Il Consiglio dei Diritti Genetici è un’associazione fondata nel 2003 da Mario Capanna con personalità del mondo della scienza, della cultura e dell’economia, per occuparsi di ricerca e comunicazione sulle biotecnologie. L’attività pubblica è iniziata con il lancio di un appello alla precauzione sugli organismi geneticamente modificati (OGM), documento sottoscritto da centinaia di persone tra studiosi, intellettuali, giornalisti e semplici cittadini. Nel 2004 il Consiglio dei Diritti Genetici ha organizzato il primo di una serie di congressi internazionali intitolati Scienza e Società. La frontiera dell’invisibile; la prima edizione aveva il titolo “Nutraceutical (la scienza che tratta gli alimenti con proprietà farmacologiche), nano-biotecnologie, test genetici”. Sempre nel 2004 il l’associazione ha messo in rete un portale web per dare informazioni e approfondimenti sulle applicazioni e sugli impatti delle biotecnologie. Nel corso del 2004 sono partite altre due iniziative; l’Osservatorio Agrobiotecnologie, con lo scopo di raccogliere ed elaborare la documentazione relativa alle richieste di commercializzazione di OGM; il progetto “Grano o Grane” per la valutazione delle conseguenze della possibile introduzione, in Italia, di grano transgenico. Nel 2005 è stata organizzata, ancora sulle colline fiorentine, la seconda edizione del congresso internazionale con il titolo Determinismo e riduzionismo nella scienza, brevettabilità della materia vivente, governance dell’innovazione tecnologica. Il riduzionismo genetico è stato messo sotto accusa per la sua pretesa di attribuire ai singoli geni proprietà specifiche indipendenti dal contesto, una premessa per la privatizzazione dei geni tramite brevetto e per la loro immissione nel mercato come una merce qualunque. Nel 2006 il Consiglio dei Diritti Genetici si è trasformato in fondazione; a novembre il III congresso internazionale si è svolto a Roma, a Villa Piccolomini, con il titolo di Bioscienze, qualità dell’informazione e processi decisionali. Gli interventi hanno messo in luce come in tutti i Paesi avanzati la scienza e la sua comunicazione giochino un ruolo chiave nell’indirizzare le scelte di interesse sociale; gli orientamenti della ricerca scientifica sembrano, però, sempre più spesso legati a obiettivi e interessi economici e finanziari. Il IV congresso della fondazione, ancora a Villa Piccolomini, nel novembre 2007 aveva per titolo Etica, conoscenza scientifica, comunicazione; il V Congresso nel 2008, nella sede di Via Garigliano, ha affrontato il tema Biodiversità e beni comuni; dai vari interventi è emerso il convincimento che solo il pluralismo su piccola e grande scala permette di raggiungere una sostenibilità umana ed ecologica, dove il suolo agricolo e il cibo non siano considerati merci ma beni comuni e diritti collettivi; di qui l’invito a realizzare una società sostenibile, più tollerante nel suo impatto verso la natura e i settori poveri dell’umanità, dove all’economia della crescita subentri un’economia della descrescita. Il sito della Fondazione Diritti Genetici si trova all’indirizzo www.fondazionedirittigenetici.org. Tra le personalità che in questi anni hanno collaborato con la fondazione: il francese Jean Pierre Berlan, Marcello Buiatti, Carlo Modenesi, lo statunitense Barry Commoner, Gianni Tamino, Tom Jefferson, Marcello Cini, Alessandro Giuliani, l’inglese Richard Smith. (12-2008)
Chimica dell’innamoramento
Chimica dell’innamoramento, sembra strano parlare di chimica per l’innamoramento e l’amore, eppure le neuroscienze ci dicono che esiste un profondo collegamento tra emozioni, sentimenti e risposte chimiche. Le emozioni, secondo il grande scienziato portoghese Antonio Damasio, sono meccanismi omeostatici fondamentali per la sopravvivenza quando si presentano variazioni provenienti dall’interno o dall’ambiente esterno; sono risposte chimiche che nascono a livello neuronale; un’emozione come la gioia, ad esempio, a livello fisiologico, comporta vasodilatazione, aumento della pressione del sangue, rilassamento dei muscoli facciali. I sentimenti per Damasio, invece, sono immagini mentali cosapevoli delle modificazioni indotte nel corpo durante lo stato emozionale. Le emozioni, dunque, sono azioni visibili dagli altri, poiché si manifestano sul volto o nella voce, quando accadono; i sentimenti, invece, sono una questione privata, più intima, invisibile agli altri ma evidente solo a chi la prova. Le neuroscienze da anni studiano le emozioni fondamentali quali l’aggressività, le passioni e la depressione con gli strumenti della biochimica, della fisiologia e dell’anatomia. L’innamoramento è sicuramente una delle più profonde e universali emozioni. Inoltre, è fondamentale per la conservazione della specie. Agli inizi degli anni ottanta i neurobiologi hanno iniziato a studiare l’innamoramento ed hanno proposto di considerarlo in due stadi distinti: un primo stadio di attrazione e desiderio, ossia di tutto ciò che riguarda la formazione della coppia, ed un secondo dell’attaccamento. La fase dell’attrazione è mediata dal neurotrasmettitore dopamina, quella dell’attaccamento dall’altro neurotrasmettitore serotonina. L’attrazione ha alcuni tratti comuni. Inizia quando qualcuno entra nella nostra mente e subito diventa per noi affascinante ed unico; tutti pensiamo che l’emozione che si prova sia particolare, esclusiva; durante la fase dell’attrazione sono percepite diverse emozioni, spesso contemporaneamente: esaltazione, euforia, desiderio, gelosia, timore; dal punto di vista neurovegetativo invece sono frequenti rossori e tachicardia, improvvise sudorazioni e pallori. Svariati studi hanno provato in modo ormai sicuro che tutte le situazioni che producono piacere stimolano i neuroni del sistema dopaminergico mesolimbico, detto anche “sistema della ricompensa”. Il rilascio del neurotrasmettitore dopamina controlla, pertanto, il desiderio, compreso quello sessuale, il piacere ed i comportamenti motori collegati alla consumazione degli oggetti del desiderio, siano essi cibi, droghe o attività sessuali. Una conferma di queste ipotesi arriva dallo studio dei farmaci neurolettici che, agendo sui recettori di dopamina, da un lato bloccano le psicosi, ma dall’altro bloccano anche il piacere ed il desiderio sessuale. I neuroni che rilasciano dopamina sono stati selezionati per alcune funzioni fondamentale per la sopravvivenza dell’individuo e della specie: l’assunzione di cibo e la riproduzione sessuale. Negli animali da esperimento, nei ratti in particolare, il rilascio di dopamina precede l’accoppiamento vero e proprio: è sufficiente che l’animale veda o annusi la femmina – fase appetitiva della sessualità – perché inizi la liberazione della molecola. Naturalmente, la produzione di dopamina continua durante tutta la fase consumatoria per arrestarsi e tornare ai livelli basali alla conclusione dell’atto sessuale. Tornando al meccanismo generale di rilascio della dopamina, colpisce che gli stessi meccanismi che sostengono il piacere e il desiderio nell’innamoramento, valgano anche per le droghe.D’altronde – fa notare il neuro-scienziato G.L. Gessa – i termini addiction, schiavitù, dipendenza trovano pari impiego nel campo dell’amore ed in quello delle tossicomanie. Forse i meccanismi sono molto o del tutto simili e la biologia fra qualche anno chiarirà quelle che oggi sono interessanti ipotesi di lavoro. Resta, invece, apertissimo un altro grande campo d’indagine per la neurobiologia. Tutti, fin da bambini, costruiamo col tempo una specie di mappa dell’amore nella quale scriviamo i tratti fisici, psichici e caratteriali che qualcuno deve avere per essere per noi “interessante” in un certo periodo della nostra vita. Probabilmente anche questa mappa utilizza i neurotrasmettitori come elementi costitutivi: riuscire a leggerla potrebbe essere una delle prossime frontiere delle neuroscienze. (nella foto Amore e psiche di Antonio Canova, 1790 circa) (2010)
Ritorno all’elettroshock?
Ritorno all‘elettroshock? Sembra davvero singolare che a 30 anni dalla Legge 180 si torni a parlare di una terapia così datata e discutibile. Negli anni 70 medici, psichiatri, infermieri e pazienti hanno combattuto e vinto la battaglia per la chiusura dei manicomi e l’abolizione di pratiche come la lobotomia e l’elettrochoc. Per Franco Basaglia, fondatore del movimento Psichiatria Democratica “curare un paziente psichiatrico con l’elettroshock è come prendere a pugni un televisore per regolarne la frequenza”. Negli ospedali italiani, però, si ricorre ancora all’elettroshock, nonostante non abbia mai ricevuto una validazione scientifica. Per le associazioni che si oppongono al suo uso l’elettroshock non va considerato una terapia ma “un trattamento approssimativo, ascientifico, empirico, usato ideologicamente per far credere in una pronta risoluzione dei sintomi. E le sue presunte “indicazioni” trovano oggi ben più adeguati trattamenti riabilitativi, farmacologici, assistenziali, psicoterapeutici”. La storia dell’elettroshock è lunga e controversa e si intreccia con i primi tentativi empirici della psichiatria di inizio Novecento. Non essendo ancora disponibili trattamenti farmacologici (che arriveranno alla fine degli anni ’50), alcuni psichiatri introdussero trattamenti da shock nei loro pazienti affetti da schizofrenia. I primi trattamenti in questione furono la pireto-terapia e la malario-terapia: nel primo caso si provocava un’elevazione transitoria e ripetuta della temperatura corporea, nel secondo si provocavano nel paziente dagli 8 ai 12 accessi febbrili, inoculando un ceppo malarico. All’inizio degli anni ’30 alcuni psichiatri iniziarono a provocare shock insulinici nei pazienti schizofrenici, sfruttando le proprietà convulsivanti del coma ipoglicemico (insulino-terapia). Presupponendo l’efficacia di convulsioni che simulano una crisi epilettica, altri psichiatri negli anni ’30 sperimentarono l’olio di canfora, il cardiazol – un alcaloide dell’oppio – e il bromuro di acetilcolina. Il passaggio dalle sostanze chimiche alla corrente elettrica era inevitabile e lo dobbiamo a due psichiatri italiani. Ugo Cerletti fu il primo a sperimentarla a Milano, basandosi su quanto aveva visto in un mattatoio di maiali. Lucio Bini, invece, presentò nel 1937 i primi risultati della nuova metodica al 1° Congresso di Psichiatria in Svizzera, e introdusse il termine elettroshock-terapia. La terapia elettro-convulsivante (ECT o TEC) fu rapidamente accolta dalla psichiatria ed ebbe una diffusione mondiale: nel 1938 fu ammessa ufficialmente negli Stati Uniti, accolta con entusiasmo e usata fino a metà degli anni ’60 per venire poi soppiantata dall’avvento della psico-farmacologia. Verso la fine degli anni ’80 la Pushbottom Psichiatry (la psichiatria “spingi un bottone”) ha conosciuto un revival in America che ora arriva anche in Europa e in Italia. A febbraio – con una petizione del Congresso nazionale della Società italiana di psicopatologia rivolta al ministro Livia Turco – alcuni psichiatri italiani, tra cui Giovanni Battista Cassano, hanno chiesto al ministro della salute Livia Turco, di estendere l’uso dell’elettroshock nei casi di depressione grave refrattaria alla terapia farmacologica per trattare un numero più alto di casi autorizzando molti più centri ad attuarlo Al momento, in Italia, ci sono solo sei strutture pubbliche che ricorrono all’elettroshock, a Brescia, Oristano, Cagliari, Bressanone, Brunico e Pisa (le altre sono cliniche private di Roma, Verona e Bologna). Per gli eredi della psichiatria basagliana il ritorno all’elettroshock si colloca all’interno della vecchia psichiatria biologica. L’elettroshock – sostengono – è una pratica priva di qualsiasi evidenza: nonostante le centinaia di ricerche fatte negli ultimi decenni ancora nessuno è riuscito a chiarire che cosa faccia veramente l’elettroshock, se non cancellare le persone e trasformarla in oggetti. (9-2008)
Sigarette ai bambini
Sigarette ai bambini, una delle tante vergogne delle multinazionali del tabacco, quotate in borsa. Da anni il consumo di sigarette è in forte calo in tutti i Paesi industrializzati. Per cercare nuovi clienti per la nicotina, la via del tabacco passa dall’Africa, dove le leggi e le regole obbligatorie in Occidente non valgono o non vengono osservate. Un’ inchiesta della BBC, la rete telvisiva pubblica britannica, ha scoperto che uno dei giganti della produzione britannica di tabacco viola le norme che si è autoimposto in materia di marketing, per pubblicizzare e diffondere le sue marche di sigarette tra i giovani e addirittura tra i bambini del continente nero. In particolare, l’inchiesta del network televisivo ha scoperto che i regolamenti vengono violati in Nigeria, in Malawi e nell’isola di Mauritius. Il risultato è che il fumo è in rapido aumento in questi tre Paesi fra i giovanissimi, così come è in vertiginosa crescita il numero di malattie e di decessi collegati al fumo in tutto il continente: oggi 100.000 persone all’anno muoiono in Africa uccise dalla nicotina, secondo stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma questa cifra è in procinto di raddoppiare entro i prossimi vent’ anni. Sotto accusa è principalmente la British American Tobacco (BAT), seconda maggiore azienda mondiale dell’industria di tabacco, le cui marche di sigarette includono Lucky Strike, Rothmans e molte altre (nel 2003 ha acquisito l’Ente Tabacchi Italiani, diventando così il numero due del settore nel nostro paese). La grande compagnia anglo-americana incoraggia la vendita di sigarette singole, anziché in pacchetti da dieci o da venti, nei Paesi africani, contrariamente alle proprie norme ufficiali di marketing. La vendita di singole sigarette è solitamente proibita, perché è più facile che siano acquistate, specie in paesi poveri del Terzo Mondo, da ragazzi molto giovani, i quali potrebbero non avere abbastanza soldi per comprare un intero pacchetto ma riescono a procurarsi gli spiccioli per comprarne una. Lo scopo apparente è penetrare nel mercato di nazioni in cui fino ad ora il fumo era in netta minoranza. In Malawi, per esempio, meno del 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione fuma e in molti ambienti fumare è considerato un tabù. Un altro esempio di marketing scorretto, sempre secondo la BBC, è la sponsorizzazione di concerti in cui l’età degli spettatori non viene controllata all’ingresso e dove vari artisti indossano abiti con la sigla di marche di sigarette. Un terzo caso citato dal programma è l’abitudine di verniciare le imposte dei negozi che vendono sigarette con i colori delle proprie marche: una forma di pubblicità subliminale, anche questa contraria alle regole. Per la BBC si tratta di un altro caso tipico in cui le grandi multinazionali dell’Occidente si muovono in Africa senza riguardo per alcun principio, tranne che per quello dei profitti: “La British Tobacco è il volto inaccettabile del capitalismo britannico” (nella foto una vecchia pubblicità di sigarette della BAT: 20.679 medici dicono che le Lucky sono meno irritanti) (8-2008)
Doping, record e politica
La rivista Sport Illustrated ha recentemente pubblicato uno studio effettuato in Francia dall‘Istituto bio-medico e epidemiologico dello Sport coordinato da Jean-Francois Toussaint. La ricerca ha preso in considerazione oltre 3.000 record mondiali realizzati a partire dal 1896, l’anno delle Olimpiadi di Atene, le prime dell’era moderna. Alla fine del secolo scorso gli atleti sfruttavano il 75{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della propria capacità psicologica, un secolo dopo sono arrivati al 99{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}: tra 50 anni, nel 2060, probabilmente non ci saranno più frontiere psicologiche da abbattere e questo metterà un limite invalicabile al miglioramento dei record sportivi. In realtà, per almeno la metà delle discipline questo limite verrà raggiunto molto prima, tra 10-15 anni. Tra gli sport che non vedranno più record c’è l’atletica leggera, la regina degli sport. Lo studio ha rilevato un grande aumento dei record nelle specialità dell’atletica leggera dopo la Seconda guerra mondiale, fino alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, con i sensazionali primati in altura di Bob Beamon nel lungo, Viktor Sanayev nel triplo, Lee Evans nei 400 metri, Jim Hines nei 100 metri e Tommy Smith nei 200 metri; a partire da allora c’è stato un progressivo declino. Intorno al 2060, secondo l’analisi francese, nessun atleta sarà più in grado di migliorare primati su piste e pedane. Lo studio, a quanto pare, non è condizionato dalla variabile doping. Che ha rappresentato un fattore rilevante negli anni ‘70, quando però l’uomo stava cominciando a raggiungere i propri limiti. John Hoberman, docente all‘Università del Texas ha commentato la ricerca francese allargando il discorso all’uso del doping: “Il doping ha aiutato gli atleti a sfruttare le loro capacità psicologiche, il 10”49 del 1988 di Florence Griffith va messo in discussione come punto di riferimento – ha detto – e 3 dei 5 uomini capaci di correre sotto i 9”80 – Ben Johnson, Tim Montgomery e Justin Gatlin – sono risultati positivi per steroidi anabolizzanti.” Il doping è sempre stato presente, anche nell’antichità. Nella società industriale lo sport ha assunto la stessa importanza del periodo dell’antica Grecia e gli sportivi – soprattutto gli atleti olimpici – sono stati utilizzati per dimostrare al mondo la validità del sistema politico di cui erano espressione, fosse quello “socialista” o quello “capitalista”; il doping non conosceva confini, ma nel campo socialista era doping di stato, promosso e incentivato dagli alti vertici del regime e gli atleti di alto livello di quei Paesi avevano enormi privilegi rispetto al tenore medio di vita della popolazione. La Germania dell’Est- DDR come allora si diceva – è stato probabilmente il Paese in cui la scienza del doping e dei primati costruiti in laboratorio ha avuto la massima espressione. Il Comitato olimpico tedesco ha recentemente riconosciuto un indennizzo a oltre 150 ex atleti tedesco-orientali imbottiti di ormoni, Epo e altre sostanze; oltre al dominio incontrastato nello sport femminile, il doping di stato ha portato a queste persone danni al fegato, tumori, aborti spontanei, bambini nati con malformazioni e patologie congenite. L’uso di sostanze stimolanti era sicuramente già presente prima delle Olimpiadi del 1952 di Helsinki, ma la diffusione degli anabolizzanti nel 1954 ha segnato una svolta nella storiadel doping, tanto che dal 1968 in Messico furono introdotti i primi controlli anti-doping. Il resto è storia recente, lo scandalo del laboratorio californiano Balco, la nuova frontiera del doping genetico. Il fenomeno doping, però, resta diffusissimo; nonostante le continue squalifiche di medaglie d’oro olimpiche come il velocista canadese Ben Johnson, nonostante la condanna al carcere della statunitense Marion Jones, per la maggior parte degli atleti il doping “paga”; lo statunitense Randy Barnes, ripetutamente squalificato per doping (l’ultima volta a vita) è tuttora primatista del mondo del lancio del peso né ha restituito la medaglia d’oro vinta ad Atlanta nel 1996. Un articolo di qualche anno fa della rivista medica inglese Lancet riteneva che almeno l’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} degli atleti avesse fatto ricorso al doping almeno una volta. Il discorso doping-ricerca del record non può naturalmente limitarsi solo alle responsabilità degli atleti: medici, allenatori e dirigenti giocano la loro parte, come dice Sandro Donati, ex allenatore della nazionale di atletica leggera dal 1977 al 1987 e uno dei massimi esperti mondiali del doping: “I record dell’atletica, del nuoto, o del sollevamento pesi sono disumani da un pezzo. Nel doping sportivo gran parte dei medici ha agito per un lucido tornaconto personale, mentre allenatori e dirigenti di società che in altissima percentuale sapevano bene tipo e pericolosità delle sostanze somministrate agli atleti, hanno finito per raggiungere posizioni di vertice in federazioni nazionali e internazionali. È così che gli organismi istituzionali hanno accettato questo patto scellerato”. (nella foto: alcuni degli atleti di vari sport e varie nazionalità trovati positivi ai controlli antidoping) (1-2008)
Droghe e guida
Cagliari è una delle 4 città dove, da settembre, partirà la sperimentazione del test anti droga obbligatorio per la patente. Il test, che riguarda anche chi vuol prendere il patentino, coinvolgerà anche Verona, Perugia e Foggia. Il professor Gian Luigi Gessa è un neuroscienziato e uno dei massimi esperti mondiali sulle dipendenze; in una intervista ha detto: “Ma perché fare queste analisi? Perché chi guida intossicato da sostanze psicotrope, legali (alcol) o meno (cannabis, eroina, cocaina ecc.) può fare danno? Tutti noi sappiamo che la droga che produce più incidenti stradali è l’alcol che, però, sparisce dal sangue dopo due o tre ore. La cannabis, invece, resta nel sangue circa un mese, nei capelli ben oltre, e nei peli delle parti intime anche diversi mesi. Ma è idiota pensare che, se trovo tracce di questa sostanza in una persona che ha fumato uno spinello alcuni giorni fa, si possa dire che è tossicodipendente, tanto meno che sia pericolosa alla guida. Le tracce non significano che sei intossicato: per la cannabis, la permanenza vuol dire che la sostanza viene trattenuta nel tessuto adiposo”. “Se un signore vuole prendere la patente e fa uso di cocaina, basta che chieda quanto tempo resta nel sangue, dalle 12 alle 24 ore, e il gioco è fatto. Oppure, se fa uso di eroina, basta che resti una settimana senza farne uso… Però vi sono anche molti farmaci in grado di creare alterazioni, come le benzodiazepine: il controllo per la patente è valido anche per queste sostanze?” “Seri test antidroga avrebbero senso nei confronti delle categorie che svolgono lavori che coinvolgono molte persone, come i guidatori di treni, bus, aerei, ma le verifiche andrebbero fatte saltuariamente e senza preavviso. Altrimenti non hanno senso“. Diverso il discorso per i controlli antidroga sugli automobilisti. Secondo le statistiche dell’OMS negli incidenti stradali muoiono ogni anno 1,2 milioni di persone nel mondo e tra 20 e 50 milioni rimangono ferite. Due dati sembrano molto significativi: da un lato oltre il 90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle vittime si trova nei Paesi a basso-medio reddito (con solo il 48{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei veicoli), dall’altro circa la metà delle vittime della strada sono pedoni e ciclisti. In Italia – con 43 milioni di veicoli registrati – gli incidenti stradali costituiscono “una delle principali emergenze sanitarie del Paese”. Nel 2007ci sono stati oltre 230.000 incidenti, con più di 5.000 vittime e oltre 300.000 feriti (dati ISTAT) e almeno il 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} degli incidenti è causato dall’uso di alcol e droghe (stime ISS). In Piemonte è stato sperimentato un controllo sistematico su strada per contrastare la guida sotto l’influenza di sostanze psicoattive. Le persone fermate sono state 3.414, quelle sottoposte al narcotest per sostanze stupefacenti 1.659. Di queste, i positivi a una sostanza stupefacente (cocaina, amfetamine, cannabinoidi, oppiacei, ecstasy), sono stati 142 (8,55{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), ma solo 62 (3,67{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) casi sono stati confermati positive dalle Asl. l narcotest per automobilisti hanno dato, pertanto, una percentuale di oltre il 56{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di falsi positivi: oltre a essere poco attendibili, sono anche antieconomici (ogni test costa 23 euro). Per questi due motivi sulle strade si fa sempre meno uso dei narcotest, preferendo puntare sui test alcolemici, test precisi, a costi contenuti e collaudati (nella foto un manifesto della Regione Piemonte). (7-2008)
Unità alcoliche
Unità alcoliche è un termine recentemente adottato per definire in modo semplice e comprensibile a tutti, che cosa sia, e cosa comporti, il bere a rischio. Molti testi di alcologia – la disciplina che si occupa dell’abuso di bevande alcoliche – riportano una formula matematica per valutare i consumi di alcol di una persona: millilitri (ml) di bevanda x grado alcolico x 0,8)/100. Nella pratica quotidiana conviene utilizzare il concetto di Unità alcolica, ossia la quantità di bevanda alcolica contenuta nel tipico recipiente della bevanda stessa: per il vino (12{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}/ vol.) il bicchiere medio da 150 cc, per la birra (4,5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}/vol.) la lattina da 330 cc, per i superalcolici il bicchierini da bar (30-40 cc, con circa il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}/ vol.). In questo modo il contenuto di alcol anidro corrisponde a circa 13 g per ogni unità alcolica: per sapere quanti grammi di alcol si sono consumati basta fare la somma delle unità alcoliche e moltiplicare per 13. Fino al 1980 le quantità di alcol che si suggeriva di non superare erano pari a circa 1 grammo per kg di peso corporeo, quindi circa 70 g per l’uomo medio di riferimento; oggi, questa quantità è stata quasi dimezzata e si è arrivati a consigliare il limite di 40 grammi per l’uomo e di 25 grammi per la donna. Nonostante la mole di pubblicazioni scientifiche ed il crescente interesse dei mass media, il reale impatto dell’alcol in termini sociali e di salute pubblica rimane poco conosciuto e, comunque, quasi sempre sottostimato. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità gli uomini non dovrebbero superare tre unità alcoliche al giorno, le donne due, in ragione della minor massa metabolicamente attiva. Alcune categorie, inoltre, devono prestare particolare attenzione al consumo di alcol. Per le persone anziane in buone condizioni di salute si consigliano rispettivamente, maschi e femmine, due ed una unità alcolica giornaliera. Per le donne in gravidanza e in allattamento sarebbe opportuno evitare del tutto il consumo di alcol, in quanto esso passa nel latte materno e, da questo, al bambino. Per i bambini e gli adolescenti, l’alcol può interferire con lo sviluppo e la crescita; in particolare, l’alcol interagisce con il sistema endocrino, molto attivo nell’adolescenza, e con il sistema nervoso centrale con riduzione del volume della materia grigia delle aree dell’encefalo coinvolte nel controllo degli impulsi. Le persone che assumono farmaci – e, soprattutto psicofarmaci come benzodiazepine, antidepressivi, antiepilettici e antipsicotici – devono sapere che l’alcol può rendere i farmaci meno efficienti o aumentarne gli effetti. L’alcol, infine, è sempre molto pericoloso per chi guida, dato che agisce alterando la percezione e i tempi di reazione. L’alcol, nel passato, è stato utilizzato come fonte di calorie in condizioni di sotto-nutrizione. Con l’attuale pandemia di obesità e diabete le calorie dovute alle bevande alcoliche sono ancora più pericolose. Negli animali la somministrazione di alcol comporta un aumento dell’appetito e della concentrazione di grelina, un ormone che spinge a mangiare di più. Dopo aver assunto alcol si tende a dare la preferenza a cibi a base di carboidrati e di grassi (panini, pizza, pasta), principali responsabili del sovrappeso e dell’obesità. Per tutti questi motivi l’alcol occupa il terzo posto sul podio dei principali fattori di rischio di malattia e morte prematura, dopo il fumo e l’ipertensione: 3,3 milioni di persone ogni anno muoiono a causa di patologie derivate o strettamente legate al consumo di alcol (stime dell’Istituto Superiore di Sanità), rendendo l’alcol la più pericolosa delle droghe. (2007)
Lotta tra i sessi e cure parentali
La lotta tra i sessi è un tema che riguarda tutto il mondo animale, o almeno quella parte di mondo animale che ha affidato alla sessualità la riproduzione della specie. Con molta ironia, quasi venti anni fa, il compianto paleontologo statunitense Stephen Jay Gould si pose in modo provocatorio la domanda: “ma a che servono i maschi?” I maschi, è vero, sono più grandi in una maggioranza di specie dei Mammiferi – sostenne – ma c’è un numero sorprendente di specie in cui sono più grandi le femmine. Inoltre, poiché le balenottere azzurre (Balaenoptera musculus) sono gli animali più grandi che siano mai esistiti, e poiché nelle balene a fanoni le femmine sono più grosse dei maschi, l’individuo più grande che sia mai esistito è senza dubbio una femmina. Le femmine, in quanto producono uova, sono di solito più attive dei maschi nelle cure parentali; anche in specie che non forniscono alcuna cura parentale, le uova devono essere fornite di nutrimento, mentre lo sperma è poco più che DNA nudo; ma allora possiamo chiederci: perché esistono in generale i maschi? E, soprattutto, che bisogno c’è che siano grandi quanto le femmine? La risposta è che la sessualità genera una quantità enorme di variabilità, mescolando in ogni figlio il materiale genetico dei due genitore, ma se la funzione biologica dei maschi non va oltre il contributo di un po’ di DNA, perché mai nella maggior parte dei casi dovrebbero essere grandi quanto le femmine? In molti gruppi i maschi lottano (letteralmente) per l’accesso alle femmine, e gli individui più grossi hanno spesso un vantaggio: ecco una valida spiegazione alla taglia maschile pari o superiore a quella femminile; inoltre, negli animali sociali può essere utile avere più di un genitore che si impegni nell’allevamento della prole: i maschi acquistano così un ruolo biologico che trascende il puro servizio di fecondatori. Le cure parentali materne e paterne sono molto influenzate dal tipo di sessualità praticata. Molti pesci, ad esempio, non hanno rapporti sessuali diretti, ma semplicemente emettono le cellule sessuali nell’acqua; è qui, non all’interno del corpo di uno dei due partner, che avviene la fertilizzazione e questo è il modo in cui probabilmente è cominciata la riproduzione sessuale. Sulla terra ciò non sarebbe possibile per il rischio di disidratazione delle cellule sessuali: pertanto i gameti di un sesso – gli spermatozoi che sono mobili – devono essere introdotti nell’interno umido di un individuo del sesso opposto. Dopo la copulazione, la femmina terrestre resta con l’embrione all’interno del suo corpo; anche se depone l’uovo fertilizzato quasi immediatamente, il maschio avrà ancora il tempo di andarsene, forzando così la femmina in una “situazione senza uscite”: o lasciare il piccolo a morte certa o restare con lui e crescerlo. Ecco perché – secondo il biologo inglese Richard Dawkins – le cure materne sono più comuni tra gli animali terrestri di quelle paterne. Nel mare con la fertilizzazione esterna, succede esattamente il contrario: sono le femmine che depongono in anticipo le uova, avendo così secondi preziosi per scomparire; i maschi hanno il problema che gli spermatozoi sono più leggeri e si spargono più rapidamente delle uova: devono, pertanto, aspettare che prima deponga le uova la femmina. Si spiega così perché le cure paterne sono comuni nell’acqua ma rare sulla terraferma.
Slow Food, tutto è collegato
Ventidue fa – nel 1986 – nasceva, in Piemonte, a Bra, Slow Food. Il nome in realtà era Arci Gola, ossia un’emanazione dell’ARCI, l’ associazione culturale e ricreativa della sinistra fondata a Firenze nel 1957. Il 1986 era stato l’anno dello scandalo dei vini sofisticati al metanolo e dell’apertura nel nostro Paese dei primi locali fast-food. Per me è stato soprattutto l’anno del matrimonio con mia moglie e della partenza per il Benin in Africa per un progetto di cooperazione internazionale sull’alimentazione. La nascita di Slow Food rappresentò allora una rottura culturale clamorosa: per la prima volta un settore dell’associazionismo progressista si accostava a temi ritenuti marginali come l’enogastronomia, il turismo rurale ed enogastronomico, affermando il “diritto al piacere” e il diritto a un cibo “buono, pulito e giusto”. “Questo secolo è nato, sul fondamento di una falsa interpretazione della civiltà industriale, sotto il segno del dinamismo e dell’accelerazione: mimeticamente, l’uomo inventa la macchina che deve sollevarlo dalla fatica ma, al tempo stesso, adotta ed eleva la macchina a modello ideale e comportamentale di vita. Ne è derivata una sorta di autofagia, che ha ridotto l’homo sapiens ad una specie in via di estinzione, in una mostruosa ingestione e digestione di sé”. Con queste frasi di Folco Portinari, al limite della provocazione, iniziava il manifesto dello Slow Food, pubblicato il 3 novembre 1987 sulla prima pagina del Gambero Rosso, l’inserto di 8 pagine all’interno de il manifesto, che ancora conservo con cura. Sotto la testata Gambero Rosso (l’osteria inventata da Collodi) si leggeva: “Slow-food una proposta rivolta a tutti coloro che vogliono vivere meglio”. Gli altri articoli si occupavano del colesterolo LDL e delle mensa del carcere di Rebibbia, dei tartufi e della Guida ai vini d’Italia. I rapporti tra cibo e salute, cibo e società e l’attenzione all’eno-gastronomia furono i cavalli di battaglia del movimento di Carlo Petrini. Oggi sono temi la cui rilevanza nessuno si sognerebbe di negare, ma allora questo manifesto fu accolto con molto scetticismo, nonostante il martedì l’inserto Gambero Rosso facesse raddoppiare la tiratura del “quotidiano comunista” il manifesto. Dopo i primi tre anni di vita, nel 1989 Slow Food a Parigi diventò un’associazione internazionale con l’intento di difendere il cibo “buono, pulito e giusto” dal diffondersi del fast-food e dal cibo-spazzatura. L’anno successivo vi fu l’esordio della casa editrice omonima. I Presidi di Slow Food nasceranno 10 anni dopo, nel 1999, come evoluzione dell’Arca del Gusto. Con certificazioni assegnate da un comitato scientifico Slow Food si propose di recuperare e valorizzare le piccole produzioni gastronomiche minacciate dall’agricoltura industriale, dal degrado ambientale e dall’omologazione, attraverso criteri di definizione simili a “Indicazione geografica protetta” (IGP) e “Denominazione di origine protetta” (DOP). Nel 2004 – con l’importante collaborazione dello storico dell’alimentazione Massimo Montanari – nasce a Pollenzo, frazione di Bra, in provincia di Cuneo, l’Università di Scienze Gastronomiche, polo internazionale di formazione e ricerca nell’ambito dell’agricoltura sostenibile, dello studio e mantenimento delle diversità bio-culturali; obiettivo dell’ateneo trasmettere agli studenti un visione capace di metter insieme le scienze e le tecnologie alimentari con le scienze sociali, umane, biologiche e agrarie. Nel 2004 parte anche l’altra grande iniziativa di Slow Food: la prima edizione di Terra Madre, meeting internazionale delle comunità del cibo, che porterà a Torino oltre 5.000 persone da 150 Paesi. Slow Food in questi primi 30 anni è stato questo e molte altre iniziative locali, ma è stato soprattutto un pensiero innovativo sul cibo e l’agricoltura, sull’ambiente e la società, capace di attraversare tre decenni e diventare un punto di riferimento internazionale per il movimento ecologista. Tra poche settimane si terrà a Torino la terza edizione di Terra Madre, realizzata da Slow Food, in collaborazione con il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, la Cooperazione Italiana allo Sviluppo, la Regione Piemonte, la Città di Torino e la Coldiretti Piemonte. La manifestazione ospiterà 1678 comunità del cibo provenienti da 153 nazioni. Oltre 3600 contadini, allevatori, pescatori e produttori artigianali dell’agroalimentare, insieme a 800 cuochi, 250 docenti universitari e rappresentanti di istituti di ricerca, 900 studenti, 200 musicisti, 700 osservatori, tecnici e istituzioni appresenteranno l’avanguardia mondiale del cibo buono, pulito e giusto. Perché – come ha detto Petrini – “tutto è collegato, agricoltura e salute, cibo e cultura, ricchezza dei pochi e fame dei molti”. (6-2008)
Cibo e cultura
Tutta la nostra vita psicologica e di relazione è profondamente collegata al cibo, alle bevande, a come la assumiamo e le prepariamo. Nessuna cultura può essere appieno compresa, saltando il particolare rapporto di quella popolazione con il cibo. La cultura romana e quella greca – racconta Massimo Montanari, nel suo libro La fame e l’abbondanza – non apprezzavano particolarmente la natura incolta: il loro modello era una campagna ben ordinata ed organizzata intorno alla città. I Romani chiamavano “ager” questo insieme di campi coltivati e lo contrapponevano al “saltus”, ovvero l’insieme dei terreni vergini, non coltivati, non produttivi. A Roma il bosco era sinonimo di marginalità e di esclusione: facevano ricorso ad esso per procurarsi il cibo gli esclusi, gli sbandati. L’agricoltura e l’arboricoltura erano il perno dell’economia e della cultura dei Greci e dei Romani. Il grano, la vite e l’ulivo erano i tre prodotti che queste due civiltà avevano assunto come simbolo della propria identità e come base del loro sistema alimentare. Si trattava di un modello alimentare a forte impronta vegetariana – sotto molti aspetti il precursore del recente “modello mediterraneo” – che si basava sul pane e le farinate, sull’olio, sul vino, sulle verdure; l’integrazione con cibi più proteici era affidata a poca carne e soprattutto al formaggio. Pecore e capre, infatti, venivano utilizzate prevalentemente per i loro prodotti – latte, formaggi e lana – piuttosto che come fonti di carne. Le popolazioni celtiche e germaniche – prosegue Montanari – da secoli vivevano e percorrevano le grandi foreste europee. Avevano, pertanto, sviluppato una forte predilezione per lo sfruttamento della natura vergine e degli spazi incolti. La caccia e la pesca, l’allevamento brado nei boschi di equini, bovini e soprattutto maiali erano le attività che caratterizzavano il loro sistema di vita. La carne era, quindi, l’alimento base di queste popolazioni. Per ungere e cuocere essi usavano burro e lardo, non l’olio; per accompagnare le vivande bevevano il latte di mucca, il sidro o la birra, non il vino. Naturalmente anche qui il quadro non era così rigido. Pappe di avena e focacce di orzo – altri cereali diversi dal frumento – comparivano sulle loro tavole, così come la carne di maiale in quelle dei Romani. Celti e Germani erano legati – esattamente come Greci e Romani – ai propri valori, compresi quelli alimentari. Da un lato l’identità alimentare e, in senso ampio, quella culturale era imperniata su tre piante – frumento-vite-ulivo – le “tre piante di civiltà” di cui parla lo storico Fernand Braudel; dall’altro, invece, nessuna pianta rappresenta i valori produttivi e culturali, semmai questo ruolo può essere attribuito ad un animale – il maiale – onnipresente nella mitologia dei popoli nordici. Nel Paradiso della mitologia germanica gli eroi caduti in battaglia si trovano alla presenza di una divinità animale – il Grande Maiale – inteso quasi come origine della vita. L’Età dell’Oro di Greci e Romani, invece, parla di un mondo felicemente vegetariano. Montanari conclude mettendo in luce la grande distanza che separava il mondo dei Romani da quello dei Barbari: diversi erano i valori e le ideologie, diversi i cibi e le realtà produttive (nella foto mosaico di Aquileia del V secolo, raffigurante un banchetto romano) (4-2007)