Il ‘900 è stato il secolo che ha visto l’applicazione su larga scala dell’igiene moderna; agli inizi del secolo la situazione igienica generale, però, era ancora precaria. Tranne una piccolissima quota di privilegiati, la popolazione viveva in case senza acqua corrente e senza servizi sanitari (gabinetti, vasche da bagno o docce); mancava il riscaldamento (eccetto un’unica stufa o un camino) e l’illuminazione era insufficiente, le stanze erano in genere buie con finestre ridotte; l’alimentazione era scarsa e monotona. In particolare, il lavoro era massacrante: uomini, donne e bambini spesso lavoravano per 12/15 ore al giorno per 6 giorni a settimana, senza vacanze; fu considerata una grande conquista una legge italiana del 1899 che fissava il tetto massimo di 12 ore di lavoro e l’interdizione dal lavoro notturno per le donne e i ragazzi dai 13 ai 15 anni. Per chi viveva in campagna, infine, era normale convivere con gli animali in casa; nelle case coloniche le cucine erano di regola sopra le stalle. Risalgono agli inizi del Novecento le prime leggi per regolamentare l’approvvigionamento di acqua, i sistemi per la distribuzione comunale dell’acqua e i sistemi di smaltimento dei rifiuti fecali. Si iniziarono a costruire gallerie in calcestruzzo impermeabili, ad usare ghisa e acciaio nelle tubature dell’acqua; comparvero pompe più efficienti per far risalire l’acqua ai serbatoi e fontane economiche nelle città e in campagna; si diffusero le fognature in muratura e la disinfezione dell’acqua con cloro per eliminare i microbi patogeni ancora presenti. La nozione di igiene, come prevenzione delle malattie e baluardo della salute pubblica, oggi è diffusa, grazie soprattutto alla sua introduzione nelle scuole. Sicuramente rimangono ancora credenze e abitudini errate sul pulito e sullo sporco – come la scarsa abitudine al lavaggio delle mani dopo aver usato il bagno e altre attività. Volgendo lo sguardo al passato, bisogna sottolineare con forza le formidabili conquiste dell’igiene: solo grazie al miglioramento dell’igiene pubblica è stato possibile debellare malattie a carattere epidemico come sifilide, peste e colera, che hanno decimato la popolazione mondiale per molti secoli. Le sfide per l’igiene oggi sono le nuove epidemie di AIDS, epatite B ed epatite C, la recrudescenza della tubercolosi e l’ininterrotta strage della malaria e delle altre malattie infettive ancora presenti nei Paesi del Terzo mondo. In Occidente sono quasi scomparse, ma le malattie infettive sono ancora un problema drammatico. Nel mondo sono responsabili del 25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della mortalità totale, che sale a quasi il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nei Paesi africani ed asiatici non sviluppati ma, soprattutto, raggiunge il 65{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della mortalità nei bambini con meno di 5 anni (nella foto una mappa mondiale con la malattia infettiva prevalente nei singoli Paesi) (fine)
Storia dell’igiene. L’Ottocento
Nel ‘700 l’igiene di fatto non esisteva. “Al tempo di cui parliamo, nella città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone, le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell’umido dei piumini e dell’odore pungente e dolciastro di vasi da notte. Dai camini veniva puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo di solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati, dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti” (Il profumo di Patrick Süskind, 1985, TEA). In qiesto secolo in alcune aree dell’Europa iniziò l’urbanizzazione; tornarono in uso i gabinetti comuni nelle case e si impose il divieto di gettare escrementi dalle finestre, le autorità cittadine invitarono gli abitanti a gettare le immondizie in appositi carretti col cassonetto ribaltabile. Nel 1774, il chimico svedese Scheele scoprì il cloro; negli anni successivi si scoprirà la sua azione disinfettante. Nell’Ottocento si ebbe un rinnovamento delle nozioni sull’igiene. Fino ad allora le città italiane ed europee (eccetto Roma) presentavano poche fontane pubbliche (con acqua di buona qualità); prevalevano pozzi privati scavati nei cortili delle case; l’acqua era prelevata dalla falde acquifere superficiali o da cisterne di acqua piovana, di bassa qualità igienica, con residui fecali dei pozzi neri delle case, dato che ancor non esistevano fognature; sono molto diffuse, pertanto, le malattie infettive a trasmissione “oro-fecale” come colera, tifo e dissenteria nelle quali i microbi sono eliminati con le feci degli individui infetti e trasmessi agli altri tramite acqua o alimenti contaminati; dal 1835 al 1910 si ebbero in Italia 8 epidemie di colera; in quella del triennio 1865-67 il bilancio finale fu di oltre 160.000 morti. Grazie alle ricerche del microbiologo francese Louis Pasteur (1822-1895) e del tedesco Robert Koch (1843-1910), nella metà dell’800 fu chiarito il legame tra infezioni e qualità dell’acqua. Per rendersi conto dell’impatto di queste patologie, fino al 1895 le malattie infettive gastro-intestinali erano responsabili del 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della mortalità generale, del 25{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di quella infantile. Nelle città furono costruite fosse biologiche e sistemi di scarico delle acque reflue per tutte le nuove costruzioni, comparvero le prime stanze da bagno di concezione inglese (con gabinetto, bidè, lavabo e vasca) in tutta Europa. Sul versante scientifico furono faticosamente superate molte vecchie credenze, come quella della “generazione spontanea”. Un posto di assoluto rilievo nella storia dell’igiene spetta al medico ungherese Ignác Semmelweis (1818-1865). Mentre prestava servizio nei reparti dell’Allgemeines Krankenhaus di Vienna (il più moderno ospedale europeo dei tempi, inaugurato nel 1784 dall’imperatore Giuseppe II), Sommelweis scoprì la causa dell’epidemia di morti post-partum tra le giovani donne viennesi ricoverate; erano i medici stessi a diffondere la febbre puerperale, da donna a donna, con le loro mani infette in seguito alle autopsie; nei reparti gestiti dalle ostetriche – con una miglior igiene – i decessi erano 10 volte di meno (1{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} contro il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}): Sommelweiss impose, allora, l’obbligo del lavaggio delle mani con ipoclorito di sodio e il cambio delle lenzuola alle partorienti. Il suo fu un destino tragico e paradossale: il medico che aveva salvato la vita a migliaia di donne, venne deriso e ridicolizzato dai colleghi medici; alla fine fu licenziato e finì i suoi giorni in manicomio. I lavori di Louis Pasteur (1879) e dello scozzese Joseph Lister (1883) dimostreranno – con 40 anni di ritardo – la grandezza delle intuizioni di Semmelweis e la miseria intellettuale dei suoi detrattori (in pratica l’intero ambiente medico del tempo). Con Sommelweiss, Pasteur e Lister era nata l’igiene moderna, basata su prevenzione, pulizia e vaccinazioni. (nella foto un dipinto di Robert Thom raffigurante il dottor Sommelweis) (segue)
Storia dell’igiene. Dal Medioevo al ‘700
Nel Medioevo, il senso dell’igiene personale e l’usanza di fare il bagno mantennero una buona diffusione, grazie all’eredità culturale romana: bagni pubblici o sale termali permettevano agli uomini di incontrarsi e rilassarsi in una ambiente piacevole. Anche il ritorno dall’Oriente dei Crociati stimolò l’utilizzo delle ad imitazione dei tanti stabilimenti presenti in Turchia. Al Medioevo dobbiamo, inoltre, l’invenzione del sapone e della sala da bagno. Per l’igiene personale il bagno era molto importante, dato lo scarso ricambio della biancheria personale, tolta solo di notte per entrare nudi nel letto. L’imperatore Carlo Magno amava molto i bagni e vi invitava nobili e amici; poteva capitare che un centinaio di uomini facessero il bagno con il re. Alla fine del ‘200 Parigi – con una popolazione di appena 70.000 abitanti – aveva 26 terme pubbliche, in genere con un medico-barbiere che si occupava delle norme igieniche all’interno dello stabilimento. Non contribuì alla diffusione dell’igiene l’atteggiamento della Chiesa cristiana, l’unica grande religione a non avere prescrizioni igieniche-rituali vincolanti (diversamente da induismo, ebraismo e islamismo); il Cristianesimo – forse anche per contrapporsi al mondo romano – spesso attribuì valore spirituale alla sporcizia: essere in “odore di santità” poteva significare rinunciare all’igiene e alla cura del corpo per dedicarsi unicamente alla cura dell’anima; Sant’Agnese (291-304 d.C.), portata come esempio di virtù cristiana, non avrebbe mai fatto un bagno in vita sua. Per San Girolamo (347-420 d.C.) “Chi è battezzato in Cristo non ha bisogno di fare altro bagno”. Un duro colpo all’igiene pubblica fu inferto dalla terribile epidemia di peste di metà ‘300, conosciuta come Peste Nera, che ha causato la morte di quasi un terzo della popolazione europea e contagiando nel giro di 5 anni tutti i paesi dal Mediterraneo, la Scandinavia e la Russia. Oggi sappiamo che si tratta di una malattia che ha origine in un batterio (Yersinia pestis), presente nelle pulci dei roditori. In quegli anni di scarse conoscenze biologiche si fece strada la convinzione che la peste potesse entrare più facilmente attraverso i pori dilatati dal calore: i luoghi affollati e caldi come le terme pubbliche furono, pertanto, considerati pericolosi per la diffusione dell’epidemia. Nel 1348 i professori della Facoltà di Medicina dell’Università di Parigi indicarono nei bagni caldi una delle cause delle ricorrenti epidemie di peste. Nel corso del ‘400 finì gradualmente la plurisecolare funzione igienica e sociale dei luoghi termali; le terme diventarono sinonimo di bordello, con bagni e saune accessori alla prestazione sessuale. Il paradosso fu che la chiusura delle terme pubbliche favorì la diffusione delle malattie infettive – peste, vaiolo, colera e infezioni intestinali – favorite dall’assenza di igiene urbana, dall’assenza di fognature e dalla presenza costante di liquami e rifiuti nelle strade e nelle case. Dopo la peste, un’altra grande malattia infettiva si abbatté sull’Europa, la sifilide. Morbo di origine batterica (Treponema pallidum), fu importato dai marinai di Cristoforo Colombo di ritorno dalle Indie Occidentali e fu diffuso, alla fine del ‘400, dagli eserciti spagnoli e francesi; la sifilide in pochi decenni fece circa 20 milioni di vittime in tutta Europa aumentando la paura del contagio in luoghi pubblici. La diffusione di malattie, come peste e sifilide, che si propagavano senza che nessuno sapesse spiegarne il motivo, diedero sempre più corpo alla teoria che fosse l’acqua – penetrando nel corpo attraverso i pori – a trasmettere le malattie; si pensava che uno strato di sporcizia fosse una protezione dalla malattie. Nell’igiene personale dell’epoca, pertanto, era previsto solo un panno pulito per strofinare le parti visibili del corpo. Si riteneva molto importante l’abbigliamento: chi se lo poteva permettere, utilizzava tessuti di raso e di seta per far scivolar via l’aria malsana, considerata portatrice di malattie. Nelle precarie condizioni igieniche del ‘600 e del ‘700 i profumi diventarono necessari: uomini e donne ne usavano grandi quantità per coprire i cattivi odori e per disinfettarsi. Dai resoconti dei medici di corte sembra che il Re Sole, Luigi XIV, dal 1647 al 1715, abbia fatto un solo bagno e la sua igiene sia consistita nel pulirsi il viso ogni due giorni con batuffoli intrisi di alcool etilico. Alla reggia di Versailles era normale liberare l’intestino nei saloni e nelle scale dei palazzi: Luigi XIV fu costretto a emanare un’ordinanza per la rimozione settimanale delle feci lasciate nei corridoi della reggia (nella foto una miniatura anonima del ‘400) (segue)
Storia dell’igiene. Le origini
Igiene e salute sono strettamente legate in ogni società umana. La parola igiene deriva dal nome della dea romana Igea, protettrice della salute. Una branca dell’igiene prende il nome di epidemiologia e studia la diffusione delle malattie, l’altro ramo – la profilassi (o prevenzione) – studia i modi prevenire le malattie e conservare la salute collettiva. Grazie soprattutto all’igiene la vita media si è allungata, passando dai 45-50 di un secolo fa ai 75-80 di oggi; insieme ad una distribuzione più equa del reddito e al conseguente miglioramento dell’alimentazione, l’igiene pubblica ha fatto scomparire quasi totalmente – nei Paesi industrializzati – le malattie carenziali (mancanza di vitamine o proteine) e le malattie infettive. Quando è iniziata la storia dell’igiene? Difficile avere un’idea precisa riguardo alla nozione di igiene nella preistoria, ma si può ipotizzare che per molto tempo abbia contato soltanto l’esperienza: quelli che sopravvivevano facevano le deduzioni necessarie a proteggersi. Nelle attuali popolazioni viventi di caccia e raccolta – circa due milioni e mezzo di persone sparse tra Africa, Asia, Oceania e America – vale la regola di non mangiare tutto ciò che sembra commestibile. L’igiene alimentare, pertanto, sembra essere stata la prima e più importante forma di igiene. La religione ebraica ha dato molto rilievo all’igiene: la Bibbia è piena di prescrizioni rituali, soprattutto riguardanti l’igiene e la sicurezza degli alimenti per evitare tossinfezioni e malattie infettive. Già 5000 anni fa gli animali da macello, gli animali da latte e la produzione di vino venivano valutate sotto l’aspetto sanitario dai Rabbini; inoltre, prima di ogni contatto fisico con il cibo la religione ebraica prescrive il lavaggio rituale delle mani; sempre nell’igiene alimentare troviamo il divieto biblico di cibarsi di alcuni animali – maiali, cavalli, alcuni tipi di pesce e molluschi – e di consumare insieme carne e cibi a base di latte. Nell’antica Grecia e a Roma l’igiene aveva un significato purificatore: erano molto diffusi bagni a varia temperatura, massaggi, unguenti profumati; molte terme pubbliche dei Romani sono arrivate sino ai nostri giorni; anche in Oriente, con la diffusione dei bagni turchi, l’igiene metteva insieme aspetti purificatori legati al rituale religioso e l’attenzione al benessere fisico. Per lunghi periodi della loro storia gli antichi romani – grazie a 11 acquedotti – potevano disporre di circa 1000 litri di acqua al giorno. La grande disponibilità di acqua permetteva la presenza di latrine pubbliche – i cosiddetti vespasiani – e sistemi fognari efficienti; erano, inoltre, previste leggi per tenere le città pulite da spazzatura ed escrementi. Una rete di fognature già nel VI secolo a.C. serviva a drenare le zone paludose della città, portando l’acqua dalle vie cittadine ad un grande collettore fognario che sboccava nel Tevere, la Cloaca Maxima. La maggior parte degli antichi romani viveva in case prive di latrine – mancava l’acqua corrente per consentire il defluire degli scarichi – e utilizzava, pertanto, le numerose latrine pubbliche, in genere presenti negli stessi edifici dei bagni pubblici. Con un senso del pudore molto diverso da quello attuale, le latrine erano un luogo di socializzazione, nel quale le funzioni corporali venivano svolte in modo collettivo, spesso in ambienti gradevoli con statue e bassorilievi. Di grande rilievo sociale furono anche le terme pubbliche, prima spartane e di piccole dimensioni (nella fase repubblicana), poi immense e dotate di ogni comfort (nella Roma imperiale), come testimoniano i resti attuali delle terme di Caracalla e Diocleziano. Oltre 170 stabilimenti termali erano presenti a Roma nel I secolo d. C, garantendo non solo elevati standard igienici a tutta la popolazione grazie a un prezzo d’ingresso molto basso e al fatto di essere aperte a tutti, senza distinzioni di genere o di classe sociale. Le terme romane, infine, erano luoghi di forte socializzazione e di attenzione all’aspetto salutistico, per la presenza di palestre o cortili per il gioco al loro interno (nella foto le terme romane di Bath) (segue)
Aspettativa di vita, ieri e oggi
Non ci sono dubbi sul fatto che nel corso della storia l’aspettativa di vita – ossia gli anni che una persona può sperare di vivere – sia notevolmente aumentata. Viene poco sottolineato, però, che il valore dell’aspettativa di vita è soltanto una media matematica, notevolmente influenzata dalla percentuale di bambini che nascono morti o muoiono nei primi anni di vita. Quando si legge che l’aspettativa di vita dell’antica Roma si aggirava intorno ai 25 anni, dobbiamo immaginare che per ogni 4 persone nate 3 morivano nel corso del primo anno (in termini tecnici: un tasso di mortalità infantile del 75{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}); analogamente agli inizi del Novecento l’aspettativa di vita era di poco inferiore ai 50 anni, poiché moriva il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei neonati o dei bambini. La maggior parte dei Paesi occidentali presenta oggi tassi di mortalità infantile molto bassi; l’Afghanistan e la Somalia, due Paesi martoriati da bombardamenti esterni e da lunghissime guerre civili, hanno oggi il peggior tasso di mortalità infantile nel mondo; in quei due stati ogni 1000 bambini 10 muoiono nel primo anno di vita; si tratta di un dato impressionante, se rapportato al Giappone dove muoiono 2 bambini su 1000, ma è comunque un tasso di mortalità infantile del 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, mai realizzatosi nelle società del passato. Nel 2012 l’Onu ha presentato i World Population Prospects, da cui risulta che la media mondiale della mortalità infantile, nel periodo 2000-2005, è stata del 5,6{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}: 40 anni prima, nel periodo 1965-1970, la media era 10,4{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, il doppio; guardando alle medie delle macro-regioni mondiali, vediamo in Africa circa il 9{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, in Asia circa il 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} (con l’enorme divario tra i due colossi demografici, 1,6 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} per la Cina, quasi 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} per l’India), in Sud America e nei Caraibi circa il 3{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} (con Cuba allo 0,5 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} ed il Brasile al 2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, il quadruplo), nei Paesi occidentali lo 0.8{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} (dal 1,6{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della Bulgaria allo 0,3{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dell’Italia). Questi dati – sia pure con le differenze marcate tra un Paese e l’altro – sono il risultato del miglioramento delle condizioni igieniche ambientali del Novecento. L’innalzamento delle condizioni di vita e il conseguente miglioramento nella nutrizione da un lato, la diffusione di saponi, detersivi e disinfettanti dall’altro, hanno drasticamente ridotto le infezioni dai microorganismi; i bambini hanno smesso di morire prematuramente, l’aspettativa di vita è velocemente cresciuta. Il miglioramento dell’igiene è responsabile anche di una altro aspetto dell’attuale speranza di vita; per la prima volta nella storia, nel Novecento l’aspettativa di vita delle donne ha superato quella degli uomini ed oggi nei Paesi occidentali è stabilmente 4-5 anni superiore; nel passato, nonostante le continue guerre che decimavano la popolazione maschile impegnata nei combattimenti, le donne morivano prematuramente in misura maggiore per quella guerra privata che era il parto, un evento che si ripeteva allora 5, 6, 10 volte e sempre – per qualsiasi classe sociale – in condizioni igieniche spaventose. Da tutto questo emerge che la corretta lettura delle diverse aspettative di vita nel corso dei secoli è questa: le nostre società fanno vivere a lungo molte più persone rispetto al passato. Nel passato – come testimoniano i documenti, i quadri, la letteratura – si invecchiava come nei tempi attuali, ma l’invecchiamento era una specie di privilegio, vista l’elevata frequenza con cui si moriva precocemente. Nei secoli precedenti chi arrivava alla terza ed alla quarta età, lo faceva solo con le proprie forze, senza tutto il formidabile aiuto di farmaci, terapie e strumenti diagnostici di oggi. Se potessimo ricostruire un grafico con la speranza di anni di vita in salute – ossia degli anni da vivere senza malattie – nel corso del tempo, probabilmente vedremmo che oggi non si vive molto meglio del passato, si vive semplicemente di più. La maggior parte della medicina e tutta l’industria farmaceutica ragionano esclusivamente in termini di quantità: vivere – a volte, letteralmente, sopravvivere – il più a lungo possibile; sembra completamente estraneo il concetto di qualità della vita. Ma per noi che cos’è più importante, sapere quanti anni in più vivremo o come saranno questi anni in più? L’attuale sistema socio-sanitario, basato solo su farmaci e cure, ci sta allungando la vita o ci sta allontanando la morte? (nella foto Vittore Carpaccio, Meditazioni sulla passione, 1510)
Perché il socialismo secondo Einstein
Albert Einstein è stato uno dei più grandi scienziati di sempre, ma fu tutto meno che il classico scienziato chiuso nella torre d’avorio. Si dichiarò socialista e pacifista, si impegnò nel campo dei diritti civili e per il controllo civile dell’energia atomica. La sua attività politica gli valse una stretta sorveglianza da parte del FBI degli USA. Quello che segue è parte di un lungo articolo comparso sulla rivista socialista statunitense Monthly Review, diretta dall’economista Paul Sweezy e dallo scrittore Leo Huberman. “E’ prudente per chi non sia esperto in materia economica e sociale esprimere opinioni sul problema del socialismo? Per un complesso di ragioni penso di sì… Il vero scopo del socialismo è precisamente di superare e andare al di là della fase predatoria dello sviluppo umano, la scienza economica nelle sue attuali condizioni può gettare ben poca luce sulla società socialista del futuro. In secondo luogo, il socialismo mira ad un fine etico-sociale. La scienza, viceversa, non può creare fini, e ancor meno imporli agli esseri umani; essa, al massimo, può fornire i mezzi con cui raggiungere certi fini… Per queste ragioni, noi dovremmo guardarci dal sopravvalutare la scienza e i metodi scientifici quando si tratta di problemi umani; e non dovremmo presumere che gli esperti siano i soli che hanno il diritto di esprimersi su questioni che concernono l’organizzazione della società… L’anarchia economica della società capitalistica, quale esiste oggi, è secondo me la vera fonte del male. Vediamo di fronte a noi un’enorme comunità di produttori, i cui membri lottano incessantemente per privarsi reciprocamente dei frutti del loro lavoro collettivo, non con la forza ma, complessivamente, in fedele complicità con gli ordinamenti legali… Il progresso tecnico spesso si risolve in una maggiore disoccupazione, piuttosto che in un alleggerimento del lavoro per tutti. Il movente dell’utile, insieme con la concorrenza tra i capitalisti, è responsabile dell’instabilità nell’accumulazione e nell’utilizzazione del capitale, destinata a portare a crisi sempre più gravi. Una concorrenza illimitata porta a un enorme spreco di lavoro e a quel deterioramento della coscienza sociale degli individui cui ho prima accennato. Questo avvilimento dell’individuo io lo considero il maggior male del capitalismo. Tutto il nostro sistema educativo ne è danneggiato. Un’attitudine competitiva esagerata viene inculcata allo studente, così condotto, come preparazione alla sua futura carriera, ad adorare il successo. Sono convinto che vi sia un solo modo per eliminare questi gravi mali: la creazione di un’economia socialista, accompagnata da un sistema educativo volto a fini sociali. In una tale economia i mezzi di produzione sono di proprietà della società e vengono utilizzati secondo un piano. Un’economia pianificata che adatti la produzione alle necessità della comunità, distribuirebbe il lavoro tra tutti gli abili al lavoro e garantirebbe i mezzi di sussistenza a ogni uomo, donna e bambino. L’educazione dell’individuo, oltre che incoraggiare le sue innate qualità, dovrebbe proporsi di sviluppare il senso di responsabilità verso i suoi simili, invece dell’esaltazione del potere e del successo che è praticata dalla nostra attuale società”. Albert Einstein, Why socialism?, pubblicato dalla Monthly Review di New York il 5-1949 (nella foto uno striscione di protesta che dice: Il capitalismo non funziona. Un altro mondo possibile)
Olimpiadi di Rio del 2016 (2)
Le Olimpiadi di Rio erano state le ultime Olimpiadi del più forte nuotatore di tutti i tempi, Michael Phelps; per gli USA c’era stato il solito dominio nel medagliere del nuoto con 33 medaglie e 16 ori, 5 dei quali vinti dallo stesso Phelps (2 nelle staffette) e 4 vinti da Katie Ledecky, primatista mondiale di 400, 800 e 1500 stile libero; per noi un grande oro di Gregorio Paltrinieri nei 1500 (con Gabriele Detti bronzo nei 1500 e nei 400) e l’argento di Rachele Bruni nei 10 km; a Rio ultime Olimpiadi, inoltre, per le due grandissime atlete italiane Tania Cagnotto (argento nei 3 m con Francesca Dellapè e bronzo nel trampolino da 3 m) e Federica Pellegrini, portabandiera nella cerimonia d’apertura; nei tuffi c’era stato il consueto trionfo cinese con 7 ori su 8. Negli sport di combattimento la scherma non aveva regalato all’Italia il solito pingue bottino di medaglie; la parte del leone l’aveva fatta la Russia con 4 ori: le nostre medaglie erano state gli argenti di Elisa Di Francisca (fioretto), Rossella Fiamingo (spada), della spada maschile a squadre e l’oro di Daniele Garozzo nel fioretto; nella boxe si erano messi in evidenza i pugili dell’Uzbekistan e di Cuba con 3 ori a testa; consueto en-plein della Corea del Sud nel tiro con l’arco (4 ori su 4), mentre il tiro aveva visto Italia in testa al medagliere con 4 ori grazie alla doppietta di Niccolò Campriani e a Gabriele Rossetti e Diana Bacosi. Negli sport di squadra il calcio maschile aveva regalato il primo titolo al Brasile di Neymar, davanti alla Germania e alla Nigeria; il calcio femminile aveva assegnato il primo oro della Germania, vittoriosa in finale sulla Svezia (che aveva eliminato le favorite statunitensi ai quarti) davanti a 52.000 spettatori; terzo il Canada, quarte le brasiliane. Nel basket maschile la finale era stata USA – Serbia con netta vittoria del dream-team statunitense (96-66) trascinato da Kevin Durant, terza la Spagna; nel torneo femminile vittoria USA sulle spagnole. Nella pallanuoto maschile consueta finale tra due Paesi della ex Jugoslavia, con vittoria serba sui croati e Italia terza; argento olimpico, invece, per il settebello rosa, sconfitto dalle statunitensi. Nella pallamano oro alla Danimarca (sulla Francia) nel maschile e alla Russia (sempre sulla Francia) nel femminile. Argentina e Gran Bretagna avevano vinto l’oro maschile e femminile dell’hockey su prato, mentre i primi titoli del rugby a 7 erano andati alle Isole Figi e all’Australia. Nel beach volley ottimo argento per i nostri Lupo-Nicolai, sconfitti in finale dai brasiliani Alison-Bruno. Nella pallavolo maschile il Brasile aveva conquistato il suo terzo oro olimpico sull’Italia, al terzo argento; terzi gli USA e quarta la Russia (ai primi 4 posti le grandi scuole della pallavolo mondiale degli ultimi 40 anni); Giannelli e Zaytsev, Juantorena e Lanza, Birarelli e Buti, più il libero Colaci erano stati i 7 titolari della grande squadra azzurra allenata da Blengini; la pallavolo femminile aveva assegnato il terzo oro alla Cina, allenata da Lang Ping, premiata come miglior pallavolista del XX secolo, indimenticata allenatrice di Modena e campionessa olimpica anche come giocatrice nel 1984 (nella foto); l’argento era toccato alla Serbia di Tijana Bošković, leader di una squadra che vincerà l’anno dopo il mondiale in Giappone contro l’Italia di Paola Egonu. Il medagliere finale di Rio aveva visto primi gli USA, seguiti da Gran Bretagna, Cina (seconda come medaglie totali) e Russia (presentatasi a Rio senza molti atleti da podio gli scandali sul doping dell’ultimo anno); per Italia 8 ori e 28 medaglie con il nono posto assoluto. Pochi giorni dopo la fine delle Olimpiadi c’era stato il i terremoto di Amatrice – al confine tra Lazio, Umbria, Abruzzo e Marche – che aveva causato la morte di quasi 300 persone; a dicembre dopo la vittoria del “no” al referendum costituzionale c’erano state le dimissioni di Renzi, con il nuovo incarico a Paolo Gentiloni; il 2016 si era chiuso con la vittoria – contro ogni pronostico – di Donald Trump su Hillary Clinton alle Presidenziali USA
Olimpiadi di Rio del 2016 (1)
Il 2016 era iniziato con l’annuncio dell’OMS dello scoppio dell’epidemia Zika che aveva creato grande apprensione per le Olimpiadi brasiliane); Hillary Clinton era diventata la prima donna candidata alla presidenza USA battendo il candidato socialista Bernie Sanders; i cittadini del Regno Unito si erano espressi – di misura – per l’uscita dell’Inghilterra dall’Europa (Brexit, ovvero Br(itain) exit)); a Nizza, in Francia, un fondamentalista islamico si era lanciato sulla folla del Lungomare causando 84 morti e oltre 200 feriti, mentre un fallito tentativo di colpo di stato in Turchia aveva causato 300 morti e migliaia di arresti. I Giochi della XXXI Olimpiade di Rio de Janeiro erano stati i primi ad essere disputati in Sud America con oltre 11.000 atleti provenienti da 205 Paesi a contendersi 918 medaglie. Tra gli sport olimpici c’era stato il ritorno dopo moltissimi anni del golf e del rugby (nella forma del rugby a 7). La cerimonia di apertura del 5 agosto allo stadio Maracanã era stata realizzata con la regia di Fernando Meirelles. Nell’atletica maschile per la terza volta il giamaicano Usain Bolt, aveva vinto 3 medaglei d’oro, consacrandosi come il più grande velocista della storia; oro nei 100 (con 9’81’’ davanti a Gatlin), oro nei 200 (19’78’’davanti al canadese De Grasse e al bianco francese Lemaitre), oro nella 4×100 con i soliti Powell, Carter e Blake (questa medaglia verrà revocata per il doping di Nesta Carter); il sudafricano Wayde van Niekerk era stato oro nei 400 con il record mondiale di 43’03’’, mentre nella 4×400 avevano primeggiato gli USA davanti alla Giamaica. Nel fondo per il somalo-britannico Mohamed Farah era arrivata, dopo Londra, la seconda doppietta 5.000-10.000 m, mentre l’oro nella maratona era andato a Eliud Kipchoge, che nel 2018 stabilirà il nuovo record mondiale (2h01’39”). Nell’atletica femminile si era distinta la giamaicana Elaine Thompson, oro nei 100 e 200 m e argento nella staffetta 4×100, dietro gli USA; nel mezzofondo la sudafricana Caster Semenya si era aggiudicata l’oro negli 800, dopo l’argento di Londra (diventato oro per la squalifica della Savinova); nel fondo record mondiale e oro nei 10.000 per l’etiope Almaz Ayana Eba; per la prima volta in 60 anni ’Italia non aveva vinto nemmeno una medaglia nell’atletica leggera (ma si sarebbe rifatta a Tokyo). Nella ginnastica USA e Russia si erano divise la maggior parte delle medaglie (12 e 11); l’oro nel concorso a squadre maschile era andato al Giappone, davanti alla Russia, seconda anche in quello femminile dopo gli USA guidati da Simone Biles (nella foto), 4 volte campionessa olimpica; hacker russi avevano rivelato che durante i giochi la ginnasta afro-americana era risultata positiva a metilfenidato e acido ritalinico ma si trattava di sostanze assunte per la sua diagnosi di ADHD (sindrome da deficit di attenzione e iperattività); due anni dopo i giochi la Biles ha denunciato l’ex medico della squadra nazionale Larry Nassar per aggressioni sessuali, accusando l’USA Gymnastics di collusione e copertura dell’abuso (l’allenatore è stato riconosciuto colpevole e condannato a una pesante pena detentiva). Il ciclismo si era confermato terra di conquista per la Gran Bretagna, con 6 ori nelle gare in pista, lasciando al nostro Elia Viviani l’oro nell’Omnium; nella gara su strada aveva vinto lo svizzero Fabian Cancellara (segue)
Antropocene o batteriocene?
Uno dei principali errori che si possono fare in biologia è quello di pensare che l’evoluzione proceda in una direzione, verso una forma finale che vede la nostra specie come culmine dell’evoluzione. La classica immagine degli alberi evolutivi con rami superiori che procedono verso l’alto è fuorviante e andrebbe sostituita da cespugli circolari con rami che vanno in tutte le direzioni. La nostra specie – al pari di tutte le altre ancora viventi – rappresenta solo uno dei possibili percorsi evolutivi tra i tanti potenziali; niente in biologia giustifica una visione di progresso che partirebbe da alghe e batteri – forme semplici – per arrivare agli animali superiori e all’uomo. Stephen Jay Gould è stato uno dei massimi biologi del ‘900; la sua teoria degli equilibri punteggiati (con Niles Eldredge) è uno dei capisaldi della nuova biologia evoluzionistica; in qualità di studioso di Darwin e di grande divulgatore del darwinismo, Gould ha sempre avuto presente il rischio del finalismo, a partire dal termine stesso “evoluzione“, che sembra rimandare a un concetto di crescita e di aumento di complessità. La parola “evoluzione” in biologia, invece, vuole semplicemente dire che tutti gli organismi cambiano – evolvono, appunto – diversamente da quanto avevano pensato quasi tutti i biologi prima di Darwin. A partire da Aristotele, infatti, la concezione “fissista” aveva posto tutti gli esseri viventi in una scala gerarchica naturale e non aveva considerato possibile alcuna variazione nel corso del tempo. Gould, in modo solo apparentemente provocatorio, circa 20 anni fa ci ha invitato a riflettere su un dato empirico evidente: quella presente non è l’età dell’uomo – o antropocene – ma è l’età dei batteri, come lo sono state tutte le precedenti. Il motivo è semplice: i batteri – più dell’uomo – sono ovunque e da miliardi di anni e si sono adattati a tutti gli ambienti del nostro pianeta. Ecco i cinque motivi per i quali – secondo Gould – dobbiamo parlare di età dei batteri o batteriocene. Il tempo è la prima prova a favore dei batteri. I batteri sono gli organismi più antichi della Terra: batteri e Archea esistono da oltre tre miliardi e mezzo di anni e per alcuni miliardi di anni sono stati gli unici abitanti della Terra. Le testimonianze fossili dei primi organismi viventi sono stimate a 3,8 miliardi di anni fa, circa 800 milioni di anni dopo la formazione del nostro pianeta. I primi fossili di cellule eucariotiche – le cellule con nucleo separato dal resto della cellula – risalgono a 1,8 e 1,9 miliardi di anni fa; poco dopo arrivarono i primi organismi pluricellulari vegetali, le alghe marine; fino a circa 580 milioni di anni fa non abbiamo alcuna traccia fossile di organismi animali pluricellulari. La massima diversificazione sembra il secondo punto di forza dei batteri. In quasi 4 miliardi di vita i batteri hanno potuto sperimentare tutte le possibili strategie di adattamento ai vari ambienti selezionando tutti i tipi di metabolismo conosciuti. Diversamente dalla nostra specie, i batteri sono straordinariamente diversificati, vivono in tutte le nicchie ecologiche abitabili da organismi viventi e sono capaci di funzionare con ogni tipo di metabolismo. Il loro successo evolutivo è legato alla impressionante capacità di fornire variabilità biologica da sottoporre alla selezione naturale. L’enorme spazio nella tassonomia moderna è il terzo motivo che giustifica la superiorità batterica. Il grande sviluppo delle tecniche di sequenziamento dei genomi ha rivoluzionato le vecchie classificazioni basate soprattutto su caratteristiche morfologiche; nella recente rivoluzione tassonomica abbiamo tutti gli organismi viventi raccolti in tre grandi regni: il primo è il regno Bacteria, che comprende da solo esclusivamente tutti i batteri; il secondo è il regno Archea, con forme viventi procariotiche – molto simili ai batteri – capaci di vivere in condizioni estreme, come altissime temperature o forti concentrazioni di sale; il terzo, infine, è il regno Eucarya, con i tre vecchi regni degli organismi pluricellulari: piante, animali e funghi. Il quarto puntello del batteriocene è la spaventosa grandezza della biomassa batterica. Se misuriamo tutta la vita organica del nostro pianeta in termini di contenuto di carbonio, le piante costituiscono oltre l’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della biomassa; del restante 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di biomassa non vegetale, il 77{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} è dato da batteri e Archea (70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} batteri, 7{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} Archea), il 12{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dai funghi, il 4{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dai protisti e solo il 2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} da animali, di cui la metà artropodi come insetti, ragni e crostacei; la nostra specie, da tutti considerata la più invadente e diffuso del pianeta – in termini di peso ha lo stesso valore del krill o delle termiti (dai calcoli dell’astrofisico Tom Gold, in realtà, la massa dei batteri del sottosuolo potrebbe essere superiore a quella della flora e della fauna esistenti in superficie). Lo spazio è il quinto e ultimo motivo a favore dei batteri, ovvero la loro perfetta ubiquità. I batteri occupano ogni posto adatto all’esistenza della vita. Possiamo trovare miliardi di batteri in pochi grammi di terreno di un orto o di un giardino, milioni in una goccia della nostra saliva; la nostra pelle ospita circa 100.000 microbi per centimetro quadrato; levando l’acqua, il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del nostro peso è formato da batteri. In conclusione, i batteri contendono all’ uomo il dominio della terra, anzi – dice Gould – sono oggi l’unico nostro antagonista. Non solo i batteri possono essere considerati i dominatori della Terra, ma possono rappresentare l’unica forma di vita comune a tutto l’Universo. L’ultimo aspetto da non trascurare riguarda l’estrema utilità biologica dei batteri. La fotosintesi batterica ha fornito il primo ossigeno dell’atmosfera – che ha permesso la vita aerobia nelle terre emerse – e, insieme alle piante, continua ad essere, ancora oggi, la fonte principale di produzione di ossigeno atmosferico. I batteri, inoltre, fissano l’azoto nei suoli della Terra, creano le reti alimentari degli ecosistemi non dipendenti dall’energia solare; le loro simbiosi, infine, sono essenziali in molti dei processi principali e degli equilibri della vita. I batteri sono dentro di noi e sono dentro tutte le nostre cellule. Tutte le cellule piante e animali hanno, infatti, un ricordo indelebile del mondo
Pescato e salute
Da almeno 60 anni sappiamo alcuni acidi grassi possono favorire le malattie cardiovascolari, ma i grassi non sono tutti uguali e non hanno tutti lo stesso effetto sulla salute. Alcuni grassi in particolare sono talmente utili da essere considerati essenziali (acidi grassi essenziali), in quanto l’organismo umano non è in grado di sintetizzarli. Per mantenere lo stato di benessere dobbiamo, pertanto, introdurli con gli alimenti; il discorso riguarda soprattutto gli acidi grassi omega-3, visto che gli altri acidi grassi essenziali (omega-6) sono più diffusi nei cibi e difficilmente risultano carenti. Il terzo gruppo di acidi grassi della serie omega (omega-9), invece, non è essenziale e si trova negli oli vegetali, nel pescato di mare, nel latte e nella frutta secca. I cibi ricchi di omega-3 sono prevalentemente i prodotti della pesca, soprattutto gli organismi che vivono nelle acque fredde e il pesce azzurro in genere (anche in scatola, come lo sgombro); ancora più ricchi di omega-3 sono il fegato di merluzzo, le uova di salmone, di cefalo e di storione, la bottarga, l’olio di fegato di merluzzo. L’importanza di fonti salutari di grassi la troviamo nella longevità di due popoli molto lontani, ma accomunati da modelli alimentari molto validi. La dieta mediterranea e la dieta giapponese , infatti, sono considerate le diete più sane del mondo; nei due Paesi simbolo di questi due stili alimentari – l’Italia e il Giappone – l’aspettativa di vita è di 85 anni. Per questo motivo dieta mediterranea e dieta giapponese sono state entrambe riconosciute patrimonio dell’umanità UNESCO. Anche l’ultimo grande studio di popolazione, il progetto EPIC, ha confermato la bontà dei modelli di alimentazione basati sui vegetali (compreso l’olio d’oliva) e sul pescato. Pesce, molluschi e crostacei – il pescato di mare – sono, pertanto, consigliati in ogni fase della vita. Gli adulti ne dovrebbero consumare 2 o 3 porzioni settimanali di circa 100-150 grammi, per la elevata digeribilità, per l’ottimo valore nutrizionale dei grassi e delle proteine, per il contenuto in sali minerali (ferro, calcio, fosforo e potassio, soprattutto) e vitamine (vitamina D in particolare, ma anche A, B5 e B12) di questi alimenti. I prodotti del mare, inoltre, sono consigliati per le tante persone attente alla linea; le 80-100 Caloria per etto dei pesci e le 60-70 di molluschi e gamberi permettono di mangiare secondi piatti salutari e dietetici. I prodotti ittici non allevati, infine, in un momento di grande successo di diete che si richiamano a ipotetici modelli alimentari paleolitici, sono l’ultimo reale legame che ci rimane con i nostri antenati. L’invenzione dell’agricoltura e dell’allevamento ha, infatti, cambiato tutto le varietà animali e vegetali allora presenti, ma il pesce che peschiamo in mare è – in larga parte – ancora lo stesso di 10.000 anni fa (nella foto: La pesca del pescespada do Renato Guttuso, 1949) (3-2019)