Parafrasando Marx, sembra che un nuovo spettro si aggiri per l’Europa: la sindrome dell’intestino irritabile. Nei paesi industrializzati occidentali la prevalenza nella popolazione sembra essere compresa tra il 10 e il 15%, ma i dati sono alquanto incerti per l’estrema variabilità dei criteri con cui si classifica la malattia (con oscillazioni tra l’1 e il 45%!). Come nel caso del diabete e di molte altre malattie croniche, un basso reddito mette più a rischio, probabilmente per il maggiore stress e per le abitudini alimentari errate. Le donne, inoltre, hanno un rischio doppio rispetto agli uomini, in virtù dell’influsso degli estrogeni sul tratto gastrointestinale. Vivere buona parte dell’anno con dolori intestinali e meteorismo, gonfiore e crampi addominali, spesso accompagnati da stitichezza (stipsi) e/o diarrea, comunque, non è facile. In un paziente su 5 – nel 20% dei casi – questi sintomi sono presenti in forma accentuata con un forte impatto sulla vita di tutti i giorni. Al momento non esistono parametri affidabili su cui fare una valutazione certa: come in altre patologie, bisogna procedere per esclusione. In questo modo – provando diete basate sull’esclusione di alimenti – in Australia, all’Università Monash di Melbourne è nata la dieta a basso contenuto di cibi fermentabili, oggi conosciuta come dieta low FODMAPs. Cercando un trattamento per i pazienti con colon irritabile si è visto che si avevano notevoli benefici eliminando, per un periodo di tempo limitato, cibi contenenti alti livelli di alcuni zuccheri semplici e alcoli, in particolare oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e poli-alcoli. Da questi studi è nata – a partire dal 2006 – la sigla FODMAP, che significa oligosaccaridi, disaccaridi e monosaccaridi e poli-alcoli fermentabili. Fare una dieta con bassi livelli di zuccheri semplici significa togliere molti alimenti utili al nostro benessere: si tratta, pertanto, di un regime molto restrittivo da seguire per brevi periodi e sotto controllo, per evitare carenze nutrizionali; è sconsigliata soprattutto alle persone con insulino-resistenza e diabete. Vediamo come funziona la dieta FODMAP. Premettiamo che nella popolazione generale gli alimenti ricchi di zuccheri semplici sono assorbiti e digeribili nel piccolo intestino senza troppi problemi. I processi di fermentazione da parte della flora batterica e la conseguente produzione di gas sono legati – in alcune persone – soprattutto ad alcune molecole; due di queste sono molto conosciute – lattosio (disaccaride) e fruttosio (monosaccaride) – le altre sono meno note e si chiamano fruttani e galattani (oligosaccaridi), sorbitolo, mannitolo, maltitolo e xilitolo (poli-alcoli). In una dieta a basso contenuto di zuccheri e alcoli fermentabili per limitare il lattosio vanno eliminati latte e formaggi freschi, gelati e alimenti con aggiunta di lattosio (come prosciutto cotto); per limitare il fruttosio bisogna rinunciare a molta frutta fresca, al miele e agli alimenti contenenti zucchero (biscotti e merendine, marmellate e succhi di frutta, yogurt con zucchero e dessert, snack, bibite dolci) e alla frutta secca; per limitare fruttani e galattani no a tante verdure, a frumento, segale e legumi; per limitare i poli-alcoli, infine, disco rosso per alcuni tipi di frutta e verdura, per i funghi e per molti dolcificanti. Con tutte queste limitazioni, che cosa rimane da mangiare? Non molto, in effetti ed è questo il motivo per cui questo tipo di dieta viene prescritta da un minimo di 2 ad un massimo di 4 settimane, dopo le quali si reintroducono – uno per volta e con cadenza settimanale – gli alimenti a rischio, valutando caso per caso le quantità che se ne possono assumere senza problemi. Nelle diete FODMAP l’aspetto più limitante riguarda la rinuncia a pane e pasta e il ristretto numero di vegetali da cui attingere: arance e mandarini, fragole, banane e kiwi per la frutta; carote, zucchine, spinaci e bietole, lattuga, pomodori per la verdura. Un buon motivo per affrontare due o quattro settimane di una dieta così monotona e così carente di alimenti protettivi è quello di riuscire a capire che i nostri disturbi non sono legati a fenomeni di intolleranza bensì di malassorbimento. Non è cosa da poco, perché nel primo caso i cibi incriminati devono essere banditi per sempre, nel secondo il problema è cumulativo: dobbiamo imparare a riconoscere i cibi a rischio per il nostro intestino e cercare – con l’esperienza – di introdurne le quantità che non provocano disturbi, senza rinunciare ai loro apporti protettivi in fibra, vitamine, minerali e antiossidanti. (11-2018)
Pesce e salute: la storia
Nel 1952 in Inghilterra saliva al trono la regina Elisabetta II (oggi ancora regina dopo 65 anni), mentre in Italia – a Milano – veniva installata la prima cabina telefonica. In quel lontano 1952 l’italiano Flaminio Fidanza e lo statunitense Ancel Keys osservarono che nei vigili del fuoco napoletani il livello di colesterolo nel sangue era molto più basso rispetto ai colleghi del Minnesota (USA) e attribuirono questa significativa differenza al diverso contenuto di sostanze grasse nella dieta: circa il 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dell’energia totale per il gruppo italiano contro il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dell’energia totale per il gruppo d’oltreoceano. Una volta accertato lo stretto legame tra dieta e colesterolemia venne elaborato l’Indice di Adeguatezza Mediterraneo, per misurare quanto un modello alimentare si avvicinasse o allontanasse dalla dieta media delle classi lavoratrici del Sud intorno agli anni ’50. Lo strumento era semplice ed efficace: si divideva la percentuale di energia fornita dagli alimenti tipici della dieta mediterranea (cereali, patate, legumi, ortaggi, frutta fresca e secca, prodotti della pesca, olio vergine di oliva, vino) per la percentuale dell’energia fornita dagli alimenti meno tipici (carne, latte, formaggi, uova, grassi di origine animale e margarine, dolciumi, bevande zuccherine, zucchero); maggiore era il risultato della divisione, maggiore era l’adesione alla dieta mediterranea. A Nicotera, piccolo paese della Calabria scelto per il primo grande studio internazionale sui rapporti tra cibo e salute (il famoso Seven Countries Study), l’Indice di Adeguatezza Mediterraneo diede un ottimo valore, la prevalenza d’infarto del miocardio risultò molto bassa (solo 4 casi su 607 uomini di 45-64 anni esaminati nel 1957); ipertensione, soprappeso e obesità quasi assenti. Già alla fine degli anni ’50, pertanto, fu chiaro il alcuni grassi possono favorire le malattie cardiovascolari, ma i grassi non sono tutti uguali e non hanno tutti lo stesso effetto sulla salute. Alcuni grassi in particolare sono talmente utili da essere considerati essenziali, in quanto l’organismo umano non è in grado di sintetizzarli: per mantenere lo stato di benessere dobbiamo, pertanto, introdurli con gli alimenti; il discorso riguarda soprattutto gli omega-3, visto che gli omega-6 sono più diffusi nei cibi e difficilmente risultano carenti. I cibi ricchi di omega-3 sono prevalentemente i prodotti della pesca, soprattutto gli organismi che vivono nelle acque fredde e il pesce azzurro in genere (anche in scatola, come lo sgombro); ancora più ricchi di omega-3 sono il fegato di merluzzo, le uova di salmone, di cefalo e di storione, la bottarga, l’olio di fegato di merluzzo. La scoperta del ruolo degli acidi grassi essenziali contenuti nel pescato ci porta inevitabilmente all’altro grande modello alimentare, quello tradizionale giapponese. La dieta mediterranea e la dieta giapponese sono considerate le diete più sane del mondo; nei due Paesi simbolo di questi due stili alimentari – l’Italia e il Giappone – l’aspettativa di vita è di 85 anni (dati dello United Nations World Population Prospects 2012 Revision), un dato che supera di 5 anni quello di Germania, Inghilterra e Stati Uniti, di 10 quello di Brasile e Cina, di 15 quello di Russia e Iran. Per questo motivo dieta mediterranea e dieta giapponese sono state entrambe riconosciute patrimonio dell’umanità UNESCO. Anche l’ultimo grande studio di popolazione, il progetto EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), ha confermato la bontà dei modelli di alimentazione basati sui vegetali e sul pesce. EPIC è stata la più vasta indagine degli ultimi anni sulle relazioni tra dieta e salute; coordinato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità, lo studio ha coinvolto 520.000 persone provenienti da 10 Paesi europei. Il gruppo di popolazione che ha mostrato il maggior guadagno di salute – con circa il 18 {549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di riduzione nell’incidenza di tutti i tipi di tumore – è stato quello basato su modelli vegetariani con prodotti della pesca, a riprova del fatto che nel pesce vi sono sostanze importanti per la prevenzione dei tumori. Per tutti questi motivi pesce, molluschi e crostacei sono consigliati in ogni fase della vita. Gli adulti ne dovrebbero consumare 2 o 3 porzioni settimanali di circa 100-150 grammi, ma pochi Paesi raggiungono queste raccomandazioni; nel mondo occidentale troviamo consumi adeguati solo in Islanda, Portogallo, Corea e Giappone. In Italia arriviamo a stento a 180-200 grammi settimanali, nonostante l’ottimo valore nutrizionale dei grassi, delle proteine, dei sali minerali e delle vitamine di questi alimenti. La pesca, inoltre, è l’ultimo legame che ci rimane con i nostri antenati del paleolitico. L’invenzione dell’agricoltura e dell’allevamento ha cambiato tutto le varietà animali e vegetali allora presenti, ma il pesce che peschiamo in mare – in larga parte – è ancora lo stesso di 10.000 anni fa.
Proteine e diete iperproteiche
Da alcuni anni prima i grassi, poi i carboidrati sono finiti sul banco degli accusati, per la dilagante epidemia di obesità e diabete e per l’aumento delle principali malattie croniche come il cancro e i disturbi vascolari. Le proteine sono sempre rimaste al riparo da questo discorso, come se il loro utilizzo fosse ottimale e non soggetto a critiche. In realtà, le cose sono ben diverse e dovremmo fare molta attenzione a quante e quali proteine arrivano nei nostri piatti. Le proteine sono molecole importanti, fondamentali per tutte le funzioni dell’organismo, pertanto, è bene fornire alcuni consigli sul loro consumo. Il primo consiglio è quello di non esagerare. Come in tutte le cose, né troppo né troppo poco. Si consigliano 0,8-1 g di proteine per kg di peso ideale (quello che dovremmo avere in base alla nostra statura); mediamente ne assumiamo invece 1,8 g, quasi il doppio. Il secondo consiglio è quello di cercare di consumare sia le proteine animali – presenti in carne e affettati, pesce, uova, latte e formaggi – sia le proteine vegetali della frutta secca, dei legumi e dei cereali, grosso modo 50 e 50. I dati sui consumi vedono, in realtà, una fortissima prevalenza di proteine animali ed uno scarso apporto di proteine vegetali. Il terzo consiglio riguarda la scelta dei prodotti all’interno della quota di proteine animali: è bene dare la preferenza al pesce di mare, ricco di grassi insaturi, limitando carni e affettati, formaggi e uova. Riassumendo: meno proteine in generale – ce ne basta la metà degli introiti attuali – più proteine vegetali e più pesce. L’invito a ridurre il consumo di proteine ci porta a domandarci quali siano i rischi di un’alimentazione caratterizzata da un eccesso di proteine. Per capire le conseguenze di regimi alimentari con troppe proteine, possiamo guardare i risultati di un recente studio italo-statunitense (pubblicato su Cell Metabolism) su oltre 6.000 persone con più di 50 anni seguiti per 18 anni; il campione con la dieta iperproteica – oltre il 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle calorie totali provenienti da proteine – ha mostrato una mortalità del 75{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} più alta per tutte le cause ed un rischio di tumore 4 volte maggiore rispetto a diete con meno proteine. Se ci riferiamo a popolazioni con diete iperproteiche, il pensiero va subito agli Stati Uniti, patria dei fast-food e di McDonald’s: oggi la media nordamericana di consumo di carne è intorno ai 130 kg all’anno: oltre 10 kg al mese, ossia 300 g al giorno, invece dei 300 g settimanali raccomandati. Per inciso, anche noi italiani con 90 kg annui siamo molto al di sopra delle quantità raccomandate dall’OMS. Il consumo eccessivo di proteine caratterizza anche la maggior parte delle diete alla moda. Moltissime sono prive o quasi di carboidrati; cambiano i nomi – dieta Atkins, dieta a zona, dieta Dukan, dieta no-carb – cambiano alcuni alimenti, ma il succo è sempre lo stesso: drastico taglio dei carboidrati e forte consumo di proteine. Va detto che in genere all’inizio queste diete funzionano, perché senza carboidrati il nostro organismo inizia a smontare il tessuto muscolare; si perde la massa magra dei muscoli e l’acqua ad essi associata, mentre la massa grassa si riduce di poco; la bilancia scende e sembra che tutto vada bene; i problemi arrivano dopo: quando inevitabilmente si riprende a mangiare in modo normale, compresi i carboidrati, il peso torna rapidamente quello di prima (spesso con gli interessi), ma in compenso il nostro organismo ha subito un netto peggioramento, perché abbiamo ridotto la massa muscolare – principale responsabile del consumo energetico insieme al cervello. Adesso mantenere un peso adeguato sarà più difficile perché abbiamo ridotto i nostri consumi energetici. Questo è l’inevitabile destino di tutte le diete iperproteiche. In conclusione, ricordiamo che nella dieta mediterraneo le proteine sono presenti, ma non forniscono più del 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dell’energia totale; tutti gli studi degli ultimi anni hanno sempre confermato che alti consumi di carni – in particolare carni rosse e insaccati – si associano a elevati tassi di malattie cardiovascolari e tumori, mentre chi mangia prevalentemente vegetali e prodotti ittici ha una condizione di salute migliore e minori tassi di obesità. Se proprio non vogliamo seguire lo stile mediterraneo, pertanto, il modello dovrebbe essere quello giapponese, ricco di pesce e verdure, non quello statunitense. (12-2017)
Città e beni comuni
“Un altro mondo è possibile” era il sogno del Movimento no-global degli inizi del 2000. Il mondo è fatto di migliaia di città che possono e devono essere percepite come bene comune da valorizzare. Una città migliore si può costruire mettendo insieme tanti piccoli tasselli, in particolare aumentando gli spazi verdi, creando isole pedonali e piste ciclabili e favorendo lo sport e le attività motorie, come strumento di salute e di benessere. Tassello 1. Un primo tassello riguarda sicuramente la possibilità di camminare in sicurezza in tutte le strade della propria città. Sarebbe fondamentale riuscire nei prossimi 5 anni a rendere utilizzabili dai pedoni tutte le strade di Cerveteri con marciapiedi o creando corridoi e isole pedonali. Una città in cui poter camminare significa aumentare il senso di appartenenza, favorire la socialità, fare l’attività per cui siamo biologicamente programmati, ossia muoverci. Tassello 2. Gli spazi verdi comuni. A Roma l’anno scorso è stato premiato (Roma Best Practices Award) il gruppo di cittadini che ha reso di nuovo fruibile il Parco delle Catacombe di Commodilla. Mi sembra un ottimo esempio di gestione partecipata dei beni comuni. Non potremmo fare la stessa cosa con il nostro magnifico Parco della Legnara? Renderlo fruibile tutto l’anno, affidandolo ad un gruppo di cittadini. Come dice il nostro programma, dovremo impegnarci nei prossimi 5 anni al recupero e al “riutilizzo di aree destinate a verde pubblico abbandonate e/o dismesse” e alla “riqualificazione di tutti i parchi pubblici”. Gli spazi verdi, i parchi, le piazzette sono essenziali per una buona qualità della vita, sono punti di aggregazione e di incontro per vivere meglio. Tassello 3. L’arredo urbano, ovvero le (brutte) cose che vediamo nelle strade quando usciamo a piedi. Da qualche anno in tutta Italia si sono moltiplicati i cittadini che, autonomamente o in forma associata, puliscono le strade, le piazze e i parchi cittadini. Le amministrazioni locali sono in grande sofferenza, per carenza di personale e di fondi. Se l’alternativa è vedere il degrado che aumenta, conviene fare come Francesco De Gregori: lui e molti altri cittadini romani – in particolare con il gruppo Retake Roma – si sono organizzati per pulire il loro quartiere con l’obiettivo di preservare un bene comune e per socializzare. Un bell’esempio da imitare anche nella nostra città. Tassello 4. Gli spazi pubblici per fare sport e movimento. Diversamente dalla popolazione adulta, i nostri bambini hanno percentuali di sovrappeso preoccupanti: solo la metà delle scuole elementari italiane garantisce due ore di attività motoria settimanali (peraltro, assolutamente insufficienti), mentre un bambino su 5 non pratica nessuna attività fisica settimanale (dati OKkio alla Salute, 2015-16). L’apertura dei campetti sportivi pubblici al Parco Borsellino – vicino alla COOP – e in Via Luni a Cerenova sono ottime iniziative di questa amministrazione, ma nei prossimi 5 anni dobbiamo fare di più e cercare di inaugurare strutture pubbliche polivalenti in ogni quartiere, per dare un altro segnale forte di cambiamento alle nuove generazioni e per dare valore e bellezza ai luoghi in cui viviamo. (5-2018)
Terza e quarta età
Terza e quarta età, tarda maturità, vecchiaia, anzianità: da un po’ di tempo stiamo ridefinendo i limiti della nostra esistenza. La vita umana, almeno nelle società occidentali, si è fortemente allungata e, per la prima volta nella storia umana, oggi gli anni della maturità e della vecchiaia coprono la maggior parte della vita. Nel 1890 gli anziani degli Stati Uniti erano 2,4 milioni, 100 anni dopo erano 31 milioni; in Italia negli stessi 100 anni si è passati da 1,5 ad oltre 8,5 milioni. Stime attendibili prevedono entro il 2030, nei Paesi ricchi, una percentuale di popolazione sopra i 65 anni tra il 20 ed il 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}. Italia e Giappone dovrebbero essere i Paesi più vecchi del pianeta con quasi un terzo di over 60 anni. Il periodo che un tempo veniva definito terza età, dai 60-65 anni fino a 75 anni circa, oggi viene detto tarda maturità; per la fase successiva, dai 70-75 anni in poi, è stato introdotto il termine quarta età o senescenza. Con queste recenti classificazioni, gli anziani sarebbero le persone di età compresa tra i 60 e i 75 anni, i vecchi quelli di età superiore ai 75 anni. In realtà, molti oggi distinguono tra anzianità anagrafica e anzianità biologica: molti over 65 definiti anziani anagrafici sono spesso indistinguibili da persone di 50-60 anni fisicamente attive e non hanno bisogno di modificare abitudini alimentari, essendo sufficiente ridurre le calorie totali. Negli anziani biologici, invece, appare importante la valutazione clinica dello stato nutrizionale. I primi sintomi del processo diinvecchiamento, in realtà, compaiono già intorno ai 50 anni e sono rappresentati principalmente dal rallentamento del metabolismo basale da un lato (fino al 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), dalla riduzione della funzionalità di reni, fegato e apparato digerente dall’altro. L’arrivo della senescenza o quarta età non è uguale per tutti: dipende dal potenziale biologico di ciascuno di noi e, a parità di dotazione biologica, dipende dalla maggiore o minore attività della nostra vita. La senescenza consiste in una progressiva diminuzione di cellule nobili, ad alta attività metabolica, che vengono sostituite da cellule del tessuto adiposo. Questo processo di sostituzione cellulare non comporta necessariamente un aumento di peso, che spesso si mantiene costante: ne risulta, però, meno massa muscolare e più massa grassa. La riduzione della massa muscolare, una massa che ha dei costi energetici elevati, e la contemporanea riduzione dell’attività di molti organi costringe a ridurre, comunque, gli apporti calorici. In media sarebbe necessario diminuire la quota energetica del 5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} nella decade di età cha va dai 40 ai 50 anni, del 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dai 50 ai 60 anni, ancora del 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dai 60 ai 70 anni del 15{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} oltre i 70 anni. L’obiettivo in questa fase della vita è riuscire a mantenere il peso corporeo stabile, secondo l’età, il sesso e la spesa di energia per l’attività fisica: è molto raro vedere persone obese arrivare alla soglia dei 100 anni. Invecchiare bene è possibile ed accade – da noi come in Giappone – con sempre maggior frequenza. La buona longevità è molto legata alla tavola e all’attività fisica: sovrappeso e obesità sono fattori di rischio per la salute in tutte le fasi della vita ma nella terza e quarta età pesano di più perché aggravano tutte le patologie esistenti. (nella foto Ancel Keys, padre della Dieta Mediterranea, morto a 101 anni insieme alla moglie Margaret nella sua casa a Pioppi nel Cilento) (6-2010)
Osare la fraternità
Il tavolo della pace è un tavolino con al centro una candela che si usa quando i bambini litigano o sono agitati. Ispirato al pensiero della grande pedagogista Maria Montessori, è un mezzo che permette a chi è in conflitto di esprimere le proprie ragioni, senza interrompere l’interlocutore, per trovare una soluzione e ristabilire la pace, dopo di che si potrà spegnere la candela e tornare alle attività. La Tavola della pace è il gruppo di enti e associazioni che dal 1996 organizzano la Marcia della Pace Perugia-Assisi, manifestazione ideata da Aldo Capitini nel 1961; fondamentalmente le finalità e i mezzi sono gli stessi: ascolto, dialogo, ricerca di soluzioni pacifiche In questo momento così difficile, pertanto, la Tavola della Pace ha invittoa tutti a rimettersi in cammino e a vincere la rassegnazione. “Disponiamo di più ricchezze, conoscenze, istituzioni e mezzi di ogni altro tempo ma permettiamo che di giorno in giorno aumentino le disuguaglianze, le sofferenze, i conflitti, la disoccupazione e l’insicurezza di miliardi di persone. Non troviamo i soldi per assicurare un lavoro a tutti ma continuiamo a spenderne una valanga per comprare armi, ingigantire eserciti e condurre guerre infinite.” Senza una svolta, rischiamo di essere travolti dai 4 grandi problemi che abbiamo causato e che non abbiamo ancora risolto: la povertà di miliardi di persone, il cambiamento climatico, le guerre e le migrazioni. Il documento della Tavolo della Pace mette i guardia dalla possibilità che alcune delle più importanti conquiste dell’umanità vengano meno: l’universalità dei diritti umani, il diritto alla dignità, il principio di uguaglianza e di giustizia, la democrazia, la condanna di ogni forma di razzismo e discriminazione. Che fare, allora? “Questo è il tempo in cui dobbiamo osare la fraternità. Non possiamo più permetterci di vivere in perenne competizione con gli altri perché stiamo distruggendo le cose più belle che abbiamo. La competizione è la sorella della guerra. Disertiamola!” Bisogna cercare nuove strade per combattere la povertà e la disoccupazione, provando a immaginare “nuovi rapporti sociali, economici e personali centrati sulla cura reciproca. Scopriamo insieme l’importanza e la bellezza della cura. La cura di noi e non solo dell’io. La cura reciproca. La cura della vita. La cura dei più indifesi. La cura del bene comune. La cura del mondo che condividiamo con gli altri.” Per tutto questo domenica 7 ottobre 2018 – a 70 anni dalla firma della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e a 100 anni dalla fine della prima guerra mondiale – appuntamento per tutte le donne e gli uomini di buona volontà sulla strada che porta da Perugia ad Assisi. Per osare la fraternità.
Altruismo e cooperazione
Altruismo e cooperazione hanno avuto sinora poco spazio nella teoria evoluzionistica di Darwin. La maggior parte dei seguaci di Darwin e gran parte dei biologi, infatti, ritengono mutazioni genetiche e selezione naturale le due colonne portanti della teoria darwiniana dell’evoluzione. Per molte specie – sia vegetali sia animali – esiste, però, una terza colonna: la predisposizione biologica a cooperare. Nella storia della biologia moderna – a partire dalla pubblicazione dell’Origine della specie di Charles Darwin nel 1859 – l’evoluzionismo ha messo l’accento quasi prevalentemente sugli aspetti di competizione e violenza (la lotta per la vita e la sopravvivenza del più adatto) presenti nel mondo animale. Il capostipite di questa tendenza è stato sicuramente Thomas Henry Huxley, il famoso “mastino di Darwin”, che nel difendere l’evoluzionismo ha sempre minimizzato gli impulsi altruistici degli animali, già ben conosciuti. Anche allora qualcuno ha provato a contestare questa visione egoistica dell’evoluzione; nel 1902 Il mutuo appoggio del naturalista russo P. A. Kropoktin aveva riportato – e amplificato – molte storie di altruismo e solidarietà animali che si opponevano all’evoluzionismo sociale, che giustificava la sopraffazione dei più forti a danno dei più deboli e avrebbe portato alla giustificazione dell’eugenetica e del razzismo scientifico (Kropotkin era un principe seguace dell’anarchia). Con un salto di molti anni arriviamo intorno agli anni Settanta, alla sociobiologia di E. O.Wilson e ai popolarissimi libri di Richard Dawkins: la biologia sembra vedere nell’egoismo genetico la spinta centrale di tutti gli organismi viventi, compresi gli umani. Le cose per fortuna stanno cambiando e sempre più ricerche stanno documentando il valore biologico della cooperazione e dell’altruismo. Cominciando dalla nostra specie, recenti ricerche condotte dall’Istituto Max Planck in Germania hanno dimostrato che i bambini – anche molto piccoli – tendono a collaborare fra loro e con adulti che hanno appena conosciuto. Anche la scoperta dei neuroni specchio, avvenuta all’Università di Parma a metà degli anni ‘80, ha mostrato quanto siamo biologicamente predisposti per relazionarci agli altri. Ma i più interessanti contributi arrivano oggi dai primatologi, in particolare dagli studi e dai libri del biologo belga Frans de Waal, grande esperto di scimpanzé e bonobo, le due specie con cui condividiamo oltre il 98,5{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del DNA. I bonobo sono stati riconosciuti come nuova specie soltanto nel 1929 – prima erano considerati degli scimpanzé nani – e presentano, su scala ridotta, un’anatomia molto simile alla nostra, con le gambe più lunghe e il corpo più armonioso delle altre scimmie antropomorfe. Noi umani moderni siamo il risultato dell’evoluzione di un antenato comune a noi, agli scimpanzé e ai bonobo. Secondo de Waal la nostra specie da una parte ha ereditato aggressività, violenza, forma gerarchica della società (presenti anche negli scimpanzé), ma dall’altra ha ricevuto altre qualità – come generosità gentilezza e altruismo – tipiche dei bonobo. Nel suo lavoro Il bonobo e l’ateo (2013) de Waal va oltre e dice che probabilmente anche il desiderio di equità, l’empatia e la moralità non arrivano con le prime società umane ma fanno parte della biologia dei Primati. L’empatia è la capacità di essere sensibili alle situazioni e alle emozioni degli altri. De Waal ci ricorda che bonobo e scimpanzé sono capaci di empatia, come noi e che l’empatia è presente in tutti i mammiferi, come derivato delle cure materne. Per questo motivo – dice de Waal – le donne hanno un livello di empatia più alto degli uomini e l’ossitocina, ormone della maternità, agisce sull’empatia. Da molti anni gli studi sulle comunità di bonobo e scimpanzé dimostrano la presenza di quelli che de Waal chiama gli ingredienti per la costruzione della moralità. L’etica – pertanto – sarebbe anteriore all’umanità e nascerebbe dal basso, nel mondo animale e solo in un secondo momento le culture umane – e le religioni in particolare – sono intervenute per rafforzare alcuni comportamenti. La morale – conclude de Waal – sembrava l’ultima caratteristica esclusivamente umana: in realtà, anche qui noi esseri umani siamo speciali, ma non unici. La conclusione è che la propensione all’altruismo e alla cooperazione hanno basi biologiche ed evolutive; quando aiutiamo gli altri, si attivano le aree del cervello legate al sistema della ricompensa, confermando ciò che da sempre sappiamo: fare bene agli altri ci fa stare bene (nella foto I lavori della carità di David Tenier il giovane, 1640).
Storia della canapa
L’uso di canapa indiana è antico quanto l’uomo ed è attestato – a partire dal Neolitico – nei territori degli attuali Afghanistan e Pakistan. Per millenni la pianta con le sue proprietà psicoattive è stata associata ai riti funerari e alla spiritualità; secondo lo storico greco Erodoto (V sec a.C.) la cannabis era usata dagli Sciti nei banchetti, per dare ebbrezza come l’alcool o per risollevare l’animo dopo i funerali; tramite gli Sciti probabilmente la canapa è arrivata in India; la troviamo nei sacri Veda come una delle 5 erbe sacre, mantenendo nell’Induismo – Ganja è il nome Hindi – una forte valenza spirituale. Nell’antichità la canapa ha trovato grande impiego anche come medicamento. Nella medicina tradizionale cinese è inserita tra le piante medicinali, come antidolorifico e per combattere gotta, reumatismi e debolezze mentali; anche Egiziani, Greci e Romani la utilizzarono come pianta medica; Plinio il Vecchio la consigliava per le emicranie, Galeno come analgesico. Nel Seicento alcuni medici utilizzarono la cannabis – sotto forma di olio misto ad altre erbe medicinali – nel trattamento della peste. L’utilizzo prevalente della canapa non fu, però, quello rituale o farmacologico. Le fibre della pianta si mostrarono, infatti, sin dall’inizio estremamente versatili. Fenici e Romani navigavano su navi con vele e cordami di canapa; in Cina la canapa era usata per fabbricare corde e tessuti; anche i primi fogli di carta, cinesi, erano di canapa; nel Medioevo la pianta divenne un prodotto strategico per le Repubbliche marinare, che la utilizzarono per cime, ormeggi e vele. L’utilizzo della canapa come pianta tessile per la navigazione fece la fortuna dei ricchi proprietari terrieri bolognesi che la coltivavano nelle loro terre. Alla fine del Settecento, la canapa era utilizzata in tutto il mondo, in particolare nel Nord America dove fu imposta la sua coltivazione, per favorire lo sviluppo dell’industria tessile. Il declino della canapa cominciò durante la seconda metà dell’Ottocento, quando fu progressivamente messa fuori legge. Nonostante la precarietà della produzione a livello internazionale, negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, in Italia si coltivavano a canapa circa 100.000 ettari di terreno. All’alba della Seconda Guerra Mondiale solo un Paese al mondo superava l’Italia per produzione della canapa: l’Unione Sovietica. L’uso ricreativo e spirituale della cannabis è stato presente nel Medioevo nelle aree rurali di tutta Europa da parte di sciamani, guaritori e contadini; per questo motivo, nel 1484 una bolla papale di Innocenzo VIII la definì immorale e indecente e ne paragonò l’uso alla stregoneria. L’uso voluttuario moderno della canapa risale all’800; dopo la conquista napoleonica delle province dell’Impero Ottomano, sorsero a Parigi i primi circoli di fumatori di hashish. La grande svolta avvenne nel 1937, quando fu emanato il Marijuana Tax Act che bandiva ufficialmente l’uso di cannabis negli USA. Il proibizionismo statunitense si estese all’Europa ed al resto del mondo. Nel 1961, fu ratificata la Convenzione Unica dell’ONU riguardante l’illegalità della cannabis, accettata dalla maggior parte dei Paesi occidentali; nel 1968 la cannabis fu condannata anche dall’UNESCO; nel 1970 il Comprehensive Drug Abuse Prevention and Control Act vide la cannabis inserita definitivamente tra le droghe proibite. Oggi è la pianta “proibita” più coltivata al mondo, usata regolarmente da oltre 140 milioni di persone. Dal punto di vista botanico tutte le piante, psicoattive o meno, sono cannabis e le varie specie esprimono rapporto diversi di cannabinoidi, cioè sostanze chimiche attive, le cui più importanti sono il THC (tetra-idro-cannabinolo) e il CBD (cannabidiolo) originariamente le specie con maggiore effetto psicoattivo (cioè con maggiore THC) avevano rapporti molto inferiori rispetto al presente; solo la selezione umana per diversi fini ha creato piante con maggior concentrazione di cannabinoidi. Attualmente in Cina la canapa è legalmente coltivata, lavorata ed esportata – è di gran lunga il primo produttore mondiale – così come in molti Paesi dell’Europa orientale. “La canapa è l’alternativa naturale alla plastica inquinante derivata dal petrolio; è una pianta che cresce in modo naturale e rapido, senza fertilizzanti, erbicidi o pesticidi. Quando il clima è caldo, può raggiungere la sua massima altezza in tre mesi e produrre fibre quattro volte più resistenti del cotone” (Bill Laws, 50 piante che hanno cambiato il corso della storia). Da non trascurare, infine, l’uso alimentare della canapa. La farina di canapa si ricava dai semi, come risultato della macinatura, e ha interessanti proprietà nutrizionali, come l’olio di canapa, presentato quest’anno alla dodicesima edizione di Terra Madre. Salone del Gusto di Torino (nella foto alcuni prodotti della cooperativa di Cerveteri Sole Etrusco, realizzati con farine locali e canapa) (9-2018).
Ricordo di Claudio Lolli
Qualche giorno fa è morto nella sua Bologna Claudio Lolli. Per me – e per molti della mia generazione – Lolli è stato il più amato tra i poeti-cantautori, per la qualità dei suoi dischi, per la grande coerenza artistica e morale e anche per il successo commerciale mai arrivato. In 45 anni di carriera Lolli ci ha lasciato una produzione musicale di altissimo livello con almeno 4 capolavori a cavallo degli anni 70 e 80 e, soprattutto, nessun disco inutile. Lolli era nato nel 1950 e aveva fatto le prime esperienze musicali all’Osteria delle Dame di Bologna, conoscendo Francesco Guccini e il fratello Piero. I primi 4 dischi erano stati pubblicati per la EMI, cui aveva dedicato l’autoironica Autobiografia industriale. Aspettando Godot era stato l’esordio del 1972: un disco di buon livello con alcuni brani ripresi negli anni successivi, forse un po’carente a livello di arrangiamenti. L’anno dopo era uscito Un uomo in crisi. Canzoni di morte. Canzoni di vita, con la partecipazione di Andrea Carpi, Piero Guccini e Stefan Grossman alle chitarre. Il primo lavoro notevole, era arrivato nel 1975: Canzoni di rabbia, con gli ottimi arrangiamenti di Ettore De Carolis a impreziosire brani come Prima comunione, Compagni a venire, Al milite ignoto e Dalle capre. Il capolavoro sarebbe arrivato l’anno successivo; siamo nel 1976, quando viene pubblicato Ho visto anche degli zingari felici, citazione di un film jugoslavo degli anni ‘60; dalla collaborazione con il Collettivo Autonomo Musicisti di Bologna – con Roberto Soldati alle chitarre e Danilo Tomasetta al sax e al flauto – nasce una suite ricca di atmosfere progressive e jazz che dalla magnifica introduzione strumentale si snoda per Zingari felici, Agosto (drammatica testimonianza della strage del treno Italicus ), Piazza bella piazza e Primo maggio di festa (sulla guerra in Vietnam); la seconda facciata si apre con La morte di una mosca, la splendida Anna di Francia, Albana per Togliatti e Zingari finale; un disco stupendo, manifesto di una generazione, trasmesso da tutte le radio libere. Disoccupate le strade dai sogni è il secondo capolavoro, con forti riferimenti ai fatti di Bologna, agli scontri tra il Movimento del ’77 e la polizia, culminati con la tragica morte di Francesco Lorusso; il livello artistico rimane altissimo con musiche dure e sonorità – a volte – dissonanti; le canzoni del lato A sono legate l’una all’altra in un racconto senza interruzioni: Alba meccanica, Incubo numero zero, Socialdemocrazia, Attenzione, Canzone della precarietà; nel lato B ci sono Canzone scritta su un muro, Autobiografia industriale, Da zero a dintorni e I giornali di Marzo (fatta con frasi di articoli del Resto del Carlino e La Repubblica). Nel 1980 era uscito Extranei, arrangiato da Bruno Mariani e Danilo Tomasetta, con atmosfere meno cupe del disco precedente e canzoni ispiratissime: Come un dio americano, Double face, Der blaue engel, Canzone del principe rospo e Non aprire mai. Antipatici antipodi – nel 1983– aveva chiuso la prima parte della sua carriera; con la copertina disegnata da Andrea Pazienza, Lolli ci aveva regalato Notte americana, L’uomo a fumetti, Villeneuve, Formula uno di Roberto Roversi. Dopo 5 anni, nel 1988, era stata la volta di Claudio Lolli con Adriatico e Aspirine e La fine del cinema muto; l’anno prima Francesco Guccini aveva cantato la magnifica canzone di Lolli Keaton in Signora Bovary. Un’altra lunga pausa e poi era arrivato Intermittenze del cuore (1997) con la commovente Il re dei piccioni, dedicata al figlio; nel 1998 gli era stato assegnato uno strameritato Premio Piero Ciampi alla carriera. Nel 2000 un gruppo di appassionati musicofili aveva creato un ottimo sito dedicato alla musica d’autore italiana e straniera e lo aveva chiamato Brigate Lolli (www.briogatelolli.it), mentre Lolli aveva pubblicato Dalla parte del torto. Due anni dopo Salvo Manzone aveva realizzato un bel documentario dedicato a Lolli (“Salvarsi la vita con la musica” con brani di concerti e interviste). Agli inizi del 2000 Lolli aveva girato l’Italia proponendo una rivisitazione del suo album Ho visto anche degli zingari felici assieme a Il Parto delle Nuvole Pesanti; nel 2006 aveva pubblicato il suo penultimo lavoro, La scoperta dell’America, con il sassofonista Nicola Alesini; il 1º maggio 2010 aveva suonato al Concerto del Primo Maggio; nel settembre 2011 si era esibito ad Ostia, con poche decine di spettatori, tra cui io e mia moglie Luciana. Nel 2017 era uscito Il grande freddo, prodotto dall’amico sassofonista Danilo Tomasetta; nonostante facesse musica da ormai 45 anni, il lavoro era potuto uscire solo grazie a una raccolta di fondi lanciata via web. Il gioco, però, era valsa la candela: il disco aveva vinto la Targa Tenco come Miglior disco dell’anno. L’ultimo riconoscimento a un grande artista, dalla voce magica e inconfondibile. “Mi sono fatto un’idea della mia carriera come minoritaria. Suono in posti piccoli per poca gente, un po’ per necessità e un po’ per scelta. Ho fatto due dischi negli ultimi tre anni, faccio una quarantina di concerti all’anno. Non sento l’obbligo di essere il cantante per tutti e lo dico veramente senza snobismo. Però vedo che c’è gente che mi ascolta, che mi viene a sentire, che mi chiama. Esisto come produttore di musica, di parole, di senso. E per me va bene così“. (9-2018) (nella foto un’immagine del concerto di Lolli a Ostia nel 2011)
Africa e neocolonialismo per Alex Zanotelli
“C’è poca attenzione a ciò che avviene al di fuori dell’Italia, ancora di meno a quello che succede in Africa. Invece uno sforzo di comunicazione riguardo quel continente, aiuterebbe molto di più a capire il perché di certi fenomeni come le migrazioni e a cambiare certi atteggiamenti”. “È inaccettabile il silenzio sul Sud Sudan, la Somalia, l’Eritrea e su tanti altri contesti di crisi di dimensioni molto preoccupanti. Non conoscendo tutto questo, è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle proprie terre rischiando la vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. “So che non è facile per voi giornalisti proporre o approfondire temi che magari non sono apprezzati dai grandi gruppi a cui i media appartengono, ma vi chiedo di fare uno sforzo civico, di dare un vostro contributo perché si conosca di più dell’Africa e si diffonda una nuova coscienza. Vi propongo una alleanza che contrasti l’ondata xenofoba”. “Un altro grande assente oltre al continente africano nel panorama dell’informazione, sono i cambiamenti climatici: pochissimi servizi parlano del grande rischio ambientale che il mondo sta correndo e la coscienza attorno al tema è scarsissima (secondo una recente inchiesta solo il 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} dei cittadini italiani conosce l’Agenda 2030 di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e i relativi 17 Obiettivi, ndr)”. “Stando all’ultimo rapporto ONU, se saremo molto fortunati, avremo un aumento di 3,5 ° di temperatura entro la fine del secolo. Questo mutamento avrà conseguenze più gravi in Africa, che potrebbe avere una crescita di addirittura 7 o 8 °, e tutto per colpa dei Paesi più industrializzati. Ciò significa che i tre quarti del continente africano non saranno abitabili” “Entro il 2050, avremo creato 250 milioni di migranti ambientali di cui 50 fuggiranno dall’Africa. Già spiegando questi fenomeni si capirebbe da una parte quanto dovremmo impegnarci per frenare il surriscaldamento ambientale, dall’altra il perché di tante fughe da certe zone del mondo”. “Il razzismo emergente nasce anche grazie a una propaganda mirata di alcuni partiti. Al tempo stesso ritengo che noi Italiani, anche se ci sentiamo immuni, razzisti lo siamo sempre stati. Ci siamo sentiti per secoli la civiltà, la religione, la cultura, ma non possiamo dimenticarci dei disastri che abbiamo fatto come colonialisti”. “In Libia abbiamo impiccato e fucilato 100.000 persone su una popolazione di 800.000, in Etiopia, anche per recente ammissione dello stesso Ministero della Difesa, siamo stati i primi a utilizzare gas nervino su truppe già sconfitte”. “Noi siamo bravissimi a fare le adozioni a distanza, ma quando si tratta di fare adozioni a vicinanza, facciamo emergere un razzismo di secoli. Penso che l’ignoranza riguardo il continente africano, abbia anche un riflesso sull’Africa che abbiamo in casa”. “La gente dovrebbe capire di più che razza di situazione vive tanta parte dell’Africa in Italia, ragazzi sfruttati per pochi euro, vite precarie che fanno difficoltà a stabilizzarsi. E credo che i giornalisti possano fare moltissimo per diffondere nuovi consapevolezze e atteggiamenti“. (dall’intervista a Padre Alex Zanotelli di Luca Attanasio su La Stampa del 4/7/2018)