Educare allenando vuol dire non perdere mai di vista due aspetti fondamentali nell’allenamento degli adolescenti: da un lato saper insegnare, bene, abilità tecnico-tattiche, dall’altro mantenere la consapevolezza che si tratta soprattutto di un “processo pedagogico complesso, eseguito attraverso l’azione. I giochi sportivi, come la pallavolo, infatti, sono attività umane fortemente complesse nei quali – secondo il prof. Attilio Lombardozzi – la figura dell’allenatore dei settori giovanili è la figura di un educatore; nel processo educativo, però, i contenuti e le modalità con cui essi vengono proposti hanno lo stesso peso; nell’allenamento sportivo, pertanto, i contenuti tecnico-tattici e le modalità di proposizione al gruppo devono essere egualmente tenute in considerazione. Molti allenatori, di provate e indiscutibili capacità tecnico-teoriche, spesso non ottengono risultati adeguati alle loro competenze per la loro difficoltà di stabilire rapporti costruttivi con tutti i componenti del gruppo-squadra. Ad un allenatore-educatore che abbia voglia di sperimentarsi con i giovani ed i giovanissimi servono, invece, un’ampia gamma di competenze umane e tecniche per essere il più possibile delle volte in grado di consigliare efficacemente quegli adolescenti che, all’inizio dell’anno, sempre sono disponibili a dare fiducia e credito al nuovo allenatore. Secondo Lombardozzi, servono alcune competenze sociologiche con le quali conoscere non superficialmente l’ambiente sociale in cui si opera, nonché ad esempio gli ambienti di provenienza degli adolescenti del gruppo; serve un minimo di competenze di tipo psicologico con cui affrontare la complessa dimensione della squadra come gruppo psicologico; un gruppo-squadra è fatto di singoli adolescenti, ciascuno con la sua storia e la sua personalità, non di futuri martelli, centrali, palleggiatori, liberi e opposti; sarebbe, inoltre, importante avere qualche nozione di psicologia dell’apprendimento e di psicometria dell’età evolutiva per evitare, ad esempio, di intestardirsi su processi di apprendimento ancora precoci; l’allenatore-educatore deve, naturalmente, conoscere la metodologia didattica, ossia saper valutare – non giudicare, competenza che assolutamente non gli compete – ed educare; servono, infine, competenze sui contenuti: si deve conoscere la materia – nel nostro caso, la pallavolo e lo sport in genere – sotto i suoi aspetti tattici, tecnici, biomeccanici (quindi non solo la nascita e la storia del volley, con le sue evoluzioni ed innovazioni, ma anche un po’ di fisiologia dello sport, di scienza dell’alimentazione). L’ultimo aspetto da considerare è il controverso tema del potere legato all’allenamento sportivo; l’allenatore può punire e può premiare, può includere o escludere dalla squadra – o addirittura dall’allenamento – spesso senza un reale confronto con il gruppo, in particolare nelle categorie giovanili, semplicemente perché lo ritiene giusto e non ritiene i giovani atleti degni di condivisione o critica del suo operato. A livello teorico la tradizionale figura dell’allenatore autoritario e direttivo sembra ormai superata, un po’ meno nelle società sportive reali. I nuovi allenatori dovrebbero essere soprattutto dei validi educatori e dei buoni comunicatori, delle persone capaci di proporre apprendimento motorio e divertimento sulla base di rapporti di stima e fiducia reciproca con i giocatori. Per quanto concerne la comunicazione nella squadra, si dovrebbe tendere progressivamente ad una comunicazione non direttiva, complessa, non lineare, bidirezionale, contestuale e personalizzata (Rogers e Shoemaker, 1971) (nella foto Gioco con la palla di Alexandr Deineka, 1932)
Dicembre 10, 2025
