Esiste l’adolescenza? Potrà sembrare una domanda provocatoria, ma in molte culture, storicamente, l’adolescenza non è stata riconosciuta, non esisteva. Non appena erano fisicamente maturi, i maschi lavoravano o andavano a combattere e le femmine partorivano. Oggi nella moderna società occidentale non è chiaro se un adolescente sia un bambino, un teen-ager o una giovane persona. Si direbbe, inoltre, che l’adolescenza duri sempre più a lungo. Viene da domandarsi: se esiste, quali sono i limiti dell’adolescenza? Scorrendo libri, riviste, pubblicazioni, siti web, l’unica risposta possibile è che dell’adolescenza si conosce l’inizio, ma non la fine, per via delle differenze individuali e delle caratteristiche della nostra società. Cronologicamente potrebbe riguardare giovani dai 10 ai 19 anni, secondo la definizione proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Anche nella terminologia inglese la fascia dei “teen-agers” è quella che va da ten (10) a nine-teen (19), ma molti ricercatori propongono limite che vanno dai 12 ai 22 o ai 24 anni. Ad ogni modo, non c’è assolutamente accordo su quando si possa considerarsi conclusa, perché si tratta di limiti influenzati da fattori sia fisici sia sociali. Anche le neuroscienze confermano l’idea che l’adolescenza prosegua oltre la seconda decade di vita. La corteccia prefrontale, area del cervello dotata della capacità di pianificare in anticipo le azioni e di limitare le spinte impulsive, in genere arriva a maturazione verso i vent’anni o anche più tardi. L’unico dato certo ci arriva dagli studi epidemiologici ed è il progressivo abbassamento dell’età della pubertà in molti Paesi del mondo L’adolescenza viene spesso descritta come un periodo difficile da superare: tuttavia è soprattutto un periodo di grandi opportunità di sviluppo. La domanda principale che hanno in testa le giovani persone riguarda la loro identità: “Chi sono io?”. La prima adolescenza, grosso modo il periodo delle scuole medie inferiori, è un periodo di grandi cambiamenti. La crescita fisica è più rapida che in qualsiasi altro periodo della vita. Fa la sua comparsa la sessualità. Il corpo subisce delle trasformazioni enormi e questo suscita molte emozioni. Gli ormoni imperversano. Il ragazzo cui comincia a crescere la barba o la ragazza cui sta crescendo il seno vengono spesso accolti con esclamazioni di stupore. Come sottolinea Asha Phillips (I no che aiutano a crescere, 1999), questo significa che un’esperienza che tutti i ragazzi sentono come molto privata è invece visibile a tutti. Ma l’adolescenza è anche un’età particolarmente ricca perché ci si costruisce la propria identità personale. L’inizio dell’adolescenza viene segnata fortemente dalla sessualità. La sessualità adolescenziale espone sia al desiderio sia alla paura. Si tratta di un’esposizione legata sia alla sessualità ormonale e biologica sia alla sessualità intesa come relazione d’amore (nella foto Aci e galatea di Jean Antoine Gros,1833) (2003)
Kava, efedra ed efedrina
La kava è una bevanda di origini antichissime, forse di 3.000 anni fa, originaria della Melanesia e diffusa in molte isole del Pacifico del Sud; nel passato il suo consumo andava dalla Nuova Guinea alle Hawaii – esclusa la Nuova Caledonia – e dalla Nuova Zelanda alla maggior parte delle isole di Salomone. In lingua maori kava significa amaro. L’ingrediente base della kawa è un’erba, la Piper Methysticum, che fa parte della famiglia del pepe nero; i suoi principi attivi dotati di attività farmacologica si trovano concentrati nelle radici che vengono asciugate e pestate sino a ridurle in polvere. La kawa è considerata una bevanda calmante, che combatte ansia e affaticamento in modo naturale; viene anche utilizzata per il trattamento di emicranie e crampi muscolari. Nel passato era bevuta per purificare gli apparati urinari, per dimagrire e per alleviare i reumatismi. Era usata anche per purificare gli ambienti allo scopo di scacciare le malattie. A Fiji, Samoa e Tonga la kawa è la bevanda delle cerimonie, presente in tutti i raduni ricreativi e sociali: per dare il benvenuto agli ospiti o per festeggiare le nascite; alle Hawaii, è bevuta durante le cerimonie divinatorie, durante l’assegnazione di un nome ai bambini di un anno e durante l’ iniziazione delle giovani ragazze accompagnata dai canti tradizionali e dall’ hula (danza). Studi farmacologici hanno dimostrato per i principi attivi della kawa un’azione ansiolitica – simile a quella delle benzodiazepine, ma senza dipendenza – un effetto analgesico – confrontabile con quello dell’acido acetilsalicilico (aspirina) – e un’attività miorilassante. Alcuni studi suggeriscono anche un’utilità nel trattamento della menopausa. Gli estratti di kava sono in grado di produrre inibizione della captazione della noradrenalina, ossia trattengono nel sistema nervoso centrale questo importante neurotrasmettitore. A fianco delle azioni terapeutiche ci sono diversi effetti avversi: disturbi a livello della pelle (secchezza della epidermide, esantemi con forte prurito) e della visione, epatotossicità. L’uso della kawa può aumentare l’effetto di quasi tutti gli psicofarmaci ed esaltare gli effetti dell‘alcol sull’organismo; è sconsigliata durante la gravidanza. In Italia, fino al 2002, era reperibile liberamente presso le erboristerie con il nome di Kawa-Kawa o erba dell’Oceania; attualmente è stata ritirata dal commercio per la tossicità sul fegato. L’efedrina – nota anche come ma huang – è una sostanza che si ricava da piante appartenenti al genere Ephedra; le specie di maggiore interesse commerciale – Efedra sinica in particolare, Efedra intermedia, Efedra equisetina – sono di origine prevalentemente asiatica. La pianta contiene alcuni alcaloidi tra cui efedrina e pseudo-efedrina. Conosciuta sin dall’antichità, Efedra sinica è un arbusto usato da millenni in Cina come stimolante per curare vari problemi, in particolare l’asma, ma anche per la sua attività antivirale e diuretica; nell’epoca moderna l’efedrina è stata utilizzata nel trattamento dell’asma bronchiale, della bronchite, delle congestioni nasali, della sonnolenza e del sovrappeso. La pseudo-efedrina ha struttura ed azioni simili all’efedrina; è utilizzata come decongestionante nasale e presenta controindicazioni analoghe, sebbene gli effetti avversi, a parità di dosaggio, siano più attenuati. Tre noti decongestionanti nasali presenti nella farmacopea italiana contengono pseudo-efedrina, associata ad altri principi attivi come il paracetamolo, ma sono controindicati nei bambini di età inferiore ai 12 anni. L’efedrina aumenta la liberazione di adrenalina dalle terminazioni nervose; ciò produce un’accelerazione del metabolismo, una dilatazione dei bronchi e vasocostrizione periferica, con aumento della pressione arteriosa; come le amfetamine, ma in misura minore, stimola il sistema nervoso centrale e diminuisce l’appetito. Tra gli effetti avversi palpitazioni cardiache e ipertensione; nausea, vomito e stitichezza; irrequietezza, nervosismo e convulsioni; per la sua azione di stimolazione metabolica è controindicata nel diabete e nell’ipertiroidismo. L’efedrina è una sostanza dopante. Si trovano facilmente in commercio prodotti contenenti associazioni di efedrina e altre sostanze; chi li acquista spera di ridurre la massa grassa aumentando quella massa magra, e di migliorare le prestazioni muscolari e sessuali. Spesso questi prodotti sono venduti direttamente nelle palestre oppure online (vedi foto), con evidenti rischi per la salute. Per dare un’idea della loro diffusione, nei soli Stati Uniti circa 12 milioni di persone, nel 1999, utilizzavano efedrina o suoi preparati, con un giro di affari di alcuni miliardi di dollari. L’American Society of Health System Pharmacists e l’American Heart Association avevano sollecitato il governo statunitense a bandire la vendita di efedrina, per i rischi legati al suo utilizzo senza controllo medico, ma la Food and Drugs Administration non ha raccolto la richiesta. (2007)
Adolescenza nella storia
“I giovani sono inclini al desiderio e portati a fare ciò che desiderano. Tra i desideri del corpo sono inclini soprattutto a quelli erotici e sono incontinenti al riguardo. Sono ambiziosi e vivono la maggior parte del tempo nella speranza; infatti, la speranza è relativa all’avvenire e per i giovani l’avvenire è lungo ed il passato è breve…Non sono di cattivo carattere, ma di buon carattere, perché non hanno ancora visto molte malvagità, e sono facili a convincersi perché non sono ancora stati ingannati molte volte. E sono facili a sperare, anche per il fatto che non hanno ancora subito molti insuccessi. E sono magnanimi perché non sono stati ancora umiliati dalla vita. Preferiscono compiere belle azioni piuttosto che azioni utili, poiché essi vivono più secondo il loro carattere che non secondo il calcolo; e sono amanti della vita in comune e peccano sempre per eccesso e per esagerazione; essi infatti fanno tutto con eccesso: amano all’eccesso, odiano all’eccesso”. Dalle bellissime e profonde parole della Retorica di Aristotele, sembra che non sia cambiato molto negli ultimi 25 secoli. A Roma si era puer sino a 15 anni, adulescens dai 15 ai 30 anni. Nel Rinascimento l’infanzia arrivava ai 7 anni, la puerizia ai 14 e l’adolescenza durava dai 14 ai 21. Nel 1427 l’età media delle nozze a Firenze era già di 29 anni – secondo una ricerca sui registri matrimoniali – quasi come oggi; a cambiare nella nostra società non sembra tanto la durata dell’adolescenza quanto il modo in cui si diventa adulti. Per secoli infatti essere adolescente ha significato soprattutto imparare a combattere, dalla Grecia classica alla leva obbligatoria napoleonica. Nell’antica Roma dopo una cerimonia in cui gli adolescenti erano portati al foro, iniziava il tirocinio principalmente basato sulla formazione militare. Anche i giovani cavalieri medievali, di età compresa tra 13 e 21 anni, dovevano soprattutto essere buoni soldati per proteggere la Chiesa. Con il Rinascimento comincia ad essere importante l’educazione religiosa. “L’adolescente moderno inteso, come studente o apprendista, nasce solo nell’800” (Maggiolini/Pietropolli Charmet, 2004). Ed oggi? Dal 1993 al 2003 – secondo il CENSIS – la percentuale di giovani sotto i 35 anni che ancora vivono in famiglia è passata dal 55{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} al 60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}: per centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi, quindi, la prospettiva di una vita autonoma sembra fortemente limitata anche dalle scarse prospettive occupazionali e dal costo eccessivo degli affitti. Attualmente nel nostro Paese – secondo il rapporto ISTAT 2000 – vi sono circa sei milioni di adolescenti tra i 10 e i 19 anni, corrispondenti al 10,5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione. Nel gennaio 2001 vi erano circa quattro milioni di adolescenti minori di 18 anni. Quali sono i valori di questi 4 milioni di adolescenti italiani? Nella scala di valori di un sondaggio recente (Manheimer-Brusoni, 2002) ai primi posti troviamo famiglia (84{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), amore (82{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), amicizia (76{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}); il sesso occupa solo il 5° posto (55{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), in fondo alla classifica il successo (42{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) e il denaro (36{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}). I nostri ragazzi si sentono più capiti dagli amici che dalla famiglia (47{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} contro 28{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}); due su tre usano il cellulare. La prima causa di morte tra gli adolescenti maschi sono gli incidenti stradali. (nella foto Jacques-Louis David, Cupido e Psiche, 1817) (2003)
Malattie del sesso e giovani
Gli adolescenti sono una delle categorie più a rischio per le malattie legate al sesso. Le malattie sessualmente trasmissibili (un tempo chiamate malattie veneree da Venere, dea dell’amore, oggi indicate con la sigla MST) sono delle infezioni che, come dice il nome, vengono trasmesse durante i contatti e i rapporti sessuali. Nel mondo attuale un miliardo e mezzo di persone sono giovani tra 10 e 24 anni e l’85{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di loro vive nei Paesi poveri. Oltre 70 milioni di ragazzi tra i 10 ed i 14 anni già sono costretti a lavorare; per molti di loro la sessualità inizierà molto precocemente con almeno due rischi: la carenza di conoscenze dovuta all’inesperienza, la difficoltà di disporre di contraccettivi meccanici. Le ragazze sono ancora più esposte dei loro coetanei, sia per ragioni fisiologiche sia per essere spesso costrette a rapporti sessuali sin da bambine. Tossicodipendenza e alcolismo contribuiscono fortemente alla diffusione del problema, poiché creano situazioni ad alto rischio che riducono la capacità di proteggersi. La prostituzione, infine, rappresenta probabilmente il maggior serbatoio di infezione. Dei 330 milioni di nuovi casi di malattie sessualmente trasmessibili – escluse epatiti virali e AIDS che hanno un conteggio a parte – quasi un terzo riguardano giovani sotto i 25 anni. Si tratta, come si vede, di patologie in continua espansione per almeno due caratteristiche dei nostri tempi: la maggior facilità di viaggiare e la tendenza ad avere rapporti sessuali con più partner (due condizioni che si verificano nella squallida pratica del cosiddetto turismo sessuale). Le malattie sessualmente trasmissibili costituiscono, pertanto, uno dei più seri problemi di salute pubblica in tutto il mondo, sia nei Paesi industrializzati – USA in testa (nella foto un manifesto per la prevenzione delle MST negli USA) – sia in quelli in via di sviluppo. Per tutti coloro che lavorano a contatto con categorie di popolazione a rischio – gli adolescenti nel nostro caso – è fondamentale saper fornire efficaci ed essenziali informazioni a chi pensa di aver contratto una malattia sessualmente trasmessibile o di poterlo fare in futuro per le proprie abitudini sessuali. (2007)
Sesso e malattie
Le malattie sessualmente trasmesse (MST) o infezioni sessualmente trasmissibili sono circa una trentina di infezioni, causate da diversi agenti patogeni: virus (HCV e HBV per epatite C e B, HIV per AIDS, HPV per conditomi da Papilloma), batteri (sifilide, gonorrea, Chlamidia, vaginosi batterica da Gardnerella), funghi (Candida), protozoi (Trichomonas) e altri parassiti (scabbia; pediculosi). Oggi si parla quasi sempre di AIDS ma anche altre MST possono essere aggressive al punto di provocare, se trascurate, danni assai gravi come infertilità maschile e femminile, alterazioni allo sviluppo del feto, tumori e depressione del sistema immunitario. Negli anni’90 il numero di persone con una diagnosi di MST era di cira 330 milioni in tutto il mondo (nella foto un grafico dalla rivista The Lancet); oggi questa cifra è sicuramente aumentata. La storia di questo gruppo di malattie, d’altronde, è la storia della moderna biologia: con lo sviluppo ottocentesco delle scienze biologiche furono scoperte le prime malattie riconducibili ad agenti che venivano scambiati durante i rapporti sessuali. La prima generazione di quelle che allora erano chiamate le malattie veneree comprendeva già sifilide, gonorrea e granuloma inguinale (malattia endemica nei Paesi tropicali dovuta ad un batterio della famiglia delle Klebsielle). La seconda generazione venne identificata grazie all’affinamento delle tecniche microbiologiche e portò alla ribalta batteri Chlamidia, Trichomonas, Herpes Virus, Papilloma Virus. Negli ultimi due decenni il quadro si è completato con le due epidemie da HIV e da HCV. Nell’attuale pandemia di AIDS la via di contagio sessuale è stimata in circa l’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi; nel caso dell’epatite la percentuale di contagio sessuale è alta per il virus HBV, molto più bassa per il virus HCV, essendo prevalenti altre forme di trasmissione. Le MST sono un grande problema perché la sessualità e l’affettività sono due dimensioni fondamentali per la maturazione di ogni persona e per la sua vita di relazione. Si tratta di malattie che vanno affrontate con serenità, consapevolezza e senza pregiudizi. Questo significa soprattutto due cose: avere una buona conoscenza di se stessi e del proprio corpo, avere rispetto per gli altri. In questa prospettiva bisogna dire con estrema chiarezza che l’unica arma efficace per prevenire le MST è l’uso del profilattico o preservativo. In accordo alla strategia adottata dall’OMS, un intervento efficace deve guardare essenzialmente alla prevenzione, promuovendo comportamenti sessuali responsabili, soprattutto con tre strumenti: 1) informazione efficaci e chiare sulle pratiche sessuali a rischio; 2) attenzione agli incontri sessuali saltuari con partner occasionali; 3) accesso all’uso di profilattici. Quando sopravviene una MST per prima cosa non bisogna provare vergogna: la disapprovazione sociale che circonda tutte queste patologie è uno dei principali ostacoli alla loro limitazione perché impedisce – o quantomeno ritarda – la condivisione del problema con chi potrebbe intervenire. D’altro canto sperare che la malattia o i suoi sintomi scompaiano da soli e che l’infezione guarisca spontaneamente determina il più delle volte un pericoloso ritardo nella cura ed un maggior rischio per noi e per i nostri partner. La cosa più semplice e più efficace da fare è verificare la presenza di uno o più di questi sintomi – perdite vaginali anomale, dolori nella zona pelvica, bisogno continuo di urinare con sensazione di bruciore e di dolore, prurito o lesioni nella zona genitale, dolore o perdite di sangue nei rapporti sessuali – e rivolgersi subito al consultorio della propria ASL, al proprio medico o agli specialista nel settore (infettivologi, andrologi, ginecologi). Con semplici esami di laboratorio su campioni di sangue, di urina o di secreto vaginale si potrà confermare o meno la patologia, fare la diagnosi e prescrivere la terapia adatta (in genere anche al partner). (nella foto: manifesto della Lega Nazionale Francese contro le Malattie Veneree) (2007)
Epatite B e vaccini
Nel mondo ci sono oltre 400 milioni di persone con epatite cronica legata al virus dell’epatite B, il virus HBV (in termini medici, epatopatia HBV correlata); la maggior parte sono in Asia e in Africa e sono infettati alla nascita (trasmissione verticale dalla madre) o entro i 2 anni di età (sempre dalla madre o da fratelli o parenti stretti conviventi). Ogni anno un milione di persone muoiono per le conseguenze dell’epatite B. Nei Paesi occidentali, invece, l’infezione è generalmente acquisita durante l’adolescenza o nell’età adulta, attraverso rapporti sessuali a rischio o con la condivisione di siringhe infette, nel caso delle tossicodipendenze. L’epatite B è, dopo il tabacco, la prima causa di tumore, essendo responsabile dell’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del carcinoma epatocellulare, il cancro che colpisce il fegato. La prima notizia dell’identificazione di una forma di epatite trasmissibile attraverso il sangue e i suoi derivati avvenne alla fine dell’800; il virus HBV è stato scoperto nel 1966 dal biochimico Usa Baruch Blumberg, vincitore del Premio Nobel per la medicina nel1976; Blumberg aveva identificato nel sangue di aborigeni australiani una porzione del virus HBV, chiamata prima antigene Australia poi antigene di superficie dell’epatite B, o HBsAg. Dopo aver identificato il virus, Blumberg è riuscito a sviluppare anche il test fare la diagnosi dell’infezione e – nel 1982 – un vaccino per la malattia. L’ HBV, come altri virus, entra nel DNA delle cellule del fegato (epatociti) alterandole. Si tratta di un virus della famiglia degli Hepadnaviridae, molto resistente (mantiene la sua carica infettiva per quasi un mese, a temperatura ambiente) che infetta, oltre l’uomo, anche anatre, scoiattoli e marmotte. Il virus è costituito da proteine e DNA. Il periodo di incubazione è il periodo che va dal contatto del virus alla comparsa dei primi sintomi e varia dai 60 ai 180 giorni. L’epatite B può essere priva di disturbi (forma asintomatica), in particolare nelle infezioni acquisite alla nascita; le forme con sintomi, invece, presentano febbre, stanchezza, malessere generale, nausea, vomito, dolori articolari e muscolari, ittero (colorazione gialla della pelle e delle mucose per l’aumento di bilirubina nel sangue). Dal punto di vista degli esami di laboratorio, HBsAg, HBeAg e HBV-DNA diventano positivi circa 6 settimane dopo il contagio, prima dell’inizio dei sintomi clinici o dell’alterazione degli esami del sangue. L’infezione cronica è in genere definita dalla presenza di HBsAg (Antigene Australia) per un periodo di oltre 6 mesi. Il rischio di cronicizzazione è correlato a due fattori: l’età di acquisizione dell’infezione e le condizioni immunitarie del soggetto che viene a contato col virus. Il rischio di cronicizzazione dopo infezione è basso nei soggetti con un sistema immunitario in buone condizioni. Nei neonati la cronicizzazione di malattia arriva fino al 90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, probabilmente perché il loro sistema immunitario è ancora immaturo. Maggiore è l’età del soggetto al momento del contagio, minore è la probabilità che la malattia diventi cronica; nei pazienti adulti infatti sono molto più frequenti le forme acute. L’HBV ha le stesse vie di trasmissione dell’HIV. Ci si può infettare con l’HBV per contatto diretto con sangue e derivati del sangue infetto, attraverso l’uso di aghi, siringhe e strumenti chirurgici o estetici contaminati o nei trapianti di organi infetti. Un’altra via di trasmissione passa per l’uso di strumenti come rasoi e forbici, spazzolini da denti. La trasmissione sessuale rappresenta la maggior via di trasmissione nei Paesi a bassa diffusione, come Europa e Stati Uniti. Negli anni ’80 gli omosessuali avevano un rischio particolarmente alto (circa il 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi), oggi sono a rischio soprattutto i rapporti eterosessuali senza profilattico. L’uso del preservativo, come per HIV, impedisce il trasmettersi dell’infezione. I figli di madri infette con elevati livelli di replicazione virale hanno un rischio altissimo (70-90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) di infezione alla nascita, in assenza di prevenzione. Il lavoro in strutture sanitarie, le trasfusioni, la dialisi, l’agopuntura, i tatuaggi, i viaggi all’estero con comportamenti a rischio, interventi odontoiatrici in condizioni di scarso controllo e igiene sono tutti fattori di rischio. Esistono 3 strategie principali per prevenire l’infezione da HBV. Innanzitutto, evitare comportamenti rischiosi; chi ha rapporti sessuali a rischio, deve usare sempre il profilattico; i tossicodipendenti devono usare siringhe monouso; la somministrazione di immunoglobuline, cioè di anticorpi specifici contro il virus dell’epatite, è la seconda arma contro il virus, da utilizzare in situazioni specifiche, come dopo la puntura di aghi; infine, il vaccino con gli anticorpi di protezione che si sviluppano nel 95{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei soggetti. Oggi in Italia la vaccinazione è obbligatoria dal 1991 per tutti i neonati dal primo anno di vita e per tutti gli adolescenti di 12 anni. (2007)
Sessualità e psicoanalisi
La sessualità per la psicoanalisi è stata fina dall’inizio un argomento-chiave, in quanto sintomo del disagio della civiltà. I Tre saggi sulla teoria sessuale (1905) sono considerati il lavoro più importante di Sigmund Freud dopo “L’interpretazione dei sogni”, In quest’opera il grande psicologo scrive a proposito della sessualità umana: “Il fatto che esistono dei bisogni sessuali negli esseri umani e negli animali è spiegato in biologia con l’assunzione di un “istinto sessuale”, per analogia con l’istinto di nutrizione…. L’opinione comune ha delle idee ben definite sulla natura e sui caratteri di questo istinto sessuale…… Si è generalmente convenuto che sia assente nell’infanzia, che si formi al momento della pubertà…che il suo scopo sarebbe l’unione sessuale……Noi abbiamo ragione di credere, tuttavia, che questo modo di vedere le cose dà una rappresentazione molto lontana dal vero di quella che sia la reale situazione… Nel corso della nostra indagine abbiamo cominciato con l’esagerare la distinzione tra la vita sessuale infantile e quella matura, ora possiamo vedere che non solo le deviazioni dalla vita sessuale normale ma anche la forma normale stessa è determinata dalle manifestazioni infantili della sessualità.”. Secondo Freud esisterebbero diverse fasi di fasi dello sviluppo psico-sessuale, ciascuna caratterizzata dalla centralità di una parte del corpo nella ricerca del piacere; per Freud nella fase fallica del primo anno di vita si svilupperebbe l’invidia del pene da parte delle bambine; nella successiva fase di latenza – da 7 a 11 anni – il bisogno sessuale passerebbe in secondo piano e l’investimento principale dell’energia psichica si sposterebbe sulla scuola e sullo sport; la fase genitale dall’adolescenza è l’ultima fase dello sviluppo: i giovani ricercano il piacere con rapporti eterosessuali e l’appartato genitale diviene il centro delle sensazioni piacevoli. Per l’altro grande della psicoanalisi, Car Gustav Jung, la sessualità infantile è ancora rilevante, ma fenomeni come il poppare vengono ricondotti alla funzione biologica-nutritiva. Le tre fasi del ciclo vitale di Jung sono abbastanza diverse dal modello di Freud; Jung chiama la prima fase della vita (i primi anni) stadio pre-sessuale, essendo presenti esclusivamente fenomeni legati alla nutrizione e alla crescita; lo sviluppo della sessualità avviene per Jung nella seconda fase, prepubertà, seguita dallo stadio della maturità. Le teorie di Freud e Jung divergono molto anche sul concetto di libido (dal latino, desiderio). Per Freud la libido è l’aspetto psichico dell’istinto (pulsione) sessuale; per Jung, invece, la libido è un concetto più ampio costituito da diverse energie presenti sia nel bambino – dove provvede a funzioni non sessuali – sia nell’adulto. Erick Fromm fu seguace e critico di Freud. Disse che l’errore di Freud consisteva nel veder nell’amore solo l’espressione dell’istinto sessuale; al contrario, per Fromm, il desiderio sessuale era una manifestazione del bisogno d’amore e di fusione. Freud avrebbe ignorato l’aspetto psicobiologico della sessualità facilitato in ciò dal suo patriarcalismo, che lo avrebbe spinto a considerare il sesso come una caratteristica tipicamente maschile, ignorando che esiste la sessualità femminile e che le donne non sono “uomini evirati”. Nel successivo sviluppo della psicoanalisi bisognava trasportare le intuizioni di Freud dalla dimensione psicologica a quella biologica ed esistenziale. Per Fromm ciò che caratterizza l’uomo è il fatto di essere emerso dal regno animale, dove l’equivalente dell’amore non è che puro istinto. L’uomo, dunque, sarebbe cosciente di sé stesso come entità separata, del fatto che “è nato senza volerlo e che morirà allo stesso modo, così come morirà prima o dopo di quelli che lui ama” (L’arte di amare,, 1956); il senso di solitudine e di impotenza di fronte alle forze della natura e della società gli renderebbero insopportabile l’esistenza; questa solitudine cosmica sarebbe per Fromm l’origine di ogni ansia; l’amore, pertanto, appare a Fromm come il bisogno umano di superare l’isolamento e la solitudine. (4-2004) (nella foto H. D. Hamilton Antonio Canova nel suo studio)
Crescita o decrescita
Serge Latouche è un antropologo dell’economia, che da molti anni si batte per un cambiamento mondiale nel segno di quella che lui definisce la decrescita, ossia un modello di società basata sulla qualità della vita, piuttosto che sulla quantità di produzione di beni e merci. Per Latouche è inutilizzabile non solo il termine crescita, ma anche il termine sviluppo, sostenibile o meno. “Fin dalla sua origine, negli anni settanta, il concetto di sviluppo sostenibile è stato una mistificazione, perché si sapeva molto bene che tutto ciò che generava i problemi ambientali era lo sviluppo che si basa sulla crescita illimitata, la cui logica è quella di produrre e consumare sempre di più. Ciò evidentemente, a lungo andare, non è sostenibile. L’idea di sviluppo sostenibile serve per affermare che si sta facendo qualcosa di diverso mentre si continua a fare la stessa cosa”. “La scommessa della decrescita – continua Latouche – è che l’umanità possa fare una rivoluzione culturale, uscire dalla società di crescita, di de-globalizzarsi e ritrovare il locale, di uscire dal capitalismo e quindi dall’accumulazione illimitata”. Per fare questo passo serve la consapevolezza che tutti vivremmo meglio se vivessimo in un altro modo; riaffiora il ricordo della grande lezione di Ivan Illich che diceva “lavorare di meno per vivere meglio”, invece di “lavorare di più per guadagnare di più”. Secondo Latouche lavorando meno si produrrebbe meno, ma si distruggerebbe meno il pianeta; ci sarebbe più tempo per godere della vita, per ritrovare il senso della vita: meno ricchezze in termini di prodotto interno lordo ma più ricchezze in termini di vita, di ricerca del piacere e della felicità. Consumare meglio è possibile: l’economia attuale sembra richiedere cittadini che siano tossicodipendenti di consumismo, essendo fondata sull’idea dell’accumulazione illimitata e del consumo illimitato. Quindi, decrescita per Latouche significa uscire dall’imperialismo dell’economia, dall’economicizzazione del mondo. Nell’utopia della decrescita, utopia del tutto realizzabile per l’antropologo francese, si dovrebbe essere tutti un po’ contadini, ma bisognerebbe anche ripensare le città, diventate ormai dei mostri. Reinventare la città perché sono il luogo della cittadinanza e, allo stesso tempo, reinventare la campagna. Se serve un modello storico, Latouche dice che ci si potrebbe rifare all’antico modello italiano dei comuni. (2007)
Chimica e salute: Seveso e Massa
Il 10 luglio del 1976 a Seveso e in alcuni comuni vicini (Meda, Cesano Maderno) una nube tossica contenente elevate quantità di diossina contaminò una vasta area di territorio. Seveso è un piccolo comune della bassa Brianza, a 20 chilometri da Milano; in quegli anni contava 15.000 residenti e diversi stabilimenti industriali nei dintorni, tra i quali gli impianti chimici della società elvetica Icmesa (gruppo Givoudan-La Roche, quello dei farmaci), adibita alla produzione di triclorofenolo, componente di cosmetici e diserbanti. Per un improvviso innalzamento della temperatura, il sistema di sicurezza della fabbrica dell’Icmesa ruppe le guarnizioni e fece fuoriuscire una nube in cui si erano già prodotte diossine di tipo Tcdd, (2,3,7,8 tetraclorodibenzo-p-diossina), le più pericolose, classificata come carcinogeno di prima classe. Una buona parte dei residenti fu evacuata; le case vennero sgomberate e bonificate. Pur non essendovi nessuna vittima ufficiale, le diossine sprigionate dalla fabbrica hanno provocato nel tempo (tossicità cronica) pesanti effetti sulla salute: questi composti, infatti, non provocano danni biologici immediati (tossicità acuta), ma si sciolgono facilmente nei grassi, contaminando gli animali e persistendo su piante e smura delle abitazioni. In uno studio dell’Università di Milano (pubblicato su Plos Medicine) si è rilevato – ancora oggi a distanza di 40 anni dall’incidente – un rischio maggiore di cancro al seno e di tumori linfatici e del sangue per le donne che abitano nella zona a più alta contaminazione. Giulio Maccacaro fece il primo numero della nuova serie di Sapere (nella foto) su Seveso; la rivista si apriva con queste parole “Seveso, un crimine di pace. Data: 10 luglio 1976; luogo: Seveso e altri comuni della Brianza; colpevole: Icmesa di Meda; mandante: Hoffmann-La Roche di Basilea; complici: governanti e amministratori italiani di vario livello (centrale, regionale, locale); arma: organizzazione scientifica di produzioni tossiche; reato: lesioni e danni di varia natura e gravità; vittime: lavoratori, popolazione, ambiente”. Seveso è stato il primo grande disastro ambientale che ha ricevuto attenzione media; dopo Seveso è entrata in vigore la direttiva europea 96/82/CE, che impone il censimento di tutti i siti industriali ad alto rischio. La zona industriale apuana, nella provincia di Massa Carrara, comprendeva fino alla seconda metà degli anni ottanta un importante polo chimico, con gli stabilimenti Farmoplant-Montedison, Rumianca, Anic-Agricoltura, Sialga e altre aziende. Una lunga serie di incidenti – iniziati a metà anni 70 e culminati nel luglio 1988 con due esplosioni nello stabilimento Farmoplant – hanno portato al progressivo smantellamento di tutta l’area industriale chimica. La Farmoplant era stata da tempo messa sotto accusa – da Medicina Democratica e dall’Assemblea Permanente dei Cittadini – per la serie di incidenti che si erano succeduti dal 1976: esplosioni, incendi, infortuni mortali, inquinamento della falda freatica, perdita di sostanze tossiche e conseguente spargimento di sostanze maleodoranti. Nell’ottobre del 1987, un referendum tra gli abitanti di Massa era finalmente riuscito ad ottenere la chiusura dello stabilimento, posto a pochi chilometri dal centro città e vicinissimo ad Avenza e Marina di Carrara. Una sentenza successiva del Tar, tuttavia, aveva permesso la riapertura dell’impianto, poiché in seguito ad alcune modifiche apportate l’azienda si poteva considerare “affidabile e sicura, nonché a basso rischio di inquinamento”. La mattina del 17 luglio 1988, alle 6.15, alla Farmoplant scoppiò una cisterna di 40 metri cubi contenente Rogor – pesticida usato su olivi, ortaggi, cereali, agrumi e fragole – e cicloesanone (un solvente), entrambi altamente tossici. L’incendio fu spento dopo alcune ore, ma una gigantesca nube nera si alzò in cielo. Circa 50.000 persone, tra villeggianti e residenti, in piena stagione turistica, scapparono cercando rifugio verso le Alpi Apuane. Nonostante le centinaia di intossicati, per 30 ore non venne dato un allarme ufficiale e la popolazione non fu informata della gravità dell’incidente. L’incidente diede la misura dell’effettiva pericolosità dell’impianto, che fu finalmente chiuso e dismesso. L’impatto del polo chimico apuano sulla salute dei cittadini delle zone limitrofe agli stabilimenti emerge da diversi dati epidemiologici: rispetto alla media toscana i residenti di Massa e Carrara hanno indici di maggior mortalità maschile rispettivamente del 53{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} e del 69{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} per i tumori al fegato, del 64{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} e del 52{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} per i tumori della laringe, del 131{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} per il tumore della pleura (studio Ifc-Cnr di Pisa). Come denunciarono allora la rivista Sapere e Medicina Democratica, Seveso e Massa sono stati due esempi di organizzazione scientifica di produzioni tossiche. Gli operai degli stabilimenti che vivevano con le loro famiglie nei pressi delle fabbriche sono stati vittime tre volte: come lavoratori, come popolazione e come ambiente. (2007)
Sessualità nei Primati
Conoscere la sessualità nei Primati, l’ordine di Mammiferi di cui facciamo parte, ci può aiutare a comprendere l’atipicità della sessualità umana. Nella nostra specie alcune caratteristiche sembrano uniche; una di queste è sicuramente la capacità di progettare strumenti – usare strumenti è invece comune a molti Primati – l’altra sembra essere un’attività sessuale molto intensa. Tra gli altri Primati manca la fase del corteggiamento, non si formano coppie durature e prima dell’accoppiamento i “preliminari” sono velocissimi. Il coito è brevissimo (nei babbuini pochi secondi) e le femmine probabilmente non provano alcun tipo di orgasmo. Il periodo di ricettività delle femmine della maggior parte dei Mammiferi è, inoltre, limitato al periodo dell’ovulazione; negli altri Primati si allunga ma, comunque, è molto limitato rispetto alla nostra specie. In Homo Sapiens l’accoppiamento è fortemente ridotto solo immediatamente prima e dopo il parto. Nelle altre scimmie le femmine sono recettive circa una settimana al mese e l’attività sessuale si interrompe del tutto quando sono incinte o allattano. Il grande numero di rapporti sessuali tra umani non serve ovviamente ad aumentare la prole – la maggior parte dei rapporti si svolge infatti in periodi di infertilità – ma, diversamente da quanto avviene negli altri animali, potrebbe avere la funzione di consolidare il legame di coppia; anche quando la donna non ha più il suo ciclo mestruale– ovvero, quando è incinta – si hanno comunque rapporti: probabilmente perché in un sistema monogamico sarebbe pericoloso frustrare il maschio per periodi troppo lunghi. La ripetuta consumazione dell’atto sessuale appare, pertanto, come una sana tendenza evolutiva, profondamente radicata su basi biologiche. Nell’evoluzione della nostra sessualità, inoltre, giocano un ruolo fondamentale alcuni segnali sessuali. La nostra specie possiede la muscolatura facciale migliore e più complessa dei Primati, siamo gli unici ad avere i lobi delle orecchie, il naso sporgente e le labbra sporgenti verso l’esterno. Lo sviluppo di seni sporgenti nelle nostre femmine sembra un altro esempio di segnalazione sessuale. La tipica posizione dell’accoppiamento tra Primati vede il maschio dietro alla femmina, senza contatti frontali. Nella nostra specie si ha una prolungata attività faccia a faccia prima dei rapporti sessuali e questi sono soprattutto un manifestazione frontale. Quasi tutti i segnali sessuali e le zone erotogene si trovano nella parte frontale del corpo: le espressioni del viso, le labbra, la barba, il seno. L’avvicinamento frontale implica che il comportamento sessuale sia strettamente legato ai segni di identità. Oltre ai fondamentali segnali visivi, esistono stimoli olfattivi importanti dal punto di vista sessuale. Con la pubertà si ha un notevole cambiamento per le preferenze dei diversi odori. Prima si tende verso gli odori dolci, dal gusto di frutta, poi si vira verso odori floreali, oleosi, muschiati. L’uomo possiede ghiandole odorifere di piccole dimensioni – dette apocrine – simili alle ghiandole sudorifere; si trovano in molte parti del corpo ma sono concentrate nelle zone delle ascelle e dei genitali. I ciuffi di peli localizzati che crescono in queste zone servono come centri di raccolta di odore, un’attività che aumenta durante l’eccitazione sessuale. La concentrazione di odore nella zona ascellare è caratteristica della nostra specie ed è legato alla generale tendenza umana ai rapporti frontali. Nella nostra società è diffusa, per ragioni esclusivamente culturali, la pratica di una generale deodorazione del corpo che viene lavato e sottoposto a bagni spesso più frequenti di quanto vorrebbero normali esigenze di igiene. Gli odori del corpo nella nostra società sono praticamente eliminati, lasciando alla sfera visiva la maggior parte dei segnali sessuali di avvicinamento e corteggiamento. (nella foto Darwin e amici di Stephen Nash) (2007)