L’epatite C è un’infiammazione del fegato causata da un virus chiamato HCV (Hepatitis C Virus, in inglese). Si tratta ormai della forma più frequente di epatite cronica. Contrariamente agli altri virus dell’epatite (A, B, D ed E), l’infezione causata dal virus dell’epatite C – scoperto da ricercatori giapponesi nel 1989 – porta, con alta frequenza, all’incirca l’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi, alla forma cronica. L’infezione, però, spesso rimane a lungo priva di sintomi. Per tale motivo, la maggior parte delle persone infette ignora la propria condizione e l’infezione si diffonde Il virus dell’epatite C appartiene alla famiglia dei Flaviviridae, un gruppo di virus comprendente anche il virus della febbre gialla ed il virus della Dengue, più altri virus che causano malattie a bovini e suini. Come tutti i virus, le sue dimensioni sono estremamente ridotte, circa 50 nm (1 nanometro equivale a 1 milionesimo di metro); questo spiega perché dai primi studi sugli scimpanzé del 1978 trascorsero ben 11 anni prima di poterne scoprire gli anticorpi ed altri 6 per vederlo al microscopio elettronico (1995). La sua struttura è molto semplice: un singolo filamento di RNA con l’informazione genetica protetta da un involucro glicolipoproteico. Questa struttura conferisce particolare resistenza al virus e gli permette di sopravvivere nell’ambiente esterno per oltre 48 ore, anche in condizioni di scarsa umidità. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il virus HCV sta attualmente contagiando tra i 150 ed i 200 milioni di persone, con una frequenza media di positività agli anticorpi anti-HCV del 3{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Il grosso delle infezioni riguarda Asia, Africa e Medio Oriente; in Europa vi sarebbero tra 5 e 10 milioni di persone infette. Molto maggiore, invece, il numero totale di “portatori” del virus: solo in Italia sarebbero tra 1,5 e 2 milioni. La presenza dell’infezione da HCV in Italia aumenta fortemente con l’età, raggiungendo punte particolarmente elevate nella popolazione anziana del sud Italia (oltre il 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}).(2007)
AIDS e sieropositività
Il virus HIV, virus dell‘immunodeficienza umana, è un retrovirus, cioè un virus con RNA come materiale genetico; il virus attacca alcune cellule del sistema immunitario, in particolare i linfociti T CD4+, che sono delle cellule chiave per la risposta immunitaria. L’indebolimento del sistema immunitario può arrivare fino al punto in cui vien annullata la risposta contro virus, batteri, protozoi e funghi; questa distruzione del sistema immunitario causa la sindrome” da tutti conosciuta come AIDS (Sindrome da Immuno-Deficienza Acquisita). Le persone “sieropositive” presentano la positività alla ricerca di anticorpi dell’HIV nel siero; dopo l’infezione da parte del virus HIV, dunque, si diventa “sieropositivi”: non vi sono manifestazioni patologiche, ma la progressiva replicazione del virus porta ad una riduzione progressiva del numero dei linfociti CD4+ e a un deterioramento del sistema immunitario. Se non ci si cura, l’organismo diventa incapace di rispondere alle infezioni e si manifesta la sindrome – cioè l’insieme di malattie – chiamata AIDS. Le persone malate di Aids sono maggiormente esposta alle infezioni; le infezioni tipiche di questa sindrome sono circa 20: infezioni da batteri e protozoi (tra esse la polmonite causata dal protozoo Pneumocistis Carinii; la toxoplasmosi, causata dal protozoo Toxoplasma Gondii, e la tubercolosi); infezioni da altri virus (Herpes, Cito Megalo Virus); tumori (linfomi, tumori delle ghiandole linfatiche; sarcoma di Kaposi); infezioni da funghi o micosi (soprattutto da Candida). L’infezione da HIV si trasmette per mezzo del sangue, da madre a bambino, per via sessuale. Le trasfusioni di sangue infetto nel passato hanno trasmesso il virus HIV, in Italia, in Francia e in altri Paesi. In Italia dal 1988 il sangue destinato a trasfusioni viene sottoposto a screening per il virus HIV. Lo scambio di siringhe – tra tossicodipendenti – può facilmente trasmettere il virus HIV; ciò spiega l’alta percentuale di tossicodipendenti sieropositivi o malati di AIDSs. La madri possono trasmettere il virus HIV ai figli sia al momento del parto sia con l’allattamento (ma nelle madri in terapia con farmaci antiretrovirali il rischio si riduce al 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}.).Senza preservativo, quasi tutti i rapporti sessuali sono a rischio. Il virus, invece, non si trasmette con abbracci, carezze, baci. Nessun familiare di una persona sieropositiva è mai stato infettato. Chi vive con persone sieropositive deve semplicemente osservare le usuali norme igieniche: non usare oggetti che possono entrare in contatto con il sangue, cioè spazzolini da denti e oggetti taglienti come forbici, rasoi. Per ottenere informazioni più dettagliate consiglio il sito www.lila.it. dell’associazione che dal 1987 si batte per i diritti civili, umani e di cittadinanza delle persone sieropositive e malate di AIDS; cosa non trascurabile, la LILA non riceve contributi dalle aziende farmaceutiche. Secondo gli ultimi dati UNAIDS, sarebbero 33 milioni le persone che convivono nel mondo con il virus, con stime di oltre 2 milioni di morti ogni anno. L’India e il Sud Est asiatico sono i Paesi che, negli ultimi anni, hanno registrato il maggior aumento di casi. Nell’Africa sub sahariana, secondo la FAO oltre 11 milioni di bambini hanno perso i genitori a causa dell’AIDS. Negli Stati Uniti l’HIV riguarderebbe più di un milione di cittadini. Il 1984 è l’anno a partire dal quale si raccolgono dati epidemiologici sull’AIDS; il virus dell’Aids, in realtà, potrebbe essere molto più vecchio. Un recente studio ipotizza che l’HIV sarebbe arrivato negli Stati Uniti già nel 1969, 15 anni prima dell’arrivo ufficiale. E in Italia? Nel nostro Paese si registrano 4 mila nuovi casi l’anno di infezione da Hiv, che si aggiungono alle circa 120.000 persone sieropositive. Quest’ultimo dato, in realtà è solo una stima, dato che la metà dei 120.000 non saprebbe di essere sieropositiva. Il picco di nuovi casi di malattia conclamata in Italia è stato a metà degli anni ’90, seguito da una diminuzione e da una stabilizzazione negli ultimi anni. Il cambiamento più significativo riguarda la modalità di contagio: negli anni ’80 lo scambio di siringhe tra tossicodipendenti era all’origine del 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle trasmissioni, oggi rappresenta meno del 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei nuovi infetti, perché l’HIV si contrae principalmente per via sessuale. Per chi contrae l’infezione da HIV fra i 20 ed i 40 anni l’inizio precoce di una “terapia antiretrovirale combinata” garantisce un’aspettativa di vita superiore ai 70 anni. Purtroppo, questo ottimo dato scientifico, rimane un miraggio per la maggioranza delle persone che vivono in Paesi senza sanità pubblica (USA in primis) o con risorse ridotte come i Paesi africani e asiatici. (2008, nella foto proteste in Sudafrica per poter avere i farmaci anti AIDS a prezzi accessibili)
Allenare gli adolescenti
Allenare gli adolescenti di una squadra giovanile richiede una vasta gamma di competenze. Secondo il prof. Attilio Lombardozzi bisogna avere nel proprio bagaglio culturale alcune capacità comunicative fondamentali. Innanzitutto, bisogna saper trasmettere le informazioni; per chi insegna è il compito primario, ma un conto è saper giocare a pallavolo, un altro conto è permetterne l’apprendimento a piccoli o giovani atleti, con capacità condizionali e cooordinative ancora da sviluppare. Bisogna poi saper stimolare la scoperta: i buoni insegnanti non spiegano mai tutto prima, perché sanno che ogni elemento acquisito esternamente alla spiegazione viene appreso con maggior facilità e profondità. La terza capacità è quella di saper valorizzare l’intuizione e saper risvegliare interessi: chi conosce il mondo della scuola sa chi i migliori docenti sono quelli che sanno essere seduttivi e porgono la loro materia in modo non asettico, ma coinvolgente e originale; per essere dei buoni insegnanti, si deve amare l’insegnamento, ci si deve divertire a insegnare: se non è così, i giovani se ne accorgono: non si può far finta di provar piacere in una attività. Bisogna, inoltre, valorizzare la dimensione interattiva dell’allenamento: l’atleta ideale per un allenatore non è quello che fa tutto ciò che gli si dice, abituato solo ad ubbidire, ma quello che ragiona durante l’allenamento, l’atleta motivato in grado di autogestirsi e magari anche di mettere in difficoltà l’allenatore stesso (pertanto, i giocatori scomodi non vanno emarginati, ma valorizzati). Quinto punto: saper strutturare pochi e chiari concetti chiave; seguendo la strada tracciata da Julio Velasco il compito di un allenatore è quello di semplificare i problemi e per fare questo per ogni fondamentale o tecnica di base e per ogni situazione occorre identificare non più di 4 o 5 punti; questi concetti vengono illustrati e costantemente richiamati all’atleta associandoli a parole chiave in modo che la comunicazione verbale sia rapida e chiara. Sesto: saper accettare gli altri (saper vedere anche con i loro occhi): quindi, conoscere bene l’adolescenza, come periodo della vita, e gli adolescenti in carne ed ossa che alleniamo, come interlocutori con un loro punto di vista che non coincide necessariamente con il nostro; di nuovo, accettare e, se possibile, utilizzare i suggerimenti, gli spunti, le critiche dei giocatori. L’ottava ed ultima capacità è quella di saper creare un clima affettivo, senza il quale tutta la ricchezza e le sfaccettature dell’esperienza umana dell’allenamento si impoverisce, riducendosi a una brutta copia della cattiva educazione scolastica (nella foto Pallavolo di Joseph Seppard, 2001) (2007)
Educare allenando
Educare allenando vuol dire non perdere mai di vista due aspetti fondamentali nell’allenamento degli adolescenti: da un lato saper insegnare, bene, abilità tecnico-tattiche, dall’altro mantenere la consapevolezza che si tratta soprattutto di un “processo pedagogico complesso, eseguito attraverso l’azione. I giochi sportivi, come la pallavolo, infatti, sono attività umane fortemente complesse nei quali – secondo il prof. Attilio Lombardozzi – la figura dell’allenatore dei settori giovanili è la figura di un educatore; nel processo educativo, però, i contenuti e le modalità con cui essi vengono proposti hanno lo stesso peso; nell’allenamento sportivo, pertanto, i contenuti tecnico-tattici e le modalità di proposizione al gruppo devono essere egualmente tenute in considerazione. Molti allenatori, di provate e indiscutibili capacità tecnico-teoriche, spesso non ottengono risultati adeguati alle loro competenze per la loro difficoltà di stabilire rapporti costruttivi con tutti i componenti del gruppo-squadra. Ad un allenatore-educatore che abbia voglia di sperimentarsi con i giovani ed i giovanissimi servono, invece, un’ampia gamma di competenze umane e tecniche per essere il più possibile delle volte in grado di consigliare efficacemente quegli adolescenti che, all’inizio dell’anno, sempre sono disponibili a dare fiducia e credito al nuovo allenatore. Secondo Lombardozzi, servono alcune competenze sociologiche con le quali conoscere non superficialmente l’ambiente sociale in cui si opera, nonché ad esempio gli ambienti di provenienza degli adolescenti del gruppo; serve un minimo di competenze di tipo psicologico con cui affrontare la complessa dimensione della squadra come gruppo psicologico; un gruppo-squadra è fatto di singoli adolescenti, ciascuno con la sua storia e la sua personalità, non di futuri martelli, centrali, palleggiatori, liberi e opposti; sarebbe, inoltre, importante avere qualche nozione di psicologia dell’apprendimento e di psicometria dell’età evolutiva per evitare, ad esempio, di intestardirsi su processi di apprendimento ancora precoci; l’allenatore-educatore deve, naturalmente, conoscere la metodologia didattica, ossia saper valutare – non giudicare, competenza che assolutamente non gli compete – ed educare; servono, infine, competenze sui contenuti: si deve conoscere la materia – nel nostro caso, la pallavolo e lo sport in genere – sotto i suoi aspetti tattici, tecnici, biomeccanici (quindi non solo la nascita e la storia del volley, con le sue evoluzioni ed innovazioni, ma anche un po’ di fisiologia dello sport, di scienza dell’alimentazione). L’ultimo aspetto da considerare è il controverso tema del potere legato all’allenamento sportivo; l’allenatore può punire e può premiare, può includere o escludere dalla squadra – o addirittura dall’allenamento – spesso senza un reale confronto con il gruppo, in particolare nelle categorie giovanili, semplicemente perché lo ritiene giusto e non ritiene i giovani atleti degni di condivisione o critica del suo operato. A livello teorico la tradizionale figura dell’allenatore autoritario e direttivo sembra ormai superata, un po’ meno nelle società sportive reali. I nuovi allenatori dovrebbero essere soprattutto dei validi educatori e dei buoni comunicatori, delle persone capaci di proporre apprendimento motorio e divertimento sulla base di rapporti di stima e fiducia reciproca con i giocatori. Per quanto concerne la comunicazione nella squadra, si dovrebbe tendere progressivamente ad una comunicazione non direttiva, complessa, non lineare, bidirezionale, contestuale e personalizzata (Rogers e Shoemaker, 1971) (nella foto Gioco con la palla di Alexandr Deineka, 1932)
Adolescenti e allenatori
In diversi studi è stata analizzata la modalità di interazione tra allenatori e atleti adolescenti; alcune ricerche hanno messo in luce quanto l’esperienza sportiva dei giovani possa venir condizionata dal loro rapporto con l’allenatore. Small e Smith (1988) hanno sostenuto che la modalità di approccio dell’allenatore all’evento sportivo determina il livello di stress competitivo che gli adolescenti sentono nell’attività agonistica. Senza entrare nel merito dell’eventuale utilità della capacità di saper gestire lo stress in questa fase della vita, sicuramente le partite dei campionati possono essere un’occasione perché i giovani atleti imparino a gestire situazioni stressanti. Per contro, livelli eccessivi di ansia per la prestazione sono sempre negativi, perché riducono il piacere e il divertimento associati al gioco sportivo. Dall’esperienza quotidiana in palestra, appare a tutti evidente quanto potere abbia l’allenatore nel determinare a livello del gruppo e dei singoli sia la percezione delle capacità personali di ogni giocatore – con conseguente sostegno, incoraggiamento, biasimo o sostituzione – sia l’importanza della gara e del risultato – con conseguente forzatura sulle aspettative e sulle conseguenza di eventuali vittorie o sconfitte. Ma il comportamento dell’allenatore è determinante soprattutto per quanto riguarda le motivazioni alla partecipazione e l’abbandono. Una indagine di qualche anno fa (Mazzara, 1995) ha cercato di dare una risposta alla domanda delle domande: perché si fa sport? Oltre il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei praticanti ed oltre il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei non praticanti ha risposto che si fa sport principalmente per divertirsi. Al secondo posto l’esigenza di fare movimento, al terzo la possibilità di fare amicizie e nuove conoscenze, al quarto la voglia di migliorare il proprio aspetto fisico. Senza la motivazione ludica, senza la voglia di divertirsi, nessuno continuerebbe a praticare sport: l’attività fisica risulterebbe saltuaria e frammentaria. L’atteggiamento dell’allenatore risulta, quindi, decisivo per mantenere o spegnere negli adolescenti la motivazione ludica, che è alla base del mantenimento della pratica sportiva, giovanile e non. Sempre nel 1995 (Bortoli, Malignani, Robazza) è stata fatta una ricerca su oltre 300 atleti tra i 10 ed i 14 anni che praticavano sport individuali e di squadra; agli autori interessava capire come i ragazzi vedevano i loro allenatori. Dalle loro risposte è emerso che gli atleti adolescenti non erano del tutto soddisfatti del proprio allenatore, soprattutto per questi motivi: gli allenatori dovrebbero arrabbiarsi e urlare di meno durante le gare; bisognerebbe valorizzare anche il divertimento; in caso di errore si dovrebbe, comunque, incoraggiare e sostenere l’atleta. Lo sport aiuta gli adolescenti a riconoscere ed esprimere le proprie mozioni, a migliora i legami interpersonali e vincere la timidezza: nessun adolescente dovrebbe abbandonare lo sport a causa di un allenatore umanamente inadeguato (nella foto Renato Guttuso, Ritmi di calciatori, 1983).
Abbandono nello sport giovanile
L’abbandono nello sport giovanile trova pochissimo spazio nel dibattito sulle future generazioni. Eppure, insieme all’abbandono scolastico, rappresenta un importante campanello d’allarme. Spesso al posto di abbandono si usa il termine inglese drop-out, che significa letteralmente “cader fuori”: i tanti ragazzi e ragazze che abbandonano gli studi o le attività sportive, infatti in qualche modo subiscono una “caduta” che li costringe a rimanere “fuori” dalle aule e dagli impianti sportivi. Tutti loro rappresentano un evidente fallimento delle cosiddette agenzie educative, scuola, famiglia e società sportive. I dati dell’abbandono scolastico sono abbastanza precisi, molto meno quelli relativi all’abbandono sportivo. In Italia il tasso di abbandono scolastico è intorno al 17 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, ovvero quasi un adolescente su 6 non completa il su percorso formativo. Per l’abbandono sportivo abbiamo a disposizione alcune ricerche svolte sia negli USA che in Europa e da esse risulterebbe che quasi il 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei bambini che cominciano la pratica di uno sport all’inizio dell’età scolare (5-6 anni), la abbandona entro i 12-13 anni di età. Vediamo alcune possibili spiegazioni di un fenomeno così eclatante. Il primo dato da sottolineare si riferisce all’utilizzo prevalente di alcuni termini nello sport. Nelle cronache sportive i binomi successo/vittoria, sconfitta/fallimento ricorrono continuamente e sono usati come sinonimi, pur non avendo lo stesso significato. Soprattutto nello sport giovanile, la mancata distinzione tra il risultato sportivo in sé – la vittoria o la sconfitta sul campo – e il contesto nel quale è avvenuto, con tutti i fattori che lo hanno determinato, sembra particolarmente fuorviante e pericoloso. Tutti gli allenatori dei settori giovanili dovrebbero avere ben presente questa importante distinzione. Un secondo ordine di problemi riguarda la dimensione esasperata dell’agonismo presente in molti gruppi sportivi, anche in quelli formati da giovanissimi. Troppi allenatori sembrano svolgere la loro attività soprattutto nella speranza di scoprire il campione in erba, preoccupandosi poco o niente di tutti quei ragazzi che a dodici, tredici anni già abbandonano, spesso in modo definitivo, uno sport in cui per loro non c’è spazio. Il terzo aspetto critico riguarda le figure adulte di riferimento. Spesso allenatori e genitori esercitano pressioni esagerate sulle prestazioni dei ragazzi, i quali, schiacciati dalle troppe attese nei loro confronti, possono trovare preferibile la rinuncia. Le enormi potenzialità educative dello sport, quindi, non si realizzano mai in modo automatico. Se è vero che lo sport contiene valori, norme e schemi comportamentali di valore educativo altissimo, è altrettanto vero che le diverse figure adulte che organizzano e gestiscono lo sport – i genitori, gli allenatori, i professori di educazione fisica, i dirigenti sportivi – possono quasi annullare questo potenziale (nella foto Football di Aleksey Solodovnikov, 1979)
Adolescenza e attività fisica
Adolescenza e attività fisica, un problema per almeno il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei giovani, almeno in Italia. Eppure il movimento e l’attività motoria sono fondamentali in tutta l’età evolutiva. L’adolescenza, in particolare, è il periodo del cambiamento, della metamorfosi, il momento in cui ci si accorge di essere diversi e si sente il bisogno di essere diversi. In questa metamorfosi entra in gioco anche la paura, la paura di non piacere e di non piacersi. Si cerca, allora, ci eliminare tutto ciò che non piace e il bersaglio principale diventa il proprio corpo. Il corpo viene continuamente manipolato. Con l’abbigliamento e con l’attività fisica, con il piercing e con i tatuaggi, con l’alimentazione eccessiva o ridotta. I risultati, per gli adulti, sono spesso discutibili, ma vanno sempre letti come una comunicazione. Nei maschi – ma anche in molte femmine, ormai – la manipolazione del corpo prevede soprattutto la gestione ed il controllo della forza fisica e muscolare del nuovo corpo che si sta formando. I ragazzi e le ragazze non fanno altro che “ritualizzare” la loro aggressività con le gare, con le sfide, con gli sport (soprattutto, ma non solo, di contatto), con le esibizioni plateali. Nell’adolescenza, oltre che per gestire il corpo, lo sport è fondamentale per la mente: fare sport significa risolvere continuamente “problemi” legati alle situazioni di gioco o di allenamento (“problem solving” in inglese); nelle relazioni con il gruppo la pratica sportiva contribuisce ad un equilibrato sviluppo della personalità. Talvolta, però, genitori ed educatori, di fronte a insuccessi scolastici, negano ai ragazzi l’attività sportiva. Si tratta di un errore che, oltretutto, non risolve quasi mai le difficoltà per cui si prende il provvedimento. Andrebbe, piuttosto, capito perché un adolescente riesca ad essere adeguato in un contesto – quello sportivo – e non nell’altro. La buona riuscita nello sport dovrebbe diventare uno stimolo per valorizzare la capacità dell’adolescente, comprese quelle scolastiche. Possiamo concludere che negli adolescenti il gioco-sportivo può influenzare profondamente almeno tre sfere dello sviluppo: la sfera dello sviluppo corporeo; la sfera dello sviluppo della personalità; la sfera delle relazioni sociali. La pratica sportiva giovanile – con educatori/allenatori capaci di cogliere questa opportunità – potrebbe essere un formidabile mezzo per sviluppare negli adolescenti una serie di caratteristiche positive: la capacità di affrontare e superare difficoltà; la consapevolezza delle proprie possibilità; l’autonomia; la motivazione; la capacità di collaborare con gli altri. Una riflessione, infine, sul rapporto tra la scuolae l’attività fisica e sportiva. Il nostro Paese, pur avendo indicato l’educazione fisica come materia obbligatoria nelle scuole primarie, permette la completa flessibilità di orario; gli insegnanti, pertanto, possono far svolgere attività fisiche ai bambini quando e come meglio credono e questo si traduce spesso in una partitella a calcio. Se guardiamo all’estero, in Francia l’orario medio minimo annuo raccomandato per le scuole primarie si attesta attorno alle 100 ore (circa il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della didattica). Sommando mese dopo mese, un bambino italiano rischia di fare – nei 5 anni delle Elementari – 500 ore di educazione fisica in meno di un bambino francese. Alle Medie e alle Superiori le cose migliorano e le ore obbligatorie di educazione fisica sono in media 66 all’anno, molto più di nazioni come la Spagna (solo 24 ore) ma ancora molto indietro dietro ai Paesi più virtuosi – come Francia e Germania – dove si fanno circa 100 ore di sport per ogni anno scolastico. (2008)
Gioco e apprendimento nei bambini
Gioco e apprendimento: spesso il gioco è la migliore fonte di apprendimento. Nei bambini il gioco sportivo, inteso come gioco strutturato, ha la stessa funzione del gioco tra i cuccioli. I bambini giocando imparano. Imparano, soprattutto, tre cose: imparano a conoscere il proprio corpo, provano schemi di comportamento, selezionano le strategie motorie e psicologiche migliori. Fino a 3 anni l’attività fisica dei bambini è finalizzata all’uso delle gambe: bisogna imparare a camminare – un’abitudine fondamentale per gli anni a venire – a correre, a saltare. All’inizio delle elementari vanno bene quasi tutti gli sport, purché bilaterali – per il tennis conviene aspettare qualche anno – e dando la preferenza a quelli di squadra, che aiutano i bambini a sviluppare capacità di relazione e di solidarietà. Perché possa assolvere questa fondamentale funzione, il gioco sportivo deve rispondere a due requisiti: deve essere divertente e coinvolgente. Sembra una banalità, ma si tratta di due concetti pochissimo condivisi da molti allenatori e operatori sportivi. Se si riesce a rendere divertente e coinvolgente l’attività sportiva, sarà possibile creare vere e proprie avventure per i giovani atleti che permetteranno loro di conoscersi, di conoscere i propri limiti e le proprie capacità. Nel gioco e nei giochi sportivi i bambini sono costretti a mettere in campo risorse fondamentali come creatività e capacità di formulare strategie. Nel lavoro con i giovanissimi ed i giovani la scelta dovrebbe, quindi, cadere in primo luogo su persone capaci di lavorare e di avere relazioni adeguate con atleti di queste fasce di età. Lo sport, anche quello agonistico, dovrebbe essere sempre un mezzo di integrazione, mai un motivo di esclusione. Per tutta l’infanzia e l’adolescenza l’obiettivo è valorizzare tutti gli atleti, dedicando lo stesso tempo a quelli bravi e a quelli meno bravi. Ma non basta, bisogna anche mettere in discussione l’impostazione di molti, troppi istruttori sportivi: selezionare già da piccoli i futuri atleti per indirizzarli ad una pratica sportiva fatta soprattutto di agonismo. Ci si muove nella speranza di scoprire il campione in erba, preoccupandosi poco o niente di tutti quei ragazzi che a 12, 13 anni già abbandonano, spesso in modo definitivo, uno sport in cui per loro non c’è spazio. Secondo alcune ricerche svolte sia negli USA che in Europa, in quasi il 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei bambini che cominciano la pratica di uno sport all’inizio dell’età scolare (5-6 anni), si presentano forme di abbandono entro i 12-13 anni di età. Sono soprattutto le figure adulte – i padri in particolare, ma non solo loro – che esercitano pressioni esagerate sulle prestazioni dei ragazzi, i quali, schiacciati dalle troppe attese nei loro confronti, preferiscono rinunciare. Le enormi potenzialità educative dello sport, quindi, non si realizzano mai in modo automatico. Se è vero che lo sport contiene nel suo DNA dei valori, delle norme e degli schemi comportamentali di valore educativo altissimo, è altrettanto vero che le diverse figure adulte che organizzano e gestiscono lo sport – i genitori, gli allenatori, i professori di educazione fisica, i dirigenti sportivi – possono quasi annullare questo potenziale.
Antropologia e confini
L’antropologia è la scienza dei confini, la scienza dei confini dell’umanità. Come ha scritto Francesco Remotti, “l’interesse antropologico sorge e si determina, allorché vengono indagati i confini dell’umanità”. In questo non c’è molta differenza tra l’antropologia fisica e biologica e quella culturale e sociale. La prima indaga i confini più esterni del continente uomo, volgendo la sua attenzione al limite tra noi umani e i nostri cugini Primati; la seconda è tutta all’interno del pianeta uomo, con le sue innumerevoli culture e società. Mentre l’antropologia fisica studia i confini tra ciò che è proprio dell’Homo sapiens e ciò che non lo è, la paleoantropologia si occupa del confine tra la nostra specie, unica sopravissuta, e le altre specie di Ominidi estinte. L’antropologia culturale, invece, partendo dall’assunto che quella umana è una specie biologicamente incompleta e necessita della cultura per sopravvivere, studia tutte le forme culturali e sociali di umanità. Gli antropologi si interessano agli infiniti modi in cui gli uomini vengono “foggiati” dalle culture e dalle società, ricevendo una forma, un’identità, una visione della realtà. Il rischio che l’antropologia ha sempre corso è quello di scambiare la nostra prospettiva di occidentali come la forma più alta ed autentica di umanità, una sorta di metro con cui misurare tutte le altre civiltà, con l’inevitabile razzismo – storico o scientifico – degli ultimi secoli. Il riconoscimento della relatività della nostra visione del mondo è il punto di partenza per un vero interesse antropologico alle altre visioni del mondo e un formidabile antidoto a ogni visione razzista delle altre culture (2007)
Manifesto del futuro del cibo
Tra la fine del 2002 e la prima metà del 2003 un gruppo di lavoro presieduto di Vandana Shiva, con la partecipazione di Carlo Petrini e Marcello Buiatti, ha prodotto un “manifesto del futuro del cibo”, partendo dalla preoccupazione che la spinta crescente verso l’industrializzazione e la globalizzazione del mondo agricolo e dell’approvvigionamento alimentare sta mettendo in pericolo il futuro dell’umanità e il mondo naturale. 1) Bisogna tornare ad un’agricoltura biologica, sostenibile ed ecologica, più decentrata, non controllata dalle multinazionali e su piccola scala, così come praticata dalle comunità agricole tradizionali, dagli agro-ecologi e dalle popolazioni indigene per millenni. 2) Il cibo è un diritto umano che non può essere negato in nome degli interessi del commercio internazionale o per qualsiasi altro motivo. 3) L’agricoltura decentrata è efficiente e produttiva, l’agricoltura. industriale non può ridurre la fame nel mondo, perché il sistema della monocultura industriale allontana i contadini dalla propria terra, produce spaventosi costi esterni per l’ambiente e le comunità rurali ed è altamente vulnerabile agli attacchi parassitari. 4) Vanno adottate tutte le misure in grado di aiutare le persone a rimanere o tornare alla terra: la scomparsa dei piccoli proprietari contadini e il passaggio del controllo della terra nelle mani di grandi proprietari e di società multinazionali è una delle cause principali della fame e della miseria. 5) Sovranità alimentare: nessun organismo internazionale o impresa multinazionale ha il diritto di alterare questa priorità. E per nessun motivo un’organizzazione internazionale ha il diritto di pretendere che una nazione si faccia imporre delle importazioni contro il proprio volere. 6) Tutti gli esseri umani hanno diritto al cibo sano e nutriente. Non si deve autorizzare nessuna nuova tecnologia nella produzione alimentare se non è provata la sua conformità con le regole locali di sicurezza, proprietà nutritive, salute e sostenibilità. Il principio di precauzione vige in ogni campo. 7) Tecnologie, come l’ingegneria genetica, i pesticidi di sintesi, i fertilizzanti di sintesi, l’irradiazione dei prodotti alimentari, non sono compatibili con la sicurezza alimentare o ambientale e costituiscono una grave minaccia per la salute pubblica: come tali, il loro uso non è compatibile con l’agricoltura sostenibile. 8) I processi alimentari ed agricoli dipendono dalla protezione del mondo naturale, con tutta la sua intatta biodiversità. 9) Trattamento “umano” degli animali: vanno superate le “fabbriche agricole” industrializzate e altri sistemi simili di produzione di carne di manzo, maiale, pollo o altri animali, per le condizioni disumane inflitte agli animali e per le tragiche conseguenze ecologiche e per la salute pubblica. 10) Opposizione ai brevetti commerciali e ai monopoli sulle forme di vita. Le leggi nazionali o internazionali che permettono queste pratiche costituiscono una violazione della dignità di tutte le forme di vita, del principio di biodiversità, e della legittima eredità delle popolazioni indigene e degli agricoltori del mondo. Ciò vale per tutti i viventi vegetali, animali e umani. (2007)