Come membri della specie Homo Sapiens-sapiens tutti noi umani soddisfiamo il bisogno biologico – qualcuno direbbe l’istinto – della nutrizione, come gli altri mammiferi. A differenza degli altri animali, noi umani siamo in grado di dare alle cose che mangiamo una forma e un valore. Il grande filosofo tedesco Ludvig Feuerbach aveva detto che l’uomo è ciò che mangia, ma dal momento che ogni cultura ha dato in ogni tempo ai cibi un valore simbolico, siamo quello che mangiamo e anche qualcosa di più. Il cibo, l’alimento, il piatto tipico si presenta sempre in una doppia dimensione: come elemento biologico-nutrizionale e come elemento simbolico-culturale dei gruppi umani. “Il cibo è uno strumento di comunicazione estremamente efficace. Parlare di cibo significa parlare di ambiente, economia, società, politica, arte, letteratura. Nella comunicazione fra culture diverse i sistemi di cucina sono l’elemento più semplice da cui partire “(Massimo Montanari) Ciò che mangiamo, pertanto, definisce la nostra identità di specie, ma anche la nostra identità di gruppo etnico (nelle nostre culture, soprattutto i prodotti del grano). Conoscere la cucina dei Paesi africani e mediterranei, ad esempio, può essere un modo per avvicinarci alla loro cultura, per confrontarci con loro. Attraverso lo scambio gastronomico potremmo spezzare le barriere che spesso bloccano ogni tentativo di integrazione, di conoscenza reciproca. Il cuscus, il kebal, i felafel potrebbero diventare efficaci mezzi di interazione con l’altro, con chi è “diverso” da noi, con chi ha diverse tradizioni. Infatti, da quando esiste il mondo, il cibo è sempre stato “uno scambio di terre, di genti, di culture…con alimenti poveri… ma ricchi di umanità” (Enzo Bianchi, Il pane di ieri ) perché avere cura del mangiare è volersi bene e mangiare insieme è, sempre e comunque, incontrarsi. (2007; nella foto Il Banchetto nuziale di Pieter Bruegel il Vecchio, 1568)
Dipendenze e piacere
Il legame tra dipendenze e piacere è conosciuto da almeno 50 anni. Nel 1954 i neurologi statunitensi James Olds e Peter Milner della McGill University fecero un particolare esperimento con i ratti, inserendo degli elettrodi nelle aree del cervello dove avevano da poco scoperto la sede dei circuiti del piacere. I ratti venivano posti all’interno di una scatola (la Skinner Box) dove c’era una leva che, se premuta, produceva la stimolazione diretta dei centri del piacere. Gli animali arrivavano a premere la leva migliaia di volte ogni ora, ignorando cibo, acqua, femmine in calore. Se non venivano tolti dalla scatola, rischiavano di morire di fame. Oggi abbiamo ben chiaro che tutti gli stimoli necessari alla sopravvivenza e alla continuazione della specie sono legati a sensazioni di piacere e provocano la liberazione di dopamina, un neuro-trasmettitore. L’evoluzione biologica ha inventato questo importante meccanismo adattativo per cui lo sforzo prolungato della caccia dei nostri antenati, il cibo, i rapporti sessuali, il parto e l’allattamento delle donne fossero tutti “premiati” dal rilascio di una molecola associata al piacere. Il meccanismo della “ricompensa” nasce, dunque, per ragioni biologiche ma viene pericolosamente utilizzato da tutte le droghe. Fumare sigarette, “tirare” della cocaina, bere grandi quantità di alcol, usare eroina: significa sempre attivare un meccanismo biochimico di gratificazione che ci spingerà a ripetere il consumo e/o l’abuso di quella sostanza. Difficile, pertanto, parlare di vizi o cattive abitudini anche quando ci si riferisce al tabagismo o al bere problematico: si tratta di situazioni che innescano precisi meccanismi biochimici, aprendo la porta a possibili condizioni di dipendenza, con conseguenti situazioni di tolleranza, craving (l’impulso continuo a procurarsi la sostanza) e astinenza. (2007)
Gioco nel mondo animale
Dal punto di vista etologico il gioco è un’attività di grande importanza per molte specie animali. Giocare è un’attività complessa, per la quale sono necessari diversi schemi di comportamento, legati alla caccia, alla lotta, alla sessualità. Nel mondo animale sembrano due le motivazioni che spingono i cuccioli al gioco: da un lato la tendenza ad esplorare, a conoscere nuovi ambienti ed oggetti, dall’altro la motivazione motoria. Nei Vertebrati inferiori – Pesci, Anfibi e Rettili – non si conoscono forme di comportamento riconducibili al gioco: si può parlare di comportamenti legati al gioco solo per Uccelli e Mammiferi e, in particolare, nei Primati. Il valore biologico del gioco consiste nel suo presentarsi come una vera e propria forma di apprendimento: come i bambini, anche i cuccioli animali giocando imparano a conoscere il proprio corpo e i propri limiti, inventano e perfezionano nuovi schemi motori e comportamentali. Per giocare, però, occorrono due cose: tempo ed energia. Impossibile giocare quando si hanno continuamente, sin dalla nascita, necessità immediate da soddisfare o il rischio di essere aggrediti. Gli animali che accudiscono i piccoli per molto tempo, come i Carnivori ed i Primati, possono soddisfare queste due condizioni ed infatti più degli altri hanno attribuito al gioco un valore per lo sviluppo dei loro cuccioli. Gregory Bateson (1904 – 1980) è una delle figure scientifiche più importanti di questo secolo. Nato in Inghilterra, biologo, figlio di un grande biologo, ha lasciato il segno in ambito naturalistico e antropologico, nella logica e nella cibernetica, nella sociologia e nella psichiatria. Tra le tante cose che ricevettero la sua attenzione, il gioco. In uno dei suoi libri più importanti – “Verso un’ecologia della mente” del 1972 – racconta che alla zoo di S. Francisco lo avevano colpito due giovani scimmie: i due primati giocavano, impegnate in qualcosa di simile, ma non identico, a un combattimento. Dato che le scimmie si mordicchiavano senza farsi del male, voleva dire che in qualche modo si erano mandate un messaggio del tipo “questo è un gioco”. Per Bateson l’aspetto interessante della scena cui assisteva era che “il graffio e il morso del gioco” non esprimevano ciò che normalmente esprimono il graffio e il morso. Nel caso del gioco – dice Bateson – i gesti non sono soltanto se stessi, ma dicono qualche altra cosa: sono il primo passo verso la costruzione di un linguaggio in senso stretto, di un linguaggio come quello umano. In questo modo il gioco – non a caso presente solo nei Carnivori e nei Primati – rappresenta una tappa evolutiva fondamentale, un passo decisivo nello sviluppo dell’intelligenza, come capacità di costruire un linguaggio e quindi di dare un’interpretazione del mondo. Bateson vede nel gioco animale un’altra caratteristica notevole. Prima, però, bisogna brevemente accennare alla distinzione tra messaggio e meta-messaggio: il primo si riferisce a ciò che è contenuto nella comunicazione, il secondo “qualifica” il contenuto, cioè si pone su un piano di astrazione maggiore. Per potersi realizzare, il gioco – dice Bateson – ha bisogno di un meta-messaggio, cioè di qualcosa che comunichi a chi vi partecipa “questo è un gioco”. Altrimenti i giovani scimpanzé – o i leoncini, i gattini, i cagnolini – si aggredirebbero, anziché giocare. I cuccioli delle specie che giocano inviano questa comunicazione mediante dei segnali corporei, ad esempio la diversa forza del morso o del graffio: in effetti, gli animali che giocano non si fanno male. L’importante è che questa diversa forza venga letta come un messaggio di cui ci si può fidare. Secondo Bateson, il gioco rappresenta una fondamentale tappa evolutiva perché introduce la possibilità di riflettere su quello che stiamo comunicando, e di comunicare questa riflessione. (2007)
Sessualità e antropologia
Secondo Freud, il padre della psicoanalisi, nell’Europa moderna si sarebbe assistito ad un fenomeno molto curioso, ossia la regressione della sessualità con un periodo di latenza, di calma nello sviluppo delle funzioni e dello sviluppo sessuale. Il più grande antropologo del nostro secolo, il polacco Bronislaw Malinowski, confermò le osservazioni di Freud collocando l’inizio del periodo di latenza intorno ai sette anni, ma osservando che ciò valeva solo per alcune classi sociali e non per altre. Tra i contadini, ad esempio – dice Malinowski – i bambini sono al corrente delle cose sessuali sin dalla più tenera età, non potendo evitare di vedere l’attività sessuale dei genitori ed avendo a che fare con animali domestici la cui riproduzione in tutti i suoi particolari riveste grande importanza per tutta la famiglia. In altre società, come quella della Melanesia, le cose sono ancora più complesse. Innanzitutto per i loro bambini le nostre categorie “decente-indecente”, “puro-impuro” non esistono. Sul sesso in generale non esistono tabù – tranne quello universale dell’incesto – i ragazzi girano completamente nudi ed eseguono apertamente e naturalmente le loro funzioni escretorie, dato che non vi sono tabù sulle parti del corpo e sulla nudità. Nella stadio che corrisponde alla fase di latenza, i bambini melanesiani giocano insieme, maschi e femmine, in una specie di repubblica giovanile. Naturalmente non eseguono atti sessuali veri e propri, ma praticano ogni sorta di giochi con i quali soddisfano la loro curiosità e la loro sessualità direttamente, senza finzioni, lasciati completamente liberi dagli adulti, sia dai genitori sia dagli anziani. In questa società, descritta da Malinowski all’inizio del secolo, non esisteva pedofilia, perché le persone che si fossero intrattenute sessualmente con i bambini sarebbero state considerate “ridicole e disgustose”. A proposito del tabù dell’incesto, in questa popolazione fratelli e sorelle iniziano ad evitarsi già nei primi anni di vita e devono lasciare precocemente la casa dei genitori; con l’arrivo della pubertà, il tabù diventa rigorosissimo per mezzo di una speciale istituzione, il bukumatula, una casa speciale abitata da gruppi di adolescenti di entrambi i sessi. Un altro grande antropologo del novecento, il francese Claude Levi-Strauss soggiornò a lungo, invece, tra gli Indiani Nambikwara, una delle più primitive popolazioni del Mato Grosso, in Brasile. Tra di loro nessuna funzione corporale era soggetta a limitazioni in pubblico: gli uomini urinano in piedi o mentre camminano. Le donne, invece, defecano in gruppo, mentre per gli uomini questa attività è solitaria. Nel loro periodo mestruale alle donne è vietato fare il bagno e mangiare alcuni alimenti; l’isolamento è previsto solo al momento del primo ciclo mestruale. Questa popolazione non ha grande interesse ad avere molti bambini, perché la ricerca alimentare è troppo difficile per permettere di allevare tanti figli insieme. Nel periodo nomade, inoltre, le donne possono portarsi dietro solo un poppante. Molte proibizioni hanno come risultato quello di limitare l’attività sessuale: oltre al tabù dell’incesto, non si deve fare sesso nelle notti di luna e persino dalla nascita del bambino sino al momento in cui può camminare. Nonostante questi divieti, l’atteggiamento generale verso la sessualità è estremamente positivo: tutta la vita quotidiana è impregnata da un’atmosfera erotica e le coppie si abbandonano pubblicamente a giochi amorosi molto spinti. Il piacere ricercato sembra però essere di tipo ludico e sentimentale, più che fisico. Il terzo esempio di società che sembra meritevole di menzione è quella degli aborigeni australiani Aranda presso i quali visse per un lungo periodo lo psicanalista-antropologo ungherese Geza Roheim. Egli osservò che tra essi esisteva una sola proibizione – il tabù dell’incesto – ma che in tutte le altre dimensione dell’attività umana godevano di una permissività quasi totale. Roheim non trovò nessuna delle moderne proibizioni sessuali, tranne che ai bambini non era concesso osservare i loro genitori durante il rapporto sessuale. “L’Aranda è un uomo felice – scrisse Roheim – poiché la soddisfazione degli istinti dava luogo alla salute psichica”. Lo studioso ungherese non trovò tra i suoi Aranda alcuna traccia d’impotenza o di frigidità né forme di perversioni sessuali: ne concluse che la permissività sessuale fosse la fonte e la misura della felicità umana e che la nostra società, eccessivamente repressiva in materia sessuale, pagasse un prezzo troppo alto per la civiltà. (2007)
Virus del papilloma umano
Il virus del papilloma umano o HPV (sigla per Human Papilloma Virus) appartiene al gruppo dei Papovavirus. Le sue infezioni sono estremamente diffuse e possono provocare malattie a carico della pelle e delle mucose. Si conoscono oltre 70 tipi di HPV; la maggior parte di essi non causa malattie gravi, al massimo verruche sulla pelle. Alcuni tipi di papilloma possono, invece, causare tumori benigni (condilomi genitali) o maligni (cancro del collo dell’utero e del pene). I condilomi sono escrescenze della pelle simili a verruche che colpiscono particolarmente le zone genitali; ma il vero problema è rappresentato dal rapporto tra il virus HPV e i tumori del collo dell’utero. La maggior parte di queste neoplasie, infatti, sono causate dal virus del papilloma, anche se solo una minima parte delle infezioni da HPV appare destinata, se non trattata, a causare un cancro. I 70 diversi tipi di virus HPV sono, pertanto, suddivisi in virus HPV a basso rischio e virus HPV ad alto rischio. Sembra che oltre il 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle donne contragga un’infezione genitale da virus del papilloma nel corso della propria vita; fortunatamente, la grande maggioranza di queste infezioni è destinata a scomparire spontaneamente nel corso di pochi mesi. Il virus dell’HPV si contrae principalmente per via sessuale. Il rischio aumenta in ragione del numero dei partner sessuali e della precarietà delle condizioni igieniche. A differenza delle altre malattie sessualmente trasmesse, l’uso del preservativo non sembra avere azione protettiva completa in quanto l’infezione da HPV viene spesso diffusa anche alla cute della vulva e del perineo. L’infezione è quasi sempre asintomatica; in alcuni casi si può manifestare con condilomi in sede genitale. Le lesioni da HPV del collo uterino possono essere riconosciute mediante Pap test ed eventuale successiva colposcopia (esame che dà la visione ingrandita della parte più esterna del collo dell’utero) o mediante tecniche di biologia molecolare. Trattandosi di un’infezione virale, la terapia presenta parecchi problemi. Fortunatamente la maggior parte delle infezioni regredisce spontaneamente. Per eliminare i condilomi della vulva, del pene o del perineo si utilizzano diverse tecniche: laser, elettrocoaugulazione, crioterapia. Ogni anno, in Italia, sono circa 3.500 le donne che si ammalano di cancro del collo dell’utero. Molte speranze sono riposte nel vaccino per l’HPV, le cui indicazioni riguardano tutte le donne dai 9 ai 26 anni. In Italia la per le ragazze di dodici anni il vaccino sarà gratuito (in questa fascia d’età appare difficile che si sia già contratto il virus, perché il contagio avviene per contatto intimo o per trasmissione sessuale). Secondo recenti studi il virus del papilloma umano potrebbe essere coinvolto nella nascita di diverse malattie croniche infiammatorie e autoimmuni. (2007)
Epatite C: dopo il contagio
Da 15 a 150 giorni dopo l’infezione prodotta dal virus dell’epatite C (virus HCV), si sviluppa un’epatite acuta di cui, tuttavia, spesso non ci si rende conto, per l’assenza di sintomi significativi (eventualmente pelle giallastra, febbre, debolezza, senso di stanchezza). Durante questo periodo i virus iniziano a danneggiare le cellule del fegato. Il sistema immunitario è molto raramente in grado di combattere il virus dell’epatite C con efficacia e di sconfiggerlo. Il più delle volte il virus riesce a diffondersi attraverso il sangue a tutto l’organismo ed a moltiplicarsi. Soltanto a distanza di settimane o mesi il sistema immunitario riesce a produrre anticorpi in quantità rilevabili. Tuttavia, dato che il virus cambia velocemente la sua forma esteriore, gli anticorpi risultano soltanto parzialmente efficaci. In alcuni casi si arriva alla guarigione. In questi casi non è più possibile rilevare il virus né nel fegato né nel sangue. Schematizzando, dopo l’incontro con il virus HCV e l’epatite acuta (in 1 caso su 4 con leggeri sintomi, in 3 su 4 senza sintomi), vi sono 3 percorsi possibili. Il caso più favorevole è la guarigione completa, con la scomparsa del virus (15-20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi). Una seconda possibilità è la condizione del portatore sano (20-25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi), con il virus rilevabile nel sangue, le transaminasi (enzimi del fegato) normali e lesioni di varia entità al fegato. Il restante 60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} sviluppa l’epatite cronica, per lo più con una progressione lenta. Nell’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi (sommando cioè portatori sani e casi di cronicizzazione) la proliferazione del virus continua incontrastata e si sviluppa così un’epatite C cronica. Le cellule epatiche vengono sempre più danneggiate e si può sviluppare una cirrosi epatica, ossia una cicatrizzazione dei tessuti del fegato che riduce fortemente la funzionalità. Prima che si arrivi alla cirrosi possono trascorrere anni o addirittura decenni. Non si conosce ancora il motivo per cui il decorso della malattia in alcune persone sia più veloce, in altre più lento: sicuramente l’abuso di alcol e la concomitante infezione da HIV, rendono più rapido il decorso dell’epatite in cirrosi. L’ultimo stadio della malattia è la trasformazione della cirrosi in cancro al fegato (carcinoma epatocellulare), un evento che si verifica in circa il 25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei pazienti, anche senza lo stadio intermedio della cirrosi (nella foto la storia naturale dell’infezione da HCV). (2007)
Epatite C: come si trasmette
Il virus dell’epatite C (virus HCV) si trasmette soprattutto attraverso il sangue, ma può essere presente, a concentrazioni più basse, anche in altri fluidi corporei: nella saliva, nelle lacrime, nel liquido seminale e nelle urine. Sono conosciute diverse possibilità di contagio. La prima riguarda lo scambio di aghi e siringhe tra tossicodipendenti che usano eroina o altre sostanze per via endovenosa; rappresenta una delle più frequenti vie di trasmissione del virus nelle nostre società; quasi due tossicodipendenti su tre sono HCV-positivi; recentemente il contagio da HCV è stato associato all’uso di cocaina per via intranasale, probabilmente per l’uso comune di cannule contaminate. Una grossa fetta della statistica riguarda cause sconosciute: quasi un terzo dei casi non ha, infatti, una causa precisa di contagio. Una terza modalità di contagio comprende il lavaggio del sangue con il rene artificiale – diversi pazienti in dialisi risultano contagiati dal virus dell’epatite C – il trapianto di organi infettati dal virus e la trasfusione di sangue o plasma utilizzati o prodotti prima del 1990, prima della scoperta del virus (da allora si eseguono test di controllo su tutte le donazioni di sangue). La trasmissione del virus con i rapporti sessuali è assai più rara che nel caso dell’infezione da HIV e HBV; persino dopo mesi di rapporti sessuali non protetti con un partner HCV-positivo, il rischio sembra minore del 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}; si pensa, quindi, che il virus dell’epatite C solo raramente si trasmetta per via sessuale. Altra modalità di trasmissione è il contagio madre-bambino: durante il parto una madre HCV- positiva può, in determinate condizioni, trasmettere il virus al proprio bambino, il rischio aumenta se vi è positività anche al virus HIV; meno del 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei neonati HCV- positivi sviluppa epatite acuta nei primi mesi di vita, per cui l’infezione da virus dell’epatite C non costituisce di per sé una controindicazione alla gravidanza; il virus, inoltre, non si trasmette con il latte materno. L’ultimo gruppo di cause di contagio comprende ferite da puntura o taglio di personale sanitario; teoricamente il virus dell’epatite C si può trasmettere anche con tatuaggi, piercing, agopuntura e altre pratiche di puntura cutanea con strumenti non sterili nonché scambio di lamette da barba e spazzolini da denti (per contatto ematico) Un’ultima annotazione di valore storico riguarda l’uso di siringhe di vetro, diffuso in Italia fino alla metà degli anni ’70; la sterilizzazione domestica con pochi minuti di bollitura era inefficace per un virus che necessita di 20 minuti di autoclave per essere inattivato. Negli anni’50-60 non si usavano ancora le siringhe monouso e si somministravano molto più di oggi farmaci per via endovenosa o intramuscolare. Per questo motivo secondo alcune stime oggi nel Sud fra gli ultrasessantenni il virus dell’epatite C è presente nel 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione e ha coinvolro anche i barbieri e i loro clienti che usavano lo stesso rasoio. (2007)
Energie alternative e nucleare per Gianni Mattioli
“Quelle che oggi sono le principali fonti di energia non dureranno in eterno, ma all’attuale tasso di sfruttamento si esauriranno rapidamente; si pone il problema di garantire, alle generazioni future, che abiteranno il pianeta dopo di noi, almeno le nostre stesse opportunità di sopravvivenza godute da noi. Trovare forme alternative di produzione dell’energia sembra il mezzo migliore per non impoverire il pianeta delle sue risorse”. “L’uomo si trova a dover passare dalla cultura del cow boy, ovvero delle “risorse illimitate”, all’“economia della navicella spaziale”: l’astronauta sa perfettamente che deve economizzare, utilizzando tutto con il massimo della razionalità, perché l’equilibrio all’interno della navicella è essenziale per la sua sopravvivenza”. “Ad esempio a monte della scarsezza d’acqua c’è il suo uso dissennato da parte dell’uomo per colture agricole sbagliate, e perdite di acquedotto, quasi il 30% dell’acqua, dovute ad un consumo idrico dell’uomo eccessivo ed inutile”. “Un altro esempio: in Italia si contano due milioni e mezzo di alloggi sfitti e inutilizzati, e 420.000 chilometri di strade extra urbane che, malgrado tutto, non riescono ad impedire il formarsi degli enormi ingorghi cittadini”. “Senza alcun dubbio alcuni nostri stili di vita debbono essere cambiati: la vita dell’uomo moderno è troppo centrata sui consumi individuali, quasi che la sua identità si rivelasse in quello che possiede, che compra, e che pertanto consuma. La pubblicità, i mass media e persino la cattiva politica ci ha spinto ad un consumismo insensato. Dobbiamo fare marcia indietro: siamo tenuti a farlo in ogni caso perché le risorse sono limitate”. “Si pensi al pannello solare. Il Sole rovescia in pochi minuti sulla Terra tutta l’energia che noi consumiamo in un anno. Si pensi per un attimo ai molteplici e possibili usi dell’energia solare. L’uomo può utilizzarla, con i pannelli solari, per il riscaldamento dell’acqua, e, con i sistemi fotovoltaici, per produrre energia elettrica, si tratta di un’energia oramai a basso costo”. “Finora la politica di risparmio energetico è stata in duro contrasto con i grandi interessi dell’industria meccanica, cha ha puntato sugli impianti nucleari e poi sulle tecnologie più tradizionali del carbone e del petrolio. Dal 1978 sono cominciati a emergere i grandi problemi dal punto di vista della sicurezza degli impianti, con la denuncia della aggressione, anche in condizioni di routine, che viene dalle microdosi di radiazioni ionizzanti rilasciate.” “Il nucleare non è il futuro per tanti motivi. Primo motivo: fa perdere tempo, si guarda al 2% dei consumi energetici mondiali e non al 98%, eludendo così il vero nodo: l’enorme peso dei combustibili fossili nei cambiamenti climatici in atto. Secondo motivo: nonostante tutti i miglioramenti apportati dopo l’incidente di Three Mile Island (1979) – anche i nuovi reattori non sono in grado di dare una risposta ai 4 problemi irrisolti dell’energia nucleare: a) il rischio di proliferazione atomica; b) la contaminazione radioattiva nel territorio; c) la gestione delle scorie; d) la disponibilità del combustibile”. “Occorre mettere in atto meccanismi di trasformazione del sistema energetico attuale, che si fonda e si è costruito attorno alla grande centrale concentrata, alla grande centrale termoelettrica a petrolio o a carbone, da 1000, 2000, 3000 mega watt, quantità enormi di energie, prodotte in un unico sito, che poi soffre di costi di distribuzione incalcolabili a causa delle perdite di rete (gli elettrodotti sono anche causa di danni alla salute della collettività)”. “I quasi 600 milioni di abitanti dei Paesi ricchi consumano tanta energia quanta ne consumano i 5,5 miliardi di abitanti dei Paesi poveri. Dobbiamo pensare ed attuare la “rivoluzione energetica” per passare da un modello “centralistico” basato sui grandi impianti, responsabile principale della drammatica crisi ambientale che stiamo vivendo, si sostituisca mano a mano un modello di fonti decentrate sul territorio, più accessibili e più controllabili da parte dei cittadini. Basterebbe che noi adottassimo tecnologie per il risparmio energetico e per l’uso appropriato delle risorse”. (dal saggio “Lo spreco delle risorse naturali” di Gianni Mattioli, 31 Marzo 2000)
Etologia e sessualità
L’etologia studia il comportamento animale “dal vivo”, sessualità compresa, riducendo al minimo l’impatto di chi osserva su chi viene osservato. L’etologo inglese Desmond Morris ha avanzato alcune suggestive ipotesi sulla sessualità umana nel suo famoso libro La scimmia nuda. Studio zoologico sull’animale uomo (1968, Bompiani). Tutto prende avvio dal fatto che l’uomo sarebbe una specie “a doppia personalità”, una sorta di Dr. Jeckyl – Mr. Hide della natura. La nostra specie nasce, infatti, fondamentalmente come gruppo di vegetariani predatori, un caso unico tra le scimmie che trova pochi riscontri nel mondo animale (il Panda gigante, invece, è un carnivoro divenuto vegetariano, cioè un caso opposto al nostro). Dunque, saremmo dei vegetariani divenuti carnivori ed un cambiamento di questo genere ha dato origine ad una personalità doppia: eravamo predisposti per un’esistenza nella foresta e all’improvviso – in termini evolutivi – abbiamo dovuto imparare a comportarci come lupi intelligenti e dotati di armi. Questo “salto” ha interessato il nostro corpo ma soprattutto il nostro comportamento. Tra le 280 specie di carnivori (Carnivora) i due principali gruppi sono i cani selvatici da un lato, i grossi felini dall’altro. Tutti dispongono di udito acutissimo, vista sensibile anche al minimo movimento, odorato incomparabilmente più esatto del nostro. Uno splendido fisico da atleti per scatti fulminei (felini) o lunghe corse (canidi), mascelle poderose, denti aguzzi e (felini) artigliati. Il nostro apparato sensoriale di primati è invece dominato dalla vista, in particolare da un’ottima capacità di rilevare colori e particolari statici – i vegetali sono fermi – come forma e struttura: il muso pertanto si è accorciato dando agli occhi un maggior campo visivo. L’udito perde importanza e quindi anche l’apparato uditivo esterno dei primati è ridotto e privo di capacità di movimento. Il fisico dei primati è il fisico degli acrobati: ottimo per arrampicarsi e salire, inadatto a grandi velocità sul terreno e a sforzi prolungati. Mascelle e denti sono piuttosto robusti ma incapaci di immobilizzare e stritolare, le mani sono eccezionali per afferrare, non per strappare e colpire: in definitiva uccidere non rappresenta una parte essenziale del modo di vivere dei primati. Poiché il cibo vegetale è immobile e abbondante, il gruppo dei Primati non deve dividersi per cercarlo: tutti i membri del gruppo possono vivere in una comunità molto unita, un primate isolato è una creatura vulnerabile. Le prime comunità umane hanno dovuto imparare a cacciare per sopravvivere. I nostri corpi, però, non erano assolutamente adatti alla caccia: serviva dunque un cervello migliore e per far sviluppare ed educare questo voluminoso cervello serviva un’infanzia più lunga. Ma ancora non bastava. Ottenuti questi risultati, serviva, infatti, che qualcuno restasse a casa a badare ai piccoli. Si ebbe una divisione di compiti. Le femmine, pertanto, assunsero questo compito mentre i maschi andavano a caccia. Per cacciare era, inoltre, necessaria la collaborazione di tutti i maschi e bisognava che gli umani assumessero la posizione eretta ed usassero le armi. Questi mutamenti avvennero contemporaneamente e gradualmente, facilitandosi scambievolmente. Essi furono la base di quei cambiamenti che portarono alla formazione della nostra attuale complessità sessuale. I maschi – sostiene Morris – dovevano essere certi che le femmine sarebbero rimaste loro fedeli quando le lasciavano sole per andare a caccia: si dovette pertanto sviluppare una tendenza a formare delle coppie tra umani. Andavano, inoltre, accordati diritti sessuali anche ai maschi più deboli, affinché collaborassero nella caccia: l’organizzazione sessuale divenne più democratica, risultò vantaggioso assegnare una sola femmina ad ogni maschio (monogamia). I maschi per cacciare, inoltre, disponevano ora di pericolosissime armi che avrebbero reso fatali eventuali rivalità sessuali, un’altra situazione che favoriva la formazione di coppie monogamiche. Terza ragione a favore di stretti legami di coppia: le lunghe cure parentali per i piccoli umani che crescevano assai lentamente. Naturalmente, quelle di Desmond Morris sono ipotesi da verificare. Possono essere, comunque, un buon punto di partenza per capire le caratteristiche della sessualità umana nel quadro dell’evoluzione biologica (nella foto Henry Matisse, La gioia di vivere, 1905).
Manifesto dello Slow Food (11-1987)
“Questo secolo è nato, sul fondamento di una falsa interpretazione della civiltà industriale, sotto il segno del dinamismo e dell’accelerazione: mimeticamente, l’uomo inventa la macchina che deve sollevarlo dalla fatica ma, al tempo stesso, adotta ed eleva la macchina a modello ideale e comportamentale di vita. Ne è derivata una sorta di autofagia, che ha ridotto l’Homo sapiens ad una specie in via di estinzione, in una mostruosa ingestione e digestione di sé. È accaduto così che, all’alba del secolo si siano declamati e urlati manifesti scritti in stile sintetico, “veloce”, all’insegna della velocità come ideologia dominante. La fast-life come qualità proposta ed estesa ad ogni forma e a ogni atteggiamento, sistematicamente, quasi una scommessa di ristrutturazione culturale e genetica dell’animale-uomo. Uno stile adeguato al fenomeno, pubblicitario ed emozionale, di slogan intimidatori più che di razionali considerazioni critiche. Giunti alla fine del secolo non è che le cose siano molto mutate, anzi, la fast-life si è rinchiusa a nutrirsi nel fast-food. Due secoli abbondanti dopo Jenner, i sistemi di vaccinazioni contro ogni male endemico ed epidemico si sono ormai imposti come gli unici che diano garanzie. Perché non seguire, allora, e assecondare la scienza nella sua lezione di metodo? Bisogna prevenire il virus del fast con tutti i suoi effetti collaterali. Perciò contro la vita dinamica propugniamo la vita comoda. Contro coloro, e sono i più, che confondono l’efficienza con la frenesia, proponiamo il vaccino di una adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da praticarsi in lento e prolungato godimento. Da oggi i fast-food vengono evitati e sostituiti dagli slow-food, cioè da centri di goduto piacere. In altri termini, si riconsegni la tavola al gusto, al piacere della gola. È questa la scommessa proposta per un progressivo quanto progressista recupero dell’uomo, come individuo e specie, nell’attesa bonifica ambientale, per rendere di nuovo vivibile la vita incominciando dai desideri elementari. Il che significa anche il ripristino di una masticazione giustamente lenta, la riacquisizione delle norme dietetiche salernitane, ingiustamente obsolete, nel recupero del tempo nella sua funzione ottimale, di organizzazione del piacere (e non della produzione intensiva, come vorrebbero i padroni delle macchine e gli ideologi del fast). D’altra parte, gli efficientisti dai ritmi veloci sono per lo più stupidi e tristi: basta guardarli. Se poi imbarbariti dallo stile di comunicazione dominante, si reclamassero gli slogan a tutti i costi, certo non mancherebbero: a tavola non si invecchia, per esempio, sicuro, tranquillo, sperimentato da secoli di banale buon senso. Oppure: lo slow-food è allegria, il fast-food è isteria. Sì, lo slow-food è allegro! D’altra parte sappiamo da millenni che il pieveloce Achille non raggiungerà mai la tartaruga, la quale esce vittoriosa dalla corsa. Con bella lezione non solo matematica ma morale. Ecco, noi siamo per la tartaruga, anzi, per la più domestica lumaca, che abbiamo scelto come segno di questo progetto. È infatti sotto il segno della lumaca che riconosceremo i cultori della cultura materiale e coloro che amano ancora il piacere del lento godimento. La lumaca slow.” (Manifesto dello Slow Food, pubblicato in prima pagina del Gambero Rosso, supplemento del quotidiano Il Manifesto, il 3 novembre del 1987 e sottoscritto da Folco Portinari, Carlo Petrini, Stefano Bonilli, Valentino Parlato, Gerardo Chiaromonte, Dario Fo, Francesco Guccini, Gina Lagorio, Enrico Menduni, Antonio Porta, Ermete Realacci, Gianni Sassi, Sergio Staino)