Sessualità: perché questa modalità di riproduzione è così diffusa tra gli animali? La clonazione, in realtà, è il sistema più efficace e meno dispendioso per riprodursi, ma non produce variabilità e rende gli organismi più vulnerabili nei confronti degli aggressori e di eventuali cambiamenti dell’habitat. Con l’avvento della sessualità si crea una maggior variabilità genetica negli individui e nella popolazione, ma nasce un nuovo problema: gli individui di un sesso devono saper riconoscere quelli dell’altro sesso. Si sviluppano allora segnali distintivi di specie e segnali distintivi di sesso. Per i pesci anemoni ed altri pesci le cose non sono così semplici. Questi animali, infatti, possono cambiare sesso in qualsiasi momento, se ciò comporta un vantaggio, poiché hanno in sé le basi biologiche di entrambi i sessi. Ad esempio, alcuni pesci sono in grado prima di deporre le uova come femmine, subito dopo di trasformarsi in maschio e fecondarle. Possiamo, dunque, parlare di una transessualità biologica che trova interessanti applicazioni nella piscicoltura laddove è possibile decidere il sesso più conveniente – per la taglia o per il tipo di carne – di quelle specie predisposte al cambiamento di sesso. Se i gli animali transessuali possono cambiare ripetutamente sesso, gli organismi ermafroditi hanno sia la sessualità maschile sia quella femminile. In natura l’ermafroditismo non è niente di eccezionale e riguarda lombrichi, platelminti, chiocciole, che producono sia uova sia spermatozoi. L’etologia ha scoperto che – oltre al transessualismo e all’ermafroditismo – anche l’omosessualità non è un’invenzione della nostra specie, essendo assai diffusa in natura. Vermi, mufloni, gabbiani, porcellini d’India, cimici, oche, scimmie presentano con grande naturalezza rapporti sia eterosessuali che omosessuali. Ci si potrebbe domandare quale sia il rapporto tra omosessualità ed evoluzione, visto che nei rapporti tra individui dello stesso sesso non si generano discendenti. Per alcuni biologi sarebbe proprio nella rinuncia ad allevare una propria prole il vantaggio dell’omosessualità animale. In questo modo alcuni elementi del gruppo potrebbero collaborare nell’allevamento dei fratelli minori e dei nipoti. Recentemente (dicembre 2006) sul più diffuso quotidiano italiano è comparso un articolo sulla diffusione dell’omosessualità nel mondo animale. Si riportava, ad esempio, che tra i mastodontici maschi dei bisonti nordamericani i rapporti omosessuali sono più comuni di quelli eterosessuali. La mostra “Contro Natura?” (2006) inaugurata a Oslo, presso il Museo di Storia Naturale dell’Università, affronta il tema con argomentazioni assolutamente scientifiche che portano a quattro sorprendenti conclusioni: 1) l’omosessualità è stata oramai osservata in oltre 1500 specie animali; 2) la sua ampia diffusione dimostrerebbe che la continuazione della specie attraverso la riproduzione non è l’unico scopo delle attività sessuali; 3) il rapporto omosessuale sembra trovare altre valenze biologiche, come creare alleanze e protezione tra i partner o consolidare i legami sociali (vedi bonobo e scimpanzé); 4) appare sempre più fuori luogo la definizione dell’omosessualità come espressione anomala della sessualità animale, riconducibile alla presenza di individui dello stesso sesso in una gabbia o in un recinto (per analogia a quanto avviene talora nelle carceri umane), o a squilibri degli ormoni sessuali o a imprinting errato nelle prime fasi di vita. (2007)
Sport come progetto terapeutico
Sull’onda della rivoluzione legata all’opera e al pensiero di Franco Basaglia i servizi psichiatrici del territorio hanno capito che lo sport può essere un formidabile strumento per agganciare persone con serie problematiche psicosociali o con disturbi gravi come la schizofrenia. A cavallo degli anni ‘90 è esistita nel Lazio una fondamentale, e unica nel suo genere, realtà di confronto sullo sport come progetto terapeutico: il Coordinamento Regionale Sport Integrazione Sociale, nato con la denominazione Comitato Regionale per le Attività Sportive nella Riabilitazione Psicosociale, e purtroppo conclusosi alcuni anni fa. Nei suoi oltre 10 anni di vita il coordinamento ha prodotto convegni, materiali di studio, occasioni di confronto per gli operatori, ma soprattutto attività sportiva per i pazienti dei Dipartimenti di Salute Mentale e delle Comunità Terapeutiche per tossicodipendenti. Tra le tante figure che hanno dato vita a questa importante realtà ricordiamo Mauro Raffaelli, psichiatra, e Angela Ovidi, infermiera, del DSM Roma A, Nicola De Toma, psichiatra del DSM Roma B, Luigi Trecca, psicologo, e Luigi Pucci, infermiere, del DSM Roma D, Santo Rullo, psichiatra di Villa Letizia, Marco Angeleri, psicologo di Villa Maraini (e, naturalmente, noi di Fratello Sole). Dall’intenso confronto con psichiatri, infermieri, psicologi e volontari di questo coordinamento è emerso il bisogno di utilizzare al meglio lo sport nelle istituzioni, in particolare lo sport di squadra. Riportiamo dal bollettino della Comunità Terapeutica Fratello Sole dell’ottobre 2006 (CiTi News) alcuni interventi sullo sport come terapia, raccolti da Jacopo Segnini al termine dell’11° Torneo di Volley-DSM Lazio. Sport come terapia? Sembra decisamente di sì, soprattutto con alcune discipline che si prestano meglio di altre a questo tipo di intervento. “Lo sport aiuta più della terapia perché migliora anche l’integrazione del paziente. La pallavolo è uno sport utilissimo per il gruppo dei nostri pazienti; ci permette di migliorare memoria, attenzione e concentrazione. Nel volley ci si aiuta, molto più che nel calcio ed inoltre non c’è il contatto fisico con l’avversario.” (Luigi Pucci). I risultati a volte non arrivano subito, ma per chi crede nello sport come progetto terapeutico si tratta solo di attendere con pazienza. “All’inizio si notano solo le disabilità, poi viene fuori la parte positiva. Per lavorare bene da un lato deve esserci una vera e sana competizione, dall’altro l’attività deve essere finalizzata all’integrazione.” (Angele Ovidi). La pallavolo è uno sport di squadra che non prevede il contatto fisico, come il calcio, ma richiede estrema collaborazione e attenzione a tutte le fasi di gioco. “La forza della pallavolo è nella squadra. Proprio nella squadra tutti si riconoscono ed è presente l’unità. Non si può giocare individualmente o separati, come nel calcio Per le persone che presentano dei deficit l’attività sportiva è di grande utilità, per una serie di ragioni. Innanzitutto, lo sport aiuta la loro formazione perché maturano, giocano e stanno insieme, mentre di solito si isolano. Inoltre, nell’attività motoria riescono a superare i difetti tecnici. “(Delfina Prete, dirigente UISP). Anche nella scuola, il difficile processo dell’adolescenza sembra trovare efficaci strumenti di confronto. “La sicurezza nelle relazioni è estremamente importante, così come conoscere realtà diverse. Ovviamente anche tra noi sono presenti vari gradi di “diversità” e ognuno di noi ha qualcosa da dare all’altro e da ricevere. La pallavolo in quanto sport di gruppo per eccellenza aiuta molto, perché c’è lavoro di gruppo, condivisione dell’obiettivo. Ci piace lo sport come convivenza pacifica e non come selezione dei migliori” (Vania Sereni, insegnante E. Mattei, Cerveteri). Anche le case famiglia per adolescenti trovano nello sport uno strumento di crescita e di lavoro per i loro ospiti. “I ragazzi che si trovano in una casa famiglia tendono ad avere una certa aggressività: lo sport aiuta i ragazzi a contenere e controllare la rabbia ed è un aspetto ludico ed educativo” (Loredana, operatrice Casa Famiglia La Tartaruga). “Da vicino nessuno è normale” non è una citazione di Franco Basaglia, ma un verso di una canzone del grande cantautore brasiliano Caetano Veloso; nei primi anni ’90 questa frase così significativa è stata trasportata a Trieste e utilizzata nell’ex Ospedale Psichiatrico di San Giovanni come titolo di un laboratorio, diventando negli anni successivi la bandiera libertaria di molte iniziative contro lo stigma del disagio. Anche nello sport da vicino nessuno di noi sembra normale: quando ci mettiamo in maglietta e calzoncini le distanze si riducono, a volte scompaiono e sembriamo tutti un po’ matti e un po’ sani, ma soprattutto sembriamo tutti un po’straordinari. (2007)
Riti di passaggio
Per l’antropologia culturale è possibile capire le diverse culture umane solo partendo dalla incompletezza biologica della nostra specie. Con le sue limitate risorse biologiche, infatti, l’uomo non sarebbe in grado di affrontare le sfide dell’ambiente, ma nemmeno di organizzare il suo rapporto con la realtà. Tutte le culture, pertanto, si preoccupano di plasmare i propri membri in una forma specifica, attraverso dispositivi come i rituali o i sistemi educativi. I riti di passaggio hanno sempre avuto la massima importanza nelle società del passato e in quelle tradizionali, poiché rappresentano la preparazione al ruolo che da adulti si dovrà assumere nella società. Sono spesso caratterizzati dalla metafora del viaggio, un viaggio capace di collegare le cose conosciute con quelle ancora da conoscere. In molte popolazioni di interesse etnologico il periodo della pubertà è oggetto di attenzioni particolari; la pubertà, infatti, segna l’inizio della maturità fisica, sociale e psicologica della persona, ma rappresenta anche un fatto collettivo e riguarda quindi la comunità in cui l’adolescente vive. Questo spiega come i problemi legati alla pubertà siano oggetto di un’istituzione sociale, l’iniziazione, che segna il passaggio dalla vita infantile all’età adulta. Come tutti i riti di passaggio i riti di iniziazione sono suddivisibili in tre fasi distinte: la separazione, in cui si viene staccati – in modo simbolico – dalla famiglia o dal gruppo di appartenenza; il periodo del margine, in cui avviene la trasformazione dell’individuo, a volte con mutilazioni – come la circoncisione – tatuaggi o altre prove; infine, l’aggregazione alla comunità degli iniziati che ripristina la stabilità e nella quale ci si aspetta dall’iniziato il rispetto di precise norme etiche e culturali. I riti di trasformazione spesso assumono le forme simboliche di una morte seguita dalla rinascita, nella quale il neo iniziato si sottomette a pratiche purificatorie, osserva il silenzio o il digiuno, spesso assume un nuovo nome (a volte si comporta come un neonato, imparando a poco a poco a camminare, a parlare). Nella maggior parte dei casi l’iniziazione ha carattere collettivo, interessando tutti gli individui che abbiano raggiunto l’età idonea. Lo sviluppo individuale, pertanto, viene considerato un fatto non soggettivo ma sociale. Nel mondo classico erano presenti forme di iniziazione all’età adulta, come l’assunzione della toga virile nell’antica Roma. Il carattere rituale del passaggio dall’infanzia all’età adulta si conserva anche in società complesse come quella indiana, nella quale il bambino è considerato fuori-casta fino alla celebrazione della sua assunzione nella casta cui la sua famiglia appartiene. Tra i Puebla del Nuovo Messico, invece, i ragazzi vengono fustigati a sangue – e le ferite sono così profonde da lasciare cicatrici permanenti – per poter accedere allo status di uomini adulti. Anche nei riti di passaggio appare evidente la profonda differenza tra l’identità maschile e quella femminile. La femminilità, infatti, ha paletti chiari nel percorso di crescita: menarca, gravidanza, parto, allattamento. Lo sviluppo maschile è più indeterminato a livello biologico e, pertanto, deve essere fissato culturalmente. Esistono, comunque, notevoli eccezioni. Tra i Ba Nande della Nuova Guinea esiste un particolare rituale di iniziazione per la donna che scopre di essere incinta per la prima volta: vi partecipano solo le donne che mangiano, ridono, cantano e parlano male degli uomini. Un altro rito riservato alle sole donne è stato osservato presso i Navajo, il popolo nativo americano reso famoso dal fumetto western Tex (nella foto Lawrence Alma Tadema, Danza pirrica, 1869) (2010) 2008)
Sapere: la critica alla scienza
Nel 1974 la direzione della rivista Sapere fu affidata a Giulio Maccacaro. Sapere era una rivista “storica” della divulgazione scientifica in Italia, Maccacaro uno dei maggiori scienziati italiani, direttore dell’Istituto di biometria e statistica medica dell’Università di Milano, che per primo portò in Italia l’epidemiologia. Sapere diventò la più importante rivista politica sulla scienza. Nei primi numeri mensili del 1974 si occupò dell’energia, del cancro sui posti di lavoro, dell’aumento della popolazione nel mondo, dell’industria chimica, degli alimenti industriali, del problema dell’acqua. A distanza di 35 anni fa impressione l’attualità di tutti gli argomenti che Sapere trattava con splendide monografie, chiare nel linguaggio, precise nella denuncia, aperte a contributi critici e liberi da conflitti di interesse. Sembra fin troppo facile collegare l’attuale assenza di riviste come quella di Maccacaro alla povertà culturale di oggi, presente anche in chi vorrebbe cambiare profondamente la società. Sapere si occupava a fondo di biologia ed etologia, matematica e fisica, chimica e geologia, medicina e psichiatria, tecnologia, e società, psicologia e scuola, ecologia e sociologia. Tutti coloro che parteciparono al progetto raccolsero l’invito contenuto in questa frase di Giulio Maccacaro: “Di scienza è ormai fatto il potere, e di potere gli uomini vivono e muoiono. Cosicché, fare scienza vuol dire, oggi e in ogni caso, lavorare per o contro l’uomo, e ogni uomo è oggi raggiunto dalla scienza, per esserne fatto più libero o più oppresso.” Sapere in quei 9 anni di vita (dal 1983 la direzione passò a Carlo Bernardini e tornò ad essere una normale rivista di divulgazione) raccolse il meglio della cultura “critica” italiana: Franco Basaglia, Luigi Cancrini e Giovanni Jervis per la psichiatria, Giorgio Bert e Massimo Gaglio per la medicina, Marcello Cini per la fisica, Ettore Tibaldi, Enrico Falqui e Dario Paccino per l’ecologia, Renzo Tomatis per l’epidemiologia, Luigi Mara per la chimica e la salute operaia, Paola Manacorda per l’informatica, e tanti altri validissimi collaboratori. Accanto a Sapere, Giulio Maccacaro lavorò ad altri due grandi progetti legati al rapporto scienza-potere: la fondazione del movimento di lotta per la salute Medicina Democratica (al quale ho partecipato per quasi 10 anni, assieme ad Augusto Puccetti, come responsabile per la Toscana) – con l’omonima pubblicazione – e la rivista Epidemiologia e prevenzione. Nel gennaio 1977, un mese dopo la pubblicazione del numero monografico di Sapere dedicato a Seveso – significativamente intitolato “Un crimine di pace” – Giulio Maccacaro morì. Non morirono, invece, i progetti che aveva avviato. Medicina Democratica dal 1978 continua le sue battaglie per la salute nei luoghi di lavoro e nel territorio, mentre la rivista Epidemiologia e prevenzione è arrivata – dal 1976 – ad oltre 30 anni di vita, come pubblicazione in grado di accogliere “contributi di ricerca, rendiconti di esperienze e proposte di interventi nei campi della epidemiologia e della prevenzione“. L’unico progetto che non è continuato è quello del mensile Scienza Esperienza (Se), che raccoglieva parte del gruppo di Sapere: dal 1983 per 5 anni uscirono circa 50 numeri di una rivista che cercò di mantenere l’impostazione della rivista di Maccacaro. Con alterne fortune si arrivò all’ultimo numero, doppio, del 1988. Poi in Italia si aprì il vuoto nel campo della critica alla scienza: ricordo i coraggiosi tentativi del mensile “Arancia Blu” di Enzo Tizzi (1990-91) e del trimestrale “Capitalismo Natura Socialismo” di Giovanna Ricoveri (1990-95). Per il resto niente, anche se, sempre più “ogni uomo è oggi raggiunto dalla scienza, per esserne fatto più libero o più oppresso”.(2008)
Storia dell’alcol
La storia dell’alcol è sorprendente. Si ritiene che le prime bevande alcoliche siano comparse sulla Terra più di 20.000 anni fa per divenire rapidamente protagoniste della vita sociale, culturale e religiosa dell’uomo. Probabilmente già i cacciatori e i coltivatori della preistoria conoscevano l’effetto stupefacente dei frutti fermentati. Secondo l’archeologo Patrick McGovern l’inizio dell’agricoltura e della coltivazione di cereali avrebbero avuto come obiettivo più la produzione di birra che quella di cereali. Anche senza accogliere posizioni così radicali, è indubbio il legame tra i primi passi dell’agricoltura e la comparsa dell’alcol nella storia umana. Le origini del vino sono remote e probabilmente legate a diverse civiltà. Ai Sumeri, prima civiltà in senso moderno, molto probabilmente dobbiamo anche l’invenzione del vino: il Codice di Hammurabi del 1800 a. C. riporta alcune leggi che servivano a regolare il commercio del vino nel regno babilonese. Vino e birra venivano usati nell’antico Egitto come offerte sacrificali agli dei e come medicamenti per gli uomini. Dall’Egitto la vite passò facilmente in Grecia e sotto l’Impero Romano la coltivazione della vite conobbe il suo massimo splendore, tanto che i Greci chiamavano l’Italia Enotria, Paese del vino. Anche in Cina le produzioni alcoliche a partire dal riso sono estremamente antiche. Birre di mais e di manioca erano molto diffuse tra gli Incas; lo sono ancora tra le popolazioni attuali sudamericane, così come le birre di sorgo e miglio tra quelle africane. Nella Bibbia si parla più volte del vino, biasimandone l’uso eccessivo; nel Corano vi sono accenni di condanna all’abuso dell’alcol e su questi accenni diverse società islamiche hanno costruito l’attuale proibizione e condanna dell’alcol. Il Cristianesimo, al contrario, fece del vino il simbolo del sangue di Gesù e non prese mai nette posizioni di condanna. Fino al 19° secolo, l’acqua veniva – a ragione – considerata una bevanda pericolosa, almeno nella nostra società: nel corso dei secoli, infatti, si era mostrata nociva e capace di provocare malattie acute e croniche: di conseguenza si evitava di berla, preferendo vino o birra. La spiegazione? Molti batteri nell’acqua non depurata sopravvivono e si riproducono, mentre nel vino muoiono per l’acidità, la presenza di alcol e di tannini. Solo nell’Ottocento iniziarono ad apparire efficaci metodi di depurazione dell’acqua ed fu chiara l’utilità della bollitura per un consumo più sicuro. Tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, i movimenti contrari all’uso dell’alcol riuscirono ad imporre in alcuni Paesi legislazioni proibizionistiche. La Finlandia promulgò nel 1884 leggi molto severe che regolavano la vendita dei liquori; qualche decennio dopo gli alcolici vennero proibiti, con la conseguente nascita di un mercato nero. Molto più conosciuta è la storia del proibizionismo statunitense. Nel 1919 fu vietata la fabbricazione, la vendita e il consumo di alcol in tutto il Paese. In breve tempo i risultati della legge si rivelarono catastrofici: nascita del mercato nero, gangsterismo, guerra senza quartiere tra i contrabbandieri e le diverse organizzazioni criminali per conquistare l’ingente giro di affari. L’esperienza proibizionista è oggi universalmente riconosciuta come fallimentare, perché aggravò invece di ridurre il problema dell’abuso di alcol: il Presidente F. D Roosevelt vi pose fine, dopo 14 anni, nel 1933. L’alcol resta, comunque, la sostanza psicotropa (droga) più diffusa nel mondo occidentale e in quasi tutte le società umane. L’etimologia della parola alcool risale agli Arabi: significa “il meglio di una cosa“: oggi, tuttavia, l’abuso di alcol rappresenta la terza causa di morte, dopo malattie cardiovascolari e tumori (due gruppi di patologie che l’alcol, peraltro, contribuisce in modo consistente a causare). Quando si parla di alcol, appare necessario ricordare il concetto biologico di ormesi, secondo il quale si possono avere effetti opposti in base alle dosi assunte di alcune sostanze. Un moderato consumo di vino rosso – un bicchiere al giorno per le donne e due2 per gli uomini – può avere effetti positivi per le proprietà antiossidanti, anti radicali liberi, antitrombotiche e antiinfiammatorie del resveratrolo, fenolo presente nella buccia dell’acino d’uva. Sì all’alcol, allora, ma solo all’interno di una “cultura del bere” che punti a ridurre progressivamente il consumo di alcolici orientandolo verso l’assunzione moderata di prodotti di qualità (nella foto; Reverlry at the Inn di Jan Steen, 1674).
Alcol e salute
I danni dell’alcol sono uno dei principali problemi di salute pubblica in molti Paesi del mondo. Il rapporto 2002 sulla salute dell‘Organizzazione Mondiale della Sanità dice che sono attribuibili, direttamente o indirettamente, al consumo di alcool il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di tutte le malattie, il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di tutti i tumori, il 63{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle cirrosi epatiche, il 41{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} degli omicidi ed il 45{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di tutti gli incidenti, il 9{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle invalidità e delle malattie croniche (di lunga durata). Dopo il fumo, l’alcol è la seconda causa di tumori riconosciuta; l’alcol, inoltre, è in grado di potenziare malattie di diversa origine. I principali danni organici causati dall’alcol avvengono a livello del fegato e del sistema nervoso; per quanto riguarda il fegato, l’uso prolungato di alcol può portare alla steatosi epatica, all’epatite acuta e cronica alcolica, infine alla cirrosi epatica; a livello cerebrale si hanno danni di ordine neurologico e psichico come allucinazioni, delirium tremens, epilessia, polinevrite alcolica, atrofia cerebrale; il terzo apparato che risente dell’abuso di alcol è quello digerente: esofagiti, infiammazioni e tumori a carico della bocca e dell’esofago, gastriti, ulcere e tumori dello stomaco, pancreatici acute e croniche per il pancreas; malassorbimento e diarrea nell’intestino; infine, per l’apparato cardio-circolatorio, miocardiopatia alcolica, ipertensione e progressione verso l’aterosclerosi.Un discorso a parte merita l’impatto dell’alcol sull’apparato riproduttivo; in generale l’abuso di alcol porta alla riduzione della fertilità ed un calo del desiderio sessuale. Anche se a dosi molto basse l’alcol sembra favorire la stimolazione e la disinibizione sessuale, molti alcolisti risultano impotenti anche dopo diversi anni di astensione dal bere, probabilmente per l’azione dell’etanolo sulle cellule del Leyding. Il cattivo funzionamento del fegato provoca, inoltre, un accumulo di ormoni estrogeni nell’organismo. Nelle donne l’alcol influisce sull’ovulazione attraverso il rilascio di LH. Come tendenza generale, in entrambi i sessi l’alcolismo porta a problemi di infertilità e alla sterilità. Dal punto di vista psicologico le persone con problemi di alcol spesso hanno comportamenti caratteristici. Gli uomini sono soliti vantare successi inesistenti e presentano un’eccessiva gelosia, a copertura dei fallimenti esistenziali e sessuali. Nelle donne alcoliste si riscontra, in genere, una tendenza alla promiscuità sessuale con accentuata attività sessuale a cavallo delle bevute. Un rischio elevatissimo lo corrono i figli delle donne che devono durante la gravidanza: i neonati possono incorrere nella sindrome alcolico fetale (Fasd, Fetal Alcohol Spectrum Disorders): l’alcol e l’acetaldeide (prodotto del metabolismo dell’alcol) giungono direttamente nel sangue del nascituro attraverso la placenta, esponendolo ai suoi effetti nocivi. Un ultimo aspetto rilevante riguarda gli aspetti tossicomanici dell’etilismo; le persone con problemi di alcol presentano una tossicodipendenza a tutti gli effetti, con il rischio di sviluppare o aggravare patologie di natura psichiatrica come depressione, sindromi ossessive e paranoiche, disturbi del comportamento alimentare (2007) (nella foto Il bar delle Folies-Bergère di Édouard Manet, 1881-1882)
Ucronia etrusca (2000)
ucronìa s. f. [dal fr. Uchronie, sostituzione di avvenimenti immaginarî a quelli reali di un determinato periodo o fatto storico (per es., la situazione europea se Napoleone avesse vinto a Waterloo) I giorni successivi allo spoglio elettorale accadde l’impensabile. Tutti i patiti del macchinone o del SUV lasciarono la cittadina etrusca, vendettero le superville o le modeste stamberghe a prezzi stracciati, pur di evitare il “comunismo” ecologico promesso dalla nuova amministrazione. L’esodo di questa umanità rese tutto più facile: chi rimase, meno del trenta per cento dei residenti, era ben disposto ai cambiamenti e partecipò attivamente all’esperimento. La prima iniziativa fu la chiusura al traffico di tutto il centro storico. Chi arrivava alla bimillenaria cittadina etrusca poteva lasciare la macchina nel parcheggio creato all’altezza del campo sportivo: da lì partivano ogni dieci minuti navette elettriche che attraversavano tutto la parte vecchia dell’abitato. Il servizio era offerto gratuitamente grazie alla nuova imposta sui veicoli a motore. Chi rinunciava ai mezzi tradizionali non pagava niente, chi manteneva uno o più auto o motoveicoli pagava una tassa annuale proporzionale all’impatto ecologico del mezzo di trasporto. Quasi niente per i veicoli elettrici, qualcosa per quelli ibridi, abbastanza per quelli a metano e gpl, moltissimo per i diesel e quelli a benzina. La seconda svolta fu la creazione di percorsi pedonali attrezzati: dal centro storico partivano strade pedonali attrezzate per tutti i magnifici luoghi del circondario; da quel momento si poteva andare a piedi, con la possibilità di una sosta in piccoli chioschi riparati, nei borghi medievali, nelle belle aree rurali poco urbanizzate, nelle località turistiche e balneari dei dintorni. Il terzo cambiamento fu piuttosto facile, rispetto ai precedenti, data l’enorme riduzione del flusso di veicoli a motore – vero e proprio lusso da nababbi, per la tassazione approvata. Furono create in tutte le strade del territorio piste ciclabili, sicure e separate dal resto della circolazione stradale (rimasero pochissime strade con la circolazione in entrambe le direzioni). La percentuale di popolazione che usava abitualmente la bicicletta salì dal due al quaranta per cento, con un altro venti per cento che la usava spesso. Il quarto pilastro ecologico fu la creazione di impianti polivalenti per il gioco, l’attività fisica, la danza e lo sport. Ogni struttura si avvaleva di una pista da ballo, con copertura, di un percorso da jogging, di uno spazio ludico con attrezzi per tutte le età, di un playground per il basket, di un campo da volley e di un campo sintetico per calcetto/pallamano/rugby a cinque. La gestione degli impianti era affidata a persone del quartiere che si impegnavano a turno nella manutenzione, nel rispetto degli spazi e nell’organizzazione delle attività. D’estate gli impianti restavano aperti fino a tarda notte, limitando il volume della pista da ballo. Gli impianti furono finanziati con la tassa sulla televisione: chi rinunciava all’apparecchio non pagava niente, chi preferiva tenerlo aveva una tassa annuale proporzionale al numero di ore trascorse davanti al video. La gente cominciava a divertirsi. Il consumo di farmaci crollò: chiusero cinque farmacie su sei; chiusero tutti i noleggi video, il 70{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei bar, tutte le sale giochi; si avviò un fiorente mercato salutistico legato alle nuove attività. Il quinto passo fu la pubblicizzazione e l’incentivazione alla creazione di “Banche del tempo”. Chiunque avesse una capacità o un’inclinazione, poteva scambiarla alla pari con le cose che da tempo sognava di fare. Accadde l’inverosimile: professori di Greco che scambiarono le loro ore per imparare a fare i dolci locali (detti tozzetti), maestri di capoeira che scambiarono la loro danza per imparare il cinese, le equazioni irrazionali per il giardinaggio, la degustazione dei vini per l’epistemologia: tutti i saperi furono saggiamente messi in gioco e scambiati. Ognuno ne uscì arricchito, nacquero profonde e proficue amicizie, alcune talmente profonde e proficue che diverse coppie si riassortirono, senza troppi drammi familiari e con successiva generale soddisfazione di tutti.
Pratica sportiva in Italia
La CONI Servizi ed il Dipartimento di Statistica dell’Università di Roma hanno ricavato dalle rilevazioni ISTAT 2000 alcuni dati abbastanza interessanti circa la diffusione della pratica sportiva in Italia. Ben 16,7 milioni di Italiani hanno dichiarato di praticare sport, quasi un quarto della popolazione. Al primo posto naturalmente il calcio con oltre 3,5 milioni di praticanti, seguito da nuoto (2,2 milioni) e ginnastica (1,8 milioni); troviamo poi, nell’ordine, sci e ciclismo (800.000), tennis (700.000), pallavolo, atletica e pallacanestro (tutti intorno al mezzo milione di praticanti). Elaborando i dati ISTA si è calcolata la ripartizione tra attività giovanile sotto i16 anni (Under 16), attività agonistica e attività ricreativa. Il calcio rimane al 1° posto con il 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di Under 16, il 27{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di Over 16 ed il restante 43{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di amatori occasionali; la pallavolo ha un altissimo 47{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di Under 16, un 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di Over 16 e solo il 23{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di giocatori non agonistici; ancora più accentuata la percentuale di giocatori agonistici per il basket: 54{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} sotto i 16 anni, 32{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} sopra i 16 anni, solo 14{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} non agonistici. Da un’indagine più recente- del 2006 – risultavano oltre 17 milioni le persone (pari a circa il 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}) che dichiarano di praticare uno o più sport: il 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} lo fa con continuità, il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} saltuariamente. Oltre 16 milioni di Italiani (il 28{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione), pur non praticando uno sport, svolge un’attività fisica come fare passeggiate di almeno 2 km, nuotare, andare in bicicletta o altro. I sedentari, ovvero coloro che dichiarano di non praticare sport né attività fisica nel tempo libero, sono oltre 23 milioni, pari al 41{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} della popolazione. I ricercatori dell’ISTAT sottolineano alcune tendenze di fondo. 1) Mentre tra il 1995 e il 2000 la quota degli sportivi era aumentata di oltre 3 punti percentuali, negli ultimi 5 anni la quota di praticanti si è stabilizzata. 2) La percentuale di popolazione che, pur non praticando uno sport, svolge un’attività fisica è in diminuzione: dal 35,3{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nel 1995, siamo passati al 31,2{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nel 2000, fino all’attuale 28,4{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}; 3) Aumentano, pertanto, i sedentari, ovvero coloro che hanno dichiarato di non praticare sport né un’attività fisica nel tempo libero: dal 37,8{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del 1995 salgono al 38,4{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nel 2000 ed al 41{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nel 2006. 4) “Emerge, quindi, un quadro della pratica sportiva sostanzialmente ferma, a cui corrisponde un decremento piuttosto rilevante dell’attività fisica e, di contro, un incremento della popolazione sedentaria.” (2007 )
Tubercolosi, un’emergenza globale
La tubercolosi o TBC, è una malattia infettiva provocata dal batterioMycobacterium tuberculosis o Bacillo di Koch. Si tratta di una patologia antica quanto l’uomo: sono stati ritrovati in Turchia segni di infezione tubercolare in resti di Homo erectus. Mummie del 2400 a.C., provenienti dall’Egitto, presentavano segni d’infezione alla colonna spinale; per Ippocrate – il più grande medico dell’antichità – è la malattia più diffusa che conduce quasi sempre a morte. Alla fine del 1800 e nei primi decenni del 1900 la Tbc era la principale causa di morte in Europa e negli Stati Uniti; nel 1854 fu costruito il primo sanatorio per isolare i pazienti e assisterli meglio; nel 1882 il microbiologo tedesco Robert Koch scoprì che la malattia era causata da un bacillo; molti anni dopo, nek 1907, riceverà il Premio Nobel per questa scoperta. Il successivo miglioramento delle condizioni igieniche e la scoperta dei farmaci antitubercolari – nel 1943 fu messo a punto il primo antibiotico efficace – ridussero drasticamente la diffusione e la pericolosità della malattia nel mondo occidentale, senza mai debellarla completamente. Ancora oggi più di 25.000 statunitensi si ammalano ogni anno, con un‘incidenza doppia negli afro-americani. Uscendo dai nostri confini, la tubercolosi rappresenta il principale problema di sanità pubblica del pianeta: oltre 2 miliardi di persone – un terzo della popolazione mondiale – hanno l’infezione. Secondo l’OMS, nel 2006 vi sono stati oltre 9 milioni di nuovi casi di tubercolosi: 700.000 erano persone con HIV e mezzo milione erano persone con tubercolosi multi-resistente ai farmaci; si stimano circa 1,7 milioni di morti, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, oltre il 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} per HIV con tubercolosi. Le persone con tubercolosi polmonare o laringea possono emettere bacilli nell’aria circostante con la tosse, gli starnuti o parlando; la trasmissione del bacillo, però, non avviene facilmente; l’ammalato deve essere affetto dalla forma polmonare “aperta” (la parte malata deve essere comunicante con i bronchi e, quindi, con l’esterno) e non prendere farmaci, la carica batterica deve essere molto elevata, il ricambio d’aria insufficiente. Come per altre malattie infettive, è importante conoscere le effettive modalità di contagio della tubercolosi, evitando così comportamenti e atteggiamenti inutilmente discriminatori, basati sull’idea che si possa contrarre la TBC semplicemente vivendo vicino ad una persona ammalata. Anche in questa patologia il contatto con l’agente infettivo non significa diventare malato: oltre il 90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di chi contrae l’infezione, non si ammala, non mostra alcun sintomo, non è contagioso, perché il suo sistema immunitario produce specifici anticorpi che inattivano il bacillo impedendone la crescita e la diffusione. Diverse categorie di persone hanno un rischio maggiore di contrarre l’infezione: persone a contatto con ammalati di TBC in fase contagiosa (non curati), anziani e bambini, diabetici, pazienti trattati con cortisonici ad alto dosaggio o altri farmaci immunosoppressori e persone con deficit immunitario in generale, tossicodipendenti, persone che vivono in ambienti affollati (come le comunità, gli istituti, gli ospizi); gli operatori sanitari. Fra gli anni ‘50 e gli anni ’80 il numero di nuovi casi di tubercolosi nei Paesi industrializzati si era ridotto ma la comparsa dell’AIDS, a metà anni ’80, ha fatto nuovamente aumentare la frequenza dei nuovi casi in tutto il mondo, a prescindere dalle differenze di reddito. La tubercolosi è stata dichiarata “emergenza globale” nel 1993, da parte dell’OMS che ha approntato un intervento a più livelli per contrastarne la diffusione; TBC, malaria e AIDS sono le tre malattie coperte dal Fondo Globale, un’agenzia creata per aumentare le risorse per gli interventi contro queste malattie. L’OMS si propone, entro il 2015, di dimezzare sia il numero di morti sia la frequenza dei contagi di tubercolosi. I punti su cui concentrare le energie sono le forme resistenti ai farmaci, l’associazione HIV e tubercolosi (causa principale di morte tra i sieropositivi) e la debolezza dei sistemi sanitari. La giornata mondiale dedicata alla malattia è il 24 marzo. Nel 2008, Medici Senza Frontiere ha inserito la tubercolosi tra le crisi umanitarie dimenticate dai mezzi di comunicazione nel 2007 (insieme con la malnutrizione infantile e le situazioni umanitarie critiche di 8 Paesi). (2009)
Malaria, malattia dei poveri
La malaria è la “malattia dei poveri” ed è la seconda malattia infettiva al mondo per morbilità e mortalità, dopo la tubercolosi. Le prime testimonianze verificate le troviamo nel 2700 a.C. in Cina, mentre la prima descrizione del quadro clinico della malaria risale a Ippocrate. Lo sviluppo della malaria si spostò in seguito verso l’Italia, dove la sua diffusione venne ostacolata dall’abilità dei Romani nel curare i campi agricoli e dalle loro opere di bonifica. Nel 1902, per la scoperta della modalità di trasmissione della malaria aviaria, venne insignito del Premio Nobel il medico militare inglese Ronald Ross; molti pensano che lo avrebbe meritato lo zoologo italiano Giovanni Battista Grassi, che studio ed identificò il vero responsabile della malaria umana prima di Ross; cinque anni dopo, nel 1907, un secondo Premio Nobel sugli studi malarici fu assegnato al medico francese Alphonse Laveran. Particolare importante: dei primi 7 Premi Nobel assegnati per la medicina e la fisiologia – dal 1901 al 1907 – quattro riguardarono malattie infettive; infatti, oltre ai due legati alla malaria nel 1901 si premiò un lavoro dulla difterite e nel 1905 gli studi di Robert Koch sulla tubercolosi. Il termine “malaria” è internazionale e deriva un termine medievale italiano “mal aria” ovvero aria cattiva. Alla fine del 1800 si avevano in Italia 15.000 morti all’anno per malaria, con febbri estivo – autunnali, soprattutto nel Sud. La malaria in Italia è stata eliminata intorno agli anni ’50. Il problema dagli anni ’50 in poi si è spostato definitivamente al Terzo mondo. Ogni anno, più di un milione di persone, l’80{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle quali vive nell’Africa sub-sahariana, muore per la malaria. I più minacciati sono i bambini piccoli: ogni trenta secondi, la malaria ne uccide uno. Il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} circa della popolazione mondiale è esposto al pericolo di contagio. Contrarre la malaria – sostiene l’UNICEF – significa staccare un abbonamento permanente per la miseria. Questa malattia, infatti, sottrae preziose forze lavorative e produttive alle economie di molti Paesi africani, provocando elevati costi sanitari e un aumento della povertà. La malaria è una malattia infettiva causata da protozoi del genere Plasmodium, trasmessi all’uomo dalle femmine della zanzara del genere Anopheles. Ogni anno colpisca dai 300 ai 500 milioni di persone: il 90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi sono nell’Africa sub-sahariana, dove negli ultimi 25 anni c’è stato un aumento del 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei casi. Ancora oggi in Africa è la prima causa di morte. Non esiste ancora un vaccino; esistono, invece, farmaci che possono curarla e limitarne gli effetti, ma che presentano diversi problemi. La clorochina, utilizzato comunemente dalla popolazione, risulta ormai inefficace (le zanzare hanno sviluppato un ceppo di resistenza a questo componente); altri farmaci antimalarici risultano “troppo complicati” da prendere o troppo costosi. La malaria, purtroppo, è diventata una “malattia dei poveri” e, come tale, non richiama quelle risorse e quegli investimenti che solitamente si dedicano alle “malattie dei ricchi” (obesità, ipertensione). Il progetto Affordable Medicines Facility for Malaria di Medici senza frontiere sovvenzionerà il prezzo delle terapie combinate a base di artemisia (ACT), il migliore trattamento contro la malaria che esiste oggi. Il progetto si prefigge l’obiettivo di ridurre il costo del nuovo farmaco per portare fuori dal mercato i più datati e inefficaci trattamenti che continuano ad essere acquistati perché sono molto meno cari. Nel 2012, inoltre, dopo 70 anni di ricerche, forse sarà pronto un vaccino contro la malaria. La sperimentazione finale, iniziata a maggio 2009 porterà alla registrazione entro 3 anni, in accordo con l´Organizzazione Mondiale della Sanità. (2007)