Altre forme di adattamento ad ambienti energetici inadeguati agiscono sulla riduzione del metabolismo basale attraverso fenomeni chi si avvalgono dei meccanismi che regolano la termogenesi (azione calorigena della catecolamine, effetto termogenetico degli ormoni tiroidei T3 e T4, azione dell’ormone dell’accrescimento dell’insulina, mantenimento corretto dell’equilibrio tra insulina e glucagone). Alla luce di queste considerazioni, dobbiamo allora domandarci se lo stato di disagio biologico a cui incontestabilmente queste popolazioni sono sottoposte dipenda veramente da una condizione di malnutrizione primaria. Se, infatti, consideriamo la media generale delle quattro variabili costituite dagli apporti energetici e proteici e dai loro tassi di copertura, vediamo che essa nelle 870 famiglie beninesi esaminate si attesta su valori che sono mediamente sufficienti: 2.062 kcal al giorno per individuo con quasi il 98{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di copertura media dei bisogni energetici; 57,3 g di proteine al giorno per individuo con il 126{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di copertura media dei bisogni proteici. Possiamo allora chiederci se queste condizioni siano sufficienti ad esporre la popolazione al rischio di malnutrizione primaria. In effetti questa possibilità esiste, ma l’associazione che si registra tra apporti energetici e Indice di Massa Corporeo (IMC o BMI, peso in kg diviso il quadrato dell’altezza in metri) degli adulti è molto leggera, ai limiti della significatività, e lo stesso si può dire se si confrontano gli apporti proteici con l’IMC. Dove sono, allora, le cause della malnutrizione? Non è possibile dare risposte del tutto soddisfacenti a questa domanda poiché le cause della malnutrizione si trovano nel contesto ecologico e socio-economico in cui vive l’individuo. Possiamo, però, sottolineare almeno due fattori che influiscono sulla variabilità degli apporti energetici e proteici e che possono, quindi, essere elementi che partecipano alla condizione di malnutrizione. Il primo fattore è la disponibilità di terreni coltivati che – associato ai livelli di autoconsumo – influenza in modo significativo gli apporti e le percentuali di copertura dei bisogni energetici. Il secondo fattore riguarda le dimensioni e la composizione della famiglia – con un accento particolare all’indice consumatori/produttori – che influenza sia gli apporti energetici sia gli apporti e le percentuali di copertura dei bisogni proteici. Considerando l’insieme delle famiglie rurali esaminate, la situazione che espone maggiormente al rischio di malnutrizione le popolazioni rurali del Benin può essere così riassunta: le famiglie di grandi dimensioni e con un elevato rapporto tra consumatori e produttori hanno in genere scarsa disponibilità individuale di terra e minori livelli di autoconsumo; tutto ciò favorisce un minore apporto di energia e di proteine nella dieta e, quindi, una peggiore copertura dei bisogni energetici e proteici. Le nostre valutazioni sui risultati dello studio di monitoraggio alimentare e nutrizionale nelle popolazioni rurali del Benin possono quindi concludersi con un invito a valutare i dati finali concernenti il rischio di malnutrizione sotto due diverse angolature: 1) in termini strettamente biologici, ovvero considerando tutti i dati riportati nelle conclusioni all’interno di un’ipotesi di adattamento ambientale della popolazione nei confronti dell’ambiente alimentare (M. Cresta) ; 2) in termini di “strategia dello sviluppo”, ovvero leggendo questi stessi risultati come ennesimo drammatico segnale della necessita per il Benin – e per tutti gli altri Paesi in condizioni compatibili – di uno sviluppo integrato di economia e sanità, di società e cultura in quanto lo sviluppo umano deve essere il fine, la crescita economica essendo solo un mezzo.(1997)
Ecologia umana in Benin
Da diversi anni – nell’ambito dell’ecologia umana – i biologi hanno iniziato ad affrontare il problema delle strategie adattative dell’uomo rispetto alle variazioni degli apporti alimentari, in particolare di quelli energetici. Si tratta di definire le modalità per le quali l’uomo – e gli animali adulti in genere – riesce a mantenere costante il suo peso e la sua composizione corporea nonostante apporti energetici non costanti (dal 16 al 25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), e spese energetiche assai variabili (dal 10 al 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), elementi che, in alcuni casi, indicherebbero una condizione di malnutrizione. Il fatto che il peso risulti comunque costante – almeno fino a quando non si verificano situazioni di profondo squilibrio tra apporti e spese energetiche – sembra implicare l’esistenza di un processo di autoregolazione del peso, grazie al quale eventuali eccessi o deficit energetici temporanei non vanno ad incidere sul peso e sulla composizione corporea. Un dato costante delle varie inchieste che si sono svolte sulla popolazione del Benin – piccolo Paese dell’Africa occidentale – è stato il forte sottopeso in rapporto alla statura dei bambini al di sotto dei 12 anni ed i ritardi della statura in rapporto all’età. La variabilità del peso non è mai, comunque, apparsa legata alle disponibilità economiche ed alimentari delle famiglie cui appartenevano i bambini – come conferma anche l’ultimo studio compiuto da Massimo Cresta et al. (1994). D’altra parte, in una popolazione come quella beninese che lavora, che si riproduce (anche in abbondanza) e che, pertanto, presenterebbe una fitness biologica buona è presente un sottopeso generalizzato. Sembra, quindi, ragionevole ipotizzare che le “anomalie” antropometriche rilevate nei bambini e negli adulti non siano determinate soltanto da insufficienze energetiche ma siano favoriti e mantenute anche da altri fattori, tra cui i sistemi di adattamento ad un ambiente con scarse risorse energetiche (Sukhatme e Margen, 1982; Cresta, 1985). Quando le entrate superano i bisogni, intervengono adattamenti che fanno ricorso in larga parte alla termogenesi alimentare, ossia ad un’extra-produzione di calorie in seguito all’ingestione di cibo. Con questo meccanismo l’organismo tende a regolare l’omeostasi energetica in modo che apporti che superino i bisogni non siano immagazzinati sotto forma di grasso ma siano utilizzati sotto forma di un cosiddetto consumo di lusso raggiungendo in tal modo il mantenimento delle condizioni di equilibrio del peso corporeo rispetto alla variabilità per eccesso degli apporti energetici. Quando, invece, la dieta non copre i fabbisogni energetici – come potrebbe trattarsi nel caso del Benin, oggetto del nostro studio – vi sono tre meccanismi a cui è possibile fare ricorso (Waterlow, 1986): la riduzione della massa attiva, la riduzione del metabolismo basale, l’aumento dell’efficienza metabolica nei riguardi dell’energia assunta con gli alimenti. Per quanto riguarda il primo meccanismo, esso porterebbe un vantaggio agli individui di piccola massa corporea in quanto, con una ridotta dimensione della massa, diminuisce anche il metabolismo basale che rappresenta il 50-60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del bisogno energetico giornaliero in condizioni di riposo. Da questa considerazione si comprende come non sia priva di giustificazione biologica una eventuale strategia a livello delle popolazioni con scarse disponibilità alimentari che rallenti l’accrescimento degli individui in età evolutiva, migliorando in tal modo l’equilibrio tra bisogni energetici espressi dalla massa corporea totale delle popolazioni e ambiente alimentare. In Perù (Frisancho et al. 1973) si è potuto evidenziare che nelle famiglie di basso livello socio-economico i bambini nati da genitori con piccole dimensioni corporee hanno anche una maggiore probabilità di sopravvivere rispetto a quelli nati da genitori con dimensioni corporee maggiori. Alle stesse conclusioni sono pervenuti Balam e Gurri (1994) in uno studio effettuato in Messico nel quale hanno potuto dimostrare come i bambini di statura più elevata risultino più esposti al rischio di malnutrizione di quanto non lo siano i loro coetanei di piccola statura. (1997, segue)
Un’altra Cerveteri è possibile
Certe volte la democrazia è come quelle piante che riescono a vivere nel deserto, o come quegli animali strani che trovano di che nutrirsi sopra i ghiacciai. Cerveteri, poco più di 30.00 abitanti, è davvero un ambiente ostile, per la partecipazione dei cittadini. Non lo è certo, invece, dal punto di vista delle ricchezze del suo territorio, che vanta un’agricoltura di qualità, e che potrebbe arricchirsi delle vestigia etrusche disseminate ovunque, del mare, delle bellissime colline. Ma l’immobilità del potere, che si è riprodotto sempre uguale negli anni, ha reso questa ricchezza solo un grande rimpianto: ciò che avrebbe potuto essere e non è. Le elezioni, si dice, servono a poco, e qui di sicuro sarà così. Ma a qualcosa invece sono utili: basta scorrere l’elenco delle liste e dei candidati, perché la “maledizione di Cerveteri” emerga evidente. Si contano 23 liste. Per la maggioranza sono liste civiche. Diciassette sostengono candidati di destra o di centrodestra, e già questo la dice lunga. Infine, fiore nella giungla, c’è la lista che si chiama Un’altra Cerveteri è possibile, che è nata dall’incontro tra il Cerveteri social forum, Rifondazione e tanti singoli. Il primo passo è stata una lettera aperta ai cittadini, scritta da Daniele Segnini, che diceva: “Siamo per la pace. Siamo contro questa e tutte le altre guerre che verranno. Ma siamo soprattutto contro tutto ciò che causa e alimenta le guerre e le ingiustizie. Siamo per la solidarietà. Siamo contro la povertà, le disuguaglianze, le discriminazioni, il razzismo.Siamo per la sostenibilità. Siamo contro la distruzione delle risorse ambientali e culturali da cui dipende la nostra vita. Siamo persone di sinistra che da anni lavorano nel territorio e nelle associazioni per difendere l’ambiente, promuovere cultura , sport, partecipazione e diritti. Siamo cittadini di Cerveteri, Marina di Cerveteri, Valcanneto, Due Casette, Sasso, Ceri, I Terzi e Borgo San Martino esasperati per la cronica carenza o assenza di servizi fondamentali. Siamo genitori che vogliono “un’altra Cerveteri” per i propri figli. Siamo medici, operai, artigiani, insegnanti, studenti, liberi professionisti, casalinghe, persone di buona volontà. Siamo un pezzo di società che non sopporta più che una città con oltre 30.000 abitanti, sia priva di cinema, teatro, libreria, spazi pubblici per fare sport, musica e cultura. Siamo contro tutte quelle forze politiche, economiche e sociali di Cerveteri che per l’ennesima volta propongono il solito voto per non cambiare nulla. Siamo per il cambiamento. Alcuni di noi partecipano alla lista “Cerveteri social forum”; tutti, però, continueremo ad incontrarci per estendere l’associazione, per ampliare la rete di rapporti e sviluppare dibattiti ed attività per: la salvaguardia dell’ambiente, i giovani, la cultura, l’occupazione, i servizi sociali. Perché tutti crediamo che un mondo diverso sia possibile.” A Cerveteri l’unico cinema che esiste è delle suore; niente teatro, né librerie, nessuno spazio pubblico per fare musica, cultura, sport. Coloro che hanno dato vita alla lista Un’altra Ceveteri è possibile è proprio questo che hanno fatto, nei loro anni lontani dalla politica: associazioni piene di vita, di incontri, di corsi a prezzi popolari, reti sociali, luoghi che difendono la cultura del territorio. E poi, soprattutto, sono stati con il fiato sul collo degli amministratori. È grazie a un loro esposto che le varianti al Piano regolatore sono state bloccate, e giacciono agonizzanti alla Regione Lazio. Già, è forse questo il nodo, il grande piatto a cui nessuno vuole rinunciare, e che spiega il balletto degli ex sindaci ed ex consiglieri che si inventano alleanze e liste civiche per non mollare le poltrone, così come spiega la violenza delle faide interne nei partiti e nelle coalizioni cittadine: il cemento. (Rosa Mordenti, Carta 4-2007) (nela foto il Sarcofago degli sposi, capolavoro dell’arte etrusca del 520 a.C.)
Importanza dello sport
L’importanza dello sport è spesso sottovalutata, soprattutto se si pensa che si tratta di un’attività umana che riguarda almeno quattro importanti dimensioni: salute, educazione, socialità, qualità della vita. Lo sport di base e l’attività fisica, pertanto, dovrebbero costituire un diritto fondamentale di tutti i cittadini. Naturalmente, non ci si riferisce qui allo “sport di prestazione”, basato su competizione ed “etica del risultato”, quanto piuttosto ad attività insieme legate al gioco, al corpo ed alla mente; attività in grado di valorizzare le diverse capacità, le diverse motivazioni, le differenze di età e di sesso, il diverso modo in cui tutti possono incontrarsi, integrarsi, conoscersi. Come sostiene Luigi Cancrini, fare prevenzione con lo sport dovrebbe significare soprattutto far rispettare il diritto allo sport e all’attività motoria per quella parte di popolazione giovanile che attualmente ne è esclusa. Far prevenzione significa, inoltre, metter in discussione il “dogma centrale” di molti allenatori e istruttori sportivi: selezionare già da piccoli i futuri atleti per indirizzarli ad una pratica sportiva fatta soprattutto di agonismo. Alla luce delle straordinarie possibilità dello sport nell’età evolutiva, sembra, inoltre, urgente, attivare politiche sociali che garantiscano a tutta la popolazione giovanile l’accesso ad una pratica sportiva che metta insieme gioco e avventura, incertezza del risultato ed impegni compatibili con le attività quotidiane (forse l’unico modo serio per poter parlare di sport come prevenzione ai comportamenti d’abuso). Con allenatori motivati e preparati si potrebbe finalmente costruire uno “sport per tutti”, un modello di gioco sportivo centrato sull’individuo e non sulla prestazione, centrato sulla predisposizione biologica al movimento e non sull’esasperazione tecnica e tecnologica dell’atleta. Uno sport per tutti che diventi anche uno sport per ognuno, ovvero uno sport adatto e accessibile – anche e soprattutto in termini di tempi e costi – alle reali possibilità dei bambini e degli adolescenti, di chi lavora e di chi ha smesso, di chi se lo può permettere e di chi non ha abbastanza risorse. (4-2007)
Scienza semplice (manifesto)
“L’uomo e la donna moderni non sono più certi di dove sia “scritta” la filosofia, ma quel che è certo è che nuovi e immensi libri continuamente stanno aperti innanzi ai loro occhi (noi diciamo Internet). L’infinita biblioteca di Babele on-line, oltre a fornire una perfetta metafora del caos culturale che ci sostiene e travolge, apre infatti nuove ed entusiasmanti opportunità: le sterminate banche-dati in rete della biologia (e non solo), offrono a tutti la possibilità di avere a disposizione a costo zero “sensate esperienze”, e cioè i risultati di esperimenti effettuati in laboratori sparsi nel mondo. Qualsiasi ricercatore dotato di un decente personal computer ed un collegamento ad internet può scaricare nel proprio computer e analizzare grandi basi di dati che riguardano polimeri biologici, interazioni tra proteine, profili di espressione genica e segnali fisiologici provenienti da esperimenti su batteri, piante, topi, cellule umane, ma anche dati finanziari, mappe metereologiche, rilevamenti sismici, il traffico mondiale su internet o sulle reti di distribuzione elettrica. Se il ricercatore ha sufficiente fantasia ed ingegno da riuscire, con un accurato uso di modelli e metodologie di analisi dei dati, ad individuare e interpretare regolarità e relazioni tra proprietà fino ad allora considerate indipendenti, può fare dell’ottima scienza. Le riviste scientifiche sono piene di queste applicazioni che ormai rappresentano la punta di diamante della scienza moderna. Questo significa che l’estro individuale può contare immensamente di più delle “grandi cordate” e dei grandi finanziamenti. Il nuovo scenario appena descritto apre la strada all’affermazione, accanto alla scienza “istituzionale”, di una scienza nuova: la scienza semplice. La disponibilità diffusa e a costo zero di dati sperimentali apre quindi la possibilità di una scienza di e per tutti, cioè distribuita, collaborativa, democratica, libera, povera, non soggetta a gerarchie, né ad elite. Anche le metodologie di analisi e interpretazione potranno essere totalmente libere e proposte alla libera convinzione del “pubblico” nel senso più esteso possibile di questo termine e cioè di tutti. La scienza siamo noi, nessuno si senta escluso. Chiameremo questa nuovo modo di conoscere, cioè questa scienza nuova, “scienza semplice”, intendendo con questo termine più la descrizione volutamente vaga e imprecisa di un atteggiamento umano che una metodologia ben definita e univoca. E’ comunque possibile riconoscere lo scienziato semplice da alcune sue caratteristiche: lo scienziato semplice riconosce un altro scienziato semplice dal semplice fatto che si capiscono. Oggi cominciano a intravedere uno scenario in cui fisici collaboreranno con neurofisiologi, psicologi con informatici, matematici con biologi… L’eclettismo sarà più una necessità che una caratteristica, non più il privilegio di alcuni menti “geniali” ed eccentriche, ma la più semplice normalità e spontaneità di uomini e donne alla ricerca di “saperi” non esoterici e assoluti, ma condivisibili e relativi, locali e temporanei. La scienza semplice è un’impresa collettiva, distribuita e la comunicazione fra scienziati semplici è un’esigenza spontanea e vitale, come la respirazione per un essere vivente. La scienza semplice facilita la comunicazione fra esseri umani mediante dispute accese in cui non ci siano né vincitori né vinti, semplicemente perchè essi non credono che nelle scienze esistano “verità ultime” ma “verità condivise”. La scienza semplice e’ un’attività artigianale e gli scienziati semplici somigliano molto di più ai pittori di un tempo o ai falegnami che ai filosofi. Quando osserviamo un vecchio aratro di legno, l’armamento di una vecchia barca a vela, un telaio, o qualsiasi altro manufatto artigianale fatto con cuore e sapienza, anche se ormai non è più in uso o è sorpassato da nuovi e più aggiornati strumenti, è ugualmente pieno di senso. Lo stesso discorso vale per la scienza semplice: quando la nostra scienza semplice sarà sorpassata ed i nostri contenuti vecchi, fuori moda, ugualmente il nostro lavoro continuerà a trasmettere il suo “senso” aldilà dell’uso immediato, come una poesia o un timone di legno. Questo “senso” proviene dalla possibilità di individuare nel pezzo di scienza il personale apporto dell’artigiano nella soluzione dei problemi, il suo stile peculiare nel sistemare le argomentazioni, i suoi “trucchi” per fare emergere la linea di pensiero, il particolare uso delle metodologie di analisi e d’interpretazione. Lo scienziato semplice possiede il gusto della conoscenza per la conoscenza e considera la sua attività un modo per creare, favorire e mediare relazioni umane attraverso la forza della “connessione”. A ben guardare, non c’è ragione alcuna per cui un astronomo abbia più possibilità di indagare i misteri fondamentali della vita di un meteorologo o di un ecologo e viceversa”. Marcello Cini, Enrico Alleva, Alessandro Giuliani, Carlo Modonesi e molti altri ricercatori, scienziati e appassionati di scienza (nella foto Ritratto di Luca Pacioli con un allievo di Jacopo de’ Barbari, 1495) (4-2005)
Crimini di pace a Massa
Crimini di pace a Massa è un articolo che ho scritto nel 1980 per contestare la falsa alternativa tra salute e occupazione che veniva posta dalla Montedison. Il titolo si isipira a quello di 4 anni prima della rivista Sapere (Seveso, un crimine di pace, nov. dic 1976) sul disastro ambientale di Seveso. “Non è facile parlare della Montedison di Massa. Non è facile, soprattutto, parlarne in termini politici. E’ più facile parlare di Marghera e Castellanza. Anche lì c’è una Montedison, anche lì c’è una fabbrica che inquina e attenta alla salute dei lavoratori e della popolazione. Anche lì una direzione cerca di imporre l’alternativa salute-lavoro. Ma a Marghera e Castellanza la soggettività operaia trova i canali per esprimersi, trova la capacità di imporre la sua egemonia. Il nuovo modo di fare scienza diventa anche nuovo modo di fare politica. Gli operai denunciano la nuova strategia aziendale del colosso chimico. Taglio drastico della manutenzione, progettazione criminale degli impianti: la strategia delle stragi programmate. Giapponesi e americani producono isocianati senza impiegare fosgene, addirittura riducendo i consumi di energia e i costi di produzione. A Marghera e Brindisi, invece, per le stesse produzioni la divisione internazionale del lavoro esige l’uso del fosgene, gas micidiale (a Massa un discorso analogo si potrebbe fare per la produzione dell’erbicida drepamon). L’irrazionalità di fondo dello sviluppo capitalistico si manifesta sempre più spesso come razionalità criminale: le stragi programmate, come dicevamo. Ma a Marghera lo schema “informazione-conoscenza-coscienza politica-lotta-trasformazione” funziona ancora. Mentre si fanno processi pubblici alla Montedison (aprile 1979), partono iniziative e programmi di lotta con proposte concrete di alternative tecnologiche e produttive, elementi di coagulazione e crescita politica per tutti, dentro e fuori la Montedison. Lo stesso non accade a Massa dove le due soggettività, quella operaia e quella popolare, si manifestano su registri diversi e conflittuali, spesso irriducibili. Eppure esperienze passate – alcune neanche troppo lontane – dovrebbero suggerire l’inevitabile esito cui sono destinate situazioni di questo tipo. Si finirà di favorire quei tentativi di risucchio politico del problema in cui da tempo (sia pure da posizioni diverse) direzione Montedison ed enti locali sono impegnati. Se ciò vuole essere evitato, non esistono alternative credibili alla costruzione immediata di un movimento di lotta unitario. Ai cittadini riuniti nell’Assemblea Permanente va ripetuto che la parola d’ordine “chiusura pura e semplice” alla lunga non gestirà niente né come informazione né come agibilità politica. Gli operai e il sindacato da parte loro devono, invece, esprimersi – una volta per tutte – per la chiusura delle produzioni di morte, ovvero per l’abolizione di tutte le produzioni nocive, tossiche e pericolose – una o cento che siano – e la loro riconversione a lavorazioni prive di rischio per operai e popolazione. Obiettivo primario, a Massa come a Castellanza, a Brindisi come a Marghera, resta un’informazione puntuale e diretta a tutta la popolazione sulle nocività e i rischi che stabilimenti di questo tipo comportano. E’ indispensabile, ad esempio, abrogare l’assurdo e, come si è visto, inefficace, “piano d’emergenza” (che incredibilmente delega la difesa della salute alla discrezionalità dell’inquinatore!) e sostituirlo con una mappa dei rischi, che informi sui pericoli e le nocività presenti nei cicli produttivi e nell’ambiente, da realizzare con la partecipazione diretta dei lavoratori e della popolazione. Informare correttamente, superare la frattura operai-popolazione: questi, dunque, i due nodi da sciogliere nell’intricata situazione di Massa. Noi crediamo che la cosa sia ancora possibile, pensiamo anzi che un importante passo in avanti in questa direzione sia già stato fatto avviando – su proposta di Medicina Democratica – la costituzione di un coordinamento di lotta per la salute promosso dai Consigli di Fabbrica della Montedison e delle altre aziende e aperto a tutti i contributi. Ogni possibile esito di questa vicenda è da oggi affidato a questo strumento, alla sue capacità di diventare centro di documentazione e di confronto, ma soprattutto alla sua capacità di gestire politicamente una realtà che vede in discussione il diritto al lavoro e il diritto alla salute di un’intera collettività”. (pubblicato sul bollettino di Medicina Democratica, 11/1980)
Sessualità umana e biologia
Se consideriamo la sessualità secondo lo standard delle circa 4300 specie di mammiferi attualmente conosciute, la nostra specie appare al biologo statunitense Jared Diamond “leggermente” in controtendenza, per almeno 6 caratteristiche: 1) la maggior parte delle popolazioni umane si impegna in rapporti di coppia a lungo termine; 2) le coppie così intese sono anche associazioni per l’allevamento in comune dei bambini; 3) le coppie umane non vivono solitarie in un proprio territorio, ma insieme ad altre coppie con cui cooperano; 4) i rapporti sessuali sono attività strettamente private, nel senso che non viene praticata in presenza di altri umani; 5) l’ovulazione delle femmine non è manifesta e quindi la maggior parte dei rapporti sessuali avviene in periodi di non fertilità,; 6) tutte le femmine della nostra specie dopo i 40-50 anni vanno incontro alla menopausa, ossia alla completa scomparsa della fecondità. Il sesso – spiega Diamond – biologicamente parlando, è un’attività costosa, per tutta una serie di motivi. Per prima cosa, produrre spermatozoi comporta una discreta spesa energetica; la sessualità, inoltre, è un’attività che ne esclude altre altrettanto basilari: se si fa sesso, ovviamente, non si può contemporaneamente cercare cibo. La sessualità è anche un’attività alquanto rischiosa: una coppia di animali che fa sesso si espone ad un possibile attacco a sorpresa da parte di un predatore o di un nemico. In genere il sesso fa bene a chi lo pratica, ma per gli individui anziani l’affaticamento legato al sesso può essere causa di malattie invalidanti o di morte; inoltre, le competizioni maschili per il possesso delle femmine in estro spesso comportano ferite o menomazioni ai contendenti ed alla femmine stesse. L’ultima osservazione di Diamond – ironica, ma fino a un certo punto – riguarda i rapporti extraconiugali, fonte di notevole pericolo per molte specie animali, compresa la nostra (nella foto La nascita di Venere di Sandro Botticelli, 1485). (2007)
Unicità della biologia
Il tedesco Ernst Mayr (1904 – 2005) è stato il più illustre biologo evoluzionista del Novecento, qualcuno l’ha definito “il Darwin del ventesimo secolo”. Nella sua ultima opera, insieme ad una critica spietata dei presupposti pseudoscientifici del razzismo, ha rivendicato l’unicità della biologia, unica condizione per un approccio rigorosamente scientifico al mondo del vivente. “La selezione naturale, considerata in senso stretto, non è affatto un processo di selezione, ma un processo di eliminazione e di riproduzione differenziale. In ogni generazione sono gli individui meno adatti a essere eliminati per primi, mentre coloro che risultano essersi adattati meglio possiedono maggior probabilità di sopravvivere e di riprodursi. Quella che definiamo selezione naturale è la forza trainante dell’evoluzione organica e rappresenta un processo assolutamente sconosciuto nel mondo inanimato“. “La biologia dell’evoluzione cerca di trovare le risposte ai “perché?” della storia e, solitamente, il ricorso alla sperimentazione è del tutto inadeguato per ottenere risposte a domande di tipo evolutivo. Non possiamo compiere alcun esperimento sull’estinzione dei dinosauri o sulle origini dell’uomo”. “Finora i filosofi hanno ignorato quasi completamente l’importanza del ruolo che le narrazioni hanno rivestito nelle scienze storiche. Infine, è importante sottolineare come, in biologia, il confronto costituisca probabilmente una metodologia addirittura più importante e più spesso applicata” . “Il riduzionismo rappresenta la filosofia professata dai fisicalisti. Riducete ogni cosa ai minimi termini: determinate le proprietà di tali parti e avrete spiegato il sistema nel suo complesso. Un sistema biologico, tuttavia, è caratterizzato da un numero così elevato di interazioni tra le parti – per esempio, tra i geni del genotipo – che pur se conoscessimo completamente le proprietà delle parti più piccole, ne ricaveremmo) per forza di cose, solamente una spiegazione parziale”. (da “L’unicità della biologia” di Ernst Mayr, 2004 Raffaello Cortina Editore)
Dipendenze e neuroscienze per Gian Luigi Gessa
Dipendenze e neuroscienze: ne parla Gian Luigi Gessa, Professore Emerito presso l’Università di Cagliari, dove è stato Professore Ordinario di Farmacologia dal 1970 e di Neuro-psicofarmacologia dal 1994. Gessa ha diretto diversi gruppi di ricerca su neuroscienze, farmacologia, depressione, alcolismo e tossicodipendenze. Le sue scoperte hanno portato all’identificazione di nuovi farmaci per il trattamento dell’alcolismo e dell’obesità. Nel 1993 ha fondato la rivista Medicina delle Tossicodipendenze. “Se i politici capissero di che parlano, non ci sarebbero tutti i malintesi che ci sono sulle droghe. Una conoscenza scientifica del problema avrebbe un’importanza enorme, e invece le logiche che si seguono sono del tutto diverse: ideologiche, emotive, moraliste”. “La scienza ha accertato che le tossicodipendenze sono una malattia cronica recidivante del cervello e vanno curate anche con i farmaci”. “Da scienziato, voglio almeno un paio di cose: che chi pratica il recupero – il prete o il guaritore di turno – sappia di che parla e mi metta in condizioni di misurare quello che fa. Non può venirmi a dire: io ho salvato la persona x, perché il suo è un atto nobilissimo che gli farà magari guadagnare il Paradiso, ma a me interessa il gregge e non solo la pecorella smarrita e redenta. Voglio sapere quanti ne salva, e come lo ha fatto, e che succede quando finalmente li fa uscire dalla comunità.” “La marijuana e l’hashish contengono una molecola dal nome impronunciabile, il tetra-idro-cannabinolo (THC), corrispettivo della nicotina per il tabacco. Questa molecola in genere procura un senso di euforia e dispercezioni. Senz’altro agisce sul cervello e ne altera la normale attività, ma non produce danni fisici: l’accanimento con cui da sempre si cerca di dimostrarne la tossicità non ha portato finora a nulla. In altre parole, un fumatore di marijuana che ne abbia fatto uso anche per decenni in modo costante e smetta all’improvviso non avrà pregiudicato la sua salute fisica né presenterà quella che si definisce una sindrome di astinenza“. “Ma dire questo non basta. Nei preadolescenti e negli adolescenti, direi soprattutto sotto i 15 anni, in una fase evolutiva del cervello, le droghe leggere causano seri deficit cognitivi: nell’apprendimento come nei processi della memoria”. “E nello sport è lo stesso, perché le droghe leggere creano più di una difficoltà al controllo motorio, ai movimenti complessi, all’abilità manuale. E c’è ancora qualcos’altro. E’ un dato scientificamente certo: chi comincia presto ad assumere droghe leggere, ne rimane agganciato, può diventare un fumatore abituale, da più volte al giorno”. “Quello che noi chiamiamo un addicted, dal latino addictum che vuol dire schiavo, un individuo il cui pensiero dominante è la droga. Anche il fumatore di nicotina è un addicted, però lo scopre solo quando i tabaccai sono in sciopero”. “Noi scienziati diciamo: in realtà non esiste dipendenza se non quella biologica: la dipendenza psicologica in realtà non sono che neuroni, famiglie di cellule nervose su cui si accaniscono le droghe, tutte le droghe, dalla marijuana all’eroina, dalla nicotina all’alcol”. “Questi neuroni non sono lì, nel nostro cervello, per aspettare droga. Sono lì come sensori di stimoli fondamentali per la sopravvivenza della specie: a questi neuroni “parlano” gli stimoli amorosi oppure il cibo come il cioccolato o anche la voglia di ammazzare, qualcosa che la nostra coscienza non riconosce. Con le droghe i questi neuroni diventano “maleducati”, abituati beatamente a stimoli artificiali imparano a eccitarsi solo quando vengono frustati dalle sostanze, altrimenti dormono”. “Chi fa uso di eroina ha anche fumato erba? Io dico di sì nel 99{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi, ma è come dire che il latte materno porta all’eroina, perché quelli che si bucano sono stati allattati dalla mamma. Solo 10 su 1000 fumatori “passeranno” alle droghe pesanti, anche perché il mercato nero non aiuta a tenere distinte le sostanze. E invece fumano in tanti e ci sono casi a rischio: alcuni hanno disturbi gravi, delle psicosi che le droghe leggere “slatentizzano”, fanno affiorare in modo a volte dirompente. Questo è un problema serio, ma senza invertire cause ed effetti. Non si diventa schizofrenici con la marijuana, ma alcuni fumatori fanno la brutta scoperta di esserlo” (dall’intervista di Luciana Sica a Gian Luigi Gessa, La Repubblica del 12-02-2002) (nella foto Un Café, l’Absinthe di Jean Béraud, 1909)
Qualche consiglio sulle scelte alimentari
Qualche consiglio sulle scelte alimentari è un documento datato, che risale al 1989 , l’anno in cui io e mia moglie – appena tornati dal Benin – abbiamo iniziato a occuparci del versante occidentale della malnutrizione, quello che portava – e continua a portare – a sovrappeso e obesità da un lato, malattie croniche dall’altro. Sotto forma di piccolo opuscolo veniva conseganto alle persone che avevano terminato il ciclo dietetico, nella speranza che potesse essere utile a mantenere i risultati raggiunti In generale, quando ci si riferisce al nostro rapporto con il cibo, alcune considerazioni dovrebbero risultare evidenti. Posto che le cause dell’obesità sono molteplici (genetiche, ormonali e metaboliche da un lato, psicologiche, nutrizionali e comportamentali dall’altro), l’attenzione dovrebbe essere focalizzata sulle nostre scelte alimentari, sulle nostre abitudini di vita e sul rapporto tra quanto “introduciamo” e quanto “spendiamo” in termini di energia. Le persone che riescono per due o tre mesi a seguire principi di “alimentazione attenta” e stili di vita meno sedentari in genere capiscono che non esistono ricette magiche per dimagrire: o introduciamo meno calorie mangiando di meno o aumentiamo la spesa energetica facendo regolarmente attività fisica. Tutte le statistiche in proposito dicono che le perdite di peso difficilmente rimangono definitive se insieme alla riduzione delle “entrate” non aumentano nel frattempo anche le “uscite”. Se questi concetti sono chiari, possiamo provare a riassumere in alcuni suggerimenti di ordine pratico uno stile di vita ed un modello di alimentazione corretti e razionali. 1) Praticare un buon livello di attività fisica; fare uno sport in maniera regolare e senza eccessivi sforzi favorisce il raggiungimento del peso ideale e, soprattutto, aiuta a mantenerlo: muoversi peraltro non significa solo andare in palestra, bensì fare le scale, camminare, usare di meno la macchina. 2)Variareil più possibile la dieta, evitando così la monotonia alimentare che comporta almeno due rischi: la carenza di uno o più nutrienti essenziali e l’introduzione di quantità pericolose delle stesse sostanze contaminanti. 3) Moderare la quantità di grassi in generale, di grassi “saturi” e colesterolo in particolare; ridurre al minimo il consumo di burro e la margarina scegliendo invece un buon olio extravergine d’oliva da usare preferibilmente a crudo. 4) Evitare un consumo eccessivo di dolci e zucchero da tavola: è preferibile il pane non condito e non lavorato (meglio ancora se integrale), la pasta di grano duro e il riso parboiled o integrale che sono ottime fonti di zuccheri complessi, contengono fibre e danno energie più “pulita” dei grassi. 5) Usare con moderazione il sale; il sale è già presente naturalmente in molti alimenti ed un suo eccesso facilita l’ipertensione; bere, invece, acqua in abbondanza a pasto e fuori pasto. 6) Ridurre l’assunzione di bevande alcoliche limitandole ai soli adulti (in diversi Paesi l’eccesso di alcol costituisce da solo il secondo fattore di rischio – dopo il tabacco – per i tumori); in condizioni normali un bicchiere di vino a pasto potrebbe esercitare effetti benefici. 7) Preferire il pesce alla carne e le carni bianche a quelle rosse ( in ogni caso evitare sempre cotture prolungate o a fuoco alto), ridurre l’uso di insaccati (in particolare quelli affumicati), abolire quelli contenenti nitriti o nitriti, aumentare il consumo di legumi secchi – ceci, lenticchie, fagioli, fave – associati a cereali come fonte proteica alternativa. 8) Consumare quotidianamente prodotti freschi contenenti vitamine e fibre vegetali (frutta, verdura e legumi freschi); queste ultime danno un buon senso di sazietà e riducono l’insorgenza dei tumori del colon retto, del diabete e delle malattie cardiovascolari. 9) Cercare di far comparire sulla tavola il più possibile alimenti coltivati in modo naturale, in particolare senza pesticidi.Imparare a fare la spesa e a cucinare. Comprare il meno possibile prodotti già confezionati, precotti o contenenti più di due o tre ingredienti. 10) Ricordarsi che mangiare è soprattutto un piacere, una situazione di convivialità, un modo di conoscere gli altri, una forma di “attenzione” alle persone a cui teniamo. (6-1989, Luciana Cacciotti e Daniele Segnini)