschi, anche se già esistevano molte donne che praticavano queste discipline. Per la pallavolo bisognò aspettare fino al 1964, ma fu l’unico sport di squadra ad essere ammesso con entrambi i tornei, maschile e femminile; per la pallamano maschile l’anno di esordio fu il 1972, dopo un’apparizione isolata nel 1936 a Berlino (con la versione a 11 giocatori). Le versioni femminili di calcio, pallanuoto, hockey su prato e basket arrivarono molto più tardi. Dal 1964 al 1976, per 4 olimpiadi, l’unico sport di squadra femminile fu la pallavolo; nel 1976 arrivarono il basket e pallamano femminile, nel 1980 l’hockey su prato femminile, nel 1996 il calcio femminile, nel 2000 la pallanuoto femminile. Tra gli sport non presenti attualmente nel programma olimpico il più importante è sicuramente il rugby a 15, escluso dopo il 1924 e non più riammesso. Mancano, inoltre, sport di larghissima popolarità come il cricket, seguitissimo in India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, e il baseball, popolarissimo negli Stati Uniti, a Cuba, in America Centrale e Giappone. Se andiamo a vedere la progressione cronologica dei principali sport di squadra, la palma di disciplina moderna più antica se la contendono cricket e baseball. Il più antico sport di squadra – con un anticipo di quasi 200 anni sugli altri giochi – è il cricket, del quale si registrano le prime partite già a fine ‘600; nel 1700 conobbe un grande sviluppo fino a diventare lo sport nazionale inglese e si diffuse, pertanto, in tutto l’impero coloniale britannico, compresi gli USA; alle Olimpiadi del 1900 di Parigi il cricket fu uno dei tre sport di squadra, insieme a calcio e pallanuoto. Vanta origini molto antiche anche il baseball, diffusosi in Nord America verso la prima metà del ‘700 come variante di un gioco molto popolare in Gran Bretagna e Irlanda (rounders); alla fine degli anni ’30 dell’Ottocento comparvero la prima società organizzata (New York City’s Knickerbockers club) e le prime regole di gioco, tuttora rispettate. I due sport più longevi non hanno avuto, però, la diffusione mondiale di altre discipline più recenti che, probabilmente, proprio perché nate molti decenni dopo, hanno intercettato meglio le nuove domande di gioco e tempo libero della società industriale di fine Ottocento. Calcio e rugby sono entrambi nati in Gran Bretagna da un comune progenitore – quasi un’evoluzione biologica – e per lungo tempo hanno avuto regole simili e intercambiabili; si differenziarono in due distinte specialità negli anni ’60 dell’800 e da allora ebbero strade sempre più separate, con pubblico e praticanti di diversa estrazione sociale (popolare nel calcio, aristocratico-borghese nel rugby). Dopo calcio e rugby – tra gli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento – sempre in Inghilterra arrivarono altri due importanti sport di squadra – pallanuoto e hockey su prato, con elementi presi in prestito sia dal rugby che dal calcio. Un’altra famosa coppia di sport – pallacanestro e pallavolo – prese, invece, origine dall’altra parte dell’Atlantico; la pallacanestro fu creata nel 1891 da James Naismith, professore di educazione fisica canadese del YMCA International Training School di Springfield nel Massachusetts; quattro anni dopo il professor Morgan (allievo di Naismith) inventò la pallavolo in un altro collegio dell’YMCA, stavolta di Holyoke nel Massachusetts; i due nuovi giochi collettivi con la palla furono pensati all’inizio soprattutto come occupazione invernale per i giocatori di football americano e baseball. Dopo sei sport di origine anglosassone – 4 inglesi e due statunitensi – l’ultimo sport di squadra a veder la luce fu la pallamano, nata in Germania nel primo decennio del ‘900, grazie a Max Heiser, professore di educazione fisica tedesco; come pallanuoto e hockey, il nuovo gioco si ispirava molto al calcio, utilizzando gli stessi campi, le stesse porte, le stesse regole, gli stessi ruoli del gioco del pallone; la pallamano a 11 giocatori fu utilizzata fino agli inizi degli anni ’60, ma intanto in Svezia – negli anni ’30 – era nata la moderna pallamano a 7 giocatori che si poteva giocare nelle palestre anche nei mesi invernali; inserita nel programma olimpico ufficiale a Monaco nel 1972; Oggi la pallamano è uno degli sport di squadra più diffusi in Europa e in parte dell’Asia, con milioni di praticanti e un forte radicamento nei Paesi scandinavi, in Francia, Germania e nei Balcani (nella foto la mappa degli sport nazionali dei vari stati ) (2008)
8 motivi per ingrassare
Otto motivi per speigare l’obesità? In realtà, ce ne sarebbero molti di più, ma spesso si ipotizzano cause biologiche o genetiche alquanto improbabili. Da molti anni si parla e si discute del forte aumento di sovrappeso e obesità in tutto il mondo, compresi i Paesi a basso reddito. Naturalmente, la genetica non c’entra niente, i nostri geni sono sempre gli stessi del Paleolitico. I veri motivi per cui l’Italia e il mondo stanno ingrassando non vanno cercati nel DNA, ma nelle scelte politiche ed economiche di chi ci governa. Ecco, allora, 8 buoni motivi che fanno delle nostre città luoghi che favoriscono l’obesità: 1) fare sport è utile, divertente, socializzante ma costa sempre più; le attività sportive pubbliche, ossia gratuite o comunque accessibili a tutti, in pratica non esistono più, nonostante sia risaputo che un’attività fisica costante sia una delle più efficaci forme di prevenzione dell’obesità; 2) se lo Stato e gli enti locali non garantiscono più uno sport pubblico, la scuola italiana appare in perfetta sintonia con questa tendenza: le già pochissime ore di educazione fisica settimanali sembrano destinate ad essere ulteriormente ridotte, possiamo immaginare con quali ovvie ricadute a livello delle future generazioni; 3) ovunque assistiamo al prevalere di una pseudo-cultura dell’automobile e del motorino, per cui chi si sposta a piedi o in bici è poco più che tollerato, come residuale, rispetto ad un senso di malintesa modernità motoristica; risultato di questo modo di pensare: si va a fare sport in motorino o facendosi accompagnare con la macchina; 4) troppo spesso mangiare cibi grassi, spesso, costa meno che nutrirsi in modo “equilibrato”; secondo un’indagine Censis-Confcommercio del 2005, oltre il 60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle famiglie italiane cercava di risparmiare sulla spesa rivolgendosi ai discount; per un adolescente italiano, statunitense o francese il pasto più conveniente è quasi sempre quello offerto il dai vari fast-food dove tutti sanno che si mangia malissimo ma a prezzi imbattibili; 5) la pubblicità influenza sempre più le scelte alimentari dei ragazzi: in un anno sono bombardati mediamente da 27.00 messaggi pubblicitari sugli alimenti, il 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei quali riguarda alimenti poco equilibrati a livello nutrizionale, per la quantità di grassi, zucchero o sodio; naturalmente i pubblicitari sanno che i bambini mangiano ciò di cui ricordano lo spot e hanno voce in capitolo nel chiedere prodotti specifici; a titolo di esempio, ecco i 5 alimenti più consumati dai bambini statunitensi a merenda: bevande gassate, patatine fritte o popcorn, biscotti, caramelle e succhi di frutta, naturalmente tutti pubblicizzati in modo martellante ed ammiccante; 6) ormai si mangia tutti davanti alla televisione o a altri schermi; dovrebbe apparire evidente quanto sia irreale pensare di fornire ai nostri figli un qualsivoglia esempio di alimentazione corretta, se lo facciamo guardando uno schermo; 7) città e luoghi di lavoro predispongono alla sedentarietàe al sovrappeso; nei nuovi quartieri troppo spesso mancano le piazze ed i cortili per giocare, gli spazi sicuri per correre ed andare in bicicletta; di nuovo, viviamo nell’illusione che basti mandare un bambino a fare qualche ora di sport, senza preoccuparci dell’assoluta sedentarietà delle restanti 160 e passa ore; 8) i bambini piccoli in genere mangiano tutto, poi con il passare degli anni decidono di non mangiare più alcuni alimenti, in particolare verdure, frutta, legumi e pesce; ossia quelli più sani e in grado di evitare un consumo eccessivo di calorie; anche qui, i fattori ambientali pesano: la pubblicità fuorviante e la presenza nelle stesse scuole di distributori di merendine, snack e patatine, non aiutano certo i bambini a fare scelte alimentari valide. In Italia il problema obesità è serio, negli Stati Uniti è ormai drammatico. Tutti sono d’accordo che l’unica strategia efficace sia la prevenzione. Ma come? E con quali strumenti? L. O. Gostin, dell’O’Neill Institute for National and Global Health di Washington ha fatto il punto sui possibili interventi per la prevenzione dell’obesità. Secondo Gostin le istituzioni potrebbero agire con una legislazione incisiva e capace di invertire la tendenza attuale all’aumento di persone con problemi di peso. Ecco le sue esortazioni riassunte in 8 punti: 1) pretendere che ogni cibo in vendita sia corredato di tabelle nutrizionali; 2) punire la responsabilità civile delle aziende che producono cibi in modo non conforme alla legge; 3) controllare e monitorare periodicamente la popolazione; 4) controllare con particolare attenzione la produzione e la vendita di cibi ai più giovani; 5) aumentare il prezzo dei prodotti con alto contenuto di grassi o in generale poco sani; 6) imporre regimi alimentari controllati da nutrizionisti nelle scuole; 7) limitare in uno stesso quartiere il numero di licenze per locali fast-food; 8) proibire l’uso di alcuni composti notoriamente nocivi per la salute (junk-food o cibo-spazzatura). Le proposte di Gostin sono chiare e condivisibili, ma sarà difficilissimo metterle in pratica per un motivo molto semplice: dalla pandemia mondiale di obesità e diabete che sta mettendo in crisi i sistemi sanitari di tutto il mondo le multinazionali dell’industria alimentare ricavano profitti milionari e non intendono rinunciarvi. (7-2009)
Dieta mediterranea e sostenibilità
Nelle scienze ambientali ed economiche, la sostenibilità è la condizione di uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri. Le nostre scelte alimentari hanno un peso sempre maggiore nella nostra responsabilità nei confronti di chi verrà dopo di noi. Con un’alimentazione sana, infatti, possiamo migliorare la nostra salute e il nostro benessere, ma contribuiamo anche alla salute e al benessere dell’ambiente. La piramide alimentare è un modo semplice e diretto di raffigurare un modello di nutrizione corretta in cui si mangiano quantità differenti di tutti i prodotti alimentari. Alla base della piramide frutta e verdura – preferibilmente di stagione e di filiera corta – pane, pasta e cereali, insieme a legumi e olio d’oliva. A metà piramide latte e latticini, carni bianche, uova e pesce: tutti alimenti da consumare con moderazione. In cime alla piramide carne rossa e dolciumi, veri e propri lussi da limitare a poche occasioni La piramide alimentare è basata sostanzialmente sulla dieta mediterranea, il modello alimentare del Centro-sud italiano degli anni Cinquanta. Anche se la dieta mediterranea è sempre più insidiata dai modelli alimentari nord-americani basati su carne e “cibo spazzatura” dei fast-food (Coca Cola, hamburger, patatine fritte), sembra ancora preservarci – ma per quanto? – da molti problemi legati a un’alimentazione scorretta e squilibrata. Il modello nord-americano (non solo Stati Uniti, ma anche Messico e Canada) sta portando la popolazione a pandemie di ipertensione, diabete e obesità (le tipiche malattie del benessere) e la spesa sanitaria sta diventando insostenibile. Anche Paesi come Cina e India sono ormai avviate sulla nostra strada: meno cibi vegetali, più carne e calorie, meno attività fisica, più malattie cronico-degenerative, spesa sanitaria alle stelle. Un altro motivo per cui appare insensato abbandonare la dieta mediterranea è la sua sostenibilità ambientale. Frutta, ortaggi e cereali hanno un impatto ecologico molto minore della carne. La produzione di carni bovine, la base dei piatti dei fast-food, ha in particolare un enorme impatto ambientale. Come da anni sostiene Jeremy Rifkin (Ecocidio, 1992), bisogna andare “oltre la civiltà della carne”. I dati che Rifkin e altri studiosi riportano dovrebbero farci riflettere. Viviamo in un mondo popolato daun miliardo di bovini, un’immensa mandria che occupa quasi un quarto (il 24 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) della superficie della Terra e che consuma una quantità di cereali sufficiente a sfamare centinaia di milioni di persone; il 70 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei cereali prodotti negli Stati Uniti viene utilizzato per l’alimentazione animale e le multinazionali incoraggiano i Paesi del Terzo mondo alla conversione dell’agricoltura a cereali per il nutrimento dei manzi dei paesi ricchi. Rifkin descrive con queste parole le profonde conseguenze del nostro modello di vita sull’ecologia, sulle altre comunità umane e sulle nostre esistenze: “Lasciare intendere che un individuo sta facendo del male coltivando cereali destinati all’alimentazione animale o consumando un hamburger, può sembrare strano, perfino perverso, a molti. È probabile che il consumatore che acquista una bistecca al supermercato non si senta responsabile del dolore e della brutalità patiti dagli animali nei moderni allevamenti ad alta tecnologia. L’effetto sull’uomo e sull’ambiente del modo moderno di pensare e di strutturare le relazioni è stato quasi catastrofico: ha indebolito gli ecosistemi e minato alla base la stabilità e la sostenibilità delle comunità umane. Dobbiamo reagire al male occulto che sta trasformando la natura e la vita in risorse economiche. Abbiamo sostituito meccanismi a organismi, utilitarismo a spiritualità, standard di mercato a valori civili, trasformandoci da esseri in risorse.” (6-2009)